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giovedì 27 agosto 2015

Djibouti: le risposte del cuore.

2 commenti:

Sono tornata a casa ormai da qualche giorno e mi sono fatta una domanda: cos'è Gibuti per me?  Di questo paese, che quasi non ne conoscevo l’esistenza prima di partecipare all'incontro di presentazione dei cantieri, che cosa mi è rimasto?
Ho scavato un po’ nei ricordi e soprattutto nel cuore e ho trovato qualche risposta.

Gibuti è TERRA. Te ne accorgi appena esci dall'aeroporto guardando le strade, le case. È terra e solo dopo poche ore te la senti già sulle mani, sui piedi, nel naso…e così ti accorgi che un po’ di Gibuti ti è già entrata dentro.


Gibuti è MERAVIGLIA. Basta lasciarsi alle spalle la città che ti ritrovi immersa nel deserto, dove l’unico rumore è il vento che soffia forte. Ti ritrovi così ad ammirare proprio con i tuoi occhi paesaggi che prima avevi visto solo in tv o su qualche rivista: Lac ‘Assal, Canyon, Sable Blanc, Iles Musha…


Gibuti è UMANITÀ. La percepisci quando vieni accolta nel campo profughi yemenita, in cui sono ospitate famiglie proprio come le nostre, ma che da un giorno all'altro hanno dovuto mettere tutta la loro vita in una valigia e scappare dalla guerra. I loro sorrisi e la loro ospitalità sono stati disarmanti. Hanno aperto le loro tende, che in quel posto si trasformano in veri forni perché la temperatura va ben oltre i 40°, e ci hanno raccontato le loro storie. Sono stati grandi testimoni che le difficoltà non annientano l’umanità.


Gibuti è UMILTÀ. La sperimenti quando vieni accolta nelle baracche dove vivono i bimbi che incontri al centro Caritas. La mamma sistema i pochi cuscini che ha per farci sedere nel posto più comodo e ci racconta la propria storia. Storie di povertà e  disagio, dove Caritas interviene donando loro i soldi per pagare l’affitto – e già: una baracca di 4 m² senza elettricità ne acqua costa 5000 franchi gibutini (25 euro) al mese – e sacchi di riso e pasta. Gibuti è umiltà quando la mamma per salutarti ti stringe in un abbraccio che ti toglie il fiato e ti fa venire i brividi (e mai avrei immaginato di poter avere i brividi a Gibuti con 40 gradi!).

Gibuti è IMPOTENZA. La provi difronte ai tanti mostri che perseguitano la vita di quei bambini: povertà, abusi, violenze, colla… ti senti inutile, impotente difronte a quegli orrori che nessun bimbo di nessun paese dovrebbe mai sperimentare. Ti senti inutile e ti chiedi che cosa mai potrai cambiare tu in solo tre settimane di cantiere. Ma questa è anche una sfida e un invito a essere io per prima parte del cambiamento che vorrei, anche da casa.


Gibuti è PASSIONE. Viene trasmessa dalle tante realtà missionarie presenti nel paese. A partire da Gibuti città dove diverse suore portano avanti l’ecole primaire e i L.E.C. (lire, ecrire, conter). A Tadjoura dove padre Marc si occupa di insegnare un mestiere ai più giovani con corsi per meccanico, elettricista, muratore. Ad Obock con Marianne che si occupa della scuola e dei bambini di strada, facendo con loro lunghe passeggiate sulla spiaggia. Ad Ali Sabieh dove suor Anna, spendendo la sua vita con i bambini disabili, ha creato una classe speciale, il più adeguata possibile alle loro esigenze.


Gibuti è CUORE, donato e ricevuto. E il centro Caritas, con le sue difficoltà e i punti di forza, è stato il luogo privilegiato per questo scambio. Uno scambio con le mamme e i loro bebè, che spesso ti mettevano in braccio per avere un po’ di sollievo da quella creaturina che hanno attaccata al fianco 24 ore al giorno. Uno scambio con gli operatori e i volontari del centro: Alen, Fatou, Amadou, Samatar, padre Eder.. Uno scambio con i bambini accolti al centro Caritas, veri protagonisti di questo cantiere. Uno scambio reso possibile dai loro gesti, dai loro sorrisi, dalla loro vitalità che si faceva sentire particolarmente nei momenti di ballo.



Gibuti è METTERSI IN DISCUSSIONE. Per questo il mio cantiere a Gibuti non è finito il 23 Agosto ma continua ancora oggi e continuerà nei prossimi giorni mettendo in discussione la mia quotidianità, i miei bisogni, le mie scelte , i miei valori, così diversi da quelli gibutini.


Serena

martedì 25 agosto 2015

Gibuti: Tu, Adulto Di 7 Anni!

1 commento:
Ed eccomi ritornato a casa.
Ed eccomi qua a pensare a una realtà lontana 8 ore di aereo che sembra però di un altro pianeta.
Ed eccomi qua a pensare a quei bambini di strada di cui tanto si era parlato nella formazione iniziale a giugno.

Solo in questi giorni di cantiere ho capito però cosa vuol dire essere bambino di strada:
vuol dire non avere un posto da chiamare "casa". Vuol dire che non puoi possedere nulla, da un libro, a una maglietta in piu', a una riserva di cibo o acqua.
Essere bambino di strada vuol dire avere la preoccupazione di mangiare qualcosa entro sera.

Il fare attività al centro caritas quasi tutte le mattine, mi ha fatto capire quanto questi bambini siano poco bambini e quanto diritto ne avrebbero di esserlo.
Se penso al loro diritto di essere bambini un immagine mi viene subito in mente:
una sala, una televisione e tanti volti con la bocca aperta e gli occhi persi dentro quel cartone animato! Ecco, quello è uno dei pochi momenti della giornata che possono sentirsi bambini.


Bambini come Mohamed, chiamato l'africano per il suo colore della pelle molto piu' scuro di quello tipico del corno d'Africa, che la maggior parte delle volte è ingestibile, il classico bulletto, ma se gli mostri un po’ d'affetto è capace di trasformarsi e diventare un bambino quasi tenero.


O come Arafat, che l’altro giorno ha tirato un pugno a un altro bimbo ed era dispiaciuto moltissimo, al punto di andare a chiedere scusa con la manina e poi con un bacino sulla fronte (cosa abbastanza rara al centro).


O infine come Apnojdi, “the doctor”, il migliore! Ragazzino sordo muto, con le orecchie a sventola, alto e magrissimo, un po gobbo, che alle lezioni di matematica dava un sacco di soddisfazioni.
Il suo abbraccio all’ultimo giorno di centro, quando a gesti gli ho spiegato che ritornavo in Italia, è stato il momento piu’ emozionante e commovente del cantiere.
Un abbraccio che parlava, anzi urlava!
Per me voleva dire: “buona fortuna fratello mio, la vita sembra che ti ha dato poco ma non è così perché sei un ragazzo pieno di bontà e qualità”.
Per lui invece penso sia stato dire un grazie a una persona conosciuta da poco ma che gli ha mostrato qualche attenzione e ha cercato di insegnarli qualcosa.



Il loro volto mi ha segnato.
Il loro sorriso mi ha insegnato.
Per loro, un futuro migliore, stanotte ho sognato.

Davide

lunedì 24 agosto 2015

GIBUTI: quasi casa...o forse no?

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5 Agosto 2015


Sono qui a Gibuti da pochissimi giorni eppure scrivo già...eppure mi sembra di essere qui già da un po', come se fossi qui quasi da molti anni. 
Non so cos'è, ma a volte mi sento a casa come se non fossi mai andata in un'altro luogo, in un'altro Paese, come se...non fossi mai andata via da qua. 
Tuttavia, spesso mi capita anche di sentirmi spaesata, disorientata...come un pesce fuor d'acqua. Mi sento un po' "esterna", straniera, e sopratutto di fronte a certe situazioni mi sento anche impotente, incapace di reagire, come se qualcosa mi bloccasse nonostante la mia voglia di fare di più!
Eppure...dentro di me mi sento felice, piena di gioia e a volte pure euforica non appena il mio sguardo incontra il loro sguardo curioso e il loro viso sorridente che spesso ti chiede "comment tu t'appelle?" come per dirti "ma tu chi sei?", e poi....poi in pochissimo tempo, come in un battito di ciglia, ti trovi circondata da bimbi di diverse età felice, sorridenti, curiosi e che immediatamente fanno a gara per stringerti la mano e darti il benvenuto (anche in lingue a me sconosciute).
Ridono, scherzano e non smettono un secondo di ripetere il mio nome; oppure di chiamarmi "Madame, Madame!", che qui è pronunciato come "Medem, Medem!". Non posso fare a meno di sorridere e guardarli con tenerezza.... e se per puro sbaglio non ti giri o non rispondi subito, loro ti rincorrono strattonandoti per la maglietta purchè tu li saluti. Bellissimi....non ho altre parole, solo questa: bellissimi!!!!

Primi giorni che sanno quasi di casa, di gioia piena, di spensieratezza ma a volte sanno anche di compassione per la loro povertà così estrema per me, che sanno di incapacità di poter fare qualcosa di più, e quindi di tristezza e inquietudine dentro me. Ma ciò che mi conforta sono i loro sorrisi così semplici da lasciare il segno, le loro risate talmente forti e sonore da sentirle da lontano, il loro buongiorno al mattino appena metti piede al centro Caritas, il loro correrti incontro non appena ti vedono, ancor prima che tu giri l'angolo, i loro abbracci e spesso la loro attenzione e "cura" verso me.
Certo...a dire il vero me l'aspettavo diversa questa Africa: forse più verde, con meno contraddizioni, con bambini un po' meno scalmanati e violenti....ma qusta è Gibuti e per quanto me l'aspettassi diverso questo pezzo d'Africa pian pian sta diventando anche mio...quindi si continua e come si dice qui Au revoir e Salaam Aleikum!

Annalisa

venerdì 21 agosto 2015

Ci sono anch'io. Djibouti.

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Dopo esserci salutati coi puntini
ce la siam presa con calma, da veri gibutini
Adesso ci tocca davvero raccontare
tutte le cose che abbiam voluto fare.
Di strada tanta se ne è fatta 
siam passati pure ad Arta
una missione di suore congolesi
che nelle proporzioni ci han sorpresi
ma ci ha sorpreso anche il loro lavoro
che lassù vale più dell'oro
perchè del lec e dell'istruzione
ne hanno fatto una vera passione.
Di suore altre ne abbiamo incontrate
di tutti i gusti, di tutte le annate:
Ad Ali Sabiè
ce ne son ben tre
Celia, Marzia e Anna
che son per il villaggio una manna
“Scuola per tutti” han sempre nella mente
anche per il bimbo abile diversamente
Perchè lì le strutture si son modificate
e tutte le barriere son crollate. 
Lì, ma anche in città 
c'è un esempio di questa rarità
e nuove suore abbiam incontrato
burundesi, dall'abito colorato.
Infine a Djibouti una costante
suor Bau scalpitante
che in pareo e magliettina
scaglia bimbi come in piscina
e se in infermeria devi esser curato
vai da Bau e verrai agghindato. 
Ma le suore non son tutto 
qua ci si diverte di brutto
a ferragosto una grigliata
coi soldati una magnata,
una cena da Samatar 
samboussa, mimi e au revoir,
e se di lusso ti vuoi sfondare
al Kempiski ti puoi svaccare
piscine e arredi sontuosi
e shampoo a sgamo per noi curiosi.
E se proprio vuoi esagerare
con un pescatore ti devi accordare
Kokobeach non son drinks ghiacciati
ma una barca da pirati
pochi minuti e sull'isola potrai attraccare
unica accortezza, la crema solare
al gestore fasullo
risponderai da bullo, 
ma se a lui parte la maledizione
alla polizia non fai obiezione
e una multa è la punizione. 
Tante altre cose potremmo raccontare
ma c'è una festa da animare
papillon e fiori son preparati
aspettan solo di esser indossati
addobbi e nastri tutto è pronto 
anguria e banane a volontà 
ok, forse non è molto 
ma domani grande festa sarà.
Il Cantiere tante cose ci ha lasciato
il bagaglio è aumentato
non di peso ma di significato
e questa Solidarietà
stretta stretta, con noi verrà.

lunedì 10 agosto 2015

Eccoti. Djibouti.

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Si è spenta la condizionata
''Oh signur!'' Che sudata!
La stanza sembra un forno
Ed è appena iniziato il giorno
Colazione in tutta fretta 
E poi il centro che ci aspetta
Luogo di bambini scalmati
Dai vestiti colorati.
Tra balli, doccia e bucato
E di francese qualche lezione
Se poi accendi un cartone animato
Di tutti i bimbi hai l'attenzione.
Eccoci giunti a metà mattinata
Ma solo un'ora è passata
C'è ancora un botto da fare 
Ma si sta già per collassare
Un sorso d'acqua, una parola in compagnia
E il girotondo prende il via.
Ma non son tutte rose e fiori
C'è anche del cattivo, a parte i nostri odori:
Ogni minuto una litigata
E la rissa va sedata
C'è da dire che qua le risse son belle
Perché volan pietre a catinelle.
Fuori dal centro c'è un mondo
Da scoprire secondo per secondo
E tra una scimmia e un cammello
Si arriva a Tadjoura
Un posto aerato e bello
che spacca da paiura.
Poco più in là stan gli yemeniti
Che dalla guerra son fuggiti
Un campo di tende isolate
Laggiù son state piantate
Il sole picchia di brutto
Ma l'accoglienza per loro è tutto
E tante sì, son le difficoltà
Ma non perdono l'umanità.
E dopo il campo yemenita
Si organizza la partita
Giochi in spiaggia non ci facciam mancare
E neanche facce da colorare.
Parecchie cose son ormai passate
Calzini gialli e papaye profumate
Noi si saluta e si va a dormire
''Ma dopo questa cena..............
....................................................''


                                                                Poeti in posa + vescovo




giovedì 30 luglio 2015

Gibuti: in attesa di partire...

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In attesa di partire....

Ci siamo....ormai manca poco. Meno di 3 giorni e poi finalmente sarà....Africa!!!!
La mia mente inizia a navigare..fantasticare e andare lontano, lontano...mentre guarda queste mie 2 valigie semivuote, ancora da riempire!!
Mille cose mi vengono in mente, mille parole: l'ansia di farci stare tutto dentro quelle valigie, di poter ridurre tutto ciò che sono e mi rappresenta nei 40 kg concessi, la paura di rimanere delusa, di non essere all'altezza o peggio di deludere, l'ebbrezza di provare emozioni e sensazioni nuove, la fatica ma soprattutto il caldo che proverò e sentirò sulla mia pelle...sulle mie MANI. Già pelle ma specialmente MANI. Mani che fino a pochissimo tempo fa hanno lavato, pulito, lavorato, salutato, giocato, stretto altre mani, abbracciato, accarezzato visi conosciuto, facce familiari....ora (o meglio fra poco) faranno esattamente la stessa cosa...eppure sarà tutto diverso, tutto nuovo, tutto cambierà; persino io! Saranno volti nuovi, sorrisi e occhi nuovi, curiosi, capaci di scorgere qualsiasi piccolo sentimento come dei piccoli intrusi si faranno largo dentro ai miei occhi al mio cuore. Saranno anche volti sconosciuti, insoliti e mai visti; saranno mani nuove che sfioreranno le mie così diverse per loro, emozioni, volti e sguardi che si incroceranno per la prima volta!
Così emozionata, piena di gioia ed entusiasmo, ma anche così un po' impaurita...non per la lontananza, non per la nostalgia, non per l'essere diversa, ma più che altro perché la "straniera" sarò io....e poi si sa i cambiamenti un po' spaventano.
Ripenso alle parole dette tempo fa sull'Africa e alle frasi che qualcuno ora mi rivolge "ma tu, sei pazza!" o specialmente "Ci vuole coraggio ad andare fin là!!!". Io sinceramente non mi sento così coraggiosa, anzi....tutt'altro!! E cercando di capire il perchè e il senso di quelle frasi...l'unica cosa o meglio frase che mi viene in mente da ribattere è "Non ci vuole coraggio secondo me....semmai cuore, molto cuore!!!". Eh già, perchè quello che sto mettendo in gioco al 100% è soprattutto in cuore!!!
Non so se sono pronta....se psicologicamente e fisicamente lo sono....anzi con ogni probabilità non lo sono, ma una cosa sicuramente la sò: io mi voglio lasciar sorprendere e vivere da quest'esperienza, da questi volti e mani nuove....io mi lascerò scoprire da quest'Africa bellissima e a volte misteriosa...e spero tanto che lei scopri me, per cui.....a presto Gibuti....
              STO ARRIVANDO !!!!!
Annalisa

giovedì 25 giugno 2015

PRELUDI DI UN’ESTATE

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Nello scorso week end a Melegnano abbiamo visto un sacco di cose:

l’enorme l’entusiasmo

tantissima voglia di (ri)partire   

quanto grande sia l’impegno preso, nonostante gli esami di maturità, i viaggi in giro per il mondo fino al giorno prima, l’ansia di dover dormire in un teatro con i topi che camminano sul tetto, la paura di dover mangiare cibi strani (o semplicemente qualcosa che non sia la pasta al sugo) o di viaggiare su aerei (e se un bullone si svitasse?!?)



Insomma il fine settimana di formazioni dei Cantieri ci ha preannunciato un’estate strepitosa per questi 74 ragazzi


Restano solo il dispiacere di non poterli accompagnare in prima persona e qualche domanda sull'assicurazione!

Bonny i colori li avrebbe scelti proprio così





sabato 20 giugno 2015

Gibuti . L'Afrique c'est chic

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L'AFRIQUE C'EST CHIC

Ore 8.00
I cancelli del centro Caritas di Gibuti si aprono e un'enorme massa di bambini entra festosa correndo verso di noi. "Bienvenue Garcon!" Volti Gibutini ed Etiopi con lo sguardo vispo ci sorprendono spaesati e ci guardano con circospetto.
Dopo tre secondi siamo subito circondati da bambini desiderosi di giocare con noi:"Voulez -vous juer avec moi?"
E' impossibile resistere a questo richiamo e iniziamo a giocare.

Ore 8.15
Il vescovo si avvicina a noi e scherzando ci domanda:" Ma siete appena usciti dalla doccia?"
E' solo l'effetto del caldo gibutino.

Ore 10.30
Dopo aver ballato insieme ai bambini Mustafa, piccolo gibutino di due metri, ci dice "Vien avec moi a faer salt mortal?"
Appena ce lo chiede sorridiamo dicendo: " Gibuti 1-Italia 0"

Ore 11.30
Tutti in mensa a mangiare.
"Tout le mond a manger!"urla la cuoca dalla cucina.

Ore 14.00
Un pò di meritato riposo .......zzzzzzzzzzzzzzzzz..........


Drin suona la sveglia .......

Buio ... apriamo gli occhi, dove siamo?
Di sicuro non più a Gibuti ma all'oratorio di Melegnano per preparare il cantiere e purtroppo è solo i 21 giugno......
Era solo un sogno, frutto del racconto di Daniele e che racchiude le nostre aspettative su come sarà il nostro cantiere.
E ora conto alla rovescia - 41 giorni alla partenza.



"On chante toutes les chancons
que nouns viennent par le tete
on danse, on saute, on bouge
dans tout les sens
on parle. on rigole, chez nouns
c'est la fete
l'Africa c'est chic"










I Paesi dei Cantieri della Solidarietà... in Expo

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Un'esperienza che cambia la vita: tua e degli altri. Un'esperienza di condivisione e servizio, ma si rivela anche uno spazio di approfondimento significativo di alcuni aspetti della globalizzazione e un'occasione di riflessione sui temi della giustizia, del perdono e della riconciliazione per creare percorsi di pace.
Sono i 'Cantieri della Solidarietà', il progetto lanciato da Caritas per favorire lo scambio su temi quali alterità, carità, gratuità, giustizia e pace, in un contesto di condivisione, in cui i giovani sperimentano l'aiutare il prossimo, imparando a conoscere meglio se stessi. Il percorso proposto da Caritas ben 19 anni fa ha avuto modo di coinvolgere già 1.700 ragazzi e, per questo 2015, sono ben 65 giovani, dai 18 ai 30 anni, della diocesi di Milano, che quest'estate andranno in Moldova, Georgia, Cipro, Libano, Gibuti, Kenya, Bolivia, Haiti e Nicaragua e vivranno il loro Cantiere della Solidarietà. Paesi suggestivi, con grandi povertà ma anche grandi risorse da scoprire.
Per conoscerli meglio, noi giovani del Servizio Civile impegnati in questi sei mesi all'Edicola Caritas di Expo, siamo andati a 'scoprire' quelli presenti all'EXPO di Milano di quest'anno.

MOLDOVA

 

Con un design ispirato al tema solare, il padiglione propone un ritorno alle fonti primarie di energia, per ottenere ciò di cui abbiamo bisogno, senza produrre inquinamento.
Infatti il tema della partecipazione della Moldova a Expo 2015 'Splenda la luce. L'energia del sole, l'energia della terra, il cibo per l'umanità' è rappresentato simbolicamente dal 'Solar Flower', una specie di fiore collocato sulla sommità dell'edificio più alto, il cui stelo è costituito da un grandioso arco di metallo curvo che sale da terra. Un fiore che ruota su se stesso, seguendo il movimento del sole durante la giornata, la cui corolla è costituita da un triplo cubo di specchi, dalla superficie sfaccettata, che riflettono i raggi del sole, diffondendo una miriade di luci in tutte le direzioni, all'esterno del padiglione, ma anche all'interno, sfruttandone la trasparenza del vetro. Un'installazione dotata di batterie solari, in modo da immagazzinare energia per le ore notturne.
Moldova vuole trasmettere, infatti, che l'energia di cui abbiamo bisogno è ovunque; l'importante è imparare ad utilizzarla in modo consapevole. La principale fonte di energia in Moldova è il sole, presente tutto l'anno, il quale contribuisce in modo sostanziale all'agricoltura biologica. Una terra, quindi, piena di energia positiva.

Particolari, all’interno del padiglione, le luci al neon sul soffitto a ricordare le costellazioni che possono essere viste solo dalla Moldova: le costellazioni della Sposa, del Paesano, del Grappolo d’uva, del Formaggio, della Cicogna. Le stelle, usate nell’antichità per orientarsi e navigare gli oceani, guidano qui il pubblico alla scoperta di un Paese poco conosciuto ma affascinante.

LIBANO

Lo Stato del Libano, nel grande atlante che è l'Expo di Milano, lo si individua nel 'Cluster del Bio-Mediterraneo'.  In questo spazio il visitatore si trova ad assaporare una suggestiva atmosfera, con i colori che richiamano quelli del mare. Dispiace che, essendo in un'area poco frequentata, sono ancora pochi i visitatori che hanno potuto apprezzarne le bellezze.
Entrando negli spazi loro dedicati, si ha l’impressione di trovarsi in una tipica casa libanese. Impossibile non notare il caratteristico soffitto ed i lampadari: il primo decorato con scritte arabe che riprendono il testo dell’inno nazionale, mentre i secondi realizzati con bottiglie verdi con dentro la lampadina.
Per i visitatori vi è inoltre la possibilità di assaporare una cucina che offre piatti tipici e un tavolo che ripropone i pranzi domenicali che riuniscono tutta la famiglia. Su questa tavola è inoltre possibile scoprire i piatti tipici utilizzando l’i-pad che li propone in 3D. Per chi volesse un ricordo 'gustoso', è possibile anche acquistare i dolci e i vini tipici libanesi. Tantissimi, e a prezzi modici, degli assaggi di dolci tipici libanesi.
Inoltre, per chi lo desidera, è possibile acquistare una piantina del ‘cedro del Libano’, un albero antichissimo e maestoso, simbolo di potenza e forza: l’albero simbolo del Libano e rappresentato nella bandiera libanese.

 GIBUTI

Questo piccolo ma suggestivo Stato dell'Africa orientale è situato, in Expo, all’interno del ‘Cluster delle Zone Aride’. Già dal primo impatto, non si può non rimanere colpiti dal pavimento del Cluster che ripropone i colori delle dune del deserto ed i colori delle diverse costruzioni che richiamano le varie tipologie di sabbie. Il soffitto, volutamente ricoperto di lunghi cilindri di vetro, che lasciano la possibilità di vedere il cielo, vuole simboleggiare la tempesta di sabbia tipica delle zone aride.
Lo spazio del Gibuti è unito a quello della Somalia, in quanto i due Paesi sono geograficamente confinanti. All’interno è possibile annusare e tastare varie spezie: cannella, cumino, cardamomo, pepe nero, ginger, semi di prezzemolo. Inoltre sono presenti molti prodotti originali, tra cui i tipici vestiti ed oggetti utilizzati nel Paese.

KENYA

 

Un territorio ricco di contrasti, culturali e geografici. E' proprio da questa 'idea' che è stato ragionato e concepito lo spazio del Kenya, situato nell'area del 'Cluster del Caffè'.
Il Kenya è un vero e proprio melting pot di culture differenti: quella africana ha subito l'influenza della cultura araba, indiana, cinese, europea, fino a formare il Paese moderno e cosmopolita che è oggi.
L'esposizione del Kenya a Expo Milano 2015, che si sviluppa con un piccolo spazio di 125 metri quadri, invita il pubblico a riflettere sull'importanza di un'alimentazione sostenibile, illustrando la stretta connessione tra cibo e ambiente e come il primo possa compromettere il secondo.
Tra le eccellenze, è doveroso ricordare come il Kenya sia il 4° esportatore mondiale di caffè arabico, pianta che cresce solo in particolari terreni vulcanici. Per chi volesse, è possibile assaggiarlo nella caffetteria all’interno del sito. Anche qui, oltre all’esposizione di prodotti di artigianato tipici, tramite alcuni video si può esplorare il paesaggio e la fauna dell’Africa Centrale, oltre ad ammirare i colori e i sorrisi della popolazione locale, immortalati in alcune bellissime fotografie.

HAITI

Costruito grazie ai finanziamenti degli Emirati Arabi, questo stato si trova nel 'Cluster di Cereali e Tuberi'.
Nel momento di dover scegliere cosa portare ad Expo per 'presentare' la loro realtà, hanno optato per i loro prodotti tipici, come fagioli, mais, riso, farina di mais e miglio. Qui inoltre è possibile conoscere due particolarità: la banana dolce fritta ed il loro rum.

Nello spazio loro dedicato è suggestivo poter scoprire anche i prodotti d'artigianato ma non in vendita.
I responsabili dello spazio di Haiti sono tutti diplomatici haitiani che risiedono presso il consolato a Roma, così facendo, grazie alla buona conoscenza della lingua italiana, sono disponibili a spiegare ed illustrare la loro realtà. Attraverso alcuni video si ha inoltre la possibilità di esplorare le più famose mete turistiche di Haiti.

lunedì 20 ottobre 2014

SCATTA IL CANTIERE: PRIMI PIANI

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1° classificato
I colori fanno la forza, Valentina Carozzi (Libano)


2° classificato

In fondo in fondo, saltar la mosca al naso,
Daniele Maldera (Gibuti)

3° classificato ex aequo
Occhi da leone, Matteo Passafaro (Moldova)

3° classificato ex aequo

Piti, Francesco Canella (Haiti)

domenica 19 ottobre 2014

SCATTA IL CANTIERE: ATTIVITA'

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1° classificata
Senza titolo, Maria Agazzi (Moldova)

2° classificata
Senza titolo, Federico Migliavacca (Etiopia)

3° classificata
Bolle nel deserto, Silvia Castelli (Gibuti)

venerdì 17 ottobre 2014

SCATTA IL CANTIERE: #UNASOLAFAMIGLIAUMANA

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Una sola famiglia umana, cibo per tutti: è compito nostro!

1° classificata
Confidenze ad Ali Sabieh, Silvia Castelli (Gibuti)

2° classificata
Tienimi la mano, Martina Pennetta (Libano)

3° classificata
Questione di mani, Daniele Maldera (Gibuti)

giovedì 16 ottobre 2014

SCATTA IL CANTIERE 2014: #FOOD4ALL

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Come tradizione vuole, pubblichiamo le foto vincitrici del Concorso "Scatta il Cantiere" giunto alla edizione numero 8.

Oggi, 16 ottobre 2014, è la Giornata mondiale dell'alimentazione e così, nel bel mezzo della week of action, partiamo dalla categoria #food4all.


1° classificata
senza titolo, Federico Migliavacca (Etiopia)


 2° classificata

"Pozzo colorato", Daniele Maldera (Gibuti)

 3° classificata


"Batti un cinqu-olato!!!", Federico Sartori (Libano)



mercoledì 17 settembre 2014

DJIBOUTI, L'ENERGIA CHE SI SCATENA IN UN CONTATTO.

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All'inizio non capivo. Mi chiedevo “ma perché è così difficile raccontare che cos'è stato Djibouti per me? Perché dentro ho duemila cose, ma se prendo foglio e penna non esce nemmeno una parola?”. Ad un certo punto è stato tutto chiaro: è così complicato perché Djibouti è stata una di quelle esperienze vissute “a cervello staccato”, che l’attendi per mesi, ma non ti stai a fare troppe aspettative, hai semplicemente tanta curiosità e tanta voglia di partire. E poi quel giorno arriva e in realtà ti prende anche un po’ alla sprovvista, che quasi non ti senti pronta, che di sicuro in valigia non ci hai messo qualcosa, che pensi “cavoli, con tutto il tempo che avevo potevo iniziare prima a preparare le cose”, però non importa, l’importante è che finalmente si parte. E poi arrivi lì, quasi catapultato, e ti ci immergi in quel mondo, ti lasci invadere, ti fai scuotere un po’ e, senza nemmeno rendertene conto, è già ora di tornare. E di pensare, in quel momento lì, non ne hai proprio voglia, perché l’unico pensiero che invade insistentemente la tua mente è la certezza che quelle tre settimane ti mancheranno da morire e che te le porterai dietro sempre, in tutto. Djibouti è una di quelle esperienze che semplicemente ti vivi fino in fondo, in cui di razionale c’è ben poco, perché vieni interamente travolto dalle emozioni. Ecco perché è tanto difficile: perché le emozioni non le spieghi a parole, o meglio, non c’è modo di spiegarle, le senti, le vivi e basta. E allora, pur consapevole che il risultato sarà parziale, incompleto, impreciso, insoddisfacente, ho deciso di scrivere perché sono curiosa di vedere che forma prendono le sensazioni, perché vorrei provare a trasmettere almeno un po’ dell’entusiasmo che questa esperienza mi ha lasciato e dare un’idea di ciò che è stato Djibouti per me.

                                    

Djibouti per me è leggerezza. È la spensieratezza di balli che buttano giù muri e di partite di pallone sulla spiaggia che fanno bene al cuore e profumano di libertà. È il fregarsene dei piedi sporchi di terra e delle magliette fradice di sudore. È la facilità con cui ci si sente a proprio agio lì, che ti viene proprio naturale essere te stesso in tutto. È l’instaurare un contatto con un’immediatezza ed una semplicità ormai rare, che se mentre cammini per strada vedi un bambino e lo saluti o gli sorridi o gli mostri qualche foto dalla tua macchinetta, già un po’ la sua attenzione l’hai catturata. È la serenità che ti trasmette chi, privo di qualsiasi certezza, è costretto a non pensare al domani, ma sempre sorride.

Djibouti per me è consapevolezza. È rendersi conto un po’ di più di cosa voglia dire vivere per la strada e poter fare affidamento solo sulle proprie forze, fin da bambini. È capire quanto conta avere un’opportunità nella propria vita. È impattare con una realtà dura, fatta di miseria, violenza, degrado, che prima di starci a contatto non immagini in tutta la sua asprezza; una realtà difficile da accettare, ma con la quale fai i conti e dalla quale impari a non essere indifferente. Djibouti non è che ti cambia la vita, perché poi torni e ti rituffi nella routine di sempre, però ti fa cambiare la prospettiva da cui guardi, la lente attraverso cui filtri, l’attenzione che poni a ciò che ti circonda.

Djibouti per me è rispetto. È stima verso quei bambini, per i quali la maestra non è quella della scuola, che la maggior parte di loro nemmeno può frequentare; la loro maestra di vita è l’esperienza, che ha insegnato loro ad affrontare ogni giorno con forza e tenacia.

Djibouti per me è gratitudine. È gratitudine verso Zac, ragazzo gentile, dolce e disponibile, perché era lì con me, ad aiutarmi, mentre io tentavo, invano, di far rispettare la fila a una ventina di bambini urlanti, che impazzivano alla vista di un’altalena e praticamente mi assalivano ad ogni “cambio turno”. È gratitudine verso Ahmed, che il giorno della partenza mi guardava e a gesti provava a farmi capire che noi Cantieristi quel pomeriggio ce ne saremmo andati, mentre lui restava lì, senza una mamma, senza un papà, senza nessuno: io non ho saputo cosa dire, sono rimasta come disarmata e l’unica cosa che, col cuore, sono riuscita a fare è stato abbracciarlo, ricevendo in cambio un sorriso sincero, come a dire “non importa, non preoccuparti, questo mi basta”. È gratitudine verso ognuno di quei bambini, perché non mi hanno fatto pesare quel senso di impotenza che io invece ho provato nei loro confronti, perché mi hanno accettata, anche se la mia permanenza lì era a termine, che poi io la mia vita ce l’ho altrove e quindi non posso saperlo fino in fondo cosa vuol dire vivere così ogni santo giorno. Loro sono stati capaci di prendere quel poco che potevo offrire loro, senza pretese e, anzi, contraccambiando con i loro sorrisi e i loro gesti attenti e veri.

                                              

Djibouti per me è dedizione. È l’azione silenziosa e tenace di chi crede nel cambiamento e lo persegue con passione, impegno ed umiltà, di chi un mondo più giusto, nel suo piccolo, prova a realizzarlo concretamente. È la soddisfazione nelle voci delle suore di Ali Sabieh mentre ti raccontano delle attività a scuola con i bambini del villaggio e ti dimostrano che credere in ciò che si fa è il motore più potente che ci sia. È il lavoro quotidiano di tante piccole -ma preziose- gocce nell'oceano.

Djibouti per me è gruppo. Sono i ragazzi con cui sono partita e che ringrazio, perché penso sia stata davvero una gran fortuna affrontare questa esperienza con loro. Da subito c’è stata sintonia, nata con naturalezza e spontaneità estreme; per tre settimane il gruppo è stato una sicurezza, una dimensione in cui sentirsi supportati, ascoltati, accolti, a proprio agio. Un gruppo che ricorderò per tutte le risate che mi ha fatto fare: la scodella, Jean Vajean, una prugna che in realtà è un Picasso originale, l’acqua del risciacquo del bucato, la camicia verde mela, la crema al timo, i viaggi folli nel pick-up, il letto sfondato, il verso della foca che poi è uguale a quello del gabbiano, “goorbye, I’m fine”, le capre sugli alberi e i gatti che volano, gli interminabili giri di saluti delle Sisters, il salviettone, la “schiscètta”, le vegliarde che devono prendere l’aereo e tornare a casa, lo sgomento, i gavettoni, Irene che è stata in Gambia, Oristano, i campioni mondiali di autoscatto e altre ottomila cose che per i più non significheranno assolutamente niente, ma che ai miei compagni, leggendole, un sorriso probabilmente l’hanno strappato.

                                     

Djibouti per me è contatto: con un Paese tanto distante eppure ormai così parte di me, con quei bambini, con i miei compagni di avventura, con me stessa. Sì, Djibouti per me è contatto. Ed è energia. È l’energia che si scatena in un contatto.


Erika


giovedì 11 settembre 2014

DJIBOUTI - ITALIA: la partita di pallone

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Il mio racconto parte dall'immagine che mi si prospetta affacciandomi alla finestra della mia stanza, nella nostra casa gibutina.
Non è il luogo cardine della nostra esperienza: non è il Centro Caritas con i suoi (e un pochino anche nostri) amati bimbi; non è il villaggio di Ripta con i suoi mille colori nel deserto, né la cittadina di Ali Sabieh con le sue indimenticabili Sisters.
         

                                   
In queste tre settimane molte volte mi fermo davanti a quella finestra.
Un primo momento è all'arrivo. Il primo pensiero, ammirando la vista, è sicuramente di stupore: una spiaggia lunghissima, un mare grigio-azzurro, assolutamente piatto.
Ma ciò che mi colpisce non sono né il colore del mare né l’ampiezza della spiaggia.
Seduti, sdraiati, in piedi, si notano centinaia di ragazzi, intenti a trascorrere il loro tempo tra chiacchiere, capriole, tuffi e partite di pallone.
E così, mentre i nostri giorni trascorrono tra giochi, danze e qualche piccola medicazione al Centro Caritas, io il pomeriggio mi ritaglio qualche minuto per ammirare quella “vista”.
Mi affascina “sbirciare” la vita quotidiana dei ragazzi, che giorno dopo giorno mi dà occasione per nuove riflessioni.
Loro non mi vedono, non mi notano minimamente e questo fa sì che quella finestra diventi per me una sorta di “macchina da presa”, che crea però un distacco dalla realtà, che in qualche modo mi tiene lontano da quei ragazzi.
Non passa molto tempo e finalmente, decidiamo di trascorrere anche noi un pomeriggio sulla spiaggia, organizzando una partita di calcio (abbastanza improvvisata) con i pochi ragazzi che siamo riusciti ad avvisare.
Porte fatte con le samaras (infradito), centrocampo immaginario e regole di gioco alla “Jean Vajean”!
Da una partita “7 contro 7”, in men che non si dica si arriva ad un “tutti contro tutti” (ottanta contro ottanta!).
Corse da una parte all’altra del campo, calci agli stinchi e palloni mancati.
Per loro io sono Silva (logicamente solo per la somiglianza nel nome!), in campo abbiamo Pirlo, Buffon e persino Ozil.
Ma che emozione! Finalmente abbiamo i piedi sporchi, neri. Neri, proprio come i loro!
E quelle partite si ripetono “tutti” i giorni (ormai la voce si è sparsa: i bianchi sono sulla spiaggia a giocare! Le partite cominciano già senza formazioni, impossibile dividere in squadre le decine di ragazzi).
Più passano i giorni, più ci avviciniamo al giorno del rientro in Italia e i momenti passati alla finestra evocano in me emozioni sempre più forti.
Non guardo più dall’esterno, da “dietro le quinte”: ci siamo messi in gioco, ci siamo sporcati mani e piedi!
E i ragazzi che prima guardavo da lontano, nascosta dietro la mia finestra, ora sono lì al mio fianco, ora corro con loro dietro quel pallone.
Qualcuno ha definito spiaggia di Djibouti “il più bel campo da calcio del mondo”. Lo confermo, ed io, fiera, posso dire di aver avuto l’onore di giocare su quel campo, con i nostri ragazzi e con i miei fantastici compagni di avventura.



Cosa di tutto questo sia un racconto dettagliato della realtà o una semplice metafora dei miei 21 giorni gibutini non è dato sapersi. Lo custodisco gelosamente nel mio cuore!

Silvia

lunedì 8 settembre 2014

DJIBOUTI E LE "PERLE PREZIOSE" NEL DESERTO

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La testa è tutto un rimbombo di volti, sguardi, immagini, musiche, parole, colori, profumi, sapori …. Non è facile mettere ordine tra tante emozioni e pensieri anche contrastanti tra loro.
La prima esperienza di volontariato internazionale, la prima volta in Africa, la prima volta catapultata in un paese così diverso da quello dove vivo quotidianamente per cultura, tradizioni, religione, lingua, clima, stili di vita, modelli di comportamento, di società, di famiglia,… 

Che botta! Confusa e un po’ stordita provo a scrivere alcuni pensieri.

Djibouti per me è:

- INCOMPRENSIONE. Un divario enorme ed evidente tra ricchezza e povertà: o ti puoi permettere una villa, di andare in piscina, al supermercato,… o sei seduto per strada con gli occhi persi e le guance gonfie di qat. Prendersi a vergate e a sassate è la normale modalità quotidiana per risolvere conflitti, litigi o per educare tuo figlio. Bambini che vivono per strada, tanti senza famiglia, che prendono il treno, oltrepassano il confine, vengono in città, a Djibouti, con la vana aspettativa di poter stare meglio. Bambini che a scuola non ci vanno perché sono senza documenti. Aiuti umanitari che rischiano di essere sprecati in caso di cattiva organizzazione e razionalizzazione. Persone che oltrepassano il confine etiope, camminano sotto il sole rovente verso Obock, aggrappati ad un folle sogno, rincorrono i fuoristrada alla ricerca di acqua, pane e di un passaggio verso la meta. Una sanità pressoché inesistente a meno che tu non sia bianco. Vivere senza acqua, senza gas ed elettricità, vagando, con capre e cammelli, per un paese arido, deserto e polveroso.

- AMMIRAZIONE. Gli stessi bambini di strada che sono schiacciati dalla ricchezza, dal potere e da una città incurante ed approfittatrice, che rovistano nell’immondizia, che non hanno la certezza di un pasto al giorno, che non sanno leggere né scrivere, che affrontano a testa alta le sfide quotidiane di sopravvivenza tenendosi ben strette le loro poche cose (una maglietta, un paio di infradito, una caramella, un piccolo dono, qualche spicciolo), che rischiano di essere picchiati, portati in prigione e ricondotti al confine, … questi stessi bambini di strada, sono “perle preziose” nel deserto, arrivano al Centro Caritas sorridenti, pieni di energia, contenti per la tua presenza e ti donano tutto se stessi, tutto l’affetto di cui loro stessi avrebbero bisogno e non si aspettano nulla da te, nulla, se non semplicemente ed umilmente te stesso.
Ammirazione anche per il Centro Caritas e per gli operatori perchè nonostante tutte le fatiche e gli aspetti contradditori presenti è un’oasi nel deserto; per chi gestisce le missioni nei villaggi che si mette a servizio con tanta passione, tanta umiltà, tanta speranza e desiderio di creare piccole opportunità di cambiamento.

- BELLEZZA. In tante occasioni mi sono chiesta “ma questa è vita?” e nel tentativo di cercare una risposta un’altra domanda è spesso affiorata alla mia mente: “o forse è la mia vita che non è proprio vita o che potrebbe essere migliore, più semplice ed umile?”. La bellezza di Djibouti sta proprio qui, tra i tanti paradossi, tra le tante contraddizioni e gli aspetti incomprensibili, ti coglie di sorpresa e ti travolge in tutta la sua semplicità: i bambini di strada che ti sorridono, ti abbracciano, ti prendono per mano e ti trascinano a ballare, ti offrono il loro pasto dopo averlo per bene mescolato con le mani sudice, ti salutano per strada quando vai al mercato; sporcarti, sudare e sentirti addosso il loro stesso odore; il ragazzo disabile che accenna un movimento degli arti apprezzando la tua carezza sul suo viso, che non verrà mai adottato, ma che le suore continueranno a crescere ed accudire con affetto; i bambini dei villaggi che, affascinati dalla tua presenza straniera e dalla tua macchina fotografica, si avvicinano, poi scappano via appena volgi loro lo sguardo e la mano, e poco dopo tornano e si avvicinano di nuovo; i padri e le suore missionarie che lavorano con cura e dedizione per i ragazzi; la ricerca di modalità alternative per lavarsi in assenza di acqua, la condivisione di momenti di black out notturni in cui non puoi dormire per il caldo; il profumo e il sapore del pane comprato nei loro baracchini, che porti a casa pieno di formiche; il ringraziamento delle persone etiopi a cui offri acqua e un passaggio verso Obock … tante cose ancora ci sarebbero da aggiungere, tante “perle preziose” nel deserto sono ancora lì che brillano e aspettano di essere scoperte e raccolte.

GRAZIE Daniele, Niccolò, Monica, Viola, Erika, Silvia, Ilaria e le due ragazze civiliste, Chiara e Claudia, che mi avete accolto nella mia presenza silenziosa e mi avete accompagnato in questa avventura sorprendente.

GRAZIE Djibouti perché hai dato uno “scossone” alla mia vita. La terra ferma sotto i miei piedi ha tremato e si sono aperte delle crepe in alcune certezze, schemi mentali, punti di vista e posizioni che credevo ben saldi e scontati. E soprattutto, grazie, perchè hai aperto una crepa anche nella mia dura e rigida corazza.

Alice