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giovedì 13 settembre 2018

Moldova - Bosnia: racconto di un'esperienza

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Le emozioni e le impressioni di Dorina (volontaria sedicenne dell’associazione Misiunea Socială "Diaconia", Moldova) circa le due settimane di avventura e scoperta della Bosnia Erzegovina.

Otto volontari moldavi hanno avuto la possibilità di vivere due settimane di scambio in Bosnia ospiti delle associazioni locali Youth for Peace e Ivan Pavao II, due realtà impegnate nel dialogo interreligioso e nella ricostruzione post conflitto
Per questi otto volontari l`esperienza ha rappresentato diversi primi e nuovi incontri e scoperte: prima volta in un paese straniero, primo approccio con diversi credi religiosi... 
La complessità del paese con la sua storia, le testimonianze ascoltate, i luoghi visitati ed il volontariato svolto con i migranti e i ragazzi dell’orfanotrofio a Banja Luka hanno contribuito a rendere ”l’esperienza sconvolgente” come dice la stessa Dorina nell’articolo sotto riportato.


Un'esperienza sconvolgente, che in pratica ci ha cambiati tutti. La semplicità, la bellezza, le emozioni provate, le persone diverse incontrate, il divertimento, il dramma della guerra che abbiamo conosciuto, queste parole non riescono a descrivere quello che abbiamo vissuto nel corso della nostra esperienza in Bosnia e Herzegovina. 

Religione, una parola così semplice ma che allo stesso tempo racchiude così tanti significati, luoghi religiosi affascinanti e sorprendenti, diversi gli uni dagli altri, persone appartenenti a credi differenti ma alla fine, non conta, perchè accomunate tutte dalla fede in un solo Dio.

Uno stato non molto grande, ma con una storia ricca di avvenimenti, tra cui una tragica guerra  di cui le persone si ricordano ancora e capita che lo facciano attraverso l'ironia e l'umorismo nero.
Uomini con una storia bella e piena di eventi che riescono a guardare al futuro nonostante il passato doloroso. 

Oltre agli abitanti della Bosnia ho avuto l'opportunità di incontrare persone provenienti da altri paesi tra cui alcuni rifugiati a cui abbiamo distribuito un pranzo caldo e un bicchiere di thè svolgendo volontariato con una mensa moblie. In questa occasione  ho conosciuto per esempio un ragazzo cinese, Maks, che sta facendo il giro il mondo e che, giunto a Sarajevo, ha deciso di rendersi utile alla mensa mobile. Ciascun giorno, ciascun luogo visitato durante queste settimane ha arricchito le nostri menti e colmato le nostre lacune con molte nuove informazioni.
Durante il servizio alla mensa abbiamo chiaccherato con altri volontari meravigliosi che nonostante non  parlassero bene inglese cercavano di fare per il possibile per riuscire a comunicare con noi.
Abbiamo visitato città quali Mostar, Jaice, Banja Luka ed alcuni musei come, ad esempio, il War Childhood Museum. Mostar, famosa per il suo ponte incantevole ricostruito dopo la fine del conflitto, sotto al quale scorre un fiume che attraversa la citta’ e la città di Jaice con la sua cascata. 
Il Child War Museum ci ha emozionati con i ricordi dei bambini cresciuti durante il periodo della guerra che vengono presentati con una piccola descrizione dell'oggetto e del proprietario, descrizione che spesso non mi ha fatto trattenere le lacrime.

In queste due settimane abbiamo avuto l’opportunità di avvicinarci a molte persone, tra cui i bimbi e i ragazzi dell’orfanotrofio di Banja Luka, gli anziani del centro diurno Drevnii davvero difficili da battere a carte, vista la loro astuzia! 
Negozi, parchi, ristoranti, passeggiate, mercati… Abbiamo visitato così tanti luoghi...entusiasmo e curiosità ci hanno sempre accompagnati, Qualcuno è anche riuscito ad imparare un po’ di inglese e assieme siamo riusciti ad oltrepassare le paure che avevamo all’inizio e abbiamo scoperto cosa significhi essere una vera squadra, magari  piccola ma unita e forse siamo riusciti ad essere piu’ di una squadra… Siamo diventati una famiglia. 
Grazie di cuore a chi ci ha dato l’opportunità di vivere quest’esperienza perchè ci ha permesso di aprire il nostro sguardo e di cambiare prospettive rispetto a tanti aspetti e abbiamo imparato davvero tanto, diventando persone piu’ consapevoli e mature. Neanche il divertimento è mancato…  Dal primo all’ultimo giorno! Siamo stati accolti con amore, abbracci, parole e regali che ci siamo scambiati a vicenda
Ci mettiamo la firma che in futuro non ci faremo assolutamente scappare la possibilità di vivere un’esperienza di questo genere e siamo pronti per accoglierne una nuova in qualsiasi momento!
Nuove idee, progetti ed eventi… La voglia e il desiderio di impegnarci e di aiutare sono cresciute dentro di noi… dentro a quegli 8 piccoli esploratori circondati da persone meravigliose e piene di bellezza. 
Vogliamo ringraziare le persone che ci hanno accompagnato in quest’avventura: la nostra coordinatrice Nadia e le volontarie italiane Lisa Thibault, Faustina Yeboah, Diana Cossi!! 

Grazie Caritas!

Il bene, alla fine, torna sempre indietro e la fatica viene sempre ripagata!

mercoledì 12 settembre 2018

Il vero tesoro del Libano

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Viaggio sulle tracce del Lebanon Mountain Trail, il primo sentiero di montagna ad attraversare il Libano da nord a sud.



Il Libano nasconde un tesoro, incastonato tra la costa mediterranea ricoperta di edifici ad ovest e i verdi campi della valle della Beqaa ad est. È un tesoro fatto di profonde valli, montagne dai pendii lievi e dalle cime per lo più arrotondate, frutteti ricoperti di fiori in primavera e carichi di frutta d’estate, foreste sempreverdi di pini, abeti e rari cedri, monasteri e luoghi di culto,  villaggi più o meno sperduti e gente ospitale. Uno scrigno pieno di bellezza ed ancora incontaminato, in una terra che, se lo sguardo si limita alla fascia costiera dove le più grandi città sorgono, Beirut in primis tutta protesa verso il mare, sembra aver subito pesantemente gli effetti più nefasti della modernizzazione: edilizia selvaggia, cementificazione, inquinamento dell’aria e delle acque, traffico selvaggio, plastica ovunque. Un tesoro che si può scoprire solo zaino in spalla, se ci si lascia alle spalle l’autostrada sempre ingorgata che collega le città della costa da nord a sud e ci si inoltra in una delle tante valli che tagliano le montagne in direzione ovest-est, un tesoro che si può conoscere a fondo solo se si è disposti ad abbandonare i tempi frenetici della città ed adottare i tempi lenti ma costanti del passo di montagna.  






L’idea stessa del Libano, d'altronde, viene dalla montagna. Il Monte Libano è il cuore del paese, ne costituisce l’essenza profonda, almeno geograficamente e storicamente. Laban erano le montagne che si stagliavano al cielo a pochi chilometri dalla costa mediterranea, montagne ricche di fiumi, acqua e neve durante l’inverno. “Laban” perché questa parola, usata oggi in arabo per riferirsi allo yogurt, veicolava  l’idea di bianchezza e perciò bene descriveva quelle cime ricoperte di neve, la loro unicità in una regione povera d’acqua. Laban è diventato Lubnan, ed ha dato il nome alla catena montuosa stessa, il Monte Libano. Proprio da una parte di questa regione montagnosa, secoli dopo, nacque la prima idea di Libano, quando nel 1861 le potenze europee decisero che un’entità autonoma doveva essere creata all'interno dell’impero Ottomano in pieno declino per proteggere le comunità cristiane che vivevano nell'aerea. Con l’inizio del mandato francese, sessantanni dopo, il “piccolo Libano” essenzialmente montuoso fu allargato notevolmente, inglobando i territori circostanti e le comunità che vi vivevano. Veniva così creato il “Grande Libano” e la demografia ne usciva completamente mutata, non più un’entità a grande maggioranza cristiana, ma un paese pluriconfessionale che inglobava cristiani di diverse confessioni, musulmani sciiti e sunniti, drusi. Anni di guerra civile e ingenti ondate migratorie - prima da sud (Palestina) e più recentemente da Nord ed Est (Siria) - hanno complicato ulteriormente il panorama sociale ed antropologico di un paese dalla sua nascita fragile, ed alterato quell'equilibrio demografico teorico tra musulmani e cristiani su cui si basa tuttora il sistema politico libanese. 



Differenza territoriale tra il "Piccolo Libano" creato nel 1861 (in verde scuro) ed i confini del Libano attuale nati con il mandato francese (in azzurro). 



Malgrado l’allargamento avvenuto con il mandato francese, che ha dato al Libano i suoi confini attuali, il Monte Libano continua a costituire la spina dorsale del paese. Esso si estende da nord a sud per circa 170 chilometri, dividendo la fascia costiera dove sorgono le città libanesi più importanti – Beirut, Tripoli, Tiro e Sidone – dalla Beqaa, larga valle pianeggiante prevalentemente agricola e rinomata per i suoi vini (grazie ai mille metri d'altitudine a cui si estende),  limitata a ovest dal Monte Libano stesso e ad est dalla catena montuosa dell’Anti-Libano. Il Monte Libano è formato da montagne prevalentemente tondeggianti e poco scoscese, che partono basse vicino al mare per poi crescere verso l’interno, superando i duemila metri ed arrivando a toccare i tremila nella zona più settentrionale della catena. Qurnat el Sawda, con i suoi 3093 metri, ne è la cima più alta.



Afqa, sorgente del fiume Nahr Ibrahim.



Addentrarsi nel Monte Libano, soprattutto nelle sue zone più remote, è come entrare in un mondo differente, a volte sembra quasi di cambiare paese, eppure ci si è spostati di poche decine di chilometri dalla costa. L’aria diventa pulita, i rumori svaniscono, la natura prende di nuovo il sopravvento sul cemento. Le persone ti accolgono calorose e desiderose di scambiare due chiacchiere, ti offrono quello che hanno, invitandoti ad entrare nella loro casa, per pranzo o per cena, insistono affinché tu ti fermi a dormire. Il Monte Libano è un tesoro sconosciuto ai più che visitano il Libano, ai turisti che si limitano alle mete più famose, passando frettolosamente in macchina per fare qualche foto ai famosi Cedri di Dio, ma proseguendo poi oltre verso Baalbek o scendendo di nuovo verso il mare. Eppure, esso rappresenta la vera meraviglia del Libano, una grande ricchezza da promuovere e proteggere.







Da qualche anno esiste un’associazione che ha deciso di valorizzare questa tesoro, creando il primo sentiero di trekking che percorre tutto il Monte Libano da nord a sud, attraversando così longitudinalmente anche gran parte del paese. La Lebanon Mountain Trail Association, nata grazie ad un progetto di ECODIT ed i finanziamenti dell’Agenzia Americana per lo Sviluppo (USAID), è stata infatti  creata nel 2007  con l’obiettivo di incentivare il turismo sostenibile in Libano e di mostrare e proteggere le bellezze naturali ed il patrimonio culturale di questo paese. Il risultato tangibile di questo progetto è stato la creazione, in soli due anni, del Lebanon Mountain Trail, un sentiero di montagna lungo 470 chilometri che unisce l’estremo nord del paese alle al suo estremo sud, passando per più di 70 paesi di montagna e snodandosi ad altitudini comprese tra i 600 ed i 2000 metri dal livello del mare. 



Tracciato del Lebanon Mountain Trail, dalla sua primissima tappa nel nord del paese a pochi chilometri dalla Siria, Andqet, all'ultima nell'estremo sud, Marjaayoun, a una decina di chilometri dal confine israeliano.



Il Lebanon Mountain Trail è diviso in 27 sezioni, ognuna delle quali unisce due delle 28 tappe in cui esso è suddiviso. Ogni sezione varia in difficoltà e lunghezza, con dislivelli che vanno dai 500 ai 1200 metri e con lunghezze che variano dai 10 ai 20/25 chilometri. Il sentiero inizia nell’Akkar, la regione più a nord del Libano, partendo dalla cittadina di Qubayat (anche se ora una sezione numero 0 è stata creata prima di Qubayat, dal villaggio di Andqet). Il lungo tracciato si snoda verso sud con una lieve flessione verso ovest, attraversando zone remote fino ad arrivare alla valle della Qadisha, famosa per i suoi monasteri che da secoli ospitano comunità monastiche cristiane. Il sentiero sfiora i famosi Cedri di Dio e poi continua verso sud, addentrandosi nella regione centrale del Libano – Il Monte Libano politico – ed attraversando villaggi cristiani e musulmani fino ad arrivare nello Chouf, la regione meridionale della catena montuosa, rifugio storico della comunità drusa. Il sentiero prosegue poi nell'estremo sud del paese, zona prevalentemente sciita, fino a terminare nella cittadina di Marjaayoun, a una decina di chilometri dal confine con Israele (per percorrere quest’ultimo tratto, gli stranieri devono chiedere l’autorizzazione all'esercito libanese).   



Valle della Qadisha vista da Bsharre. 



Grazie al Lebanon Mountain Trail è possibile avere una visione tutta nuova del Libano. Esso permette di scoprire le sue bellezze naturali nascoste, di annusarne i profumi, ascoltarne i rumori, contemplarne i colori. In primavera, le valli e i pendii del Monte Libano si riempiono di fiori, si colorano di un verde acceso, l’acqua abbondante rende la natura florida e rigogliosa. Da nord a sud, il Monte Libano è zona di frutteti ed il percorso spesso ci passa attraverso, si cammina tra distese di meli o ciliegi in fiore, coltivati sui terrazzamenti costruiti sopra i lievi pendii di queste montagne. Le ginestre e le margherite colorano i prati, mentre le api ronzano e volano operose da un fiore all'altro.  Lungo il cammino, non è raro incontrare arnie dove esse vengono allevate.


















Andando verso l’estate, gli stessi frutteti si caricano di frutta, ad agosto gli alberi sono carichi di mele rosse e verdi, i rami si piegano sotto il loro peso. In altre zone, le conifere sempreverdi si stagliano verso il cielo, soprattutto abeti e pini, più rari i famosi cedri del Libano, che a causa del proprio legno pregiato hanno subito gli effetti nefasti di secoli di deforestazione ed oggi sono presenti soprattutto in aree protette, come la riserva naturale dello Chouf, quella di Tannourine o i famosi Cedri di Dio vicino a Bsharre.  









La riserva dei Cedri di Dio di Bcharre vista dall'alto. In essa si trovano i cedri più antichi del Libano. In altre riserve, più recenti ma anche più estese, si sta procedendo con una lenta opera di riforestazione. Nella riserva dello Chouf, è addirittura possibile "adottare" un cedro.




Eppure, il Lebanon Mountain Trail non permette solo di scoprire le bellezze nascoste del Libano. Percorrerlo significa avvicinarsi al Libano stesso, comprendere meglio la varietà culturale, religiosa e confessionale che caratterizza questo paese, è un modo per entrare in contatto diretto con questa pluralità, fonte di ricchezza ma inevitabilmente anche di contrasti. Con i suoi 470 chilometri, il percorso attraversa numerosi villaggi, alcuni grandi e popolati, altri piccoli ed isolati, lungo il cammino si incontrano musulmani, cristiani, drusi, ci si imbatte in chiese, moschee, monasteri e santuari. Le persone sono sempre felici di scambiare due chiacchiere, ed ogni incontro permette di comprendere meglio la complessità di questo paese, di aggiungere un tassello alla propria comprensione. 



Santuario di Nabi Ayyoub - vicino alla cittadina di Niha, nello Chouf -  luogo sacro per la comunità drusa. 





Chiesa di Saint Shallita, vicino a Qubayat 




Gli incontri, d'altronde, costituiscono forse la vera ricchezza per chi decide di intraprendere il Lebanon Mountain Trail, parzialmente o per intero. Attraverso i sentieri di montagna, lungo le strade agricole sterrate che spesso il percorso segue, si incontra un popolo che, lontano dalla frenesia anonima della città, si riscopre nella sua ospitalità più autentica. Non c’è stata una volta, tra le varie in cui ci siamo cimentati in una o più tappe di questo lungo percorso, in cui qualcuno non ci abbia stupito con un’accoglienza calorosa, un gesto gentile, un invito. 

Sulla strada da Maaser el-Chouf a Niha – nello Chouf, la parte meridionale del Monte Libano – abbiamo incrociato un signore che trasportava due borse cariche di fichi sul dorso di un asino. Lui ci ha fatto cenno di avvicinarsi, senza parlare ha preso una manciata di fichi e ce li ha offerti, dicendoci poi di prenderne quanti volessimo. Noi, con i nostri schemi mentali, pensavamo volesse venderceli, invece era solo un gesto di cortesia gratuita, che ci ha fatto cominciare il trekking con un sorriso.  

Tra Qubayat e Teshaa – dalla parte opposta, nell'estremo nord – i coltivatori di mele hanno fatto lo stesso, invitandoci a raccoglierne quante volessimo direttamente dall'albero. Un signore simpatico, dalla pancia sporgente, il fiatone per la salita appena fatta ed il fucile a tracolla, ci ha invitato a prendere mele e noci, “questo è tutto vostro,” ha detto indicando gli alberi che crescevano sul suo terreno, ha rivolto lo stesso invito a due macchine che passavano lungo la strada, poi ci ha chiesto ripetutamente se volevamo cenare o dormire a casa sua. Poco prima, un pastore dagli occhi chiari e l’accento poco comprensibile aveva fatto lo stesso, invitandoci a dormire nella sua dimora tra i pascoli. La sera prima a Qubayat George – il proprietario di un bel campeggio con bungalow in pietra, il Jabalna Ecolodge – ci aveva invitato a cena con famiglia ed amici, con loro avevamo mangiato e bevuto in abbondanza: mutabbal, kebbe di carne cruda, tabbule e carne di maiale alla griglia, il tutto accompagnato da numerosi bicchieri di araq. Il giorno dopo a Teshaa, piccolo paesino sperduto tra le montagne dove siamo arrivati al tramonto dopo parecchie ore di camminata, le persone ci hanno accolto sorprese ma ospitali, più famiglie ci hanno invitato ad entrare a prendere un caffè, mentre i bambini del paese ci hanno riempito di domande, offrendosi di accompagnarci a vedere una sorgente poco distante. 






Tra le strade di montagna spesso abbiamo fatto l’autostop, per tornare al paese dove avevamo lasciato la macchina la mattina stessa. A caricarci più di una volta sono stati ragazzi siriani, che passavano con camioncini da lavoro o con macchine mezze scassate, e spesso allungavano il proprio tragitto pur di portarci dove dovevamo andare, felici di aiutarci. Sulla strada tra Afqa e Aqqoura si è fermata una macchina con a bordo un uomo e una donna, anch'essi siriani. Malgrado fossimo cinque, hanno insistito affinché salissimo tutti, una di noi si è trovata sulle gambe della donna seduta sul sedile davanti. La coppia, loquace e simpatica, ci ha accompagnato alla macchina e poi ci ha invitato ripetutamente a prendere un caffè nella loro casa. Abbiamo così conosciuto la loro famiglia ed ascoltato le loro storie, il caffè si è trasformato in una cena abbondante e deliziosa preparata in fretta per gli ospiti inattesi, abbiamo passato con loro diverse ore e li abbiamo salutati solo a notte inoltrata. 

Ogni volta che ci siamo incamminati tra le cime del Monte Libano, esso ci ha riservato qualche sorpresa. Lungo il Lebanon Mountain Trail ogni tappa nasconde infatti piccoli o grandi tesori, ogni camminata riserva un incontro. Sulle sue tracce si riscopre tutta la bellezza del Libano, e si riesce finalmente a capire perché i libanesi siano così innamorati della propria terra. 

Pochi giorni fa, passeggiando tra i meleti carichi di frutti, mi sono tornate alla mente le parole di un libro da poco iniziato in cui il protagonista, un uomo libanese in esilio volontario in Francia a causa della guerra civile, ricorda con nostalgia l’odore della propria infanzia, della propria terra. Una terra fertile ed ospitale, ricca di odori, colori e sapori da scoprire e storie da ascoltare, se si è disposti a mettersi lo zaino in spalla ed incominciare a camminare. 

“Durante la sua lunga permanenza in Francia [Karim] sognava le mele del Libano, il loro profumo si mischiava a quello del caffè, e lui inalava l’odore della sua infanzia. […] La fragranza delle mele si mischiava con il profumo dei chicchi di caffè nelle mani di suo padre il farmacista, che ordinava ai due figli di mangiare una mela alle cinque del pomeriggio, perché le mele del Libano sono meglio di una medicina. […] Là,  in quella lontana città francese, Karim provò per la prima volta il dolore di un profumo che scompare. Tentò di raccontare a Bernadette dell’odore delle mele e dei chicchi di caffè, ma si trovò incapace di descriverlo, come descrivere un profumo a una persona che non l’ha mai sentito, che non l'ha mai annusato?"
[Sinalcol, Elias Khoury]



venerdì 24 agosto 2018

Nairobi. Invisibili

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Quando parti dalla Comunità Papa Giovanni XXIII per andare a fare attività educativa di strada con i bambini non ti puoi immaginare cosa troverai al tuo arrivo.
I ragazzi che un tempo vivevano sulla strada e che ora sono accolti qui da Simone sono vestiti bene, puliti, parlano un buon inglese e sono molto affetuosi. Ti accompagnano in questa mattinata tenendoti per mano, abbracciandoti, chiedendoti di raccontare loro qualcosa sulla tua vita in Italia, facendoti da ciceroni tra le vie di un quartiere nel quale sembra meglio assicurarsi di non passare mai da soli.
Le loro risate e i giochi che accompagnano la buona mezz’ora di cammino si interrompono bruscamente quando in lontananza si inizia ad intravedere il campo da calcio: i sorrisi si spengono, le battute sciocche stonano e tu capisci che stai per entrare in un altro mondo, completamente diverso da quello in cui stavi vivendo fino ad un attimo fa, e che anche tu devi rallentare, guardarti intorno, respirare.
Il ragazzo che ti stava accompagnando si defila con lo sguardo basso e triste, e tu ti senti per un istante sola in mezzo ad un enorme campo da calcio fatto di terra battuta che rapidamente si sta popolando di persone di ogni tipo.
Senti saluti intorno a te, vedi mani che si stringono e abbracci.
Ti viene spontaneo cercare mani, presentarti, abbracciare.
E’ solo allora che ti accorgi di quelle bottigliette sporche e schiacciate che iniziano a creare il primo imbarazzo: dove la metto per salutarti? In bocca? In tasca?
Non ci fai caso, sorridi e ti presenti. Si cambia mano a volte per agevolare la cosa.
Poi ci si mette in cerchio, tutti insieme.
Noi volontari italiani (i bianchi), Simone, Ben, i ragazzi della Papa Giovanni e i bambini di strada.
Non è tanto il diverso colore della pelle che stona, quanto il diverso colore dei vestiti.
Candidi e puliti i nostri ( che già avevamo scelto dal nostro guardaroba quelli più malconci) e luridi e zozzi i loro, che anche con un sole cocente indossano uno sopra l’altro due paia di pantaloni e almeno un altro paio di magliette con tanto di giacca sopra.

Vestiti da lavare al Boma Rescue Center di Korogocho

Non perchè faccia freddo. Ma perchè quando vivi per strada non puoi permetterti di toglierti niente, perchè non hai un posto sicuro dove lasciarlo.

La formazione a cerchio richiede di utilizzare entrambe le mani per tenersi stretti l’uno all’altro. E la difficoltà iniziale riguardo al dove mettere la bottiglietta aumenta: i bambini, chi più e chi meno, sono tutti dipenenti da quella colla che esala dalla bottiglietta e non riescono proprio a separarsene nemmeno per pochi secondi.
Qualcuno risolve mettendola in bocca, qualcun’altro nello scollo della maglietta per averla sempre vicina alla bocca e al naso, pronta da sniffare.
Il bambino alla mia destra è invece alle prese con un pezzo di maglione lercio, impregnato di cherosene, che a intervalli regolari di pochi secondi deve respirare.
Stessa difficoltà della bottiglietta all’inizio, perchè sia io che Enrico gli tendiamo le mani, e per poterle stringere entrambe deve liberarle.
E’ il momento più difficile della mattinata: mettere da parte quel fagotto per qualche secondo o qualche minuto.
I ragazzi più grandi accelerano la procedura, prendendo a calci quelli che ancora non hanno messo via le sostanze. Fanno a pugni per un pò, poi tornano nel cerchio come se niente fosse.

La manica della giacca è un altro punto perfetto dove infilare colla e cherosene, perchè da lì è un attimo avvicinarla al viso.
Con la guida dell’educatore al centro, e a turno di qualcuno di noi “grandi”, facciamo riscaldamento generale prima della partita di calcio: salti, flessioni, giravolte, persino yoga!
Resto incredula nel vedere come questi bambini che continuano a sniffare riescano comunque a raggiungere performance soddisfacenti negli esercizi sulla coordinazione in movimento e sull’equilibrio.
Qualcuno proprio non ce la fa, e affronta ogni esercizio ridendo a crepapelle e divincolandosi a casaccio o arrovellandosi senza raccapezzarsi...ma qualcun’altro, soprattutto i più grandicelli, sembrano essere buoni atleti. Il mio cervello non riesce a capacitarsene.
Poi ripesca pian piano nozionilegate all’effetto dell’abuso delle droghe studiate all’Università.
L’assuefazione e il bisogno di aumentare sempre le dosi perchè le droghe possano avere l’effetto desiderato.
Li guardo, uno più fragile dell’altro, e non lo accetto: mi sembra tutto così ingiusto!
Com’è possibile che dei bambini così piccoli e indifesi siano già a questi livelli di dipendenza?

Poi scatta il meccanismo di difesa: il mio cervello decide di non vedere più la colla e il cherosene ma solo i bambini. Bambini (alcuni anche un pò cresciuti) con tanto bisogno di giocare e divertirsi, per i quali per questo paio d’ore siamo chiamati ad essere presenti al cento per cento.

E allora prima dell’inizio della partita di calcio io mi stacco dalle squadre in formazione per andare a raggiungere il gruppo di disegno.
Per la prima volta abbiamo portato qui foglie e pennarelli, ed è affascinate osservare da fuori i disegni che, liberamente, la loro creatività e immaginazione, mescolate alle loro storie di vita, stanno generando.
Ed ecco che sui fogli compaiono i primi tratti, prima indistinti e poi sempre più chiari.
C’è chi disegna un matatu in prospettiva perfetta, chi degli alberi, chi una casa e chi ancora un cane, fedele compagno che li protegge e scalda nelle notti fredde.
C’è chi rappresenta sè stesso come un omone grande e squadrato con una bottiglietta piena di colla stretta tra le mani e avvicinata al viso, chi cita il nome di una delle più diffuse gang giovanili di Nairobi, chi disegna un adulto e un bambino tristemente accompagnato dalla scritta “love is blind”...ma c’è anche chi, in mezzo a tutto questo, da vita ai sempre attuali e intramontabili Scooby-doo, Topolino, Spongebob.

Alcuni dei disegni dei bambini

Noi volontari oggi siamo davvero tanti, e mi accorgo che questo gruppo sta funzionando davvero molto bene. Faccio i complimenti ai bambini per le loro capacità artistiche e mi spingo un pò più in la, con il gruppo dei più piccini, dove altre volontarie stanno facendo animazone proponendo giochi e bans.
Mi aggrego a loro, cantando e ballando fino a che il sole, troppo forte per me, non mi costringe a ritirarmi all’ombra per prendermi una pausa.
Mi siedo a bordo campo, all’ombra di un piccolo edificio che sembra sia stato messo lì apposta per ristorarmi.

Da qui vedo tutto quello che succede attorno, e più di tutto mi colpisce l’atteggiamento dei ragazzini della Papa Giovanni XXIII, che si muovono lenti e spenti tra la folla attiva e brulicante di persone che giocano, cantano, ballano e chiacchierano.
Mi chiedo quali possano essere i loro pensieri venendo qui e rivivendo per qualche ora quella vita dura e maledetta che anche a loro è toccato sperimentare prima di trovare nella Comunità una nuova casa e famiglia accogliente e sicura in cui stare.
Li vedo spenti, quasi irriconoscibili rispetto al solito, guardarsi intorno come se non volessero più vedere quel mondo a cui fino a poco tempo fa anche loro appartenevano.
E’ nel mezzo di questi pensieri che mi si siede accanto S. che fino a poco tempo fa stava giocando con me nel gruppo dei piccoli, nonostante abbia almeno sedici anni.
Si mette a chiacchierare con me in un inglese perfetto che gli invidio e mi chiede tante cose su di me, sulla mia vita, sui miei progetti.
E’ una chiacchierata bella, sincera, lucida. Di quelle che non ti aspetteresti proprio con ragazzini sotto l’effetto di colla, con i quali la maggior parte dei discorsi sfiorano i limiti dell’assurdo, saltano di palo in frasca e faticano a trovare una conclusione logica.

Assisto ad una discussione tra alcuni bambini. Non capisco nulla di cosa stia succedendo, ma tra uno spintone, qualche calcio e sberla, uno di loro afferra un masso grande quanto due o tre mattoni, e minaccia di lanciarlo contro al suo avversario. Mi chiedo se le loro condizioni gli permettano di avere una percezione reale del rischio e soprattutto se riuscirebbero a controllarsi e a fermarsi prima di scagliarlo davvero.
Faccio un respiro profondo, mi alzo e con indifferenza glielo sfilo gentilmente dalle mani. Lui non oppone resistenza e continua concentrato a litigare. Ma a mani nude. E questo già mi pare un successo.
I cani sono sempre li che si aggirano intorno. Annusano, ringhiano, si avvicinano girandogli attorno quasi per calmarli.
I bambini li spostano, li spingono e li trascinano a sè, ci si siedono sopra a cavalcioni e li incitano a muoversi...insomma, gliene combinano di tutti i colori. Ma loro niente, sempre docili e tranquilli, intenti più a proteggere loro che sè stessi.

Un bimbo che avrà si e no quattro anni inizia a girarmi attorno.
Si avvicina, mi scruta, ma appena lo guardo scappa via.
Poi torna di nuovo, gli tendo la mano, e la scena si ripete almeno una decina di volte.
S. se la ride, e discutiamo così della paura dell’uomo bianco, così simile a quella che in Italia i bambini hanno dell’ “uomo nero”, una delle minacce preferite dagli ignari genitori, che senza volerlo iniziano a gettare nei cuori semi di una non innata paura del diverso.
Ride S. mentre gliene parlo.
Ma io, che ho bene in mente quello che nel frattempo sta succedendo nella “mia” Italia, non riesco proprio a fargli compagnia nemmeno con un sorriso.
Chiacchieriamo fitto fitto ancora per un pò, e nel frattempo il piccolino si avvicina passo passo.

Un altro bimbo, più o meno della sua età, mi sorride e mi si avvicina di più. Non scappa, lo invito a sedersi accanto a me. Giochiamo un pò con le nostre mani e ridiamo.
Lo stringo forte e lo annuso. Ha appiccicato addosso quell’odore di strada che riempiva la stanza del dormitorio a Como durante “l’Emergenza Freddo”, quando da volontaria restavo all’accoglienza a fare quattro chiacchere di fronte ad un thè caldo con chi nel resto della giornata non aveva avuto un posto dove stare. Erano sempre belle serate, ricche di giochi, musica, incontri e strorie incredibili, che avrei continuato volentieri ad ascoltare per tutta la notte.
Mi impressiona pensare che bambini così piccoli possano riuscire a sopravvivere alla dura e spietata vita di strada, fatta di freddo e di fame, competizione continua, abusi e sofferenze.
Vita di strada che è soprattutto assenza di quello che nelle lezioni di circo sociale ci avevano sempre raccomandato di aver cura di ricreare: uno spazio “sicuro e divertente”.
Resilienza. Qui la si può quasi toccare con mano.
Accarezzo e bacio la sua pelle sporca, anche per fare qualche pernacchia sul suo braccino.

I suoi vestiti pieni di terra rossa sporcano i miei e mi sembra di tornare a quando, in Madagascar, camminavo su per la collina rientrando a casa dopo un pomeriggio trascorso a giocare con i bimbi del Rambon-Danitra, e mi sembrava che tutti guardassero con stupore i miei vestiti sempre zozzi e un pò logori.

E mi ritorna in mente anche quel giorno in cui, sotto la pioggia, prestai la mia giacca al piccolo T. e poi indossandola sentivo di avere ancora addosso il suo profumo di bambino un pò selvaggio.
Quanta tenerezza in quei ricordi!

Intanto Simone mi chiama: per noi volontari è ora di salutare tutti e di andare via per raggiungere a piedi il posto in cui i bambini vivono...o meglio si rifugiano la notte.
Loro nel frattempo andranno con l’educatore a mangiare: a ciascuno di loro, al termine dell’attività, viene offerto un pranzo completo in uno dei piccoli “ristorantini” delle baracche del Ghiturai 45. Cinquanta scellini (meno di 50 centesimi) per chapati, riso, fagioli o cavoli, avocado e the caldo. Un lusso che molti di loro non possono permettersi mai, e al quale sopperiscono sniffando colla o cherosene (ben più economici) per non sentire i morsi della fame.

Saluto i miei nuovi piccoli amici, e quasi mi dispiace doverli lasciare e andarmene via senza di loro.
Cerco di immaginare, lungo la strada, come sarà fatto il posto in cui vivono.
Immagino un giaciglio nascosto, a bordo strada, magari riparato da delle lamiere, pieno di materassi disfatti e coperte di lana sporche.
Invece, arrivati ad una rotonda, Simone dice “eccoci arrivati, è qui che dormono”.
Mi guardo intorno con aria interrogativa...cosa mi sono persa? Forse ho capito male e ci siamo già passati. Essendo l’ultima della fila non mi sarò accorta.
Alzo lo sguardo e non voglio credere a quello che vedo. Gli occhi si sgranano e poi istintivamente si ritraggono. Non capisco se sia per l’incredulità o per rispetto, per non rischiare di posare lo sguardo troppo a lungo su quel luogo disperato.
E’ una rotonda enorme, uno spazio aperto e indifeso, di passaggio, al centro di un enorme incrocio sotto gli occhi di tutti, tutto il giorno e tutta la notte. Ma che nessuno vive davvero, a parte loro. Che restano invisibili.
Un “non-luogo” direbbe qualche antropologo moderno.
Le lacrime iniziano a spingere quando Simone ci invita ad alzare ulteriormente lo sguardo per scorgere, sopra alle nostre teste, i loro giacigli. Sono veri e propri tuguri, più simili a delle tane o a delle tombe che a dei letti. Piccoli spazi stretti e lunghi con le pareti di cemento, fessure tra una trave e l’altra di questo enorme cavalcavia, sospese a più di dieci metri d’altezza e raggiungibili solo arrampicandosi ai piloni con l’aiuto di una corda ormai sdrucita. Il vuoto sotto, l’autostrada a fare da tetto. Tra le due uno spazio concavo in cui infilarsi e sdraiarsi (troppo basso anche solo per starci seduti) da cui si vedono spuntare catini e coperte.

Passo in rassegna nella mia testa quel che so sulla Dichiarazione Universale dei diritti del Fanciullo, e quello che proprio continua a tormentarmi è il diritto di vivere in modo “sicuro”: garanzia di cure mediche e protezioni sociali, cibo, casa, divertimento. Ma cosa c’è di sicuro qui? Non sono forse anche loro bambini? Perchè ci sono bambini di serie A, fortunati e coccolati, che io da educatrice in Italia addirittura ho il divieto di far correre nel prato a piedi scalzi per non rischiare che si facciano male, e altri di serie B ai quali questi diritti non spettano nemmeno nelle forme più elementari, anche solo per garantirne la dignità di esseri umani, per non farli regredire a bestie, per far si che non vivano guidati sempre solo dalla crudeltà dell’istinto di sopravvivenza?

Rivedo le storie e le vite dei bambini che ho incontrato nella mia breve esperienza di educatrice in questi sei anni dalla mia laurea. Storie di incuria, abbandoni, maltrattamenti, abusi, rifiuti. Storie di dolore e sofferenza, a cui ogni volta mi dicevo “peggio di così non si può stare”. E mi arrabbiavo con il destino che a volte sembrava essersi accanito su piccole vite indifese.
Ma ora? Dov’è, se c’è, un limite al peggio? Qual’è la soglia di dolore e di sofferenza che la vita può infliggere e a cui si può riuscire a resitere?
Non è solo un’infanzia, ma anche un’umanità schiacchiata, calpestata, ignorata.
Che pur essendo lì, nel mezzo di una immensa rotonda cittadina, riesce a restare incredibilmente invisibile.

INVISIBILE. E’ questo che fa più male.

Mi sento colpevole per tutte le volte in cui sono di certo passata per rotonde e cavalcavia come questi e non ho visto nulla. Come è possibile? Forse non ho voluto vedere?
Il groppo in gola aumenta ancora quando Simone si avvicina ad un materasso sbattuto a terra sul quale, tremante sotto ad una coperta, spunta la testa di un ragazzino di una decina di anni.
E’ stato circonciso da poco, e dovrebbe stare in ospedale per evitare le infezioni, che in queste condizioni igieniche pessime sono all’ordine del giorno. La cosa più logica da fare sarebbe chiamare un’ambulanza o portarlo in ospedale e farlo ricoverare. Ma non si può: ne va del suo onore. E’ un rito di iniziazione all’età adulta a cui tutti i bambini devono sottoporsi per essere accettati. E non sarebbe giusto intervenire. Perchè dopo l’ospedale lui dovrebbe ritornare in strada, e senza la sua dignità e il suo orgoglio la vita per lui sarebbe ancora più dura.

Mi sento piccola e impotente.
Dovrei rispondere alle tante domande che i ragazzi del campo estivo di cui sono coordinatrice mi continuano a fare ininterrottamente.
E invece mi spengo. Voglio solo un pò di silezio. Chiedo loro un attimo di tregua: ne ho proprio bisogno.
Cammino lasciando andare avanti tutti quanti per poter restare finalmente un pò da sola con i miei pensieri e le mie domande, con la mia rabbia che non so placare, con le risposte concrete che sento di dover dare.
____    ____    ____    ____    ____

Mi aiuterà Padre Maurizio, missionario comboniano che lavora in Kenya poco distante da noi e che ci regalerà un momento di riflessione al termine di una visita di alcuni centri per ragazzi di strada a Korogocho, ad interrogarmi davvero sulla mia responsabilità personale, sulla mia scala di valori, sulle mie scelte di vita.

“ Dobbiamo continuare a scandalizzarci! Non dobbiamo mai abituarci alle ingiustizie!
Dobbiamo decidere che persone vogliamo essere, che valori portare avanti...ad ogni costo!
Donando noi stessi, quello che siamo.
Vivendo una vita che valga la pena di essere vissuta. (...)
Non dobbiamo avere paura di rischiare!
Abbiamo troppa paura di perdere le nostre sicurezze
ma la domanda che dobbiamo farci è: ne vale la pena?”

  
Ora che ho visto con i miei occhi non posso più fingere di non sapere.
Sento di avere un mandato, una responsabilità personale a cui non posso e non voglio venire meno.
Ora che sono stata testimone ho il dovere di raccontare, di denunciare, di scegliere da che parte stare, di agire.
Soprattutto ho il dovere di scegliere quali siano i valori che voglio difendere e in quale misura io sia disposta a spendere la mia vita per essi, anche rinunciando alle mie sicurezze e ai miei sogni certa che, come ci ha testimoniato Padre Maurizio

“ Donare la vita agli altri non significa che te ne portino via un pò, ma che la si può condividere”
 ... moltiplicando la gioia!




Alice Viganò

giovedì 23 agosto 2018

Nairobi. L'arte di dare abbracci

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Il mio cantiere è fatto di incontri.
Quelli che ogni sera condividevamo ad alta voce intorno al tavolo di casa.
Sono tanti, troppi incontri, per poterli condividere tutti in un unico post, soprattutto quando si cerca di dare a ognuno il giusto peso. Ogni ragazzo di Cafasso, ogni persona di Kahawa e ogni detenuto della YCTC mi ha dato qualcosa che cercherò di conservare per il futuro.
Ho scelto perciò di raccontare di due incontri simbolici con due ragazzi che, in modo diametralmente opposto, sono entrati prepotentemente nei miei ricordi.

Kenya. Nairobi County. Kamiti Prison. YCTC.
Ho conosciuto I. il primo giorno in cui siamo entrati allo Youth Correctional Training Centre di Nairobi, il carcere minorile maschile dove due volte a settimana Giacomo e Alice svolgono il loro servizio. Quando lo vedo per la prima volta, I. mi fa quasi paura. Ha sedici, massimo diciassette anni, e mi si avvicina con lo sguardo furbo. Cerca subito il contatto fisico mentre io mi ritraggo: non sono ancora pronta per lasciarlo entrare nel mio spazio personale. Indossa dei jeans lisi e una canottiera bianca, simbolo del fatto che è ancora in attesa di giudizio, altrimenti avrebbe addosso una divisa. Ai piedi ha delle orribili ciabatte di plastica con solo il pollice coperto. Ciabatte che vedo ovunque ai piedi di chiunque.
Lo saluto con un sorriso e gli dico Habari?, cioè “Come stai?”, e poi mi scanso, mettendomi in un angolo del campo da calcio in attesa che inizi la partita. Vorrei essere più gentile e più espansiva, ma entrare in un carcere minorile maschile con più di cinquanta ragazzi è uscire decisamente dalla mia comfort zone.
I ragazzi che mi guardano incuriositi sono adolescenti, ma il loro sguardo, come lo sguardo di I., è quello di uomini già fatti e finiti. Provo a parlare con due o tre ragazzi in divisa blu e che fanno parte della mia squadra, ma uno mi chiama muzungu (bianca), fa un commento sul mio corpo e m’innervosisco. Non dovrei prendermela, è umano e siamo tra le prime ragazze – bianche – con cui questi ragazzi entrano in contatto; eppure non riesco a sentirmi a mio agio.
Scelgo di giocare a calcio perché so che per me è il modo più facile per interagire con un branco di adolescenti puzzolenti con gli ormoni su di giri. Io e I. siamo in squadre diverse. Io ho la maglietta, lui no. Io sono libera, lui è ancora in attesa di giudizio. Lui sorride, io sono nervosa. Mi sorride ancora e mi incoraggia con il pollice in su. Sorrido anch’io e cerco di non pensare alla paura, ma solo alla voglia di esserci e di non fare schifo a calcio. Il secondo proposito non è semplice. Mentre giochiamo, capita più volte che I. e io ci tiriamo delle spallate. Nessuno dei due ha dei piedi fini, ma entrambi non abbiamo paura del contatto. Probabilmente ho ancora il segno di una delle volte in cui mi ha tirato una gomitata per rubarmi la palla.
Finita la partita ci sediamo sul prato. Non ho più paura di lui dopo quelle spallate. Mi chiede se in Italia ci sono le zebre e se il sistema carcerario italiano è simile a quello keniano. Non so cosa rispondere all’ultima domanda, quindi ripiego sulla gastronomia. Mi chiede dei miei sogni e quanto costano le mie scarpe. Thirty euros?!, esclama basito. Per lui sono una somma di denaro con cui rifarsi tutto il guardaroba.
Sul prato abbiamo iniziato a conoscerci e a parlare. Sempre a distanza, io seduta da una parte e lui di fronte. Non ha mai più provato ad abbracciarmi e per questo riusciamo a chiacchierare di tutto. Glisso sempre sulle domande troppo personali, evito di chiedergli del suo passato, ma lui si apre e mi racconta tante cose, soprattutto di sua mamma. Chissà se tutto quello che mi ha raccontato sia vero. In quel momento per me è la verità e mi basta.
Alla fine del primo giorno lo saluto con una fraterna stretta di mano.
Lunedì 13. Non dimenticherò gli occhi lucidi e impazienti di I. quando viene chiamato da una guardia. Mi guarda e mi dice che deve andare dal giudice. Abbraccia Alice e mi saluta con la mano. Mi viene un groppo in gola e mi chiedo come facciano i servizio-civilisti a trattenere le lacrime ogni volta. Potrei non vedere più I. e parlare con lui di religione e chapati. Oppure potrei vederlo con la divisa blu, e quindi sapere che è stato processato per un crimine che effettivamente ha commesso. Non so cosa augurarmi, ma soprattutto non so cosa augurare a lui. Il carcere non si dovrebbe mai augurare a nessuno, ma penso che quattro mesi alla YCTC potranno forse portarlo a Cafasso e a  rimettersi in sesto. Non lo conosco abbastanza bene, ma mi piace pensare che si meriti anche lui una seconda possibilità. A Cafasso d’altronde si dice che there is no saint without a past nor a sinner without a future.



Mi è bastato quel primo giorno per affezionarmi a lui e per riconoscere il suo volto in mezzo a quelli dei tanti altri ragazzi che aspettano di sapere se indosseranno la divisa blu o se verranno rispediti nei loro fatiscenti quartieri in cui è difficile essere santi. Vederlo partire per l’ignoto ha sollevato in me più interrogativi che risposte e ho maturato sentimenti agrodolci, misti a un pizzico di saudade. Auguro a I. che la vita sia un po’ più buona con lui, a prescindere dalla sentenza, mentre un altro ragazzo mi riporta alla realtà del prato dentro la YCTC.
Ripensando a quella prima impressione, non avrei mai pensato che sarebbe stata questione di un attimo riconoscere il volto sorridente di I. tra le divise blu il giovedì dopo e che sarei andata io, per prima, ad abbracciarlo.

Kenya. Nairobi County. Kamiti Prison. St Joseph Cafasso Consolation House.
K. è un ragazzone ben piazzato, alto (ma questo vuol dire ben poco visto quanto sono bassa) e con uno sguardo vispo. Ha un senso dell’umorismo e un mondo dentro più grandi di quanto intuisco dai suoi lunghi silenzi. Con K. ho parlato per la prima volta dopo due settimane di cantiere e mi pento di non aver passato più tempo con lui.
Si è aperto con me lentamente, ma mi piace pensare che l’abbia fatto proprio perché volesse e non fosse costretto. Lui e N., piccolino nei suoi sedici anni, sono simili in questo. A inizio cantiere stavano appena sulla porta quando noi arrivavamo, troppo timidi o troppo orgogliosi per sedersi vicino a noi. Scappavano via subito per svolgere i loro duties: K. con le mie amate mucche e N. in cucina. 
Siamo diventati amici giocando in silenzio a carte, pronunciando in swahili a mezza voce i quattro semi. Sia ringraziata mia nonna che mi ha messo in mano un mazzo di carte prima ancora che imparassi a leggere!



K. fa braccialetti e sembra mio cugino, eccetto che per il colore della pelle. È un diciottenne fondamentalmente buono (goodness è la parola che gli ho scritto sul braccio l’ultimo giorno) e meno “paperottolo” di quello che vorrei ammettere. Se esiste una cosa su cui continuo ad arrovellarmi, è come sia possibile che un ragazzo come lui possa essere andato in carcere. Come lui, ma anche come N., NJ., M. e tutti gli altri ragazzi di Cafasso. K. con la divisa blu mi sembra stonare più del crème caramel con i cetriolini. Come può essere stato possibile?
K. sta quasi sempre in silenzio, ma, quando non è presente, la sua assenza entra nella sala comune e la fa da padrona. K., il nostro italiano onorario, mi manca anche ora nel silenzio della mia camera perché questo silenzio non è paragonabile a quello che condividevamo mentre spannocchiavamo al sole di mezzogiorno.
K. sono certa che trarrà giovamento da Cafasso e che avrà una seconda possibilità coi fiocchi. Se la merita davvero. Sebbene io non conosca il suo passato e non conoscerò il suo futuro, so che è proprio un bravo ragazzone di campagna che merita il meglio della vita. Da lui ho imparato lezioni per la vita che vanno al di là di mungere le mucche e fare braccialetti di perline un po’ pacchiani. Mi ha insegnato ad avvicinarmi a qualcuno senza bisogno di parole e a stare in ascolto nel silenzio, anche se io sono logorroica.
Non dimenticherò il tuo abbraccio, l’ultimo giorno, quando mi hai detto di tua spontanea volontà I will miss you. Quattro parole e un abbraccio che avranno per sempre un posto nei miei ricordi.
Asante sana, uomo pelato. 



Silvia Brambilla

domenica 17 giugno 2018

All' "equipaggio" in partenza

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Cari cantieristi che vi state preparando alla partenza...come vi sentite?


Io sono in fermento, emozionata per il vostro arrivo e curiosa, impaziente di scoprire e vivere le tante cose belle che potremo realizzare tutti insieme, con l’aiuto del vostro entusiasmo e della vostra energia contagiosa.

Non vedo l’ora di portarvi a Cafasso e di presentarvi i ragazzi ( quei meravigliosi disgraziati che mi fanno ridere a crepapelle e disperare) che spesso per un motivo o per un altro mi chiedono di voi. Alcuni stanno contando i giorni delle vacanze estive delle loro scuole per essere certi di potervi incontrare almeno per un breve periodo: ci tengono davvero tanto!

Non vedo l’ora di varcare insieme il cancello della YCTC, dove la noia e la monotonia spesso fanno da padrone nelle giornate lunghe e ripetitive dei ragazzi. Non solo quelle dei “blu boys”, ma anche e soprattutto di chi sta nella Remand Home in attesa di giudizio, a volte da pochi mesi e altre da anni.
Sono certa che la luce e la gioia che porteremo entrando tutti insieme sarà una ventata di aria fresca che farà ritrovare il sorriso a molti!

Anche le ragazze di Kamae vi aspettano con impazienza, davvero non vedono l’ora del vostro arrivo! Si ricordano bene i ragazzi e le ragazze del campo estivo dello scorso anno e immaginano già di abbracciare anche voi, giocare con voi, scambiare qualche parola nell'italiano sgangherato che hanno imparato, di ballare e divertirsi insieme a voi.

Qualcuno di loro aprirà anche un pò il proprio cuore, raccontandovi e condividendo frammenti di storie più o meno vere riguardo al proprio passato o sogni e speranze per il proprio futuro.
Non siatene avidi.
Prendete quelle piccole briciole di sè che vi doneranno e fatene tesoro con rispetto.
Condividete anche voi qualcosa, se potete, perchè l’incontro è più bello quando diventa scambio.

Entrate in punta di piedi nella vita delle persone: con delicatezza, piano piano, pulendovi le scarpe per scollare via tutti i pregiudizi e le domande inopportune e invadenti prima di iniziare a parlare.
Ascoltate. Ascoltate anche le parole che non capite. Vedrete che presto con ciascuno creerete un linguaggio tutto vostro che sarà stupendo e magico veder crescere con la relazione.
Ciascuno è un mondo a sè, rispettatelo e con pazienza stategli accanto, senza cercare di incasellare in categorie per semplificare la realtà nuova che vi circonda. Il bello è proprio la differenza!

Tutti i ragazzi nutrono dentro di sè il desiderio di crescere, di riscattarsi, di migliorare il proprio futuro.
Alcuni di loro vorrebbero farlo nel modo più semplice e veloce tristemente conosciuto in Kenya: sistemandosi con una ragazza bianca. Ricordatevi che il razzismo purtroppo funziona anche al contrario e che per molti di loro “bianco” è sinonimo di “superiore”, “ricco”, “facile”.
Molte persone guarderanno a noi con questo sguardo. Siate pronti e pronte a smentirlo, non dategli occasione di pensarlo.
Siate portatori di un comportamento rispettoso verso voi stessi e verso gli altri, ricordandovi sempre che non siete qui per la vacanza o l’avventura estiva ma a nome di Caritas.
Tutti vi guarderanno, vi osserveranno, vi scruteranno e, se saremo fortunati, impareranno che c’è un modo diverso e ancora più bello di stare insieme, di condividere e di divertirsi, e che arricchirà noi e loro, che non è legato ad interessi economici o a favori sessuali, ma che è fatto di amore vero e gratuito, di gioia piena, di scambio di esperienze, di crescita continua.

Ricordate che ogni persona è un vaso di cristallo, delicato e fragile, con il proprio passato (spesso privo di comfort e tranquillità, segnato da traumi, fatiche e abbandoni) e il proprio futuro pieno di sogni, paure e incertezze proprio come noi.

Noi saremo per loro il presente, e loro lo saranno per noi. Viviamolo a pieno e rendiamolo il più bello possibile, focalizzandoci su ciò che ci unisce e non su ciò che ci divide.

Imparate. Assorbite e meravigliatevi di ogni piccola cosa che nel nostro mondo “civilizzato” non c’è o non c’è più. Riscoprite la bellezza della semplicità, il valore del tempo senza orologi, il rispetto dei ritmi della natura.
Scoprirete un popolo lento e paziente, dinamico e creativo, curioso e chiacchierone....a volte anche un pò troppo!

Fate piccoli passi, non buttatevi a capofitto. Entrate e immergetevi in questa nuova realtà piano piano, come quando ci si addentra nel mare dove l'acqua è alta e non si è certi di riuscire a stare a galla e nuotare.  Controllate man mano la profondità e le correnti, chiedete aiuto e supporto ai compagni di viaggio. Noi coordinatori a volte vi lasceremo nuotare da soli, ma senza mai perdervi d’occhio, sempre pronti a lanciarvi una corda a cui aggrapparvi o a tuffarci per darvi sostegno.

Sono certa che sarà un’avventura bellissima e non vedo l’ora di iniziarla insieme a voi!

Preparatevi....ma non troppo: il bello sarà anche lasciarsi sorprendere dagli imprevisti e dall'inaspettato che qui, credetemi, è all'ordine del giorno.

Kahawa West - Nairobi


Vi abbraccio e vi aspetto,

TUKOPAMOJA !

Alice

domenica 20 maggio 2018

Vita in Bolivia: un ballo a passo lento.

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Vita in Bolivia: un ballo a passo lento.



È un giorno come un altro a Cochabamba: siamo a dicembre, fa caldo, in ufficio tutto procede come al solito e come sempre ci sforziamo di comprendere un po’ di più la lingua, il lavoro, la maniera migliore di rapportarci.
Solo una cosa è differente: il giorno dopo abbiamo il nostro primo incontro con i responsabili dei gruppi di Caritas Parroquiales.



FANTASTICO!!!

L’inizio qui è stato lento, un po’ difficile: per il primo mese siamo rimaste quasi sempre chiuse in ufficio, ma finalmente ci siamo! 

Sono molto contenta: gli ingredienti fondamentali che per me dovrebbero accompagnarmi sempre nel mio lavoro (come ora nel progetto di servizio civile) sono l’incontro con le persone, la creazione di relazioni, la scoperta dell’altro.
Ed ecco che ci presenteremo per la prima volta dall’inizio del nostro servizio ai gruppi Caritas.


La nostra responsabile però ci mette un po’ di ansia: “E' il vostro “debutto”, mi raccomando, non potete fare una presentazione scontata, troppo lunga, troppo breve, di una qualità inferiore a quella degli altri volontari prima di voi. Dovete colpire, conquistare da subito la fiducia della gente, se no poi non riuscirete più a lavorarci ...” e così via.


AAAARGH!!!

E io che semplicemente ero entusiasta di incontrare le persone con cui avremmo lavorato!!!

Nonostante ciò non ci perdiamo d’animo, e con l’aiuto di alcuni compagni SCE (SCE è il nostro nome in codice: Servizio Civilista all’Estero) dall’altra parte del mondo pensiamo a un’attività per presentarci.

Occorrente: cartelloni, pennarelli, pastelli e nastro adesivo.












Benissimo. Mentre Marianna sistema slide e musiche, io vado in missione in cartoleria a prendere ciò che ci serve.

“Torno tra 10 minuti”, dico.

Sono ancora inesperta: non ho ancora capito che pensare di poter prevedere quanto tempo ci metterai per qualsiasi cosa è una presunzione che porta solo danni.

Vado nella cartoleria di fronte al nostro ufficio: ci conoscono e abbiamo un conto aperto. Entro, saluto e comincio a domandare quello che mi serve. 


Non appena intuiscono che ho bisogno di più di un articolo, mi fermano e mi dicono di aspettare. Stanno scaricando del materiale e non possono ricevere gente che chiede qualcosa al di là di una penna.

Dopo un po’ mi offrono una sedia... e capisco che non sarà una faccenda rapida.


L’incaricato della consegna a un certo punto mi mette una mano sulla spalla e mi chiede “Di dove sei?”. “Sono italiana, sto facendo un anno di volontariato qui a Cochabamba”. “Ah!!! E di dove in Italia?” “Vicino a Milano”. 


Non l’avessi mai detto. Il signore aveva fatto giusto l’anno prima un viaggio in Italia: era passato da Milano, Bergamo, persino Monza, la mia città, e naturalmente aveva con sé tuuutte le foto. Comincia a farmele vedere, a commentarle, a chiedermi qual è il piatto più buono della cucina italiana etc.

Mi domanda di me, della mia famiglia ... e intanto il tempo passa. 


Quando anche gli ultimi toner e batterie sono stati scaricati, provo ad avvicinarmi al bancone, un po’ imbarazzata. Non voglio offendere il signore, ma allo stesso tempo non so più cosa dire! Continuo a sorridere, ma penso anche al lavoro che dobbiamo finire.

Neanche a farlo apposta, la proprietaria della cartoleria era stata in Europa proprio l’anno prima, e sentendo i nostri discorsi tira fuori naturalmente anche lei le sue foto: ha viaggiato in Francia, in Spagna, in Italia ... e persino in Egitto! E allora scatta una lunga chiacchierata sull’Egitto: com’è diverso, che clima fa, come sono le piramidi ...

Intanto io immagino la notte che ci aspetta, tra cartelloni e cartoncini. E sì, perchè nel frattempo è passata piú di un’ora!!!

 Dopo un po’ saluto il simpatico signore dei toner, parlo ancora un po’ con la signora della cartoleria e alla fine riesco a chiedere dei pennarelli, dei pastelli e del nastro adesivo.






Bene.
Fatto.
Torno in ufficio.

Marianna mi accoglie dicendomi “Ma Chiara, dove sei stata? Ero preoccupata! Dovevi tornare in 10 minuti e sono passate 2 ore!!!”.

Lo so. Ma che ci vuoi fare. Puoi continuare a cercare di calcolare tutto, incespicando e innervosendoti, o cambiare musica e abbandonarti a un passo di danza tutto diverso


Lento, con salti e cambi improvvisi. Un’altra musica. Ma che si può sempre imparare a ballare.