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domenica 9 settembre 2018

Nairobi: to sit where people sit

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Una volta a Nairobi, 
conversando con un missionario che lavora in Sudan, 
padre Haumann, gli ho chiesto: 
"Cosa significa per te missione?", 
e lui mi ha risposto in inglese:
"Mission is to sit where people sit and let God happen!",
cioè 
"Missione è sedersi dove la gente siede e lasciare che Dio avvenga!"

Alex Zanotelli, Korogocho. Alla scuola dei poveri, Feltrinelli, 2013



Enrico

venerdì 7 settembre 2018

Nairobi, Korogocho. Uno spiraglio di luce

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Sono tornata da una settimana, dopo giorni in cui mi sentivo bloccata, disorientata e fuori posto oggi ho dovuto riprendere contatto con la realtà, ho un esame a breve e sono andata in biblioteca a Saronno. Salgo le scale che portano alle aule e vedendo la sala piena di ragazzi assorti nello studio, resto ferma sulla porta e mi viene il magone. La mia mente è volata a Nairobi, catapultata nella biblioteca costruita all'interno di Korogocho e gli occhi diventano inevitabilmente lucidi.

Korogocho è una delle baraccopoli più grosse della periferia di Nairobi, caratterizzata da una selva di lamiere e fango, per la maggior parte priva di servizi essenziali come acqua ed energia elettrica, senza sicurezza, senza diritti.
 I miei piedi non calpestavano il terreno, ma la sporcizia. Stupidamente mi sembrava di vedere le montagne. E invece no. Montagne lo erano, ma di rifiuti. Non riuscivo a respirare. L'odore penetrante dell'immondizia e in particolare della plastica che bruciava mi impediva anche di pensare. Il pensiero che quei rifiuti fossero l'unica fonte di sostentamento per gli abitanti di Korogocho, mi impedisce ora di respirare.
Tutti setacciano i rifiuti. Stordita da quell'odore mi guardavo intorno e faticavo a guardare negli occhi quei bambini.

Non penso di essermi mai sentita così piccola, impotente, inutile. 

Alcuni cercavano tra i rifiuti cibo, altri leccano sassi e altri ancora tengono in mano una bottiglietta contente colla. Si drogano per non sentire la fame. Per non sentire più niente.

“E io cosa sono venuta a fare in Africa? Come si può fermare tutto questo? Dio dove sei?” continuavo a pensare. 
In questo inferno quella biblioteca era uno spiraglio di luce.
Uno scorcio di bellezza. 
Un miracolo. 
Un seme di speranza. 
Un inno alla vita.  

Anche lo slogan che accompagna questo progetto, “Nuru ya Korogocho” ovvero “Luce di Korogocho”, ne sottolinea la funzione.
Padre Maurizio, che da anni vive Korogocho mi dice : “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”. Ed è così.
 Da quella biblioteca nasce futuro. Nasce educazione. Nasce speranza.
Commossa guardavo decine e decine di ragazzi e bambini leggere, studiare, disegnare, ognuno intento a costruirsi un futuro. Futuro che la realtà di Korogocho non vuole dare a nessuno di loro. Eppure loro sono lì e ci stanno provando.
Pazzesco.

Ovviamente mi sento sempre molto stupida, sono sempre angosciata dal vuoto che annebbia il mio futuro qui in italia e vedere tutto ciò non può che spronarmi ad aprire gli occhi e a cercare di mettercela tutta per costruire qualcosa di bello, proprio come stavano facendo i ragazzi di Nairobi.
Sì i ragazzi di Nairobi, sono serviti più loro a me che io a loro.

Giulia V.


Nairobi.“...Sensazioni ed emozioni che...”

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Sono già passate due settimane da quando siamo tornati dall’Africa, da Nairobi per la precisione. Anzi,  direi da Khawa west, li dove Giacomo e Alice ci hanno ospitato per tre bellissime settimane, che purtroppo sono volate e già finite.
Faccio fatica a metabolizzare quante cose ho visto e ho vissuto, quante persone ho conosciuto e lasciato, quanti racconti e storie di vita straordinarie ho ascoltato, come quelle di padre Maurizio o quelle di Simone, che hanno deciso di dedicare la propria vita agli Altri. Ma anche storie difficili da comprendere ed accettare, così lontane all’inizio ma invece poi sempre più vicine. Non so come, forse non l ho ancora capito, ma so per certo che ti rimangono dentro, ben impresse nel cuore e nella testa, parola per parola.
Non è il primo cantiere per me (è già il terzo per la verità) ma ogni volta che torno è sempre traumatico, mi ritrovo con più domande che risposte e, in particolare quest’anno, ho avuto modo di mettermi tanto in discussione. La domanda cardine con la quale torno è: che persona voglio essere? Quali principi voglio che siano alla base della mia quotidianità? be...domande facili a cui rispondere insomma...ma il Cantiere è anche questo.
E alla domanda: “quindi quest’anno come è andata?”
Ovviamente l’unica risposta che ti viene spontanea è: “bene, anzi benissimo” e poi?!…Cosa dire, come poter raccontare a tutti quello che nella tua testa, nei tuoi occhi, nel tuo naso, nelle tue mani ma soprattutto nel tuo cuore rigira in loop dalla mattina alla sera?? forse è proprio per questo che fino ad ora non ho ancora scritto niente.
Sensazioni, solo sensazioni ed emozioni che ti fanno rigirare lo stomaco.
Visi ben impressi nella mente, odori ancora presenti sui vestiti, sui braccialetti ma soprattutto sulla pelle; odori buoni o cattivi che siano...dal mercato, alla discarica, dalle persone, alla frutta, dalla colla al cherosene fino all’odore inconfondibile della terra rossiccia, che quando piove diventa fango nel quale è inevitabile affondare le scarpe; o meglio, di sicuro tu, con lo scarponcino da montagna, se ci metti dentro il piede ti sporchi fino alla caviglia, ma le donne con le ballerine..e no, loro no...come delle fatine camminano leggiadre senza neanche una macchia sulle scarpe.
Resta per me ancora qualcosa di inspiegabile.
Tra tutte le incertezze con cui sono tornata, ho sempre e solo due certezze che rimangono fisse nella mia vita, come lo è sempre stata fino ad ora: LA MUSICA E LA DANZA.
Può cambiare la cultura, il tipo di musica che si ascolta, il tipo di movimento del corpo, per qualcuno più sciolto mentre per qualcun altro più scattoso, ma sono sicura che il corpo non mente; non mente nel primo approccio, nel primo contatto con l’ altro, nel creare dinamiche di gruppo gioiose ed armoniose. Mai come quest’anno, la danza e la musica, sono state alla base delle nostre giornate e serate con i ragazzi. Sono dei piccoli gridi di speranza e di sfogo fondamentali nella vita di ciascuno di noi.



Da ballerina che sono non ho potuto non notare come, per i ragazzi, per i bambini ma anche per gli stessi adulti, queste facciano parte in modo naturale della loro quotidianità, dal lavoro, al semplice passaggio giornaliero in mezzo al mercato, alle danze tradizionali , alla messa…danza e musica sono sempre presenti.

Questo non vuol dire, come si pensa sempre, che gli “Africani” siano sempre gioiosi, felici, anzi sono persone che affrontano fatiche e preoccupazioni.
Credo che avere la musica e la danza così presenti in mezzo a loro e nelle loro anime dia sicuramente una marcia in più per rialzarsi e ripartire.

S. Messa nella baraccopoli di Korogocho

Un pomeriggio di musica a Cafasso

 
Potrei andare avanti per giorni a raccontare di questo cantiere, in modo confusionario forse, a mo di episodi e poi, a dirla tutta...certe cose credo che le terrò solo per me, saranno dei piccoli tesori da custodire con cura.

Mi piacerebbe fare a questo punto un ringraziamento, si ma... a chi?!?
A questa esperienza, alle persone che ho incontrato e a quelle che mi hanno accompagnato perché senza di loro non sarebbe mai stata la stessa cosa, alle mie risate e a quelle degli altri, all’impegno e alla spensieratezza che premiano sempre!.
ASANTE SANA

Compagni di viaggio speciali


Sara.

giovedì 23 agosto 2018

Nairobi. Giornata a Ghiturai 45

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Githurai 45

Rendo pubblica una pagina del mio diariodiviaggio: racconta una delle giornate più intense vissuta durante il #CantiereNAIROBI.

8 Agosto 2018

Scrivo questo post appena rientrata da Githurai 45, una tenuta che si trova al confine della contea di Kiambu e della contea di Nairobi, lungo Thika Road.
Giusto il tempo di farmi una doccia approfittando dell’acqua corrente che domani potrebbe non esserci più. Qui a Kahawa West in questo periodo l’acqua corrente è garantita solo un giorno a settimana, solitamente il martedì. Oggi è mercoledì, quindi siamo fortunati.
Essendo in dieci ogni martedì dobbiamo riempire le taniche di riserva e i boccioni da venti litri, per avere acqua in caso di necessità.

Sono tornata a casa da poco e non so dire esattamente cosa provo. La visita a Githurai 45 mi ha sconvolto, turbato.
Sono arrabbiata
triste
de-moralizzata
delusa
scardinata.

Ma andiamo con ordine. Sveglia ore 7:00. Come ogni mattina Giacomo irrompe nelle nostre camere preparandoci al nuovo giorno con una pistola d’acqua.
Si prospetta una giornata impegnativa. Non tanto fisicamente, quanto a livello emotivo.
Destinazione: Githurai 45.
Simone, responsabile di una comunità per bambini di strada gestita dalla Papa Giovanni XXXIII, ci aspetta alle 10 nella loro sede, la “G9”, vicino alla baraccopoli di Soweto, a sud-est di Nairobi.
Ci incamminiamo verso Githurai 45 insieme a lui, ai volontari che stanno svolgendo il servizio presso questa comunità e ai bambini che vi vivono. Uno di loro, John [i nomi dei bambini in questo articolo sono stati modificati per rispettare la loro privacy, nda], mi prende per mano con tanta naturalezza prima di uscire dal cancello, senza dirmi una parola, stringendomela forte.
Abbiamo raggiunto il campo da calcio in venti minuti circa e per tutto il tempo siamo stati mano nella mano passando attraverso
baracche
fango
immondizia
sporco
acqua putrida e puzzolente
capre
mucche
donne che cucinavano per terra
bambini che facevano la pipì in mezzo ai rifiuti
odore di marcio
di cibo putrefatto
rifiuti organici
bambini seduti per terra, nel fango, con vestiti strappati e nemmeno della loro taglia e sesso.

Si stacca da me solamente una volta arrivati al campo da calcio a cui eravamo diretti solo perché devo presentarmi ad un ragazzo stringendogli la mano: mi serve proprio la destra.

Durante il tragitto abbiamo parlato tanto: nel pomeriggio sarebbe tornato a casa dalla sua famiglia a Kahawa West, nello stesso quartiere dove alloggiamo noi di Caritas. Tornando verso casa, infatti, l’ho rivisto appena fuori da un supermarket e ci siamo salutati.
Il campo di calcio. Un campo di terra rossa. Terra rossa che sporca tutti indistintamente.
Terra rossa sui vestiti
Terra rossa nei capelli
Terra rossa sotto le unghie
Terra rossa sulle scarpe
Terra rossa sulla parte di caviglia tra la scarpa e il pantalone che inevitabilmente rimane scoperta
Terra rossa sullo zaino
Terra rossa negli occhi.

Ci sono decine di bambini. Entro nel campo, sempre tenuta stretta da John.
Una delle figure che più mi colpisce è quella che io credevo essere una bambina.
Indossa una felpa rosa col pelo nel cappuccio
jeans rotti e strappati
infradito rosa.
Sotto la felpa si intravede il colletto di una camicia a quadri rossi bianchi e neri.
Aveva i capelli molto corti
gli occhi gialli
la bava alla bocca
cammina ciondolando
è molto sporca
puzza
completamente ricoperta di terra rossa
terra rossa sotto le unghie delle mani e dei piedi
una ferita rimarginata da poco sul polso, di un colore che fa pensare ad una possibile infezione in corso
e una bottiglietta di plastica molto sporca
contenente colla.
Sniffa colla in continuazione, senza tregua

[Un problema molto diffuso qui è l’uso e conseguente abuso di colla e cherosene. Costano molto poco, meno del cibo, ed eliminano la sensazione di fame.]

è completamente drogata
anestetizzata
lontana dalla percezione della realtà.
Parla in swahili lentamente e in modo cantilenante. Al mio “Habari!” Ciao, come stai? risponde “Nzuri sana” Sto molto bene!.
Solo in un secondo (o terzo?) momento scopro che è un maschietto, un bambino.
Mi hanno tratto in inganno la felpa e le infradito rosa, oltre al suo sguardo enigmatico e perso.
Mi dice di chiamarsi James, anche se gli altri bambini lo chiamano diversamente. A me piace ricordarlo come James.
James non è il solo con la bottiglietta di colla in mano. La maggior parte dei bambini e ragazzi ne ha una, insieme ad un fazzoletto intriso di cherosene.
James e gli altri hanno costantemente in bocca e sotto il naso la colla. Non la spostano nemmeno un momento, nemmeno mentre ti rivolgono la parola. A tratti la nascondono tra le due clavicole, sotto la felpa, quando le mani devono essere obbligatoriamente libere.

Ci mettiamo in cerchio per iniziare i giochi. James viene accanto a me, alla mia sinistra e mi prende per mano.
La stringe forte.
La sua mano è sporca
è ruvida
ma mi stringe forte.
In una mano ha la mia
nell’altra la colla.
Mi lascia per un istante per poi riattaccarsi incrociando le sue dita con le mie.
Mette la colla sotto la felpa in modo tale che abbassando il mento sarebbe riuscita comunque ad inalarla. Con l’altra mano mi accarezza il braccio, alza la testa e mi guarda con i suoi occhi spenti e gialli, che ogni tanto (forse inconsciamente) gira all’indietro.
Occhi che non appartengono ad un bambino di nove anni.
James mi guarda
sorride
sbava
e continua ad accarezzarmi il braccio.
Guarda le mie unghie e le mie dita, pulite. Mette accanto la sua mano come volesse confrontarle.
Io lo lascio fare, e lo guardo sorridendo.
Il tutto penso non sia durato più di 15 minuti, ma a me è parso un’eternità.

Dopo un paio d’ore di giochi Simone ci propone di mostrarci il posto che i bambini e ragazzini di strada utilizzano come “base”, dove vivono come una famiglia proteggendosi a vicenda. È un grande spiazzo di cemento al di sotto di un ponte.
Puzza vomitevole di rifiuti organici
immondizia
terra
fango.
In quel momento c’erano solo tre bambini.
Uno di loro era sdraiato sopra ad un pezzo di cartone, sotto ad una coperta leggera. Non riesce né a camminare né a stare seduto.
È stato circonciso pochi giorni fa in ospedale e rimandato a casa (in strada) dopo due giorni. La ferita non si cicatrizza e ha fatto infezione.
Un altro bambino ha la sua bottiglietta di colla e non la toglie da sotto il naso nemmeno per un istante. Dice di consumarne una al giorno.
Questi bambini dormono lì
sotto il ponte
incastrati nelle fosse tra l’asfalto e l’immondizia
usando vecchie gomme d’ auto come cuscini
tra le travi in cima ai pilastri che reggono il ponte.
Attaccate ad ogni pilastro ci sono delle corde che i bambini usano per salire a 12 metri di altezza.
A quest’altezza ci sono cartoni, bottigliette e ciabatte
segno che lì qualcuno prova a vivere
o a sopravvivere.
Mi allontano da questa “base” insieme agli altri ragazzi, salutando personalmente i tre bambini.
Aspetto che anche il ragazzo sdraiato, poco più lontano, mi veda. Ho qui e ora davanti agli occhi l’immagine del suo saluto:
un piccolo cenno con la testa e uno sguardo rassegnato.
I miei occhi sono gonfi di lacrime.
È difficile accettare il proprio essere impotenti di fronte ad una realtà così devastata ed ingiusta.

Ci incamminiamo verso Soweto. Attraversiamo un ponte, una decina di metri sopra ad un fiume color marrone sporchissimo entro cui alcuni bambini sguazzano gridando e tre donne lavano i panni.
Il fiume passa attraverso campi verdi coltivati dove lavorano molte persone. In lontananza inizia a scorgersi Soweto.
Ho pianto tanto
Di dolore e di rabbia.
Ricordo esattamente il nodo che avevo in gola mentre camminavo tra le baracche.
Un nodo grandissimo
Soffocante
Intriso di tutte le parole indicibili e impronunciabili in quel momento.

Mi è venuto spontaneo fare un confronto con i nostri bambini:
bambini che hanno una mamma
bambini che hanno una famiglia
bambini che hanno un tetto sotto cui dormire
bambini che sanno leggere e scrivere
bambini che hanno più di un pasto al giorno garantito
bambini che possono cambiarsi i vestiti se questi sono sporchi
bambini che possono bere un bicchiere d’acqua se hanno sete
bambini che possono infilarsi sotto una coperta calda se sono ammalati
bambini che possono fare una doccia
bambini che possono giocare
bambini che la domenica vanno al parco col la mamma e papà.

Gli street children sono bambini che non hanno il diritto di essere bambini. A Nairobi sono decine di migliaia.
Bambini senza mamma e papà
Bambini abbandonati in strada all’età di tre anni
Bambini figli di atti di prostituzione
Bambini senza un letto su cui dormire
Bambini senza un tetto sotto cui ripararsi
Bambini senza un posto che possono chiamare casa
Bambini che sono costretti a rubare, per sopravvivere
Bambini che leccano i sassi, per il disperato bisogno di avere qualcosa sotto i denti

È grande il senso di impotenza che provi davanti a queste realtà.
È grande e ti distrugge ti logora. Cosa puoi fare tu?

Così finisce la mia pagina di diario di quel giorno.

Recentemente ho letto in “Korogocho” di Alex Zanotelli, padre comboniano che ha vissuto dal 1994 al 2002 proprio nella baraccopoli di Korogocho, una definizione di missione che mi ha colpito molto e che condivido totalmente: Mission is to sit where people sit and let God happen, “Fare missione è sedersi dove la gente si siede e lasciare che Dio avvenga.”.
Forse la risposta a questo senso di impotenza è proprio questa: non possiamo pretendere di salvare il mondo facendo grandi cose. Possiamo partire dallo stare, anziché dal fare.
È una cosa che ho sperimentato tanto durante queste tre settimane e non c’è niente di più vero.
A chi da casa mi chiedeva “Cosa hai fatto oggi?” spesso rispondevo “sono stata con i ragazzi”.
Sono stata ad ascoltare le loro storie i loro sogni progetti speranze e ho condiviso qualcosa di me, affinché fosse una vera condivisione e scambio.


Quando sono partita per l’Africa ero consapevole che avrei trovato tanta povertà, ma finché
non la vedi con i tuoi occhi
non la tocchi con le tue mani
non sai davvero cos’è. E una volta incontrata non puoi più far finta di niente, voltarle le spalle e aspettare che siano gli altri a fare il primo passo per cambiare qualcosa.
Devi esserne testimone
Devi uscire dal bozzolo
Devi fare qualcosa affinché la vita vinca.


Elisa De Capitani



mercoledì 22 agosto 2018

Nairobi. I cinque sensi

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Ho pensato a lungo a come poter descrivere tutte le emozioni e le sensazioni che ho vissuto durante questo mio viaggio in Kenya e sono giunta alla conclusione che farlo attraverso un racconto sarebbe per me impossibile, perciò preferisco limitarmi ad esprimere tutto ciò che i miei sensi hanno percepito senza seguire un filo logico o un nesso razionale. 

L’olfatto
Senz’ombra di dubbio il senso più tirato in causa in questo viaggio. L’odore delle strade gremite di gente che sbuca da ogni dove, l’odore della terra rossa che si alza al nostro passaggio e ti riempie le narici, l’odore del pesce fritto, che io volevo tanto assaggiare e che per fortuna mi hanno bloccata dal farlo, facendomi riflettere che forse a 400km dal mare non sarebbe stata una saggia scelta. L’odore della pelle del popolo africano, intrisa di sudore e di fatica, il puzzo della colla e del cherosene di cui erano impregnati i vestiti dei ragazzi di strada, bambini fuori ma adulti dentro. L’olezzo delle capre e delle pecore, della loro carne scuoiata e poi cotta nelle bancarelle ai bordi della strada, misto al tanfo dello smog e al fetore della spazzatura che viene bruciata ovunque e in qualsiasi momento del giorno e della notte e che inonda le strade facendo soffocare qualsiasi tentativo di vita della natura. Ma più di tutto ricordo il profumo di incenso, fortissimo, che mi ha invaso i polmoni e si è infilato in ogni cellula del mio corpo, permettendomi per un secondo di dimenticare di trovarmi nel bel mezzo di una baraccopoli nata su una discarica vera e propria.

La vista
Oggi, a distanza di qualche giorno dal mio rientro in Italia, se chiudo gli occhi e provo a ripensare al mio viaggio ecco cosa vedo: un’infinità di colori che spiccano all’interno del mercato di Kahawa West e contrastano con il grigiore delle case e delle strade tutt’intorno,



la vivacità dei vestiti delle donne, le loro treccine, i sorrisi spontanei dei bambini, il verde acceso della natura all’interno del quartiere carcerario di Kamiti, oasi di “pace” nel caos dei quartieri circostanti. Ma non solo, vedo le colline che si sono formate negli anni a furia di accatastare spazzatura e che ormai assomigliano più a montagne, vedo i-pad in mano a ragazzi di strada nel centro di Korogocho, baraccopoli costruita su un mantello di rifiuti, vedo ragazzi dividersi un paio di scarpe durante una partita di calcio, tenendo per sé la scarpa del piede utilizzato per calciare e cedere l’altra al proprio compagno. Ma più di tutto rivedo le lacrime dei ragazzi di Cafasso durante i saluti finali, i loro occhi pieni di tristezza e nello stesso tempo di gratitudine, i loro sguardi colmi di rassegnazione, tormentati dai fantasmi del passato, ma carichi di speranza, di sogni e di voglia di riscatto.

L’udito
Le risate naturali dei bambini, il rombare dei motori degli instancabili piki piki, i canti animati e festosi della messa domenicale, ricolmi di forza e di energia, uniti al batter di mani a ritmo di musica da parte di tutti i partecipanti, grandi e piccini, il tintinnio della monetina con cui l’aiuto autista del matatu batte sul bordo interno per dare i segnali all’autista, le grida della donna della casa a fianco che chiede aiuto, lo scrosciare della tanto desiderata acqua che scorre nel rubinetto, magia che si avvera quando vuole lei, senza avvisare e se ne va nello stesso modo, silenziosamente. Sì, in effetti ricordo soprattutto i silenzi. Il silenzio dei ragazzi di Cafasso mentre mangiano, il silenzio delle guardie del carcere, che usano ben altro rispetto alle parole per insegnare ai ragazzi come comportarsi, il silenzio degli occhi di chi ha sofferto troppo e teme di aver perso le speranze, il silenzio dei giovani nella biblioteca di Korogocho, talmente concentrati sui loro libri da sembrare che si dimentichino perfino di respirare, il silenzio dei cani randagi che pullulano le vie ed il silenzio delle stelle, guardiane del cielo, che illuminano quella parte di terra dimenticata da tutti, quasi anche da Dio.

Il gusto
Il sapore del porridge, un mix di tre farine diverse che sembra avere la consistenza di un semolino più che di un qualcosa da bere, quello dell’ugali, una sorta di polenta che spesso di sapore proprio non ne ha, il fantastico ghiteri, un misto di fagioli e mais che, mangiato semi crudo e senza un minimo di puccia, può essere difficile da mandare giù, soprattutto se in tavola manca l’acqua. Per non parlare della bontà di un buon chapati caldo, di un samosa non troppo piccante o della freschezza di una krest dopo una giornata passata a camminare sotto al sole, ma anche il sapore di quel coniglio che fino a poche ore prima ho visto riposare beato nella sua gabbietta. Ecco, questi sono i sapori che le mie papille gustative non dimenticheranno mai.

Il tatto
Un contatto fisico quanto ci può cambiare? Tanto. Battere i cinque ai bambini che si affrettano a correrti incontro quando vedono un “muzungu”, farsi stritolare la mano ogni volta che si saluta qualcuno, lasciarsi toccare i capelli da piccoli e grandi, che non credono ai loro occhi di vedere capelli così lisci e setosi, mangiare l’ugali con le mani dopo averlo impastato per bene, adagiarsi sui sedili dei matatu, impregnati di storie di vita, e sobbalzare ogni tre per due talmente tante sono le buche nel terreno, farsi la doccia, quella volta che l’acqua decide di degnarsi della sua presenza, scendendo troppo calda o troppo fredda, farsi scivolare tra le dita le minuscole perline con cui i ragazzi di Cafasso si divertono tanto a realizzare i loro “sobri” braccialetti, così piccole da cadere ogni tre per due. Ma più di tutto mi hanno cambiato gli abbracci, e non solo del popolo africano, ma soprattutto quelli scambiati con i miei compagni di viaggio, sconosciuti fino a pochi giorni prima, di cui avevo tanto paura, ma a cui invece mi è venuto naturale voler bene fin da subito.

Qualcuno un giorno ha scritto una grande verità: il mal d’Africa è un silenzio pagano, un ruggito religioso, uno stato d’animo. Il mal d’Africa, se è quello vero, è un bene incurabile.

Camilla V.

domenica 17 giugno 2018

All' "equipaggio" in partenza

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Cari cantieristi che vi state preparando alla partenza...come vi sentite?


Io sono in fermento, emozionata per il vostro arrivo e curiosa, impaziente di scoprire e vivere le tante cose belle che potremo realizzare tutti insieme, con l’aiuto del vostro entusiasmo e della vostra energia contagiosa.

Non vedo l’ora di portarvi a Cafasso e di presentarvi i ragazzi ( quei meravigliosi disgraziati che mi fanno ridere a crepapelle e disperare) che spesso per un motivo o per un altro mi chiedono di voi. Alcuni stanno contando i giorni delle vacanze estive delle loro scuole per essere certi di potervi incontrare almeno per un breve periodo: ci tengono davvero tanto!

Non vedo l’ora di varcare insieme il cancello della YCTC, dove la noia e la monotonia spesso fanno da padrone nelle giornate lunghe e ripetitive dei ragazzi. Non solo quelle dei “blu boys”, ma anche e soprattutto di chi sta nella Remand Home in attesa di giudizio, a volte da pochi mesi e altre da anni.
Sono certa che la luce e la gioia che porteremo entrando tutti insieme sarà una ventata di aria fresca che farà ritrovare il sorriso a molti!

Anche le ragazze di Kamae vi aspettano con impazienza, davvero non vedono l’ora del vostro arrivo! Si ricordano bene i ragazzi e le ragazze del campo estivo dello scorso anno e immaginano già di abbracciare anche voi, giocare con voi, scambiare qualche parola nell'italiano sgangherato che hanno imparato, di ballare e divertirsi insieme a voi.

Qualcuno di loro aprirà anche un pò il proprio cuore, raccontandovi e condividendo frammenti di storie più o meno vere riguardo al proprio passato o sogni e speranze per il proprio futuro.
Non siatene avidi.
Prendete quelle piccole briciole di sè che vi doneranno e fatene tesoro con rispetto.
Condividete anche voi qualcosa, se potete, perchè l’incontro è più bello quando diventa scambio.

Entrate in punta di piedi nella vita delle persone: con delicatezza, piano piano, pulendovi le scarpe per scollare via tutti i pregiudizi e le domande inopportune e invadenti prima di iniziare a parlare.
Ascoltate. Ascoltate anche le parole che non capite. Vedrete che presto con ciascuno creerete un linguaggio tutto vostro che sarà stupendo e magico veder crescere con la relazione.
Ciascuno è un mondo a sè, rispettatelo e con pazienza stategli accanto, senza cercare di incasellare in categorie per semplificare la realtà nuova che vi circonda. Il bello è proprio la differenza!

Tutti i ragazzi nutrono dentro di sè il desiderio di crescere, di riscattarsi, di migliorare il proprio futuro.
Alcuni di loro vorrebbero farlo nel modo più semplice e veloce tristemente conosciuto in Kenya: sistemandosi con una ragazza bianca. Ricordatevi che il razzismo purtroppo funziona anche al contrario e che per molti di loro “bianco” è sinonimo di “superiore”, “ricco”, “facile”.
Molte persone guarderanno a noi con questo sguardo. Siate pronti e pronte a smentirlo, non dategli occasione di pensarlo.
Siate portatori di un comportamento rispettoso verso voi stessi e verso gli altri, ricordandovi sempre che non siete qui per la vacanza o l’avventura estiva ma a nome di Caritas.
Tutti vi guarderanno, vi osserveranno, vi scruteranno e, se saremo fortunati, impareranno che c’è un modo diverso e ancora più bello di stare insieme, di condividere e di divertirsi, e che arricchirà noi e loro, che non è legato ad interessi economici o a favori sessuali, ma che è fatto di amore vero e gratuito, di gioia piena, di scambio di esperienze, di crescita continua.

Ricordate che ogni persona è un vaso di cristallo, delicato e fragile, con il proprio passato (spesso privo di comfort e tranquillità, segnato da traumi, fatiche e abbandoni) e il proprio futuro pieno di sogni, paure e incertezze proprio come noi.

Noi saremo per loro il presente, e loro lo saranno per noi. Viviamolo a pieno e rendiamolo il più bello possibile, focalizzandoci su ciò che ci unisce e non su ciò che ci divide.

Imparate. Assorbite e meravigliatevi di ogni piccola cosa che nel nostro mondo “civilizzato” non c’è o non c’è più. Riscoprite la bellezza della semplicità, il valore del tempo senza orologi, il rispetto dei ritmi della natura.
Scoprirete un popolo lento e paziente, dinamico e creativo, curioso e chiacchierone....a volte anche un pò troppo!

Fate piccoli passi, non buttatevi a capofitto. Entrate e immergetevi in questa nuova realtà piano piano, come quando ci si addentra nel mare dove l'acqua è alta e non si è certi di riuscire a stare a galla e nuotare.  Controllate man mano la profondità e le correnti, chiedete aiuto e supporto ai compagni di viaggio. Noi coordinatori a volte vi lasceremo nuotare da soli, ma senza mai perdervi d’occhio, sempre pronti a lanciarvi una corda a cui aggrapparvi o a tuffarci per darvi sostegno.

Sono certa che sarà un’avventura bellissima e non vedo l’ora di iniziarla insieme a voi!

Preparatevi....ma non troppo: il bello sarà anche lasciarsi sorprendere dagli imprevisti e dall'inaspettato che qui, credetemi, è all'ordine del giorno.

Kahawa West - Nairobi


Vi abbraccio e vi aspetto,

TUKOPAMOJA !

Alice

martedì 12 dicembre 2017

Kenya: Un servizio a puntate (#1)

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Infilo la mano sotto al letto, afferro la zanzariera e la sfilo con un rapido movimento del braccio. Ho dormito più di 8 ore senza mai svegliarmi, il materasso è davvero troppo comodo. Mi insapono le mani, le sfrego energicamente, mi lavo la faccia e la situazione inizia a migliorare. Prima di andare mi guardo negli occhi di sfuggita, con fare distratto, ma fotografo in testa il riflesso vivo di me che lo specchio mi regala. Indeciso tra l’ingerire o l’espellere, opto per la seconda per ragioni più d’urgenza che di spazio. Metto la musica, alta, spinta, un po’ per svegliarmi e un po’ per concedermi della privacy. Poi però è il turno delle uova strapazzate, del pane scaldato al forno e del tè con il latte. Latte che potrebbe rivelarsi nella sua subdola veste di arma a doppio taglio, ma che riesco elegantemente e virilmente a controllare uscendo di casa con lo zaino alle spalle. Nell’uscire io e Alice ci affacciamo su una viuzza cieca, utile soltanto a noi e agli abitanti dei due stabili che affiancano la nostra casa, palazzine tendenti ad essere quello che noi intendiamo per condominio. Svoltando a destra imbocchiamo la strada che poi si collegherà all’arteria principale, l’unica asfaltata, che attraversa Kahawa West.

Ma all’arteria principale bisogna arrivarci: incrociamo prima lo spiazzo, ancora vuoto, che conduce alla parrocchia di St. Joseph Mukasa; ai bordi delle strade mucchi di spazzatura vengono dati alle fiamme, l’odore è quasi meno fastidioso del fumo nero che investe chiunque debba passare per la via; a dividersi lo spazio tra una cancellata e l’altra si alternano obbligati più negozi, diciamo baracchini, angusti spazi incavi ricavati tra le mura che costeggiano la via; prima della curva una manciata di persone è china su decine di sacchi della spazzatura, divelti per recuperarne il recuperabile; il via vai di persone è abbastanza frenetico, ma per ora si cammina abbastanza comodi, il passo è svelto perché ormai abbiamo calcolato e preparato il percorso con fantozziana precisione. Coi passanti il rapporto è di odio e amore, gli sguardi si incrociano fugaci, ci sentiamo osservati, qualcuno saluta e noi ricambiamo contenti. Sbuchiamo agili fuori dalla via, quando arrivati a questo punto potremmo continuare sulla via principale, la Kahawa Station Road. Invece l’esperienza ci ha insegnato che è meglio, poco prima, infilarsi a capofitto tra le corsie che sfilano in mezzo ai banconi arroccati del mercato che costeggia la strada: arrabattate ma solide strutture in legno piene di frutta e verdura, di scarpe, magliette e pantaloni, di pile di carbone e di qualsiasi altra cosa possa venirvi in mente. Persino televisori. La mattina, poi, all’ora in cui passiamo noi, questi vicoli sono incredibilmente abbastanza liberi, incrociamo soltanto gli ambulanti che con un fascio di saggina spazzano davanti alla propria bancarella. Tutto attorno a noi il rumore è quello rombante dei matatu che sfrecciano nella strada affianco, quello più caldo e umano delle grida dei buttadentro, quello dei gemiti sofferti delle galline stipate in minuscole graticole di fil di ferro. 

L’odore è quello della terra che ti entra in bocca, negli occhi e nel naso, quello del porridge e del chai che gli ambulanti stanno cucinando in fornelletti a carbone, quello delle pannocchie grigliate sino a diventare nere, così come quello rancido di pattumiera bruciata in ogni dove. Usciti dal mercato occorre costeggiare la strada dribblando matatu parcheggiati e non, schivando e rifiutando inviti più o meno cortesi a salirvici. L’asfalto della Kahawa Station Road è rovinato a dir poco, assente in più punti, e costringe macchine, motociclette e bus a gincane azzardate. Occorre attraversare, cosa che alle volte richiede anche un minuto intero quando il traffico è intenso, nonostante la strada sia soltanto a due corsie. Concetto di corsia che sto cominciando a rielaborare. Ora ci troviamo sul lato destro della strada, camminiamo attorno ad enormi buche piene d’acqua e pantani di fango interminabili. Eppure Kahawa di questo sembra vivere, da questo sembra trarre l’energia magnetica che, sprigionandosi, mi costringe a tenere alto lo sguardo. Entrambi i lati della strada sono un crogiuolo di insegne e scritte colorate o luminose. Un numero impressionante di macchine aspetta in autolavaggi decisamente rustici, mentre gli internet point sono già pieni a quest’ora. 

Arriviamo davanti ad uno degli ingressi secondari di Kamiti, il quartiere carcerario dove svolgiamo il nostro servizio, ma qui per ora mi fermo, perché qui inizia un’altra storia. Mi accorgo che un valore inestimabile non l’hanno soltanto le persone, ma anche i luoghi, persino quelli tanto diversi da sembrare troppo brutti o troppo belli. Penso a Legnano, alla mia via Torino, a quanto ci tengo e a quanto mi potrà mancare durante quest’anno. Poi mi giro e riguardo Kahawa West. Poi un flash mi fa sorridere, rivedo il riflesso dei miei occhi nello specchio: la mattina mi sveglio con gli occhi stanchi, ma con lo sguardo veramente felice.

a presto,

Giacomo Centonze

sabato 25 novembre 2017

Il Kahawa West che non so descrivere

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Primissimo giorno di servizio effettivo a Cafasso House.
Sveglia alle sette e mezza, colazione preparata di Giacomo mentre io, con la solita calma frettolosa che solo chi mi conosce bene e ha vissuto qualche tempo con me può capire, cerco di prepararmi in tempo per l’uscita che ci eravamo prefissati. Nemmeno a dirlo, non ce la faccio. E così usciamo con qualche minuto di ritardo da casa, tutti trafelati, in spalla lo zainetto con acqua, cambio completo (non so ancora se i miei vestiti del mercato riusciranno a resistere al lavoro nei campi), scarpe di ricambio perché gli stivali da lavoro a noi sembrano costare troppo al supermercato qui vicino e ci stiamo rifiutando di comprarli fino a nuovo ordine. Il cellulare in un piccolo marsupio nascosto sotto ai vestiti per non dare tropo nell’occhio e le chiavi di casa al collo, ci avviamo di buon passo verso Kamiti, il quartiere carcerario.
Il cancello più vicino a noi dista da casa solo pochi minuti a piedi, ma poi da li dobbiamo camminare ancora una ventina di minuti all’interno della recinzione per raggiungere Cafasso, la comunità educativa per giovani ex detenuti dove lavoreremo quest’anno.
E’ strano il nostro quartiere: Kahawa West. Mi piacerebbe riuscire a descriverlo, ma come ci ha detto anche Maurizio, il nostro responsabile, è davvero difficile spiegarlo a chi non è mai stato in una periferia di città africana. E’ una via di mezzo tra la città ultra moderna e la baraccopoli. Ok. Ma questo dice tutto e non dice niente. Dice che nelle vie è spesso un brulicare di gente...ma solo dopo le nove di mattina. Prima la gente sembra avere altro da fare qui, e i bambini non girano ancora molto nelle vie. Dice del traffico caotico e sregolato, come Milano, come Roma, come Napoli...ma di più. Molto di più. Dice dello smog che si respira e della polvere che si mescola a questo e del fatto che entrambi ti entrano dentro ad ogni respiro tanto da non desiderare altro che natura incontaminata per un pò. Dice delle voci che si mescolano, delle case che si ammassano e dell’edilizia che tende a riepire i pochi terreni rimasti vuoti lungo le vie. Dice delle strade sterrate, ma non di quelle che una volta erano asfaltate e che ora sono un cumulo di macerie sopra alle quali si snoda indifferente il mercato. Non dice dei ragazzi che ti invitano coon insistenza a salire sull’autobus (una pecie di “buttatdentro” all’italiana...di quelli che da noi ci sono fuori dai ristoranti del centro di Milano. Ecco, uguali. Solo che invece che essere vestiti di tutto punto e cercar di convincerti a mangiare una pizza a colazione o degli spaghetti all’amatriciana e una cotoletta alla milanese a merenda sono vestiti come noi e cercano di convincerti a prendere autobus per raggiungere ogni angolo della città). Non dice nemmeno che il servizio di bus e taxi è privato, non pubblico, ma che è estremamente efficiente. A qualsiasi ora tu voglia prendere un bus è sufficiente che tu ti faccia trovare alla fermata giusta: un matatu ci sarà sicuramente. Orari? Non servono: si parte non appena i posti sono stati riempiti,e poi via a ruota il successivo, già fermo in coda alla stazione di partenza. Non dice di un’app che permette di chiamare taxi in tutta la città di Nairobi a qualsiasi ora del giorno, scegliendo anche la dimensione dell’auto, ed eventualmente valutando e selezionando come preferiti i tuoi conducenti di fiducia. Esiste persino un tasto per la sicurezza da premere in caso di pericolo.
Non dice nulla nemmeno di quella parte del quartiere nascosta dietro al mercato, fatta di vie strettissime e di baracchini che ne costellano i lati: parrucchieri e negozi di vestiti a non finire. A non finire mai. Non dice nulla nemmeno della quantità di persone addette alla sicurezza che piantonano armati ogni ingresso di ogni attività commerciale grande più di due metri per tre: che tu vada al supermercato, alla banca, in un bar, in un qualsiasi posto in cui girino dei soldi, lì ci saranno delle guardie pronte a perquisirti e a garantire la tua sicurezza. Protezione e ansia allo stesso tempo.
Non dice nulla nemmeno della sporcizia che si trova lungo le vie, di tutta quella maledetta plastica che inquina e non si decompone e resta nell’ambiente per anni e anni rovinando paesaggi che altrimenti sarebbero bellissimi.
Non dice nulla soprattutto di quella sensazione di pace e di tranquillità che si prova non appena si varca il cancello del quartiere carcerario di Kamiti. Quella pace che stride così tanto con il significato del suolo che si sta calpestando, ma che inspiegabilemente ha sapore di libertà.
Libertà dal caos cittadino, dalla frenesia di ogni giorno, da quella fretta di fare tutto e subito prima che il tempo scappi.
Ecco, mettere piede a Kamiti significa immediatamente rallentare, respirare a pieni polmoni, sospirare.
Una guardia all’ingresso saluta svogliata ma incuriosita, il traffico sparisce, i rumori della città si fanno lontani, le case si diradano e davanti a te compare un paesaggio naturale insolitamente bucolico, di quelli che propro non ti aspetteresti li. Campi coltivati, piccole colline di terreno attraversate da sentieri in terra battuta che si snodano fitti tra le carceri e le case dei lavoratori, accogliendo guardie, detenuti in divisa che lavorano sotto sorveglianza, bambini che giocano a costruire argini robusti alle pozzanghere di fango, galline che dopo aver trovato qualcosa da mangiare tra i cumuli di spazzatura poi ritroveranno la strada di casa...e noi. Due giovani ragazzi bianchi che inspiegabilmente si trovano li.


Alice V