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lunedì 17 settembre 2018

Nairobi e le sue mille realtà

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Di solito mi risulta semplice raccontare un qualcosa che mi ha colpito ed emozionato; al contrario questa volta qualcosa è cambiato e non riesco a trovare le parole più giuste per esprimere come mi sono sentita e come mi sento ora.
Sapevo che mi sarebbe servito del tempo, al mio rientro, per riuscire a descrivere cosa avessi visto e cosa avessi provato… Ma non pensavo che ogni ricordo mi sarebbe apparso anche in quei momenti più insoliti: magari stai ridendo e scherzando e ad un tratto senza motivo, rivedi difronte a te quei bambini, in mezzo ad un ammasso di sporcizia che rovistano cercando qualsiasi cosa; o camminando per strada ti ritrovi ad accarezzare un piccolo cagnolino e ripensi a tutti quelli randagi che proteggevano quei bambini di strada; o sei sul treno e a fianco a te osservi un gruppo di ragazzi di colore e ti vengono in mente le intere giornate con i tuoi amici di Cafasso a chiacchierare e a ridere; o ancora più semplicemente ti alzi la mattina, sei a casa da sola, c’è silenzio e sono proprio i silenzi che ti riportano a quel mondo a quella vita vissuta per sole tre settimane.
Quello che ho capito è che per un po’ sarà sempre così, si cercherà di ritornare con la mente a quelle situazioni, si cercherà di riviverle e si riproveranno le stesse emozioni perché forse quel mondo ti ha trasmesso cosi tanto che dimenticare sarebbe solo uno spreco.
Sto cercando di immaginarmi ogni giorno trascorso in quella realtà, a ogni testimonianza e incontro ma a dire la verità ho un grande confusione!
Da una parte ricordo le serate insieme ai miei compagni a cantare, a ballare, a giocare a carte.
Ricordo il piccolo safari in bicicletta, forse un po’ deludente per aver visto pochi animali, ma come si fa a non divertirsi quando si è affiancati da persone così fantastiche?!
Ricordo Karura Forest con i ragazzi di Cafasso in cui non eravamo più noi volontari e loro ex detenuti ma un unico gruppo di amici.
Ricordo la prima volta che sono entrata a Kamiti (quartiere carcerario) e quella sensazione che non saprei nemmeno descrivere, di sollievo, come se avessi già capito che quella sarebbe stata la mia casa per tre settimane.
Ricordo il giorno in cui abbiamo “visitato” Napenda Kuishi, è stata una grande, bella sorpresa, forse il giorno che mi ha fatto ricredere su tanti pensieri e che più di tutti mi ha aperto gli occhi. Napenda Kuishi è una piccola comunità, gestita da Padre Maurizio con dei ragazzi che stanno affrontando un percorso rieducativo di un anno e quel giorno non era previsto che rimanessimo a lungo, in realtà per sfortuna/fortuna il pulmino si è guastato e con molta naturalezza, senza pensarci due volte abbiamo deciso di giocare con questi ragazzi. Purtroppo mi è difficile spiegare cosa realmente mi ha entusiasmato e cambiato, forse le parole di Padre Maurizio, forse la sua grande dedizione, forse la sua voglia di cambiare le cose ma soprattutto credo che siano stati quei ragazzi con i loro abbracci, con la loro spontaneità e con la loro dolcezza… a far sì che quel giorno, sia diventato un BEL giorno.

Ora arriva la parte più difficile.
Dall’altra parte ricordo le storie dei ragazzi in carcere, le loro fatiche e le difficoltà nel riuscire ad adattarsi a quella realtà. Ricordo Korogocho dalla messa animata, piena di balli e canti che per qualche istante ti faceva dimenticare di essere in una discarica ma che poi le folate di odori ti riportavano alla realtà in cui ti trovavi.
Ricordo la giornata con Simone e i bambini di strada, ricordo perfettamente i loro disegni, molto diversi da quelli di un semplice bambino italiano; ricordo l’odore della colla e del cherosene... Ricordo lo “sbiascicare” dei bambini che ne facevano uso... Ricordo l’odore pungente dei loro abiti… Ricordo il luogo dove vivevano, sotto un cavalcavia… E infine di quella giornata ricordo soprattutto i bambini della comunità che ci hanno accompagnato al campo per giocare e il loro silenzio alla visione di tutti gli altri ragazzi di strada e chissà magari quale tempo prima potevano essere proprio loro nelle stesse identiche condizioni.
Ricordo le prime volte quando siamo entrati nel carcere minorile maschile, l’ansia e l’imbarazzo per alcune domande inappropriate da parte dei ragazzi.
Ricordo la grande difficoltà nel parlare della mia storia o della mia vita, dei miei banali problemi, al contrario di loro cresciuti troppo in fretta a causa di situazioni o circostanze impensabili.
E ricordo la delusione di quando siamo arrivati all’entrata del carcere femminile, erano giorni che speravamo di entrare per poterle conoscere ma per motivazioni a noi sconosciute non è stato possibile ottenere questo incontro.
L’ingiustizia, l’indifferenza, l’ineguaglianza, il razzismo era e sono alla portata del giorno.
In realtà i giorni in cui mi sono sentita veramente angosciata sono stati pochi rispetto ai sorrisi, agli abbracci, agli scherzi, alle situazioni di conoscenza ma quei momenti sono stati incisivi e lo saranno forse per sempre.

Mi piacerebbe spendere ancora qualche parola per i protagonisti della mia esperienza:

i ragazzi di Cafasso.

Cafasso è una comunità nel quartiere carcerario in cui ragazzi decidono volontariamente di farne parte dopo aver scontato 4 mesi della vita nel carcere minorile di Kamiti. Come ho già detto loro sono stati la nostra famiglia e Cafasso la nostra casa per 3 settimane quindi meritano un grande ringraziamento.



La prima settimana ammetto che personalmente non è stato facile relazionarsi ma il tempo ha cambiato ogni cosa. Sicuramente siamo entrati a far parte delle loro vite come un uragano, probabilmente, per il poco tempo che avevamo a disposizione. Siamo arrivati in dieci bianchi, cosa quasi assurda per loro e già dal secondo giorno eravamo lì, a lavorare, a parlare, a giocare e forse pretendevamo un legame che aveva bisogno di tempo per poter crescere.
Dalla seconda settimana c’è stato un grande cambiamento. Era d’obbligo riuscire a vedere i ragazzi almeno una volta al giorno; giocavamo senza farci problemi, calcio, pallavolo, giochi inventati al momento oppure semplicemente ci sedevamo in un angolo e imparavamo a fare i braccialetti o ancora si parlava di quello che ci passava per la testa. Loro si sono aperti tanto, ci hanno raccontato le loro storie, ma allo stesso tempo ci riempivano di domande così che non eravamo più noi ad intrattenerli ma erano loro che avevano voglia di conoscerci.
La loro preoccupazione maggiore, che iniziava a farsi sentire negli ultimi giorni, era che col tempo potessimo dimenticarli ma in realtà ciò, non potrà mai succedere.

Ringrazio il mio gruppo perché forse è scontato e banale ma senza di loro non sarei riuscita a superare tante difficoltà e non avrei potuto conoscere persone così speciali, ognuno con il proprio carattere, diverso ma conciliabile con tutti gli altri.  
Ringrazio Alice e Giacomo, coloro che hanno intrapreso il percorso di servizio civile, per la loro grande ospitalità, per il loro coraggio, per la loro voglia di mettersi in gioco, per aver organizzato le nostre tre settimane e li auguro un grosso in bocca al lupo per la fine del servizio.
Infine ringrazio la Caritas e i suoi membri perché danno la possibilità di vivere queste esperienze che ti fanno crescere e ti aprono al mondo.

Un abbraccio forte a tutti.

Francesca.



domenica 9 settembre 2018

Nairobi: Cinque minuti in Kenya

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Sono le 10:21 di un venerdì di settembre. Piove e sono sotto tesi. Ho lasciato Kahawa West ormai da settimane e, inevitabilmente, inizia a sfumare nel ricordo, anche se molte sensazioni e alcuni odori sono ancora vividi.
Nei cinque minuti passati ho scritto una pagina al PC, ho stampato tre articoli scientifici e ho bevuto un caffè alle macchinette. Devo essere produttiva e non posso perdere tempo. Da quando sono tornata all’università, ho la percezione che il tempo non vada sprecato e che le cose vadano fatte tutte, subito e bene. Che se ci si prende cinque minuti per fare altro, tutto va a rotoli.
Fare, fare e fare.
Altrimenti è un problema.
Ma lo è davvero?
Più ci si allontana dall’epicentro meneghino e più questo dettame mi sembra che diventi lasco. E in Kenya, a Kibiko, cinque minuti non sono i cinque minuti della mia biblioteca italiana.

È una domenica di agosto. Con padre Maurizio, comboniano, a Nairobi da quattro anni e venti alle spalle nei sobborghi neri di Chicago, andiamo a visitare Napenda Kuishi (“Voglio/amo vivere”), la comunità residenziale per ragazzi tossicodipendenti di cui Maurizio è il direttore. La comunità si trova a Kibiko, a un’ora e mezza di auto da Nairobi, sulle Ngong Hills, ossia le verdi colline de La mia Africa della Blixen.

Tramonto sulle Ngong Hills - Napenda Kuishi - Kisumu Ndogo


Qui vengono portati e ospitati quei ragazzi, tra i 13 e i 19 anni, che non riescono a disintossicarsi nei centri diurni all’interno di Korogocho, lo slum che cresce sulla discarica cittadina.
Lontano da tutti, questi ragazzi vengono immersi nel bello e nella calma con la speranza che il loro percorso abbia successo.
E infatti Napenda Kuishi è un bel centro, in tutti i sensi.

Napenda Kuishi - Kisumu Ndogo


Napenda Kuishi - Kisumu Ndogo


E non è qualcosa di affatto scontato, quando anche il centro della capitale è esteticamente tremendo e sembra un’accozzaglia di palazzi costruiti da un architetto col gusto per lo stile sovietico misto a quello tipico degli istituti comprensivi dell’hinterland milanese. Il giorno prima di quello a Napenda Kuishi, in giro per il centro di Nairobi ho chiesto a Joshua, la nostra guida, cosa fosse quel palazzo che tanto mi ricordava il liceo dove mio padre ha insegnato per anni. “È il nostro Parlamento!” mi ha risposto prontamente. “Bello, eh?”, ha aggiunto soddisfatto.

Nairobi Town

Con quella frase ho capito tante cose. Ho capito soprattutto che i ragazzi del Kenya hanno il diritto di essere educati al bello, ma che è difficile, se ne sono circondati solo parzialmente.
A Napenda Kuishi, invece, Padre Maurizio ci ha mostrato  la scuola che sta costruendo. È una scuola ben curata, luminosa, costruita pensando a chi ci dovrà vivere e con delle comodità al suo interno che noi diamo per scontate e che sembriamo dimenticarci che anche in Kenya lo dovrebbero essere altrettanto. Con i soldi avanzati dal budget, padre Maurizio ha fatto costruire un caminetto nella sala comune, perché a Kibiko gli inverni sono freddi e – diciamolo – non c’è nulla di meglio che sedersi davanti a un fuoco la sera, quando fuori c’è il gelo.
Davanti a quel caminetto che presto sarà in funzione, Maurizio ha dato voce a quella che era stata la mia riflessione il giorno prima: “Non è che perché una persona è povera, allora va bene qualunque cosa. Il bene lo si fa bene, o non lo si fa affatto. Se io non voglio più un paio di scarpe vecchie, perché dovrebbe andare bene a un altro? Se una scuola è brutta e spoglia e io non ci studierei mai, perché dovrebbe volerci stare un’altra persona? Proprio perché abbiamo le possibilità e le competenze, dobbiamo invece  impegnarci a offrire qualcosa di bello”.
D’altronde La bellezza salverà il mondo, diceva Dovstoevskij. Come dargli torto?

Scuola professionale per i ragazzi di Korogocho

Sono stati cinque minuti di conversazione, ma mi ha fatto comprendere che non è importante fare la carità, se prima non si fa la giustizia. E la giustizia vuol dire anche e soprattutto esigere che tutti vengano trattati e possano vivere con la medesima dignità. La giustizia sociale è un atto politico. Un atto politico che parte con il mettere in campo i propri talenti e stare dove è giusto essere. Non tutti devono fare scelte radicali, non è necessario che tutti emigrino in massa nel Terzo Mondo e diventino missionari. Si può fare missione anche stando a casa propria a fare un lavoro che nulla ha a che vedere con quello del prete missionario. Si può fare giustizia anche nella propria città, mentre si studia in biblioteca e si ingolla un caffè pessimo delle macchinette. Fare missione e fare giustizia sono stili di vita. In entrambi i casi, viene chiesto di non rimanere indifferenti davanti alle ingiustizie, ma piuttosto di aiutare qualcuno a sviluppare i propri talenti. Senza voler essere santi, martiri o eroi.
Giustizia, nel mio caso, è chiedermi perché Korogocho e le baraccopoli del mondo esistano, quale sia la loro funzionalità, quale tipo di economia alimentino e alimenti io, con il mio benessere e il mio stile di vita. Mi chiedo da settimane se esiste qualcosa che possa fare per mettere in discussione il sistema in cui sono immersa.
Alex Zanotelli, il primo comboniano a Korogocho, scriveva:
“Questa dimensione politica va vissuta fino in fondo, altrimenti si rischia, anche come missionari [o cantieristi, direi io!], di fare il gioco del sistema. E se la si vive fino in fondo si cessa di essere eroi o santi, per diventare i disturbatori dell’ordine costituito”.
Come cantieristi ha senso cercare di diventare disturbatori dell’ordine costituito?


P. S.
Cinque minuti è anche il tempo con cui un meccanico, in Africa, ti dice che riparerà il pulmino che non riparte dopo la visita al centro. Siamo bloccati a Napenda Kuishi, ma ci dicono che ci vorranno solo cinque minuti.
E come occupare questi cinque minuti?
Per prima cosa, chiacchierando e organizzando i turni della settimana.
Poi prendendo in mano due palloni sgonfi, tirando in mezzo i ragazzi del centro e l’altro gruppo di italiani che è venuto con noi e dando vita alla più grande partita di calcio Chapati vs. Ugali che Kibiko abbia mai visto. Cinque minuti in cui si possono fare incontri diversi e in cui la vita si mette in mezzo costringendoti a cambiare i piani che avevi.
Alla fine cinque minuti diventano ore. Perché cinque minuti in Africa non sono i cinque minuti a cui sono abituata a Milano. Se anche cinque minuti diventano quattro ore, non fa niente. Non muore nessuno e si aspetta. Perché a volte sembra così difficile ricordarlo mentre scrivo pagine di tesi al PC, stampo articoli scientifici e bevo caffè alle macchinette?



Silvia Brambilla



venerdì 7 settembre 2018

Nairobi, Korogocho. Uno spiraglio di luce

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Sono tornata da una settimana, dopo giorni in cui mi sentivo bloccata, disorientata e fuori posto oggi ho dovuto riprendere contatto con la realtà, ho un esame a breve e sono andata in biblioteca a Saronno. Salgo le scale che portano alle aule e vedendo la sala piena di ragazzi assorti nello studio, resto ferma sulla porta e mi viene il magone. La mia mente è volata a Nairobi, catapultata nella biblioteca costruita all'interno di Korogocho e gli occhi diventano inevitabilmente lucidi.

Korogocho è una delle baraccopoli più grosse della periferia di Nairobi, caratterizzata da una selva di lamiere e fango, per la maggior parte priva di servizi essenziali come acqua ed energia elettrica, senza sicurezza, senza diritti.
 I miei piedi non calpestavano il terreno, ma la sporcizia. Stupidamente mi sembrava di vedere le montagne. E invece no. Montagne lo erano, ma di rifiuti. Non riuscivo a respirare. L'odore penetrante dell'immondizia e in particolare della plastica che bruciava mi impediva anche di pensare. Il pensiero che quei rifiuti fossero l'unica fonte di sostentamento per gli abitanti di Korogocho, mi impedisce ora di respirare.
Tutti setacciano i rifiuti. Stordita da quell'odore mi guardavo intorno e faticavo a guardare negli occhi quei bambini.

Non penso di essermi mai sentita così piccola, impotente, inutile. 

Alcuni cercavano tra i rifiuti cibo, altri leccano sassi e altri ancora tengono in mano una bottiglietta contente colla. Si drogano per non sentire la fame. Per non sentire più niente.

“E io cosa sono venuta a fare in Africa? Come si può fermare tutto questo? Dio dove sei?” continuavo a pensare. 
In questo inferno quella biblioteca era uno spiraglio di luce.
Uno scorcio di bellezza. 
Un miracolo. 
Un seme di speranza. 
Un inno alla vita.  

Anche lo slogan che accompagna questo progetto, “Nuru ya Korogocho” ovvero “Luce di Korogocho”, ne sottolinea la funzione.
Padre Maurizio, che da anni vive Korogocho mi dice : “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”. Ed è così.
 Da quella biblioteca nasce futuro. Nasce educazione. Nasce speranza.
Commossa guardavo decine e decine di ragazzi e bambini leggere, studiare, disegnare, ognuno intento a costruirsi un futuro. Futuro che la realtà di Korogocho non vuole dare a nessuno di loro. Eppure loro sono lì e ci stanno provando.
Pazzesco.

Ovviamente mi sento sempre molto stupida, sono sempre angosciata dal vuoto che annebbia il mio futuro qui in italia e vedere tutto ciò non può che spronarmi ad aprire gli occhi e a cercare di mettercela tutta per costruire qualcosa di bello, proprio come stavano facendo i ragazzi di Nairobi.
Sì i ragazzi di Nairobi, sono serviti più loro a me che io a loro.

Giulia V.


mercoledì 22 agosto 2018

Nairobi. I cinque sensi

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Ho pensato a lungo a come poter descrivere tutte le emozioni e le sensazioni che ho vissuto durante questo mio viaggio in Kenya e sono giunta alla conclusione che farlo attraverso un racconto sarebbe per me impossibile, perciò preferisco limitarmi ad esprimere tutto ciò che i miei sensi hanno percepito senza seguire un filo logico o un nesso razionale. 

L’olfatto
Senz’ombra di dubbio il senso più tirato in causa in questo viaggio. L’odore delle strade gremite di gente che sbuca da ogni dove, l’odore della terra rossa che si alza al nostro passaggio e ti riempie le narici, l’odore del pesce fritto, che io volevo tanto assaggiare e che per fortuna mi hanno bloccata dal farlo, facendomi riflettere che forse a 400km dal mare non sarebbe stata una saggia scelta. L’odore della pelle del popolo africano, intrisa di sudore e di fatica, il puzzo della colla e del cherosene di cui erano impregnati i vestiti dei ragazzi di strada, bambini fuori ma adulti dentro. L’olezzo delle capre e delle pecore, della loro carne scuoiata e poi cotta nelle bancarelle ai bordi della strada, misto al tanfo dello smog e al fetore della spazzatura che viene bruciata ovunque e in qualsiasi momento del giorno e della notte e che inonda le strade facendo soffocare qualsiasi tentativo di vita della natura. Ma più di tutto ricordo il profumo di incenso, fortissimo, che mi ha invaso i polmoni e si è infilato in ogni cellula del mio corpo, permettendomi per un secondo di dimenticare di trovarmi nel bel mezzo di una baraccopoli nata su una discarica vera e propria.

La vista
Oggi, a distanza di qualche giorno dal mio rientro in Italia, se chiudo gli occhi e provo a ripensare al mio viaggio ecco cosa vedo: un’infinità di colori che spiccano all’interno del mercato di Kahawa West e contrastano con il grigiore delle case e delle strade tutt’intorno,



la vivacità dei vestiti delle donne, le loro treccine, i sorrisi spontanei dei bambini, il verde acceso della natura all’interno del quartiere carcerario di Kamiti, oasi di “pace” nel caos dei quartieri circostanti. Ma non solo, vedo le colline che si sono formate negli anni a furia di accatastare spazzatura e che ormai assomigliano più a montagne, vedo i-pad in mano a ragazzi di strada nel centro di Korogocho, baraccopoli costruita su un mantello di rifiuti, vedo ragazzi dividersi un paio di scarpe durante una partita di calcio, tenendo per sé la scarpa del piede utilizzato per calciare e cedere l’altra al proprio compagno. Ma più di tutto rivedo le lacrime dei ragazzi di Cafasso durante i saluti finali, i loro occhi pieni di tristezza e nello stesso tempo di gratitudine, i loro sguardi colmi di rassegnazione, tormentati dai fantasmi del passato, ma carichi di speranza, di sogni e di voglia di riscatto.

L’udito
Le risate naturali dei bambini, il rombare dei motori degli instancabili piki piki, i canti animati e festosi della messa domenicale, ricolmi di forza e di energia, uniti al batter di mani a ritmo di musica da parte di tutti i partecipanti, grandi e piccini, il tintinnio della monetina con cui l’aiuto autista del matatu batte sul bordo interno per dare i segnali all’autista, le grida della donna della casa a fianco che chiede aiuto, lo scrosciare della tanto desiderata acqua che scorre nel rubinetto, magia che si avvera quando vuole lei, senza avvisare e se ne va nello stesso modo, silenziosamente. Sì, in effetti ricordo soprattutto i silenzi. Il silenzio dei ragazzi di Cafasso mentre mangiano, il silenzio delle guardie del carcere, che usano ben altro rispetto alle parole per insegnare ai ragazzi come comportarsi, il silenzio degli occhi di chi ha sofferto troppo e teme di aver perso le speranze, il silenzio dei giovani nella biblioteca di Korogocho, talmente concentrati sui loro libri da sembrare che si dimentichino perfino di respirare, il silenzio dei cani randagi che pullulano le vie ed il silenzio delle stelle, guardiane del cielo, che illuminano quella parte di terra dimenticata da tutti, quasi anche da Dio.

Il gusto
Il sapore del porridge, un mix di tre farine diverse che sembra avere la consistenza di un semolino più che di un qualcosa da bere, quello dell’ugali, una sorta di polenta che spesso di sapore proprio non ne ha, il fantastico ghiteri, un misto di fagioli e mais che, mangiato semi crudo e senza un minimo di puccia, può essere difficile da mandare giù, soprattutto se in tavola manca l’acqua. Per non parlare della bontà di un buon chapati caldo, di un samosa non troppo piccante o della freschezza di una krest dopo una giornata passata a camminare sotto al sole, ma anche il sapore di quel coniglio che fino a poche ore prima ho visto riposare beato nella sua gabbietta. Ecco, questi sono i sapori che le mie papille gustative non dimenticheranno mai.

Il tatto
Un contatto fisico quanto ci può cambiare? Tanto. Battere i cinque ai bambini che si affrettano a correrti incontro quando vedono un “muzungu”, farsi stritolare la mano ogni volta che si saluta qualcuno, lasciarsi toccare i capelli da piccoli e grandi, che non credono ai loro occhi di vedere capelli così lisci e setosi, mangiare l’ugali con le mani dopo averlo impastato per bene, adagiarsi sui sedili dei matatu, impregnati di storie di vita, e sobbalzare ogni tre per due talmente tante sono le buche nel terreno, farsi la doccia, quella volta che l’acqua decide di degnarsi della sua presenza, scendendo troppo calda o troppo fredda, farsi scivolare tra le dita le minuscole perline con cui i ragazzi di Cafasso si divertono tanto a realizzare i loro “sobri” braccialetti, così piccole da cadere ogni tre per due. Ma più di tutto mi hanno cambiato gli abbracci, e non solo del popolo africano, ma soprattutto quelli scambiati con i miei compagni di viaggio, sconosciuti fino a pochi giorni prima, di cui avevo tanto paura, ma a cui invece mi è venuto naturale voler bene fin da subito.

Qualcuno un giorno ha scritto una grande verità: il mal d’Africa è un silenzio pagano, un ruggito religioso, uno stato d’animo. Il mal d’Africa, se è quello vero, è un bene incurabile.

Camilla V.