mercoledì 22 agosto 2018

Nairobi. I cinque sensi


Ho pensato a lungo a come poter descrivere tutte le emozioni e le sensazioni che ho vissuto durante questo mio viaggio in Kenya e sono giunta alla conclusione che farlo attraverso un racconto sarebbe per me impossibile, perciò preferisco limitarmi ad esprimere tutto ciò che i miei sensi hanno percepito senza seguire un filo logico o un nesso razionale. 

L’olfatto
Senz’ombra di dubbio il senso più tirato in causa in questo viaggio. L’odore delle strade gremite di gente che sbuca da ogni dove, l’odore della terra rossa che si alza al nostro passaggio e ti riempie le narici, l’odore del pesce fritto, che io volevo tanto assaggiare e che per fortuna mi hanno bloccata dal farlo, facendomi riflettere che forse a 400km dal mare non sarebbe stata una saggia scelta. L’odore della pelle del popolo africano, intrisa di sudore e di fatica, il puzzo della colla e del cherosene di cui erano impregnati i vestiti dei ragazzi di strada, bambini fuori ma adulti dentro. L’olezzo delle capre e delle pecore, della loro carne scuoiata e poi cotta nelle bancarelle ai bordi della strada, misto al tanfo dello smog e al fetore della spazzatura che viene bruciata ovunque e in qualsiasi momento del giorno e della notte e che inonda le strade facendo soffocare qualsiasi tentativo di vita della natura. Ma più di tutto ricordo il profumo di incenso, fortissimo, che mi ha invaso i polmoni e si è infilato in ogni cellula del mio corpo, permettendomi per un secondo di dimenticare di trovarmi nel bel mezzo di una baraccopoli nata su una discarica vera e propria.

La vista
Oggi, a distanza di qualche giorno dal mio rientro in Italia, se chiudo gli occhi e provo a ripensare al mio viaggio ecco cosa vedo: un’infinità di colori che spiccano all’interno del mercato di Kahawa West e contrastano con il grigiore delle case e delle strade tutt’intorno,



la vivacità dei vestiti delle donne, le loro treccine, i sorrisi spontanei dei bambini, il verde acceso della natura all’interno del quartiere carcerario di Kamiti, oasi di “pace” nel caos dei quartieri circostanti. Ma non solo, vedo le colline che si sono formate negli anni a furia di accatastare spazzatura e che ormai assomigliano più a montagne, vedo i-pad in mano a ragazzi di strada nel centro di Korogocho, baraccopoli costruita su un mantello di rifiuti, vedo ragazzi dividersi un paio di scarpe durante una partita di calcio, tenendo per sé la scarpa del piede utilizzato per calciare e cedere l’altra al proprio compagno. Ma più di tutto rivedo le lacrime dei ragazzi di Cafasso durante i saluti finali, i loro occhi pieni di tristezza e nello stesso tempo di gratitudine, i loro sguardi colmi di rassegnazione, tormentati dai fantasmi del passato, ma carichi di speranza, di sogni e di voglia di riscatto.

L’udito
Le risate naturali dei bambini, il rombare dei motori degli instancabili piki piki, i canti animati e festosi della messa domenicale, ricolmi di forza e di energia, uniti al batter di mani a ritmo di musica da parte di tutti i partecipanti, grandi e piccini, il tintinnio della monetina con cui l’aiuto autista del matatu batte sul bordo interno per dare i segnali all’autista, le grida della donna della casa a fianco che chiede aiuto, lo scrosciare della tanto desiderata acqua che scorre nel rubinetto, magia che si avvera quando vuole lei, senza avvisare e se ne va nello stesso modo, silenziosamente. Sì, in effetti ricordo soprattutto i silenzi. Il silenzio dei ragazzi di Cafasso mentre mangiano, il silenzio delle guardie del carcere, che usano ben altro rispetto alle parole per insegnare ai ragazzi come comportarsi, il silenzio degli occhi di chi ha sofferto troppo e teme di aver perso le speranze, il silenzio dei giovani nella biblioteca di Korogocho, talmente concentrati sui loro libri da sembrare che si dimentichino perfino di respirare, il silenzio dei cani randagi che pullulano le vie ed il silenzio delle stelle, guardiane del cielo, che illuminano quella parte di terra dimenticata da tutti, quasi anche da Dio.

Il gusto
Il sapore del porridge, un mix di tre farine diverse che sembra avere la consistenza di un semolino più che di un qualcosa da bere, quello dell’ugali, una sorta di polenta che spesso di sapore proprio non ne ha, il fantastico ghiteri, un misto di fagioli e mais che, mangiato semi crudo e senza un minimo di puccia, può essere difficile da mandare giù, soprattutto se in tavola manca l’acqua. Per non parlare della bontà di un buon chapati caldo, di un samosa non troppo piccante o della freschezza di una krest dopo una giornata passata a camminare sotto al sole, ma anche il sapore di quel coniglio che fino a poche ore prima ho visto riposare beato nella sua gabbietta. Ecco, questi sono i sapori che le mie papille gustative non dimenticheranno mai.

Il tatto
Un contatto fisico quanto ci può cambiare? Tanto. Battere i cinque ai bambini che si affrettano a correrti incontro quando vedono un “muzungu”, farsi stritolare la mano ogni volta che si saluta qualcuno, lasciarsi toccare i capelli da piccoli e grandi, che non credono ai loro occhi di vedere capelli così lisci e setosi, mangiare l’ugali con le mani dopo averlo impastato per bene, adagiarsi sui sedili dei matatu, impregnati di storie di vita, e sobbalzare ogni tre per due talmente tante sono le buche nel terreno, farsi la doccia, quella volta che l’acqua decide di degnarsi della sua presenza, scendendo troppo calda o troppo fredda, farsi scivolare tra le dita le minuscole perline con cui i ragazzi di Cafasso si divertono tanto a realizzare i loro “sobri” braccialetti, così piccole da cadere ogni tre per due. Ma più di tutto mi hanno cambiato gli abbracci, e non solo del popolo africano, ma soprattutto quelli scambiati con i miei compagni di viaggio, sconosciuti fino a pochi giorni prima, di cui avevo tanto paura, ma a cui invece mi è venuto naturale voler bene fin da subito.

Qualcuno un giorno ha scritto una grande verità: il mal d’Africa è un silenzio pagano, un ruggito religioso, uno stato d’animo. Il mal d’Africa, se è quello vero, è un bene incurabile.

Camilla V.

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