giovedì 23 agosto 2018

Moldova: un tuffo nel Medioevo tra contraddizioni e bellezza

30 Luglio 2018 – Volovița
Moldova. 
Quasi tutti noi conosciamo il nome di questo Stato o l’aggettivo ad esso collegato “moldavo/a”, magari utilizzato proprio in riferimento a qualche colf o alla badante di qualche nostro parente o conoscente. Ma cosa vi è dietro a questo vocabolo? 
L’esperienza dei Cantieri mi ha permesso di andare oltre la superficie e oltre gli stereotipi correnti, troppo semplicistici e semplificatori, per immergermi e penetrare in un contesto sociale ricco e complesso, ma anche contraddittorio. Ricco di culture, presenti e passate, di cui ancora si vedono le tracce: a Chișinău, la capitale moldava, block sovietici coesistono con le tradizionali casette basse ed edifici fatiscenti fanno da contraltare a ville e chiese maestose. Quest’ultime, anch’esse divise e facenti capo a due Credo differenti ed indici di un’influenza rumena ed una russa, presenti con tutte le loro problematiche. I cartelli pubblicitari e le insegne sono inoltre scritti in rumeno e a carattere cirillico. 
Ciò che apparentemente può sembrare un’accozzaglia di culture, istituzioni e lingue è in realtà uno zibaldone ricco di fascino, che mi ha conquistata sin dal primo giorno. Ricordo il momento esatto ho sentito di trovarmi all’ingresso di un una realtà nuova e avente molto da raccontarmi: mi trovavo sull’auto che dall’aeroporto mi stava conducendo nel cuore di Chișinău e al limitare della città ho scorto due edifici maestosi e simmetrici al lato della strada, le cosiddette “porte della città”. 
Mi sono parse pronte ad accogliermi, con il loro aspetto così simile alle “Vele” di Scampia, e cariche di promesse.

30 Luglio 2018 – Volovița
La mia esperienza in Moldova ha avuto luogo in particolare in due villaggi, Volovița e Florițoaia Veche. Entrambe realtà molto piccole, isolate e povere ma pronte e desiderose di accogliere me e il gruppo di cui ho fatto parte, e di raccontarsi. Villaggi isolati dunque, ma caratterizzati da tanto calore umano. Quel calore umano e quell’umanità che nella vita di tutti i giorni sento che vengono a mancare; giocoforza la frenesia, la cieca focalizzazione sui propri bisogni e obiettivi e un contesto globale, frammentato e competitivo come quello in cui viviamo.

Eppure Volovița e Florițoaia Veche, nella loro povertà e sottosviluppo più estremi, mi hanno ricordato il significato dell’essere accolti e quello della parola speranza. Speranza, che ho letto negli occhi dei bambini ma anche dei Părinți di riferimento delle comunità, impegnati a conoscere e riconoscere ogni persona nella propria singolarità e a conservare quel legame sociale tra persone e tra persone e territorio, credendo fermamente che questa sia la sola chiave per andare avanti. Sono partita con l’idea di accogliere i bambini e le persone che avrei incontrato; invece ho sperimentato l’essere io stessa accolta. Accolta dai miei compagni di avventura, i volontari italiani e quelli moldavi, accolta dalla comunità, con sorrisi e con l’immancabile vino fatto in casa, conservato in bottiglie di plastica. Accolta anche dai bambini, nella loro semplicità. Per loro tutto è un gioco. Non importa da dove tu venga o il tuo status socio economico; loro non si pongono domande di troppo ma accolgono con il loro desiderio di vita e la loro più pura loro vivacità. 
I bimbi, loro si che mi sono entrati nel cuore insieme all’insegnamento che mi hanno trasmesso: basta poco, basta ricordarsi della Meraviglia e di meravigliarsi, basta la bellezza per salvare questo mondo. La domanda che dunque mi è sorta spontanea è stata: “chi accoglie chi?”

3 Agosto 2018 – Volovița
Pochi giorni fa, ho assistito ad una scena che mi ha fatto riflettere. Mi trovavo in una macelleria con la mia famiglia per acquistare la carne in vista della tipica grigliata di Ferragosto. C’era in coda una mamma con un bambino che avrà avuto 4/5 anni che piangeva poiché il papà si era allontanato. In quel momento, ho realizzato che in due settimane in Moldova non ho mai sentito un bambino piangere, se non al momento dei saluti. Da un lato reputo ciò una cosa molto bella, ma dall’altro penso sia davvero strano che bimbi anche molto piccoli non abbiano mai pianto. Ritengo dunque che essi siano temprati dalla vita, che debbano imparare a cavarsela e ad essere autonomi.. così come Asia, bimba di 8 anni che doveva prendersi cura del fratellino più piccolo poiché i genitori sono in Italia e loro a Volovița con i nonni. Lei mi ha insegnato a lavare gli indumenti a mano, cosa fuori dal mio mondo, e nonostante la sua forza e schiettezza, mi ha trasmesso l’idea di una bimba senza il diritto di essere bimba. 
Tutto ciò è il villaggio, ma lo sono anche i pozzi, le tipiche casette azzurre, le galline che pascolano libere e le capre legate agli alberi sul ciglio della strada per le corna, i crocifissi in stile ortodosso presenti a quasi ogni incrocio e lo è anche il giro che ho fatto su un carretto cigolante trainato da un cavallo, insieme al Părinte di Florițoaia Veche e ai miei compagni di viaggio. Tutto questo è la vita di villaggio; è un ritorno indietro nel tempo, è riscoperta.

2 Agosto 2018 – Volovița
In conclusione, sono partita per la Moldova curiosa, desiderosa di incontrare, scoprire, turbarmi, meravigliarmi, riflettere e scoprirmi. Nel mio cuore non c’era spazio per la paura; lasciarmi andare alle emozioni non è stato dunque difficile. Piena, ricca di gioia, sorrisi, colori: ecco come sono tornata a casa. È con tanta voglia di raccontare, certo. Una cosa l’ho imparata: l’importanza e la bellezza del fidarsi. Ho imparato a fidarmi dei bambini, del carretto fatiscente con cui ho percorso strade accidentate in mezzo alla natura più incontaminata, dei miei compagni di viaggio e ho così riscoperto come solo riponendo fiducia nell’altro si può costruire qualcosa di davvero bello, qualcosa da cui partire, qualcosa con cui costruire la vita. 


15 Agosto 2018
Lidia Biondi



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