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sabato 3 novembre 2018

[Serbia] Chi sono i migranti? Persone da amare.

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Chi sono i migranti? Se ti dicessi persone come me e te non sarei sincero. Ho scoperto infatti che il migrante, pur assomigliandoci molto, è certamente diverso da noi: egli conosce il senso profondo della libertà, perché di essa è stato privato, e desidera ardentemente riconquistarla.

Nel campo di Krnjaca i bambini giocano tra le baracche, senza regole precise. Molto spesso scoppiano liti per un gioco conteso o per futili motivi, volano schiaffi e spintoni; un bambino scappa piangendo mentre l'altro riprende a giocare. Sono un po' selvatici i bambini di Krnjaca, sono simili a cuccioli che imparano a vivere facendosi spazio come possono, anche con le mani quando serve. Non si può certo dar loro la colpa, in fin dei conti molti non sono mai andati a scuola, mentre gli altri hanno ricevuto un'istruzione raffazzonata e discontinua, del tutto insufficiente perché la vita del campo non cancellasse quel minimo di educazione e di senso civico che tutti noi abbiamo imparato durante gli anni della scuola materna e di quella elementare.

I ragazzi sono il gruppo predominante. Tantissimi arrivano dall'Afghanistan, molti altri dal Pakistan, e poi dall'Iran, dal Ghana, dal Libano e persino dalla Cina.

Loro, al contrario dei bambini, sono di un'educazione e di una compostezza disarmanti. Molti parlano bene inglese, spesso meglio di noi, e danno prova di una curiosità e di una voglia di confidarsi che facilitano l'incontro. Scopriamo così che alcuni hanno iniziato un percorso di studi nel loro paese e ora vorrebbero continuarlo, spesso hanno un sogno nel cassetto, voglia di vivere, energia, forza fisica e mentale da spendere ma, al momento, sono chiusi in una striscia di terra, in un intervallo pallido di spazio e tempo dove ogni giorno sembra uguale all'altro, un tempo sprecato per una generazione che sembra persa.

Quasi tutti vogliono raggiungere l'Europa e ci provano di continuo, quando il tempo e le energie lo consentono. Pochissimi passano il confine, i più sono ricacciati indietro o scappano per non essere presi dalla polizia che, non si sa mai, può sempre decidere di tenerli per qualche giorno in questura, senza cibo né acqua, per far perdere loro la voglia di provarci ancora.

Liberi di proseguire, queste persone, non lo sono proprio. Così come liberi non erano nei loro paesi dai quali sono stati costretti a scappare per poter salvare la pelle, magari dopo aver visto la propria famiglia uccisa dai talebani o i compagni di scuola massacrati in qualche attentato terroristico. Molti ragazzi erano di buona famiglia e l'intelligenza delle loro domande esistenziali ci lascia l'amaro di non saper rispondere. Poche sono le persone fuggite per la povertà ma, mi chiedo, perché si dovrebbe far distinzione fra migrante economico o politico visto che la fame non lascia liberi e fa morti come la guerra.

Caro lettore, vorrei poter condividere con te la risposta, ora chiara per me, alla mia domanda iniziale ma mi rendo conto che la mia penna è limitata e non può trasmettere l'incontro che è avvenuto anche se continuassi a scrivere per altre cento pagine: sto pensando a volti che hanno nomi precisi e sentimenti e vocazioni proprie. 

Spero allora che ciò che non riesce ad esprimere la parola possa essere compreso dal cuore.

Chi sono i migranti? Persone da amare.

Stefano Polli

[Serbia] Questo, semplicemente, è ingiusto.

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“Li odio tutti, sono delle bestie, senza offese per gli animali che sono molto più civili e puliti”.

L’ultima settimana al campo si percepivano strappi strani fra la notte e il giorno. Di giorno capitava di sedersi vicino a un ragazzo qualunque e di sentirsi raccontare dei fratelli morti a scuola in un attentato, del papà minacciato dai talebani, della mamma con i fratellini piccoli di cui non si hanno più notizie, delle botte che avevano ricevuto il giorno prima, o la settimana prima, solo per aver tentato di oltrepassare un confine. Storie raccontate sempre con una voce calma, quasi leggera, in cui la sofferenza trapelava appena da qualche accenno. Non hanno mai chiesto il mio aiuto o la mia pietà. 
Poi alla sera noi volontari tornavamo a casa, si accendeva il cellulare, e si iniziavano a controllare le notizie provenienti dall’Italia. Nel nostro Paese erano i giorni del caso Diciotti. Una sera ho iniziato a scorrere i commenti sotto le notizie principali. Non avrei mai dovuto farlo. Non c’era solo l’affermazione che ho riportato in apertura: c’era una marea di offese, di insulti, di epiteti animaleschi con cui si aggredivano tutti i clandestini. Solo che non erano più dei semplici, generici migranti che sentivo attaccati: erano quei migranti. Quel ragazzo educato e triste, che non sapeva più nulla di sua mamma. Quello che mi offriva sempre la sedia quando entravo in una stanza. Quello con un sorriso smagliante, che era un asso della pallavolo. Quello che, una volta che mi ero fatta un leggero graffio alle ginocchia, è corso in camera a recuperare una salvietta per me. Quel ragazzo ventenne, rispettoso, dal cuore buono, che ogni volta che partiva chiedeva di pregare per lui il nostro Dio, perché avrebbe fatto lo stesso col suo. Quelli che, al di là dei gesti di cura, di bontà e di intelligenza che possono aver avuto per noi, al di là di tutti i loro meriti, erano comunque, con ogni evidenza, degli esseri umani, con tutto il bagaglio che questa affermazione comporta. Loro. Degli animali. Degli oggetti di puro disprezzo, buoni solo per buttarci addosso la polvere delle nostre scarpe. Delle cose che possono morire in silenzio, perché, per qualche motivo, valgono meno di noi.
Quando ho letto quelle notizie, così a bruciapelo, così poco tempo dopo aver parlato direttamente con loro, ho sentito salirmi in gola un magone furioso, una rabbia, un bisogno disperato di difenderli almeno dagli insulti e dagli sfottò che non avevano fatto nulla per meritare, di mostrare chi stavano coinvolgendo in quella bile indiscriminata. Se solo potessimo metterli insieme ad un tavolo, l’italiano e l’afghano, uno di fronte all’altro. Se facessero una sola partita di pallavolo insieme, forse si ricorderebbero che l’altro è un uomo, che sa sorridere, che sa persino voler bene a qualcuno.
Stando in Italia viene quasi spontaneo collocare, mese dopo mese, sempre più postille, eccezioni, limitazioni, “se” e “ma” alla questione accoglienza. Per quanto uno sia vaccinato contro il razzismo, aperto all’incontro con l’altro, culturalmente sensibile al mondo, è come se il fluire costante delle notizie rischiasse a volte di spingerci ad essere gradualmente sempre più cauti, più trattenuti dalla complessità insita nella questione. E la questione, senz’altro, è complessa. Ma se Krnjača mi è servito, con questa immersione tra figure umane, di contatto diretto fra occhi e linguaggi, è stato soprattutto a dare una sterzata improvvisa al discorso, un controbilanciamento nella direzione opposta: no, alla fine non è così complesso. Questi ragazzi partono da un Paese ancora in guerra, che solo per sfregio si può considerare pacificato, dalla morte, dagli attentati, dall’insicurezza, dalla chiusura delle loro scuole, dalla povertà; e per poterlo fare sono costretti ad attraversare dieci frontiere, mettendoci anni, spendendo i loro risparmi, consegnandosi nelle mani di criminali, rischiando di essere picchiati, truffati, respinti, e anche di morire. Non c’è davvero nulla di complesso in questo. Questo, semplicemente, è ingiusto. Complesso può essere organizzare l’accoglienza, immaginare un sistema che produca integrazione; più complesso ancora, sradicare le cause di un esodo di massa, come quello che sta avvenendo fra i giovani di Iran e Afghanistan. Ma difficile non è sentire che quel centinaio di ragazzi, che mentre scrivo sono ancora lì a consumare il loro tempo nel nulla, non dovrebbero essere lì, non dovrebbero essere percepiti come dei criminali a prescindere, e dovrebbero avere, molto più della mia compassione, il diritto ad un percorso diverso.

Ilaria De Regis

lunedì 17 settembre 2018

Nairobi e le sue mille realtà

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Di solito mi risulta semplice raccontare un qualcosa che mi ha colpito ed emozionato; al contrario questa volta qualcosa è cambiato e non riesco a trovare le parole più giuste per esprimere come mi sono sentita e come mi sento ora.
Sapevo che mi sarebbe servito del tempo, al mio rientro, per riuscire a descrivere cosa avessi visto e cosa avessi provato… Ma non pensavo che ogni ricordo mi sarebbe apparso anche in quei momenti più insoliti: magari stai ridendo e scherzando e ad un tratto senza motivo, rivedi difronte a te quei bambini, in mezzo ad un ammasso di sporcizia che rovistano cercando qualsiasi cosa; o camminando per strada ti ritrovi ad accarezzare un piccolo cagnolino e ripensi a tutti quelli randagi che proteggevano quei bambini di strada; o sei sul treno e a fianco a te osservi un gruppo di ragazzi di colore e ti vengono in mente le intere giornate con i tuoi amici di Cafasso a chiacchierare e a ridere; o ancora più semplicemente ti alzi la mattina, sei a casa da sola, c’è silenzio e sono proprio i silenzi che ti riportano a quel mondo a quella vita vissuta per sole tre settimane.
Quello che ho capito è che per un po’ sarà sempre così, si cercherà di ritornare con la mente a quelle situazioni, si cercherà di riviverle e si riproveranno le stesse emozioni perché forse quel mondo ti ha trasmesso cosi tanto che dimenticare sarebbe solo uno spreco.
Sto cercando di immaginarmi ogni giorno trascorso in quella realtà, a ogni testimonianza e incontro ma a dire la verità ho un grande confusione!
Da una parte ricordo le serate insieme ai miei compagni a cantare, a ballare, a giocare a carte.
Ricordo il piccolo safari in bicicletta, forse un po’ deludente per aver visto pochi animali, ma come si fa a non divertirsi quando si è affiancati da persone così fantastiche?!
Ricordo Karura Forest con i ragazzi di Cafasso in cui non eravamo più noi volontari e loro ex detenuti ma un unico gruppo di amici.
Ricordo la prima volta che sono entrata a Kamiti (quartiere carcerario) e quella sensazione che non saprei nemmeno descrivere, di sollievo, come se avessi già capito che quella sarebbe stata la mia casa per tre settimane.
Ricordo il giorno in cui abbiamo “visitato” Napenda Kuishi, è stata una grande, bella sorpresa, forse il giorno che mi ha fatto ricredere su tanti pensieri e che più di tutti mi ha aperto gli occhi. Napenda Kuishi è una piccola comunità, gestita da Padre Maurizio con dei ragazzi che stanno affrontando un percorso rieducativo di un anno e quel giorno non era previsto che rimanessimo a lungo, in realtà per sfortuna/fortuna il pulmino si è guastato e con molta naturalezza, senza pensarci due volte abbiamo deciso di giocare con questi ragazzi. Purtroppo mi è difficile spiegare cosa realmente mi ha entusiasmato e cambiato, forse le parole di Padre Maurizio, forse la sua grande dedizione, forse la sua voglia di cambiare le cose ma soprattutto credo che siano stati quei ragazzi con i loro abbracci, con la loro spontaneità e con la loro dolcezza… a far sì che quel giorno, sia diventato un BEL giorno.

Ora arriva la parte più difficile.
Dall’altra parte ricordo le storie dei ragazzi in carcere, le loro fatiche e le difficoltà nel riuscire ad adattarsi a quella realtà. Ricordo Korogocho dalla messa animata, piena di balli e canti che per qualche istante ti faceva dimenticare di essere in una discarica ma che poi le folate di odori ti riportavano alla realtà in cui ti trovavi.
Ricordo la giornata con Simone e i bambini di strada, ricordo perfettamente i loro disegni, molto diversi da quelli di un semplice bambino italiano; ricordo l’odore della colla e del cherosene... Ricordo lo “sbiascicare” dei bambini che ne facevano uso... Ricordo l’odore pungente dei loro abiti… Ricordo il luogo dove vivevano, sotto un cavalcavia… E infine di quella giornata ricordo soprattutto i bambini della comunità che ci hanno accompagnato al campo per giocare e il loro silenzio alla visione di tutti gli altri ragazzi di strada e chissà magari quale tempo prima potevano essere proprio loro nelle stesse identiche condizioni.
Ricordo le prime volte quando siamo entrati nel carcere minorile maschile, l’ansia e l’imbarazzo per alcune domande inappropriate da parte dei ragazzi.
Ricordo la grande difficoltà nel parlare della mia storia o della mia vita, dei miei banali problemi, al contrario di loro cresciuti troppo in fretta a causa di situazioni o circostanze impensabili.
E ricordo la delusione di quando siamo arrivati all’entrata del carcere femminile, erano giorni che speravamo di entrare per poterle conoscere ma per motivazioni a noi sconosciute non è stato possibile ottenere questo incontro.
L’ingiustizia, l’indifferenza, l’ineguaglianza, il razzismo era e sono alla portata del giorno.
In realtà i giorni in cui mi sono sentita veramente angosciata sono stati pochi rispetto ai sorrisi, agli abbracci, agli scherzi, alle situazioni di conoscenza ma quei momenti sono stati incisivi e lo saranno forse per sempre.

Mi piacerebbe spendere ancora qualche parola per i protagonisti della mia esperienza:

i ragazzi di Cafasso.

Cafasso è una comunità nel quartiere carcerario in cui ragazzi decidono volontariamente di farne parte dopo aver scontato 4 mesi della vita nel carcere minorile di Kamiti. Come ho già detto loro sono stati la nostra famiglia e Cafasso la nostra casa per 3 settimane quindi meritano un grande ringraziamento.



La prima settimana ammetto che personalmente non è stato facile relazionarsi ma il tempo ha cambiato ogni cosa. Sicuramente siamo entrati a far parte delle loro vite come un uragano, probabilmente, per il poco tempo che avevamo a disposizione. Siamo arrivati in dieci bianchi, cosa quasi assurda per loro e già dal secondo giorno eravamo lì, a lavorare, a parlare, a giocare e forse pretendevamo un legame che aveva bisogno di tempo per poter crescere.
Dalla seconda settimana c’è stato un grande cambiamento. Era d’obbligo riuscire a vedere i ragazzi almeno una volta al giorno; giocavamo senza farci problemi, calcio, pallavolo, giochi inventati al momento oppure semplicemente ci sedevamo in un angolo e imparavamo a fare i braccialetti o ancora si parlava di quello che ci passava per la testa. Loro si sono aperti tanto, ci hanno raccontato le loro storie, ma allo stesso tempo ci riempivano di domande così che non eravamo più noi ad intrattenerli ma erano loro che avevano voglia di conoscerci.
La loro preoccupazione maggiore, che iniziava a farsi sentire negli ultimi giorni, era che col tempo potessimo dimenticarli ma in realtà ciò, non potrà mai succedere.

Ringrazio il mio gruppo perché forse è scontato e banale ma senza di loro non sarei riuscita a superare tante difficoltà e non avrei potuto conoscere persone così speciali, ognuno con il proprio carattere, diverso ma conciliabile con tutti gli altri.  
Ringrazio Alice e Giacomo, coloro che hanno intrapreso il percorso di servizio civile, per la loro grande ospitalità, per il loro coraggio, per la loro voglia di mettersi in gioco, per aver organizzato le nostre tre settimane e li auguro un grosso in bocca al lupo per la fine del servizio.
Infine ringrazio la Caritas e i suoi membri perché danno la possibilità di vivere queste esperienze che ti fanno crescere e ti aprono al mondo.

Un abbraccio forte a tutti.

Francesca.



Ho svuotato la valigia ma la testa non ancora

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Ore 17:17, salgo sul treno per tornare dall'università. Cammino in cerca di un posto e lo trovo. Mi siedo. Di fianco a me una ragazza, ha tante treccina, vestiti colorati e ciabatte africane ricoperte di perline. 
Ecco di colpo il cuore mi si stringe e tutti i sintomi affiorano. Vi chiederete, i sintomi di che cosa? Del mal d'Africa.
Ho sempre sentito parlare del mal d'Africa ma non ci ho mai creduto. 
Pensavo 'come si può provare nostalgia per un posto che non ti appartiene?'
E invece no, l'Africa ti entra dentro, si prende tutto: testa, occhi, olfatto, pensieri, udito, anima, cuore. Si prende tutto e ti stravolge. 
Hai sempre avuto una tua visione del mondo? Tranquilla, quando tornerai non sarà più la stessa.
L'Africa ti cambia, un cambiamento brusco, repentino. Fa tutto senza che tu te ne accorga. 
La mattina ti svegli con la nostalgia dei sorrisi spontanei, degli occhioni grandi che ti guardano per andare a giocare, delle manine che ti afferrano come a dire 'ora sei mia', dei canti, dei balli, dei saluti, degli abbracci...

Quando sei per strada percepisci una strana sensazione, ti senti quasi a disagio perché cerchi gli sguardi di benvenuto, cerchi le strade sgarrupate, i matatu colorati, i tuktuk, i baracchini che vendono chips di manioca, mani che si agitano in segno di saluto e invece trovi solo persone con musi lunghi che camminano affannati a testa bassa, strade grigie e ordinate, persone che si lamentano per banalità e vetrine scintillanti. 

Tutte le cose che prima ti sembravano le più importanti, ora non lo sono più. 
Tutte le volte che ti stai per arrabbiare ti fermi a pensare e ti chiedi 'ma ne vale davvero la pena?' 
Tutte le cose che prima ti sembravano scontate ora le vedi sotto un'altra luce, ne riesci a percepire l'importanza. Impari ad apprezzare le piccole cose come lo svegliarsi la mattina e avere l'acqua in casa, poter fare una doccia calda, avere una cameretta tutta tua, avere un frigo pieno di cibo, prendere il treno e avere la strabenedetta fortuna di andare a scuola e studiare. Perché sì, noi ci lamentiamo degli esami, delle lezioni, ma ci sono ragazzi che farebbero carte false per andare a scuola. 
Nasce quindi in te un desiderio di fare le cose fatte bene, di studiare bene, di fare i compiti bene, di ascoltare bene, di mangiare bene senza sprecare nulla, di fare tutto bene perché sei fortunata, perché tu puoi studiare, perché tu hai un frigo sempre pieno, perché tu sei nata in un paese dove puoi avere tutto (o quasi) e quindi hai l'obbligo di fare le cose fatte bene. Ti senti in dovere di fare tutto bene.

L'Africa ti insegna a vivere con il tempo e non a vivere per il tempo. Impari che se una cosa non arriva subito, se hai fede arriverà. Impari a credere nel destino, a prendere le cose così come vengono. Impari che il bicchiere non è mai mezzo vuoto ma è sempre mezzo pieno o pieno e anche se è vuoto, non preoccuparti, c'è sempre una visione positiva. 
Ti insegna la pazienza, il riconoscimento, il rispetto per i tempi altrui. Ti insegna che cos’è la dignità.


Ormai sono passate quasi tre settimane dal mio ritorno in patria, le canzoni africane sono diventate la colonna sonora delle mie giornate, e le foto dei miei bambini e dei miei ragazzi hanno invaso camera mia. I ricordi incominciano a sfumare, ma le sensazioni, alcuni odori e suoni sono indelebili. A volte succede che la testa parta e vada in Africa o che la nostalgia mi invada all’improvviso, mentre sono impegnata a fare tutt’altro. Poi però penso che non devo farmi sopraffare da queste sensazioni ma cercare di assimilarle, elaborarle e farle diventare il mio punto di forza. Devo cercare di prendere tutti gli insegnamenti e il bene che ho ricevuto da questo magnifico continente e moltiplicarlo perché come mi disse una mia amica:
il ritorno porta addosso mal di testa e mal d’anima, porta un po’ di questi sorrisi, di quei canti e di quei balli, di ciò che hai visto e imparato anche qui da noi’

Ora vi saluto che sono giunta alla mia fermata. 
Nakutamani Afrika.

Federica

mercoledì 12 settembre 2018

Dove sono finiti i sogni di Beirut?

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Dove sono finiti i sogni di Beirut?

E’ la domanda che riecheggia nelle nostre teste, dopo che incontriamo un rifugiato o una migrante in questa città, piena di interrogativi irrisolti.
A questa domanda dà risposta Majdi, allenatore della squadra femminile di basket di ragazze palestinesi che abitano nel campo di Shatila, “Real Palestine Youth F.C.”,  ci dice che i ragazzi al campo palestinese non hanno sogni perché il loro destino è miseramente segnato da quei pochi, umili e sottopagati lavori che hanno il permesso di fare.
In Libano infatti i palestinesi hanno pesanti restrizioni lavorative, che permettono loro di  lavorare solo in 20 tipi di professioni. Non è concesso loro esercitare alcuna professione che preveda l’iscrizione ad un albo, nonostante non sia negato loro l’accesso all’università e quindi il conseguimento di una laurea.
In questo contesto l'impegno di Majdi come allenatore assume ancora più importanza, poiché dà a queste ragazze una passione, un modo di realizzarsi e svagarsi e una possibilità di aprirsi sul mondo, grazie a tornei internazionali.

Lo stesso vale per i profughi siriani, noi ne abbiamo incontrati alcuni al campo di Tel Abbas, i quali si trovano in condizioni lavorative molto simili a quelle dei palestinesi. Sono fortunati se trovano lavoro nei campi e prima iniziano a lavorare meglio è per tutta la famiglia. A ciò si aggiunge l’astio  dei Libanesi che spesso accusano i siriani di sottrarre loro il lavoro poiché disposti ad accettare salari più bassi.
I loro figli crescono già disillusi, con poche speranze per il futuro e pochi ricordi della terra che hanno lasciato, ma con tanta energia, come ogni bambino, che troppo spesso sfocia in violenza incontrollata se non si dà loro qualcosa di bello per cui valga la pena faticare.

Vista da uno dei centri 


I bambini che abbiamo incontrato quest'estate nei centri cosa potranno sognare oltre quei cancelli che guardano con occhi grandi e innocenti?
Chiediamo a Peter, un bambino del centro cosa vuole fare da grande e non ci sa rispondere, dopo essere incalzato con proposte di lavori fantasmagorici quali lo speaker radiofonico, l’astronauta,
il calciatore ci dice: “l’impiegato e stare davanti al computer”.
Stanno tagliando la fantasia a un bambino di 9 anni, o forse la normalità è per lui il sogno più grande.
Per tutte le persone che abbiamo incontrato la normalità è il sogno, ma sembra ancora lontano.
Non possiamo che ripeterci le parole di Ben Harper: “You have a right to your dreams and don’t be denied believe in a better way”.

Giò, Molly, Cla, Giuly, Mary, Michè, Vero, Sos

domenica 9 settembre 2018

Nairobi: to sit where people sit

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Una volta a Nairobi, 
conversando con un missionario che lavora in Sudan, 
padre Haumann, gli ho chiesto: 
"Cosa significa per te missione?", 
e lui mi ha risposto in inglese:
"Mission is to sit where people sit and let God happen!",
cioè 
"Missione è sedersi dove la gente siede e lasciare che Dio avvenga!"

Alex Zanotelli, Korogocho. Alla scuola dei poveri, Feltrinelli, 2013



Enrico

Nairobi: Cinque minuti in Kenya

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Sono le 10:21 di un venerdì di settembre. Piove e sono sotto tesi. Ho lasciato Kahawa West ormai da settimane e, inevitabilmente, inizia a sfumare nel ricordo, anche se molte sensazioni e alcuni odori sono ancora vividi.
Nei cinque minuti passati ho scritto una pagina al PC, ho stampato tre articoli scientifici e ho bevuto un caffè alle macchinette. Devo essere produttiva e non posso perdere tempo. Da quando sono tornata all’università, ho la percezione che il tempo non vada sprecato e che le cose vadano fatte tutte, subito e bene. Che se ci si prende cinque minuti per fare altro, tutto va a rotoli.
Fare, fare e fare.
Altrimenti è un problema.
Ma lo è davvero?
Più ci si allontana dall’epicentro meneghino e più questo dettame mi sembra che diventi lasco. E in Kenya, a Kibiko, cinque minuti non sono i cinque minuti della mia biblioteca italiana.

È una domenica di agosto. Con padre Maurizio, comboniano, a Nairobi da quattro anni e venti alle spalle nei sobborghi neri di Chicago, andiamo a visitare Napenda Kuishi (“Voglio/amo vivere”), la comunità residenziale per ragazzi tossicodipendenti di cui Maurizio è il direttore. La comunità si trova a Kibiko, a un’ora e mezza di auto da Nairobi, sulle Ngong Hills, ossia le verdi colline de La mia Africa della Blixen.

Tramonto sulle Ngong Hills - Napenda Kuishi - Kisumu Ndogo


Qui vengono portati e ospitati quei ragazzi, tra i 13 e i 19 anni, che non riescono a disintossicarsi nei centri diurni all’interno di Korogocho, lo slum che cresce sulla discarica cittadina.
Lontano da tutti, questi ragazzi vengono immersi nel bello e nella calma con la speranza che il loro percorso abbia successo.
E infatti Napenda Kuishi è un bel centro, in tutti i sensi.

Napenda Kuishi - Kisumu Ndogo


Napenda Kuishi - Kisumu Ndogo


E non è qualcosa di affatto scontato, quando anche il centro della capitale è esteticamente tremendo e sembra un’accozzaglia di palazzi costruiti da un architetto col gusto per lo stile sovietico misto a quello tipico degli istituti comprensivi dell’hinterland milanese. Il giorno prima di quello a Napenda Kuishi, in giro per il centro di Nairobi ho chiesto a Joshua, la nostra guida, cosa fosse quel palazzo che tanto mi ricordava il liceo dove mio padre ha insegnato per anni. “È il nostro Parlamento!” mi ha risposto prontamente. “Bello, eh?”, ha aggiunto soddisfatto.

Nairobi Town

Con quella frase ho capito tante cose. Ho capito soprattutto che i ragazzi del Kenya hanno il diritto di essere educati al bello, ma che è difficile, se ne sono circondati solo parzialmente.
A Napenda Kuishi, invece, Padre Maurizio ci ha mostrato  la scuola che sta costruendo. È una scuola ben curata, luminosa, costruita pensando a chi ci dovrà vivere e con delle comodità al suo interno che noi diamo per scontate e che sembriamo dimenticarci che anche in Kenya lo dovrebbero essere altrettanto. Con i soldi avanzati dal budget, padre Maurizio ha fatto costruire un caminetto nella sala comune, perché a Kibiko gli inverni sono freddi e – diciamolo – non c’è nulla di meglio che sedersi davanti a un fuoco la sera, quando fuori c’è il gelo.
Davanti a quel caminetto che presto sarà in funzione, Maurizio ha dato voce a quella che era stata la mia riflessione il giorno prima: “Non è che perché una persona è povera, allora va bene qualunque cosa. Il bene lo si fa bene, o non lo si fa affatto. Se io non voglio più un paio di scarpe vecchie, perché dovrebbe andare bene a un altro? Se una scuola è brutta e spoglia e io non ci studierei mai, perché dovrebbe volerci stare un’altra persona? Proprio perché abbiamo le possibilità e le competenze, dobbiamo invece  impegnarci a offrire qualcosa di bello”.
D’altronde La bellezza salverà il mondo, diceva Dovstoevskij. Come dargli torto?

Scuola professionale per i ragazzi di Korogocho

Sono stati cinque minuti di conversazione, ma mi ha fatto comprendere che non è importante fare la carità, se prima non si fa la giustizia. E la giustizia vuol dire anche e soprattutto esigere che tutti vengano trattati e possano vivere con la medesima dignità. La giustizia sociale è un atto politico. Un atto politico che parte con il mettere in campo i propri talenti e stare dove è giusto essere. Non tutti devono fare scelte radicali, non è necessario che tutti emigrino in massa nel Terzo Mondo e diventino missionari. Si può fare missione anche stando a casa propria a fare un lavoro che nulla ha a che vedere con quello del prete missionario. Si può fare giustizia anche nella propria città, mentre si studia in biblioteca e si ingolla un caffè pessimo delle macchinette. Fare missione e fare giustizia sono stili di vita. In entrambi i casi, viene chiesto di non rimanere indifferenti davanti alle ingiustizie, ma piuttosto di aiutare qualcuno a sviluppare i propri talenti. Senza voler essere santi, martiri o eroi.
Giustizia, nel mio caso, è chiedermi perché Korogocho e le baraccopoli del mondo esistano, quale sia la loro funzionalità, quale tipo di economia alimentino e alimenti io, con il mio benessere e il mio stile di vita. Mi chiedo da settimane se esiste qualcosa che possa fare per mettere in discussione il sistema in cui sono immersa.
Alex Zanotelli, il primo comboniano a Korogocho, scriveva:
“Questa dimensione politica va vissuta fino in fondo, altrimenti si rischia, anche come missionari [o cantieristi, direi io!], di fare il gioco del sistema. E se la si vive fino in fondo si cessa di essere eroi o santi, per diventare i disturbatori dell’ordine costituito”.
Come cantieristi ha senso cercare di diventare disturbatori dell’ordine costituito?


P. S.
Cinque minuti è anche il tempo con cui un meccanico, in Africa, ti dice che riparerà il pulmino che non riparte dopo la visita al centro. Siamo bloccati a Napenda Kuishi, ma ci dicono che ci vorranno solo cinque minuti.
E come occupare questi cinque minuti?
Per prima cosa, chiacchierando e organizzando i turni della settimana.
Poi prendendo in mano due palloni sgonfi, tirando in mezzo i ragazzi del centro e l’altro gruppo di italiani che è venuto con noi e dando vita alla più grande partita di calcio Chapati vs. Ugali che Kibiko abbia mai visto. Cinque minuti in cui si possono fare incontri diversi e in cui la vita si mette in mezzo costringendoti a cambiare i piani che avevi.
Alla fine cinque minuti diventano ore. Perché cinque minuti in Africa non sono i cinque minuti a cui sono abituata a Milano. Se anche cinque minuti diventano quattro ore, non fa niente. Non muore nessuno e si aspetta. Perché a volte sembra così difficile ricordarlo mentre scrivo pagine di tesi al PC, stampo articoli scientifici e bevo caffè alle macchinette?



Silvia Brambilla



venerdì 7 settembre 2018

Nairobi, Korogocho. Uno spiraglio di luce

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Sono tornata da una settimana, dopo giorni in cui mi sentivo bloccata, disorientata e fuori posto oggi ho dovuto riprendere contatto con la realtà, ho un esame a breve e sono andata in biblioteca a Saronno. Salgo le scale che portano alle aule e vedendo la sala piena di ragazzi assorti nello studio, resto ferma sulla porta e mi viene il magone. La mia mente è volata a Nairobi, catapultata nella biblioteca costruita all'interno di Korogocho e gli occhi diventano inevitabilmente lucidi.

Korogocho è una delle baraccopoli più grosse della periferia di Nairobi, caratterizzata da una selva di lamiere e fango, per la maggior parte priva di servizi essenziali come acqua ed energia elettrica, senza sicurezza, senza diritti.
 I miei piedi non calpestavano il terreno, ma la sporcizia. Stupidamente mi sembrava di vedere le montagne. E invece no. Montagne lo erano, ma di rifiuti. Non riuscivo a respirare. L'odore penetrante dell'immondizia e in particolare della plastica che bruciava mi impediva anche di pensare. Il pensiero che quei rifiuti fossero l'unica fonte di sostentamento per gli abitanti di Korogocho, mi impedisce ora di respirare.
Tutti setacciano i rifiuti. Stordita da quell'odore mi guardavo intorno e faticavo a guardare negli occhi quei bambini.

Non penso di essermi mai sentita così piccola, impotente, inutile. 

Alcuni cercavano tra i rifiuti cibo, altri leccano sassi e altri ancora tengono in mano una bottiglietta contente colla. Si drogano per non sentire la fame. Per non sentire più niente.

“E io cosa sono venuta a fare in Africa? Come si può fermare tutto questo? Dio dove sei?” continuavo a pensare. 
In questo inferno quella biblioteca era uno spiraglio di luce.
Uno scorcio di bellezza. 
Un miracolo. 
Un seme di speranza. 
Un inno alla vita.  

Anche lo slogan che accompagna questo progetto, “Nuru ya Korogocho” ovvero “Luce di Korogocho”, ne sottolinea la funzione.
Padre Maurizio, che da anni vive Korogocho mi dice : “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”. Ed è così.
 Da quella biblioteca nasce futuro. Nasce educazione. Nasce speranza.
Commossa guardavo decine e decine di ragazzi e bambini leggere, studiare, disegnare, ognuno intento a costruirsi un futuro. Futuro che la realtà di Korogocho non vuole dare a nessuno di loro. Eppure loro sono lì e ci stanno provando.
Pazzesco.

Ovviamente mi sento sempre molto stupida, sono sempre angosciata dal vuoto che annebbia il mio futuro qui in italia e vedere tutto ciò non può che spronarmi ad aprire gli occhi e a cercare di mettercela tutta per costruire qualcosa di bello, proprio come stavano facendo i ragazzi di Nairobi.
Sì i ragazzi di Nairobi, sono serviti più loro a me che io a loro.

Giulia V.


Nairobi.“...Sensazioni ed emozioni che...”

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Sono già passate due settimane da quando siamo tornati dall’Africa, da Nairobi per la precisione. Anzi,  direi da Khawa west, li dove Giacomo e Alice ci hanno ospitato per tre bellissime settimane, che purtroppo sono volate e già finite.
Faccio fatica a metabolizzare quante cose ho visto e ho vissuto, quante persone ho conosciuto e lasciato, quanti racconti e storie di vita straordinarie ho ascoltato, come quelle di padre Maurizio o quelle di Simone, che hanno deciso di dedicare la propria vita agli Altri. Ma anche storie difficili da comprendere ed accettare, così lontane all’inizio ma invece poi sempre più vicine. Non so come, forse non l ho ancora capito, ma so per certo che ti rimangono dentro, ben impresse nel cuore e nella testa, parola per parola.
Non è il primo cantiere per me (è già il terzo per la verità) ma ogni volta che torno è sempre traumatico, mi ritrovo con più domande che risposte e, in particolare quest’anno, ho avuto modo di mettermi tanto in discussione. La domanda cardine con la quale torno è: che persona voglio essere? Quali principi voglio che siano alla base della mia quotidianità? be...domande facili a cui rispondere insomma...ma il Cantiere è anche questo.
E alla domanda: “quindi quest’anno come è andata?”
Ovviamente l’unica risposta che ti viene spontanea è: “bene, anzi benissimo” e poi?!…Cosa dire, come poter raccontare a tutti quello che nella tua testa, nei tuoi occhi, nel tuo naso, nelle tue mani ma soprattutto nel tuo cuore rigira in loop dalla mattina alla sera?? forse è proprio per questo che fino ad ora non ho ancora scritto niente.
Sensazioni, solo sensazioni ed emozioni che ti fanno rigirare lo stomaco.
Visi ben impressi nella mente, odori ancora presenti sui vestiti, sui braccialetti ma soprattutto sulla pelle; odori buoni o cattivi che siano...dal mercato, alla discarica, dalle persone, alla frutta, dalla colla al cherosene fino all’odore inconfondibile della terra rossiccia, che quando piove diventa fango nel quale è inevitabile affondare le scarpe; o meglio, di sicuro tu, con lo scarponcino da montagna, se ci metti dentro il piede ti sporchi fino alla caviglia, ma le donne con le ballerine..e no, loro no...come delle fatine camminano leggiadre senza neanche una macchia sulle scarpe.
Resta per me ancora qualcosa di inspiegabile.
Tra tutte le incertezze con cui sono tornata, ho sempre e solo due certezze che rimangono fisse nella mia vita, come lo è sempre stata fino ad ora: LA MUSICA E LA DANZA.
Può cambiare la cultura, il tipo di musica che si ascolta, il tipo di movimento del corpo, per qualcuno più sciolto mentre per qualcun altro più scattoso, ma sono sicura che il corpo non mente; non mente nel primo approccio, nel primo contatto con l’ altro, nel creare dinamiche di gruppo gioiose ed armoniose. Mai come quest’anno, la danza e la musica, sono state alla base delle nostre giornate e serate con i ragazzi. Sono dei piccoli gridi di speranza e di sfogo fondamentali nella vita di ciascuno di noi.



Da ballerina che sono non ho potuto non notare come, per i ragazzi, per i bambini ma anche per gli stessi adulti, queste facciano parte in modo naturale della loro quotidianità, dal lavoro, al semplice passaggio giornaliero in mezzo al mercato, alle danze tradizionali , alla messa…danza e musica sono sempre presenti.

Questo non vuol dire, come si pensa sempre, che gli “Africani” siano sempre gioiosi, felici, anzi sono persone che affrontano fatiche e preoccupazioni.
Credo che avere la musica e la danza così presenti in mezzo a loro e nelle loro anime dia sicuramente una marcia in più per rialzarsi e ripartire.

S. Messa nella baraccopoli di Korogocho

Un pomeriggio di musica a Cafasso

 
Potrei andare avanti per giorni a raccontare di questo cantiere, in modo confusionario forse, a mo di episodi e poi, a dirla tutta...certe cose credo che le terrò solo per me, saranno dei piccoli tesori da custodire con cura.

Mi piacerebbe fare a questo punto un ringraziamento, si ma... a chi?!?
A questa esperienza, alle persone che ho incontrato e a quelle che mi hanno accompagnato perché senza di loro non sarebbe mai stata la stessa cosa, alle mie risate e a quelle degli altri, all’impegno e alla spensieratezza che premiano sempre!.
ASANTE SANA

Compagni di viaggio speciali


Sara.

giovedì 6 settembre 2018

Ricordi di Moldova

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Quando ho saputo che sarei partito per la Moldova ero molto scettico, vedevo i nomi delle altre destinazioni dei Cantieri di Caritas: Kenya, Bolivia, Haiti, nomi certamente esotici che generalmente si crede abbiano bisogno degli aiuti maggiori, e pensavo “Cos’è la Moldova? Cosa ci vado a fare lì?”. Nonostante le perplessità iniziali, il colloquio con Sergio, le giornate di formazione e i racconti delle nostre coordinatrici sul posto, Faustina e Lisa, hanno fatto crescere in me l’interesse verso questo campo e, con il senno di poi, a ragione.

La parola d’ordine di queste 2 settimane è stata ADATTAMENTO: con i miei compagni di viaggio ci siamo ritrovati in una realtà, quella dei villaggi, tanto interessante quanto complessa e contraddittoria. Se da un lato le strade sono per la quasi totalità sterrate e piene di buche, la gente si muove con cavalli e carretti, i bagni non hanno le fognature, l’acqua viene ancora presa dai pozzi e si fa fatica ad arrivare a “fine mese”; dall'altro, però, le scuole sono dotate di Wi-Fi e a volte di lavagne multimediali, e i bambini, seppur con vestiti e scarpe consumati, hanno gli ultimi modelli smartphone, che purtroppo sono necessari per mantenere i contatti con i genitori molto spesso lontani per lavoro in Italia o in Russia.

Ma andiamo ai fatti. 2 settimane passate nei villaggi di Voloviţa e Floriţoaia Veche, durante le quali la nostra attività principale prevedeva al mattino l’organizzazione di giochi, balli, scenette e lavoretti con i bambini, mentre nel pomeriggio, dei lavori socialmente utili alla comunità del villaggio come pulire la chiesa o andare ad assistere gli anziani con qualche lavoro in casa.
Il campo con i bambini è stato ricco di sorrisi, gioia e divertimento, ma anche di molta fatica, ripagata però dalla felicità che gli occhi dei bambini esprimevano nel momento in cui incrociavi il loro sguardo, mentre erano impegnati nelle varie attività. Intenso è stato l’incontro con Roman, un bambino che un giorno si è presentato in stampelle e, nonostante le sue difficoltà nei movimenti ha insistito per partecipare a tutti i giochi e le attività con grandissimo entusiasmo. Ma quello che mi ha colpito veramente è stata la fiducia che i bambini riponevano in noi: nonostante fosse la prima volta che ci vedevano, fin da subito si sono fidati ciecamente di quello che proponevamo, spingendoci a dare ancora di più per cercare di non lasciarli delusi.

Durante i lavori sociali, invece, abbiamo avuto degli incontri molto toccanti: a partire da quello con un uomo che aveva perso una gamba e cercava come meglio poteva di curare da solo la sua casa, dal momento che tutta la sua famiglia era all'estero, oppure quello con una signora che abbiamo aiutato a pulire le noci che voleva vendere, per cercare di integrare la pensione bassissima. Situazioni di grande povertà che mi hanno permesso di capire un po’ più dall'interno la comunità nella quale ero ospitato e sentirmi in qualche modo parte di quel mondo che mi ha permesso di fare un salto indietro nel tempo, a quella che, secondo i racconti dei nonni poteva essere l’Italia pre-guerre.

Mi sono trovato faccia a faccia con una povertà, una rassegnazione che mai mi sarei immaginato di trovare in un paese europeo a 2 ore d’aereo dall'Italia e spesso mi chiedevo come questo paese potesse rialzarsi, migliorare le condizioni di vita dei propri abitanti, quale futuro ci potesse essere per i giovani, ma non sono riuscito a trovare una risposta. L’incontro con Igor, presidente di Diaconia ha confermato la peggiore sensazione: non c’è futuro per Moldova se non quello di essere in futuro annessa alla Romania o alla Russia e ho pensato a come i volontari moldavi potessero sentirsi nell'ascoltare queste parole. Nonostante tutto, abbiamo comunque sperimentato una generosità, un’ospitalità e una voglia di festa incredibili e ti rendi conto che “Sono sempre i più poveri a donare di più” non è più solo una delle tante frasi fatte, ma qualcosa che si può toccare realmente con mano. Questo mi ha fatto ricordare quanto bello possa essere sentirsi veramente accolti, anche da qualcosa o qualcuno completamente diverso da te, ed è allora che riesci a entrare nella relazione con l’altro, perché non ci sono più barriere, sei solo tu e il bambino che sorride per il gioco appena concluso, tu e l’anziana che ti ringrazia perché le hai dato un piccolo aiuto in casa.


Emanuele Bosetti

mercoledì 5 settembre 2018

Mombasa. Grandi occhi profondi

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John è di media statura, ha il viso tondo ed è rasato: la migliore scelta per lui quella di rasarsi per evitare di impiegare troppo tempo a curare i suoi capelli fitti e crespi. John è keniota quindi la sua pelle è liscia e scura come la notte. Ha due occhi grandi John, profondi ed eloquenti: a delle volte sembrano tristi, altre volte sembra che ridono in maniera sincronica insieme al suo sorriso che non è perfetto, John non può mica permettersi l’apparecchio ai denti, ma va benissimo lo stesso perché è bello già così. Ad ogni modo, i suoi grandi occhi profondi raccontano qualcosa, qualche volta cantano note di gioia, altre volte chiedono aiuto, ma non vi è mai una volta in cui i suoi grandi occhi profondi non esprimano qualcosa. Sotto l’occhio destro ha una cicatrice John, non so come se la sia fatta o chi ne sia il colpevole: preferisco pensare che sia stata la vita per evitare di considerare l’ipotesi che sia stato qualcuno, che dietro a quella cicatrice ci sia un nome. I passi di John, piccoli e scalzi, hanno incrociato il mio cammino e hanno fatto un pezzo di strada insieme lungo 23 giorni. John, infatti, ha circa 9-10 anni, è un bimbo e la sua casa è il Mahali pa usalama, il centro di prima accoglienza per bambini vittime di abusi, violenze o di situazioni famigliari critiche, rescue center presso cui ho passato la mia “vacanza alternativa” da volontaria. Il Mahali è pieno di storie, drammatiche e crude, violente e buie: qualcuno ha subito abusi sessuali tra le mura di casa, qualcun altro ha visto i genitori attaccarsi a bottiglie di alcol, altri a Mahali, ma vivono tutti sotto lo stesso tetto nell'attesa che il processo legale che li riguarda venga portato a termine. Il Mahali non è un posto propriamente accogliente: chiunque si aspetti una grande casa allegra e colorata adatta a bambini, è totalmente fuori strada. È molto anonimo e spesso puzza però ha un grande cortile e degli spazi adibiti al gioco. Lì i bambini sono l’ancora di loro stessi: non solo si fanno compagnia, ma si aiutano, hanno attenzione l’uno dell’altra e affrontano le difficoltà laddove gli adulti non sono in ancora non sanno neanche dove siano mamma e papà. Sono diversi i background dei bambini che entrano al grado di rendersi conto che è ora di intervenire. È curato interamente da bambini che considerano quel posto la loro casa: puliscono, cucinano, lavano la biancheria. Ma sono pur sempre bimbi, quindi ad una certa è ora di giocare, che si aprano le danze: al ritmo di “Make a circle, big big circle” iniziamo ad animare il cerchio con i bans sia in italiano che in swahili, poi si gioca. Ecco, una delle cose che mi ha incredibilmente stupita è il modo di giocare: una mattina si sono divertiti da matti, sembravano che stessero facendo il gioco più grandioso di sempre e alla fine? Giocavano solo ad “Un, due, tre, stella!” e ridevano anche, divertiti e competitivi. Ho amato sin da subito il modo di giocare con poco di questi bambini, di sapersi divertire, di saper apprezzare. Probabilmente hanno insegnato più questi bambini a me che io a loro, per questo ogni giorno ringrazio il cielo di averli messi lungo la mia strada. Da loro ho imparato la tenacia e la pazienza di chi affronta un percorso che ha più interrogativi che certezze; ho imparato che la speranza va coltivata proprio bei terreni più ardui e che 
è l’unico motore che a volte rimane; mi hanno insegnato che a volte i colpi più bassi puoi prenderli dalla tua stessa famiglia, quella che io ho sempre pensato come il nido più sicuro al mondo, e che invece può essere luogo di violenza e difficoltà. Ho imparato che a delle volte ti svegli con l’umore giù, con un dolore che ti spegne, che ti fa passare la voglia di giocare e ho imparato che quel dolore va piano piano elaborato, realizzato e mai soffocato. Mi hanno insegnato che “Un, due, tre, stella” è divertente,  che costruire corone di cartone di giallo può farci sentire re e regine per un pomeriggio anche se stiamo indossando vestiti sporchi e che ballare in cortile può essere  emozionante, e chi se ne frega se nel frattempo arriva la pioggia estiva, loro non si fermano. Ho imparato da loro che aver incontrato le persone sbagliate nella vita non sempre significa perdere fiducia nell'umanità: stupisce il modo in cui ti toccano, ti abbracciano, ti cercano, chiedono silenziosamente le tue cure nonostante siano stati feriti da altri uomini e donne proprio come noi. Mi hanno insegnato che a volte la vita picchia non solo gli adulti forti che sanno come rialzarsi, ma picchia forte sul viso di un bambino, sulla sua innocenza, sulla sua vulnerabilità. E mi hanno  insegnato che ogni colpo può essere incassato restando in piedi, saldi al suolo. Per questo mi sento in dovere di ringraziare John, e con lui anche Brian, Michelle, Richard, Habu, Arnold, Badi, Hamisi, Hassan, Patience, Ali, Lois, Albina, Fatima, Faith e tutti gli altri bambini che hanno incrociato la mia strada, che hanno camminato con me tenendomi la mano in queste settimane di stupore e meraviglie e che silenziosamente, nella loro amorevole umiltà, hanno segnato ed insegnato. 

Ileana

martedì 4 settembre 2018

Mombasa. L'incontro che toccò l'anima

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Mi ricordo ancora, come se fosse ieri, la prima volta che li abbiamo visti. 
Tutti radunati in cerchio, sotto ad una pagoda. Il sole stava calando per far spazio alla notte. 
La luce, di un giallo aranciato, scaldava i nostri volti illuminando i loro occhi grandi. 
Erano bellissimi. Ci scrutavano con interesse e curiosità, mentre cantavano inni religiosi.
Finite le prove del coro ci presentiamo a tutti e subito si fanno notare per la loro simpatia, la loro gentilezza e il loro cuore grande. Iniziano le presentazioni.
Edgar. Malik. Ian. Tony. Marcy insieme al suo figlioletto Randy. Ester. Duda. Scolastica. Rose. Emma. Vincent. Endy. Beatrice. Emelda. Awino. Zacaria. Julie. ChiChi. Rafael. Shiro. Ooga. Benja. Darwin. Marcelo. Arnold. E molti altri.
Ecco i ragazzi di Kongowea. 
Vestiti al meglio, ordinati e puliti, celano dietro ai loro volti e ai loro sorrisi, storie di ogni tipo. 
Il quartiere dove vivono non è proprio dei migliori: case fatiscenti o baracche, dove tra un vicolo e l’altro appaiono gatti rognosi, cumuli di spazzatura, che a giorni alterni vengono bruciati, coprifuoco serale per evitare brutti incontri notturni o peggio poliziotti in cerca di qualcuno su cui sfogare la propria rabbia. 
Nonostante siano circondati dal brutto, la loro anima è ancora bella. Mi piace pensare che loro abbiano dentro il sole, che gli permette di non perdersi nelle tenebre. 

Con loro abbiamo condiviso momenti duri ma soprattutto risate, gioie e sorrisi.
Indelebile rimarrà il ricordo di quando, giunti nella fredda Bura, hanno fatto di tutto per rendere la nostra permanenza più confortevole, cedendoci i loro piatti per poter mangiare; accompagnandoci fino all’entrata del dormitorio "perché così è più sicuro" ; condividendo con noi la sveglia delle 5:30 per scortarci alla jeep, che ci avrebbe portato a fare il safari; i mega sorrisi sui loro volti dopo la vittori; la gratitudine che sprigionavano i loro occhi quando hanno visto i cartelloni da noi appositamente preparati per dare loro sostegno durante la competizione di drama e canto. 
E le domeniche in spiaggia? Come dimenticarsene. Dopo messa tutti sul Matatu, zaini in spalla, secchio pieno di fagioli in una mano e Chapati nell’altra e via a mangiare tutti in compagnia, per poi tuffarsi tra le onde.
I Matatu  e i tuk tuk condivisi. Le  lezioni private per imparare a mangiare con le mani. La pulizia dei fagioli che si trasformava sempre in un momento di condivisione, risa e chiacchiere.

Nel corso della nostra permanenza questi ragazzi sono stati una presenza più che importante. Il rapporto creato con loro è stato qualcosa di unico e speciale. Più passavano i giorni, più diventavamo un'unica grande famiglia. 
Sono stati una risorsa fondamentale per poterci avvicinare con più naturalezza ai bambini del Mali Pa Usalama e anche agli anziani.
Senza di loro sarebbe stato molto più difficile e l’importanza di averli accanto l’ho potuta sperimentare in prima persona.
Un giorno infatti, giunti all’MPU, abbiamo trovato tutti i bambini agitati perché avevano passato la mattinata in tribunale. Grazie all’aiuto di Edgar e Malik siamo riusciti a calmare un po’ la situazione, dando vita ad una super competizione di ballo. Se non ci fossero stati loro non credo saremmo riusciti a cavarcela così facilmente. 
È stato bello vedere come anche loro, a piccole dosi, si siano affezionati a quei mostriciattoli tanto bisognosi d'affetto e come ad oggi, nonostante ormai noi siamo tornati in Italia, loro continuino ad andare a trovarli.



Insieme siamo risusciti a dar vita al Milkong’s, una sorta di oratorio estivo, durante il quale abbiamo condiviso tutto: balli, cibo, fatica, sudore, giochi, stanchezza, cadute, risate, sorrisi, visi stanchi ma occhi felici di vedere un vero e proprio miracolo. Fieri di aver dato la possibilità a 250 bambini di passare la loro giornata a giocare insieme a noi e ai loro coetanei, evitando di tergiversare per le strade di Kongowea rischiando di finire in brutti giri.

Non basterebbero tutte le parole del mondo per descrivere la gratitudine che provo nei confronti di questi ragazzi. Hanno saputo andare oltre i loro limiti, hanno aperto il loro grande cuore a 10 wasungu (cosa non scontata) e si sono fidati di noi. Hanno saputo insegnarmi più loro in 24 giorni che altre persone in una vita intera. 
Hanno deciso di accoglierci nella loro bellissima famiglia e io non potrei esserne più onorata.

Different colour, One family!
Asante Sana.

Federica.


sabato 1 settembre 2018

Bolivia. Meraviglioso cambio di rotta

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Vacas, 5 Agosto 
Dopo il primo incontro eri una tra le mete prescelte, eppure da qualche mese non eri più nei miei programmi. Era stato deciso; avrei dovuto compiere quest'esperienza in un paese diverso. 
Ti ho sognata e desiderata cosi tanto che, quando il 13 Luglio mi è stato confermato l'imminente cambio di rotta non mi è sembrato vero.
Mi piace pensare che sia stato il destino a decidere per me, proponendomi e facendomi accettare questa variazione lungo il percorso.

È stata dura non ho paura ad ammetterlo. Non mi sentivo pronta ad accettare l’idea di dover modificare tutto da un giorno all’altro. Accettare di dover partire per un paese di cui sapevo davvero poco, per cui non avevo nemmeno affrontato i giorni di preparazione e soprattutto, sfido chiunque a dover accettare di cambiare rotta per sbarcare in un paese dove ci sono 10 gradi, seguiti da neve, confronto ai 30 e passa che avrei trovato in Nicaragua… Che freddo ragazzi!!
Ma nonostante ciò penso che tu con le tue musiche, balli e tradizioni ricche di colori sia riuscita a cambiare qualcosa in me, anche di piccolo.
I tuoi paesaggi mozzafiato, la tua neve improvvisa e le tue grandi alture così difficili da affrontare e da raggiungere, sicuramente al momento non le cambierei con altro.

Ci ho messo del tempo ad accettarti ma sei entrata nel  mio cuore fin da subito. 

Ci sono stati alti e bassi ovviamente, come sarà successo a molti di noi, ma quando alla mattina entri nell’aula e i tuoi diciassette bambini ti corrono incontro, attaccandosi alle tue stesse gambe ti rendi conto di come il mondo con un semplice gesto possa cambiare da un’istante all’altro. Prende una forma così diversa che vieni travolta da un misto di emozioni tanto intense quanto difficili da descrivere.. E sei subito in Bolivia.
In questo meraviglioso paese ho avuto la grande fortuna di poter incontrare e conoscere molti Bambini che hanno davvero poco nella loro vita, alcuni addirittura senza una vera e propria casa, altri con gravi malattie e altri ancora con situazioni molto difficili in famiglia, ma nonostante questo sono in grado di trovare anche il tempo e il coraggio di dimostrarti che loro hanno tanto da volerti offrire. Che loro ci tengono a te.
Ti trasmettono una carica di affetto che mai penseresti di poterti meritare proprio da loro, eppure riescono a darti anche quello. Riescono a dimostrarti che nonostante tutto, adesso che ci sei, per loro conti molto. Più di quanto avresti mai potuto immaginare.

Racconterò di voi ogni volta che mi sarà possibile, della vostra forza d'animo e voglia di vivere, racconterò dei meravigliosi momenti passati insieme e cercherò di condividere la mia esperienza con il prossimo, sperando di riuscire a trasmettere alle persone quanto siete stati importanti per me in questo breve ma intenso viaggio e quanto ancora, continuerete ad esserlo nella vita di tutti i giorni.


Un grazie Diana e ai tuoi difficili sorrisi, molto rari ma così sinceri e veri, a Gael e ai tuoi imprevedibili sbalzi di umoreValentina, Jasmine e tutti gli altri bambini, siete riusciti a farmi capire che le cose importanti nella vita di tutti i giorni sono e possono essere altre, che basta poco per riuscire ad essere felici. Che si può trovare il lato positivo della vita anche nelle piccole cose soprattutto nei momenti più difficili.

Non avrei mai pensato di poterlo dire ma voi, con i vostri soli 3 e 4 anni, così fragili ma forti, così dolci e amorevoli sarete sempre un grande esempio per me e non potrò mai smettere di portarvi nel cuore.
Perciò voglio dedicarvi un immenso Grazie. Per tutto quello che siete riusciti a dimostrarmi in così poco tempo.





Grazie Bolivia, Marianna e Chiara.

Grazie ai miei compagni di viaggio perchè senza di voi quest'avventura non avrebbe preso la stessa forma e colore. Vporterò sicuramente sempre con me.

Grazie a Caritas per avermi permesso di compiere un’esperienza così ricca e unica, grazie tutte le persone che ho avuto la fortuna di incontrare anche solo per qualche istante, perchè nel vostro piccolo mi avete aiutata a costruire un ricordo ancora più bello di questo paese.

Aurora.