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lunedì 24 settembre 2018

Fuoripista inaspettato: il Libano.

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Durante il corso della vita potresti ritrovarti a dover inseguire [anziché seguire] il percorso che ti eri configurato. Quando questa cosa succede ti rendi conto che la vita le studia tutte pur di portarti fuori strada e riposizionarti sulla giusta direzione. Capita a me, anche con questo Cantiere.

L'istinto diceva Libano, la testa Sud America.

Bisognerebbe imparare a fidarsi di più dell'istinto perché per lo meno per quanto mi riguarda, le cose più belle capitate durante questa estate -in particolar modo questo viaggio e il suo conseguente ritorno- gliele devo tutte.

Tre settimane, otto ragazze, quattro coordinatori.
Destinazione: Beirut.

Un cantiere di città, così la definisco io. Un centro storico ed una corniche nuovi -praticamente intatti- in costante e continua evoluzione; una città immensa, fatta di cemento su cemento (strade, ponti, palazzoni), automobili e cartelloni pubblicitari.



Due cose mi colpiscono: l'incuria e la densità abitativa per km² [a dir la verità questo aspetto si ridimensiona di parecchio dopo aver vissuto Shatila, il campo formale palestinese collocato ai margini della città e nascosto da un muro].
Una sola invece mi disorienta: Beirut non attribuisce significato a quello che noi definiamo 'Memoria Storica'. I libanesi preferiscono abbattere e poi ricostruire pur di cancellare i segni di che cosa è stata la guerra. Piuttosto che ricordare sceglie di privarsi della sua identità non capendo che, più continua ad aspirare all'occidente, più si svuota, più si perde.

Dalla città-cantiere al cantiere vero e proprio, quello fatto di persone -donne migranti o rifugiate, per violenza domestica o per guerra; etiopi, siriane, irachene o palestinesi- e di bambini, grandi e piccoli. Negli shelter -comunità d'accoglienza gestite da Caritas- ai campi profughi formali -Shatila ad esempio, gestiti dall'Unrwa- o informali -come quello di Tel Abbas, gestito da volontari italiani di Operazione Colomba.

In ognuno di questi posti abbiamo visto e vissuto storie; ci siamo fermati ad ascoltare e poi a riflettere. Abbiamo cercato di capire che cosa significa la parola guerra guardando negli occhi le persone che da questa sono fuggiti -per non morire- [Da Tel Abbas la Siria dista soltanto 5 km.] abbinandola poi al concetto di casa che, così come per i siriani o i palestinesi, fa sempre rima con ospitalità e cordialità, e per questo motivo -non importa quanto io possieda o non possieda- tu, oggi, perché sei qui, vieni prima di me.



Ma soprattutto abbiamo cercato di portare un po' di leggerezza e di spensieratezza nei vissuti di tutte le persone che abbiamo incontrato, improvvisandoci per l'occasione esperte di qualsiasi cosa: dall'handcraft allo yoga passando per la cucina ed il canto.
I momenti migliori però rimangono quelli in lingua araba, perché non puoi sempre rispondere che l'arabo non lo capisci, il tuo grado di maturità sta' anche in questo, nell'assecondare comunque lo sfogo di una donna nella sua lingua...la bellezza viene dopo, quando sul suo volto vedi il sollievo e nella tua testa speri di non aver acconsentito al disastro del secolo =) !
E poi ci sono i bambini. Con loro è tutto più facile in primis la lingua, in un attimo si comunica in italiano e tu dall'altra parte riscopri quanto divertenti possano essere quelle quattro insignificanti parole che una volta ben assimilate continueranno a ripeterti all'infinito: "Marcondirondirondello!!".
Ahhh, quanti bei sorrisi abbiamo visto su quei volti: anche alle 7 del mattino, quando ti piacerebbe continuare a dormire un altro po' ma il "Bishbaaaaaah" di Shilane è peggio di una sveglia puntata alle h 5!

E potrei continuare a scriverne di questo Libano, di tutti i posti visitati, del mare bianco, dei 50 gradi di Tripoli, dell'hummus e de 'l'agliata' etc etc...ma è giusto anche fermarsi e lasciare a cuore e testa il loro ricordo. La bellezza del ritorno è soprattutto questa Non dimenticare di ... Facendo qualcosa per, un po' come quella cosa del Costruiamo ponti e non muri.

Chiudo con la citazione d'apertura di Valerio Nicolosi al suo libro (R)esistenze [una bella scoperta del Ritorno]:
"Da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni." K. Marx
Un sentito ringraziamento alle mie compagne di viaggio e coordinatori: senza di Voi non sarebbe stato bello e vero così come è stato. 




 #sentitilibanadi
Mary L. 




lunedì 17 settembre 2018

Nairobi e le sue mille realtà

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Di solito mi risulta semplice raccontare un qualcosa che mi ha colpito ed emozionato; al contrario questa volta qualcosa è cambiato e non riesco a trovare le parole più giuste per esprimere come mi sono sentita e come mi sento ora.
Sapevo che mi sarebbe servito del tempo, al mio rientro, per riuscire a descrivere cosa avessi visto e cosa avessi provato… Ma non pensavo che ogni ricordo mi sarebbe apparso anche in quei momenti più insoliti: magari stai ridendo e scherzando e ad un tratto senza motivo, rivedi difronte a te quei bambini, in mezzo ad un ammasso di sporcizia che rovistano cercando qualsiasi cosa; o camminando per strada ti ritrovi ad accarezzare un piccolo cagnolino e ripensi a tutti quelli randagi che proteggevano quei bambini di strada; o sei sul treno e a fianco a te osservi un gruppo di ragazzi di colore e ti vengono in mente le intere giornate con i tuoi amici di Cafasso a chiacchierare e a ridere; o ancora più semplicemente ti alzi la mattina, sei a casa da sola, c’è silenzio e sono proprio i silenzi che ti riportano a quel mondo a quella vita vissuta per sole tre settimane.
Quello che ho capito è che per un po’ sarà sempre così, si cercherà di ritornare con la mente a quelle situazioni, si cercherà di riviverle e si riproveranno le stesse emozioni perché forse quel mondo ti ha trasmesso cosi tanto che dimenticare sarebbe solo uno spreco.
Sto cercando di immaginarmi ogni giorno trascorso in quella realtà, a ogni testimonianza e incontro ma a dire la verità ho un grande confusione!
Da una parte ricordo le serate insieme ai miei compagni a cantare, a ballare, a giocare a carte.
Ricordo il piccolo safari in bicicletta, forse un po’ deludente per aver visto pochi animali, ma come si fa a non divertirsi quando si è affiancati da persone così fantastiche?!
Ricordo Karura Forest con i ragazzi di Cafasso in cui non eravamo più noi volontari e loro ex detenuti ma un unico gruppo di amici.
Ricordo la prima volta che sono entrata a Kamiti (quartiere carcerario) e quella sensazione che non saprei nemmeno descrivere, di sollievo, come se avessi già capito che quella sarebbe stata la mia casa per tre settimane.
Ricordo il giorno in cui abbiamo “visitato” Napenda Kuishi, è stata una grande, bella sorpresa, forse il giorno che mi ha fatto ricredere su tanti pensieri e che più di tutti mi ha aperto gli occhi. Napenda Kuishi è una piccola comunità, gestita da Padre Maurizio con dei ragazzi che stanno affrontando un percorso rieducativo di un anno e quel giorno non era previsto che rimanessimo a lungo, in realtà per sfortuna/fortuna il pulmino si è guastato e con molta naturalezza, senza pensarci due volte abbiamo deciso di giocare con questi ragazzi. Purtroppo mi è difficile spiegare cosa realmente mi ha entusiasmato e cambiato, forse le parole di Padre Maurizio, forse la sua grande dedizione, forse la sua voglia di cambiare le cose ma soprattutto credo che siano stati quei ragazzi con i loro abbracci, con la loro spontaneità e con la loro dolcezza… a far sì che quel giorno, sia diventato un BEL giorno.

Ora arriva la parte più difficile.
Dall’altra parte ricordo le storie dei ragazzi in carcere, le loro fatiche e le difficoltà nel riuscire ad adattarsi a quella realtà. Ricordo Korogocho dalla messa animata, piena di balli e canti che per qualche istante ti faceva dimenticare di essere in una discarica ma che poi le folate di odori ti riportavano alla realtà in cui ti trovavi.
Ricordo la giornata con Simone e i bambini di strada, ricordo perfettamente i loro disegni, molto diversi da quelli di un semplice bambino italiano; ricordo l’odore della colla e del cherosene... Ricordo lo “sbiascicare” dei bambini che ne facevano uso... Ricordo l’odore pungente dei loro abiti… Ricordo il luogo dove vivevano, sotto un cavalcavia… E infine di quella giornata ricordo soprattutto i bambini della comunità che ci hanno accompagnato al campo per giocare e il loro silenzio alla visione di tutti gli altri ragazzi di strada e chissà magari quale tempo prima potevano essere proprio loro nelle stesse identiche condizioni.
Ricordo le prime volte quando siamo entrati nel carcere minorile maschile, l’ansia e l’imbarazzo per alcune domande inappropriate da parte dei ragazzi.
Ricordo la grande difficoltà nel parlare della mia storia o della mia vita, dei miei banali problemi, al contrario di loro cresciuti troppo in fretta a causa di situazioni o circostanze impensabili.
E ricordo la delusione di quando siamo arrivati all’entrata del carcere femminile, erano giorni che speravamo di entrare per poterle conoscere ma per motivazioni a noi sconosciute non è stato possibile ottenere questo incontro.
L’ingiustizia, l’indifferenza, l’ineguaglianza, il razzismo era e sono alla portata del giorno.
In realtà i giorni in cui mi sono sentita veramente angosciata sono stati pochi rispetto ai sorrisi, agli abbracci, agli scherzi, alle situazioni di conoscenza ma quei momenti sono stati incisivi e lo saranno forse per sempre.

Mi piacerebbe spendere ancora qualche parola per i protagonisti della mia esperienza:

i ragazzi di Cafasso.

Cafasso è una comunità nel quartiere carcerario in cui ragazzi decidono volontariamente di farne parte dopo aver scontato 4 mesi della vita nel carcere minorile di Kamiti. Come ho già detto loro sono stati la nostra famiglia e Cafasso la nostra casa per 3 settimane quindi meritano un grande ringraziamento.



La prima settimana ammetto che personalmente non è stato facile relazionarsi ma il tempo ha cambiato ogni cosa. Sicuramente siamo entrati a far parte delle loro vite come un uragano, probabilmente, per il poco tempo che avevamo a disposizione. Siamo arrivati in dieci bianchi, cosa quasi assurda per loro e già dal secondo giorno eravamo lì, a lavorare, a parlare, a giocare e forse pretendevamo un legame che aveva bisogno di tempo per poter crescere.
Dalla seconda settimana c’è stato un grande cambiamento. Era d’obbligo riuscire a vedere i ragazzi almeno una volta al giorno; giocavamo senza farci problemi, calcio, pallavolo, giochi inventati al momento oppure semplicemente ci sedevamo in un angolo e imparavamo a fare i braccialetti o ancora si parlava di quello che ci passava per la testa. Loro si sono aperti tanto, ci hanno raccontato le loro storie, ma allo stesso tempo ci riempivano di domande così che non eravamo più noi ad intrattenerli ma erano loro che avevano voglia di conoscerci.
La loro preoccupazione maggiore, che iniziava a farsi sentire negli ultimi giorni, era che col tempo potessimo dimenticarli ma in realtà ciò, non potrà mai succedere.

Ringrazio il mio gruppo perché forse è scontato e banale ma senza di loro non sarei riuscita a superare tante difficoltà e non avrei potuto conoscere persone così speciali, ognuno con il proprio carattere, diverso ma conciliabile con tutti gli altri.  
Ringrazio Alice e Giacomo, coloro che hanno intrapreso il percorso di servizio civile, per la loro grande ospitalità, per il loro coraggio, per la loro voglia di mettersi in gioco, per aver organizzato le nostre tre settimane e li auguro un grosso in bocca al lupo per la fine del servizio.
Infine ringrazio la Caritas e i suoi membri perché danno la possibilità di vivere queste esperienze che ti fanno crescere e ti aprono al mondo.

Un abbraccio forte a tutti.

Francesca.



domenica 9 settembre 2018

Nairobi: to sit where people sit

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Una volta a Nairobi, 
conversando con un missionario che lavora in Sudan, 
padre Haumann, gli ho chiesto: 
"Cosa significa per te missione?", 
e lui mi ha risposto in inglese:
"Mission is to sit where people sit and let God happen!",
cioè 
"Missione è sedersi dove la gente siede e lasciare che Dio avvenga!"

Alex Zanotelli, Korogocho. Alla scuola dei poveri, Feltrinelli, 2013



Enrico

Nairobi: Cinque minuti in Kenya

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Sono le 10:21 di un venerdì di settembre. Piove e sono sotto tesi. Ho lasciato Kahawa West ormai da settimane e, inevitabilmente, inizia a sfumare nel ricordo, anche se molte sensazioni e alcuni odori sono ancora vividi.
Nei cinque minuti passati ho scritto una pagina al PC, ho stampato tre articoli scientifici e ho bevuto un caffè alle macchinette. Devo essere produttiva e non posso perdere tempo. Da quando sono tornata all’università, ho la percezione che il tempo non vada sprecato e che le cose vadano fatte tutte, subito e bene. Che se ci si prende cinque minuti per fare altro, tutto va a rotoli.
Fare, fare e fare.
Altrimenti è un problema.
Ma lo è davvero?
Più ci si allontana dall’epicentro meneghino e più questo dettame mi sembra che diventi lasco. E in Kenya, a Kibiko, cinque minuti non sono i cinque minuti della mia biblioteca italiana.

È una domenica di agosto. Con padre Maurizio, comboniano, a Nairobi da quattro anni e venti alle spalle nei sobborghi neri di Chicago, andiamo a visitare Napenda Kuishi (“Voglio/amo vivere”), la comunità residenziale per ragazzi tossicodipendenti di cui Maurizio è il direttore. La comunità si trova a Kibiko, a un’ora e mezza di auto da Nairobi, sulle Ngong Hills, ossia le verdi colline de La mia Africa della Blixen.

Tramonto sulle Ngong Hills - Napenda Kuishi - Kisumu Ndogo


Qui vengono portati e ospitati quei ragazzi, tra i 13 e i 19 anni, che non riescono a disintossicarsi nei centri diurni all’interno di Korogocho, lo slum che cresce sulla discarica cittadina.
Lontano da tutti, questi ragazzi vengono immersi nel bello e nella calma con la speranza che il loro percorso abbia successo.
E infatti Napenda Kuishi è un bel centro, in tutti i sensi.

Napenda Kuishi - Kisumu Ndogo


Napenda Kuishi - Kisumu Ndogo


E non è qualcosa di affatto scontato, quando anche il centro della capitale è esteticamente tremendo e sembra un’accozzaglia di palazzi costruiti da un architetto col gusto per lo stile sovietico misto a quello tipico degli istituti comprensivi dell’hinterland milanese. Il giorno prima di quello a Napenda Kuishi, in giro per il centro di Nairobi ho chiesto a Joshua, la nostra guida, cosa fosse quel palazzo che tanto mi ricordava il liceo dove mio padre ha insegnato per anni. “È il nostro Parlamento!” mi ha risposto prontamente. “Bello, eh?”, ha aggiunto soddisfatto.

Nairobi Town

Con quella frase ho capito tante cose. Ho capito soprattutto che i ragazzi del Kenya hanno il diritto di essere educati al bello, ma che è difficile, se ne sono circondati solo parzialmente.
A Napenda Kuishi, invece, Padre Maurizio ci ha mostrato  la scuola che sta costruendo. È una scuola ben curata, luminosa, costruita pensando a chi ci dovrà vivere e con delle comodità al suo interno che noi diamo per scontate e che sembriamo dimenticarci che anche in Kenya lo dovrebbero essere altrettanto. Con i soldi avanzati dal budget, padre Maurizio ha fatto costruire un caminetto nella sala comune, perché a Kibiko gli inverni sono freddi e – diciamolo – non c’è nulla di meglio che sedersi davanti a un fuoco la sera, quando fuori c’è il gelo.
Davanti a quel caminetto che presto sarà in funzione, Maurizio ha dato voce a quella che era stata la mia riflessione il giorno prima: “Non è che perché una persona è povera, allora va bene qualunque cosa. Il bene lo si fa bene, o non lo si fa affatto. Se io non voglio più un paio di scarpe vecchie, perché dovrebbe andare bene a un altro? Se una scuola è brutta e spoglia e io non ci studierei mai, perché dovrebbe volerci stare un’altra persona? Proprio perché abbiamo le possibilità e le competenze, dobbiamo invece  impegnarci a offrire qualcosa di bello”.
D’altronde La bellezza salverà il mondo, diceva Dovstoevskij. Come dargli torto?

Scuola professionale per i ragazzi di Korogocho

Sono stati cinque minuti di conversazione, ma mi ha fatto comprendere che non è importante fare la carità, se prima non si fa la giustizia. E la giustizia vuol dire anche e soprattutto esigere che tutti vengano trattati e possano vivere con la medesima dignità. La giustizia sociale è un atto politico. Un atto politico che parte con il mettere in campo i propri talenti e stare dove è giusto essere. Non tutti devono fare scelte radicali, non è necessario che tutti emigrino in massa nel Terzo Mondo e diventino missionari. Si può fare missione anche stando a casa propria a fare un lavoro che nulla ha a che vedere con quello del prete missionario. Si può fare giustizia anche nella propria città, mentre si studia in biblioteca e si ingolla un caffè pessimo delle macchinette. Fare missione e fare giustizia sono stili di vita. In entrambi i casi, viene chiesto di non rimanere indifferenti davanti alle ingiustizie, ma piuttosto di aiutare qualcuno a sviluppare i propri talenti. Senza voler essere santi, martiri o eroi.
Giustizia, nel mio caso, è chiedermi perché Korogocho e le baraccopoli del mondo esistano, quale sia la loro funzionalità, quale tipo di economia alimentino e alimenti io, con il mio benessere e il mio stile di vita. Mi chiedo da settimane se esiste qualcosa che possa fare per mettere in discussione il sistema in cui sono immersa.
Alex Zanotelli, il primo comboniano a Korogocho, scriveva:
“Questa dimensione politica va vissuta fino in fondo, altrimenti si rischia, anche come missionari [o cantieristi, direi io!], di fare il gioco del sistema. E se la si vive fino in fondo si cessa di essere eroi o santi, per diventare i disturbatori dell’ordine costituito”.
Come cantieristi ha senso cercare di diventare disturbatori dell’ordine costituito?


P. S.
Cinque minuti è anche il tempo con cui un meccanico, in Africa, ti dice che riparerà il pulmino che non riparte dopo la visita al centro. Siamo bloccati a Napenda Kuishi, ma ci dicono che ci vorranno solo cinque minuti.
E come occupare questi cinque minuti?
Per prima cosa, chiacchierando e organizzando i turni della settimana.
Poi prendendo in mano due palloni sgonfi, tirando in mezzo i ragazzi del centro e l’altro gruppo di italiani che è venuto con noi e dando vita alla più grande partita di calcio Chapati vs. Ugali che Kibiko abbia mai visto. Cinque minuti in cui si possono fare incontri diversi e in cui la vita si mette in mezzo costringendoti a cambiare i piani che avevi.
Alla fine cinque minuti diventano ore. Perché cinque minuti in Africa non sono i cinque minuti a cui sono abituata a Milano. Se anche cinque minuti diventano quattro ore, non fa niente. Non muore nessuno e si aspetta. Perché a volte sembra così difficile ricordarlo mentre scrivo pagine di tesi al PC, stampo articoli scientifici e bevo caffè alle macchinette?



Silvia Brambilla



venerdì 7 settembre 2018

Nairobi, Korogocho. Uno spiraglio di luce

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Sono tornata da una settimana, dopo giorni in cui mi sentivo bloccata, disorientata e fuori posto oggi ho dovuto riprendere contatto con la realtà, ho un esame a breve e sono andata in biblioteca a Saronno. Salgo le scale che portano alle aule e vedendo la sala piena di ragazzi assorti nello studio, resto ferma sulla porta e mi viene il magone. La mia mente è volata a Nairobi, catapultata nella biblioteca costruita all'interno di Korogocho e gli occhi diventano inevitabilmente lucidi.

Korogocho è una delle baraccopoli più grosse della periferia di Nairobi, caratterizzata da una selva di lamiere e fango, per la maggior parte priva di servizi essenziali come acqua ed energia elettrica, senza sicurezza, senza diritti.
 I miei piedi non calpestavano il terreno, ma la sporcizia. Stupidamente mi sembrava di vedere le montagne. E invece no. Montagne lo erano, ma di rifiuti. Non riuscivo a respirare. L'odore penetrante dell'immondizia e in particolare della plastica che bruciava mi impediva anche di pensare. Il pensiero che quei rifiuti fossero l'unica fonte di sostentamento per gli abitanti di Korogocho, mi impedisce ora di respirare.
Tutti setacciano i rifiuti. Stordita da quell'odore mi guardavo intorno e faticavo a guardare negli occhi quei bambini.

Non penso di essermi mai sentita così piccola, impotente, inutile. 

Alcuni cercavano tra i rifiuti cibo, altri leccano sassi e altri ancora tengono in mano una bottiglietta contente colla. Si drogano per non sentire la fame. Per non sentire più niente.

“E io cosa sono venuta a fare in Africa? Come si può fermare tutto questo? Dio dove sei?” continuavo a pensare. 
In questo inferno quella biblioteca era uno spiraglio di luce.
Uno scorcio di bellezza. 
Un miracolo. 
Un seme di speranza. 
Un inno alla vita.  

Anche lo slogan che accompagna questo progetto, “Nuru ya Korogocho” ovvero “Luce di Korogocho”, ne sottolinea la funzione.
Padre Maurizio, che da anni vive Korogocho mi dice : “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”. Ed è così.
 Da quella biblioteca nasce futuro. Nasce educazione. Nasce speranza.
Commossa guardavo decine e decine di ragazzi e bambini leggere, studiare, disegnare, ognuno intento a costruirsi un futuro. Futuro che la realtà di Korogocho non vuole dare a nessuno di loro. Eppure loro sono lì e ci stanno provando.
Pazzesco.

Ovviamente mi sento sempre molto stupida, sono sempre angosciata dal vuoto che annebbia il mio futuro qui in italia e vedere tutto ciò non può che spronarmi ad aprire gli occhi e a cercare di mettercela tutta per costruire qualcosa di bello, proprio come stavano facendo i ragazzi di Nairobi.
Sì i ragazzi di Nairobi, sono serviti più loro a me che io a loro.

Giulia V.


Nairobi.“...Sensazioni ed emozioni che...”

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Sono già passate due settimane da quando siamo tornati dall’Africa, da Nairobi per la precisione. Anzi,  direi da Khawa west, li dove Giacomo e Alice ci hanno ospitato per tre bellissime settimane, che purtroppo sono volate e già finite.
Faccio fatica a metabolizzare quante cose ho visto e ho vissuto, quante persone ho conosciuto e lasciato, quanti racconti e storie di vita straordinarie ho ascoltato, come quelle di padre Maurizio o quelle di Simone, che hanno deciso di dedicare la propria vita agli Altri. Ma anche storie difficili da comprendere ed accettare, così lontane all’inizio ma invece poi sempre più vicine. Non so come, forse non l ho ancora capito, ma so per certo che ti rimangono dentro, ben impresse nel cuore e nella testa, parola per parola.
Non è il primo cantiere per me (è già il terzo per la verità) ma ogni volta che torno è sempre traumatico, mi ritrovo con più domande che risposte e, in particolare quest’anno, ho avuto modo di mettermi tanto in discussione. La domanda cardine con la quale torno è: che persona voglio essere? Quali principi voglio che siano alla base della mia quotidianità? be...domande facili a cui rispondere insomma...ma il Cantiere è anche questo.
E alla domanda: “quindi quest’anno come è andata?”
Ovviamente l’unica risposta che ti viene spontanea è: “bene, anzi benissimo” e poi?!…Cosa dire, come poter raccontare a tutti quello che nella tua testa, nei tuoi occhi, nel tuo naso, nelle tue mani ma soprattutto nel tuo cuore rigira in loop dalla mattina alla sera?? forse è proprio per questo che fino ad ora non ho ancora scritto niente.
Sensazioni, solo sensazioni ed emozioni che ti fanno rigirare lo stomaco.
Visi ben impressi nella mente, odori ancora presenti sui vestiti, sui braccialetti ma soprattutto sulla pelle; odori buoni o cattivi che siano...dal mercato, alla discarica, dalle persone, alla frutta, dalla colla al cherosene fino all’odore inconfondibile della terra rossiccia, che quando piove diventa fango nel quale è inevitabile affondare le scarpe; o meglio, di sicuro tu, con lo scarponcino da montagna, se ci metti dentro il piede ti sporchi fino alla caviglia, ma le donne con le ballerine..e no, loro no...come delle fatine camminano leggiadre senza neanche una macchia sulle scarpe.
Resta per me ancora qualcosa di inspiegabile.
Tra tutte le incertezze con cui sono tornata, ho sempre e solo due certezze che rimangono fisse nella mia vita, come lo è sempre stata fino ad ora: LA MUSICA E LA DANZA.
Può cambiare la cultura, il tipo di musica che si ascolta, il tipo di movimento del corpo, per qualcuno più sciolto mentre per qualcun altro più scattoso, ma sono sicura che il corpo non mente; non mente nel primo approccio, nel primo contatto con l’ altro, nel creare dinamiche di gruppo gioiose ed armoniose. Mai come quest’anno, la danza e la musica, sono state alla base delle nostre giornate e serate con i ragazzi. Sono dei piccoli gridi di speranza e di sfogo fondamentali nella vita di ciascuno di noi.



Da ballerina che sono non ho potuto non notare come, per i ragazzi, per i bambini ma anche per gli stessi adulti, queste facciano parte in modo naturale della loro quotidianità, dal lavoro, al semplice passaggio giornaliero in mezzo al mercato, alle danze tradizionali , alla messa…danza e musica sono sempre presenti.

Questo non vuol dire, come si pensa sempre, che gli “Africani” siano sempre gioiosi, felici, anzi sono persone che affrontano fatiche e preoccupazioni.
Credo che avere la musica e la danza così presenti in mezzo a loro e nelle loro anime dia sicuramente una marcia in più per rialzarsi e ripartire.

S. Messa nella baraccopoli di Korogocho

Un pomeriggio di musica a Cafasso

 
Potrei andare avanti per giorni a raccontare di questo cantiere, in modo confusionario forse, a mo di episodi e poi, a dirla tutta...certe cose credo che le terrò solo per me, saranno dei piccoli tesori da custodire con cura.

Mi piacerebbe fare a questo punto un ringraziamento, si ma... a chi?!?
A questa esperienza, alle persone che ho incontrato e a quelle che mi hanno accompagnato perché senza di loro non sarebbe mai stata la stessa cosa, alle mie risate e a quelle degli altri, all’impegno e alla spensieratezza che premiano sempre!.
ASANTE SANA

Compagni di viaggio speciali


Sara.

mercoledì 29 agosto 2018

Il tuo mondo è come il mio - cds2018 Italia

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Per il cantiere Italia, a Milano, con la grave emarginazione abbiamo deciso di indossare delle maglie disegnate da noi. 
Ciascuna maglia riportava la scritta: ”Il tuo mondo è come il mio”; scrivere nero su bianco qualcosa che non sempre riusciamo a dire: a volte mancano le occasioni, a volte il coraggio.. lasciamo così che siano le scritte, i colori e i disegni a parlare per noi. Questo è stato il nostro motto per vivere al massimo un’esperienza che ci ha messo a contatto con persone senza fissa dimora. La frase voleva esprimere il nostro desiderio di sentirci vicine alle persone che abbiamo incontrato senza innalzare barriere di alcun genere insieme alla nostra voglia di vivere dei giorni di serenità e compagnia, con spontaneità e semplicità. 

Abbiamo imparato che non è necessario fare sempre qualcosa per entrare in relazione con l’altro. Si può giocare, guardare insieme la TV, parlare oppure stare in silenzio. Il nostro intento era quello di accogliere le persone dei centri in cui abbiamo vissuto il cantiere per farli sentire guardati non come persone in difficoltà, ma come persone, non piene di mancanze ma di punti di forza. 

La relazione autentica nasce quando vengono messi da parte i pregiudizi, le pretese, le aspettative. 

Quando ci si relazione con l’altro senza maschere ne filtri, e soprattutto quando l’altro viene considerato una persona alla pari. Dall’incontro tra due persone nasce sempre  uno scambio reciproco, un dare/ricevere spontaneo, forse anche inconsapevole, che alla fine rende entrambi più ricchi. 


Grazie ancora!

Elena 

venerdì 24 agosto 2018

Mombasa. Karibuni

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Da due settimane il nostro equipaggio è partito.
Siamo ora in Africa, in Kenya, a Mombasa meta da noi tanto attesa quanto desiderata.
Terra che ci sta regalando tante emozioni e sorprese. Il nostro team è formato da persone che non si conoscevano, che si sono ritrovate a dover essere gruppo, a dover vivere insieme e condividere quest'avventura ma che sembrano nate apposta per questo. 
Ci sono stati momenti felici, momenti di sconforto, di stanchezza, di fatica ma soprattutto momenti di collaborazione, di attenzione reciproca, di sostegno.
Il nostro team sembra ora una pazza famiglia.
Abbiamo conosciuto la realtà dell' MPU - Centro protetto per bambini vittime di abusi - abbiamo incontrato i suoi piccoli ospiti,i loro sorrisi enormi e le loro braccia felici di stringerci forte.
Abbiamo scoperto una realtà totalmente diversa dalla nostra; camerate puzzolenti e sporche dove i bambini dormono, armadietti rotti e disordinati dove loro tengono ciò che hanno.
Siamo rimasti stupiti quando li abbiamo visti, di prima mattina, pulire insieme. Secchiate di acqua venivano rovesciate sul pavimento e poi loro chini trascinavano lo straccio per pulire il pavimento, con piccole scope di saggina raccimolavano la sporcizia e poi con le mani la raccoglievano.
Le bambine preparano il pranzo per tutti, sparecchiano, sistemano e lavano i piatti a fine pranzo.
Questa è la quotidianità, i bambini imparano a cavarsela da soli.
Abbiamo conosciuto bambini feriti dalla vita, che hanno voglia di vivere e imparare, che amano ballare.
Abbiamo incontrato la realtà del Nyumba ya wazee -Centro residenziale per anziani- gestito da suore grazie alle donazioni ricevute, luogo in cui gli anziani più bisognosi possono trascorrere la loro vecchiaia.
Ci hanno accolto mani ruvide e forti, ci hanno accolto volti segnati dagli anni, sorrisi spontanei e sguardi curiosi.
Ci siamo lasciati travolgere, ci stiamo lasciando travolgere da questa ondata di accoglienza, inaspettata e allo stesso tempo sperata.
Abbiamo incontrato alcuni giovani di Kongowea, ragazzi della nostra età, con uno stile di vita molto diverso da quello dei giovani occidentali.
Ci siamo conosciuti, ci stiamo conoscendo e sta nascendo qualcosa di meraviglioso.
Viviamo in realtà diverse, siamo diversi per molti aspetti: la lingua, il cibo, i vestiti, le case in cui abitiamo, le strade che percorriamo, il lavoro che facciamo, il modo in cui studiamo, il colore della pelle. Sono totalmente diversi da noi ma qualcosa ci lega. Loro hanno verso di noi una cura e un'attenzione sorprendente. Si preoccupano se ci vedono stanchi, distratti o annoiati. Ci siamo sentiti, ancora una volta, a casa. 
Con loro abbiamo iniziato il Milkong's Festival nella Parrocchia di Kongowea, con loro collaboriamo per programmare i giochi da proporre  ai circa 200 bambini iscritti, con loro balliamo, facciamo animazione, impariamo a mangiare con le mani, impariamo lo Swahili, con loro ridiamo e scherziamo.
Questi giovani stanno dando un valore aggiunto al nostro viaggio, si stanno mettendo in gioco, stanno collaborando con noi ed il nostro equipaggio, grazie a loro, è più forte.
Si sono fidati di noi, ci hanno dato modo di inserirci nel loro gruppo, nella loro quotidianità. 

Abbiamo scoperto che l'incontro con l'Altro è possibile grazie all'ascolto reciproco, alla pazienza, abbiamo scoperto che comporta la capacità di mettersi in gioco, di mettersi in discussione. 
Abbiamo scoperto la gioia di sentirsi accolti, di essere gruppo, di collaborare insieme. 
Abbiamo scoperto che Mombasa è colori, oceano, safari, bambini sorridenti e Chiapati, Tuk Tuk, sporcizia, traffico, piedi scalzi per terra, case in lamiera, Moschee, Templi Indu e Chiese.

Sara.





giovedì 23 agosto 2018

Nairobi. L'arte di dare abbracci

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Il mio cantiere è fatto di incontri.
Quelli che ogni sera condividevamo ad alta voce intorno al tavolo di casa.
Sono tanti, troppi incontri, per poterli condividere tutti in un unico post, soprattutto quando si cerca di dare a ognuno il giusto peso. Ogni ragazzo di Cafasso, ogni persona di Kahawa e ogni detenuto della YCTC mi ha dato qualcosa che cercherò di conservare per il futuro.
Ho scelto perciò di raccontare di due incontri simbolici con due ragazzi che, in modo diametralmente opposto, sono entrati prepotentemente nei miei ricordi.

Kenya. Nairobi County. Kamiti Prison. YCTC.
Ho conosciuto I. il primo giorno in cui siamo entrati allo Youth Correctional Training Centre di Nairobi, il carcere minorile maschile dove due volte a settimana Giacomo e Alice svolgono il loro servizio. Quando lo vedo per la prima volta, I. mi fa quasi paura. Ha sedici, massimo diciassette anni, e mi si avvicina con lo sguardo furbo. Cerca subito il contatto fisico mentre io mi ritraggo: non sono ancora pronta per lasciarlo entrare nel mio spazio personale. Indossa dei jeans lisi e una canottiera bianca, simbolo del fatto che è ancora in attesa di giudizio, altrimenti avrebbe addosso una divisa. Ai piedi ha delle orribili ciabatte di plastica con solo il pollice coperto. Ciabatte che vedo ovunque ai piedi di chiunque.
Lo saluto con un sorriso e gli dico Habari?, cioè “Come stai?”, e poi mi scanso, mettendomi in un angolo del campo da calcio in attesa che inizi la partita. Vorrei essere più gentile e più espansiva, ma entrare in un carcere minorile maschile con più di cinquanta ragazzi è uscire decisamente dalla mia comfort zone.
I ragazzi che mi guardano incuriositi sono adolescenti, ma il loro sguardo, come lo sguardo di I., è quello di uomini già fatti e finiti. Provo a parlare con due o tre ragazzi in divisa blu e che fanno parte della mia squadra, ma uno mi chiama muzungu (bianca), fa un commento sul mio corpo e m’innervosisco. Non dovrei prendermela, è umano e siamo tra le prime ragazze – bianche – con cui questi ragazzi entrano in contatto; eppure non riesco a sentirmi a mio agio.
Scelgo di giocare a calcio perché so che per me è il modo più facile per interagire con un branco di adolescenti puzzolenti con gli ormoni su di giri. Io e I. siamo in squadre diverse. Io ho la maglietta, lui no. Io sono libera, lui è ancora in attesa di giudizio. Lui sorride, io sono nervosa. Mi sorride ancora e mi incoraggia con il pollice in su. Sorrido anch’io e cerco di non pensare alla paura, ma solo alla voglia di esserci e di non fare schifo a calcio. Il secondo proposito non è semplice. Mentre giochiamo, capita più volte che I. e io ci tiriamo delle spallate. Nessuno dei due ha dei piedi fini, ma entrambi non abbiamo paura del contatto. Probabilmente ho ancora il segno di una delle volte in cui mi ha tirato una gomitata per rubarmi la palla.
Finita la partita ci sediamo sul prato. Non ho più paura di lui dopo quelle spallate. Mi chiede se in Italia ci sono le zebre e se il sistema carcerario italiano è simile a quello keniano. Non so cosa rispondere all’ultima domanda, quindi ripiego sulla gastronomia. Mi chiede dei miei sogni e quanto costano le mie scarpe. Thirty euros?!, esclama basito. Per lui sono una somma di denaro con cui rifarsi tutto il guardaroba.
Sul prato abbiamo iniziato a conoscerci e a parlare. Sempre a distanza, io seduta da una parte e lui di fronte. Non ha mai più provato ad abbracciarmi e per questo riusciamo a chiacchierare di tutto. Glisso sempre sulle domande troppo personali, evito di chiedergli del suo passato, ma lui si apre e mi racconta tante cose, soprattutto di sua mamma. Chissà se tutto quello che mi ha raccontato sia vero. In quel momento per me è la verità e mi basta.
Alla fine del primo giorno lo saluto con una fraterna stretta di mano.
Lunedì 13. Non dimenticherò gli occhi lucidi e impazienti di I. quando viene chiamato da una guardia. Mi guarda e mi dice che deve andare dal giudice. Abbraccia Alice e mi saluta con la mano. Mi viene un groppo in gola e mi chiedo come facciano i servizio-civilisti a trattenere le lacrime ogni volta. Potrei non vedere più I. e parlare con lui di religione e chapati. Oppure potrei vederlo con la divisa blu, e quindi sapere che è stato processato per un crimine che effettivamente ha commesso. Non so cosa augurarmi, ma soprattutto non so cosa augurare a lui. Il carcere non si dovrebbe mai augurare a nessuno, ma penso che quattro mesi alla YCTC potranno forse portarlo a Cafasso e a  rimettersi in sesto. Non lo conosco abbastanza bene, ma mi piace pensare che si meriti anche lui una seconda possibilità. A Cafasso d’altronde si dice che there is no saint without a past nor a sinner without a future.



Mi è bastato quel primo giorno per affezionarmi a lui e per riconoscere il suo volto in mezzo a quelli dei tanti altri ragazzi che aspettano di sapere se indosseranno la divisa blu o se verranno rispediti nei loro fatiscenti quartieri in cui è difficile essere santi. Vederlo partire per l’ignoto ha sollevato in me più interrogativi che risposte e ho maturato sentimenti agrodolci, misti a un pizzico di saudade. Auguro a I. che la vita sia un po’ più buona con lui, a prescindere dalla sentenza, mentre un altro ragazzo mi riporta alla realtà del prato dentro la YCTC.
Ripensando a quella prima impressione, non avrei mai pensato che sarebbe stata questione di un attimo riconoscere il volto sorridente di I. tra le divise blu il giovedì dopo e che sarei andata io, per prima, ad abbracciarlo.

Kenya. Nairobi County. Kamiti Prison. St Joseph Cafasso Consolation House.
K. è un ragazzone ben piazzato, alto (ma questo vuol dire ben poco visto quanto sono bassa) e con uno sguardo vispo. Ha un senso dell’umorismo e un mondo dentro più grandi di quanto intuisco dai suoi lunghi silenzi. Con K. ho parlato per la prima volta dopo due settimane di cantiere e mi pento di non aver passato più tempo con lui.
Si è aperto con me lentamente, ma mi piace pensare che l’abbia fatto proprio perché volesse e non fosse costretto. Lui e N., piccolino nei suoi sedici anni, sono simili in questo. A inizio cantiere stavano appena sulla porta quando noi arrivavamo, troppo timidi o troppo orgogliosi per sedersi vicino a noi. Scappavano via subito per svolgere i loro duties: K. con le mie amate mucche e N. in cucina. 
Siamo diventati amici giocando in silenzio a carte, pronunciando in swahili a mezza voce i quattro semi. Sia ringraziata mia nonna che mi ha messo in mano un mazzo di carte prima ancora che imparassi a leggere!



K. fa braccialetti e sembra mio cugino, eccetto che per il colore della pelle. È un diciottenne fondamentalmente buono (goodness è la parola che gli ho scritto sul braccio l’ultimo giorno) e meno “paperottolo” di quello che vorrei ammettere. Se esiste una cosa su cui continuo ad arrovellarmi, è come sia possibile che un ragazzo come lui possa essere andato in carcere. Come lui, ma anche come N., NJ., M. e tutti gli altri ragazzi di Cafasso. K. con la divisa blu mi sembra stonare più del crème caramel con i cetriolini. Come può essere stato possibile?
K. sta quasi sempre in silenzio, ma, quando non è presente, la sua assenza entra nella sala comune e la fa da padrona. K., il nostro italiano onorario, mi manca anche ora nel silenzio della mia camera perché questo silenzio non è paragonabile a quello che condividevamo mentre spannocchiavamo al sole di mezzogiorno.
K. sono certa che trarrà giovamento da Cafasso e che avrà una seconda possibilità coi fiocchi. Se la merita davvero. Sebbene io non conosca il suo passato e non conoscerò il suo futuro, so che è proprio un bravo ragazzone di campagna che merita il meglio della vita. Da lui ho imparato lezioni per la vita che vanno al di là di mungere le mucche e fare braccialetti di perline un po’ pacchiani. Mi ha insegnato ad avvicinarmi a qualcuno senza bisogno di parole e a stare in ascolto nel silenzio, anche se io sono logorroica.
Non dimenticherò il tuo abbraccio, l’ultimo giorno, quando mi hai detto di tua spontanea volontà I will miss you. Quattro parole e un abbraccio che avranno per sempre un posto nei miei ricordi.
Asante sana, uomo pelato. 



Silvia Brambilla

Nairobi. Giornata a Ghiturai 45

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Githurai 45

Rendo pubblica una pagina del mio diariodiviaggio: racconta una delle giornate più intense vissuta durante il #CantiereNAIROBI.

8 Agosto 2018

Scrivo questo post appena rientrata da Githurai 45, una tenuta che si trova al confine della contea di Kiambu e della contea di Nairobi, lungo Thika Road.
Giusto il tempo di farmi una doccia approfittando dell’acqua corrente che domani potrebbe non esserci più. Qui a Kahawa West in questo periodo l’acqua corrente è garantita solo un giorno a settimana, solitamente il martedì. Oggi è mercoledì, quindi siamo fortunati.
Essendo in dieci ogni martedì dobbiamo riempire le taniche di riserva e i boccioni da venti litri, per avere acqua in caso di necessità.

Sono tornata a casa da poco e non so dire esattamente cosa provo. La visita a Githurai 45 mi ha sconvolto, turbato.
Sono arrabbiata
triste
de-moralizzata
delusa
scardinata.

Ma andiamo con ordine. Sveglia ore 7:00. Come ogni mattina Giacomo irrompe nelle nostre camere preparandoci al nuovo giorno con una pistola d’acqua.
Si prospetta una giornata impegnativa. Non tanto fisicamente, quanto a livello emotivo.
Destinazione: Githurai 45.
Simone, responsabile di una comunità per bambini di strada gestita dalla Papa Giovanni XXXIII, ci aspetta alle 10 nella loro sede, la “G9”, vicino alla baraccopoli di Soweto, a sud-est di Nairobi.
Ci incamminiamo verso Githurai 45 insieme a lui, ai volontari che stanno svolgendo il servizio presso questa comunità e ai bambini che vi vivono. Uno di loro, John [i nomi dei bambini in questo articolo sono stati modificati per rispettare la loro privacy, nda], mi prende per mano con tanta naturalezza prima di uscire dal cancello, senza dirmi una parola, stringendomela forte.
Abbiamo raggiunto il campo da calcio in venti minuti circa e per tutto il tempo siamo stati mano nella mano passando attraverso
baracche
fango
immondizia
sporco
acqua putrida e puzzolente
capre
mucche
donne che cucinavano per terra
bambini che facevano la pipì in mezzo ai rifiuti
odore di marcio
di cibo putrefatto
rifiuti organici
bambini seduti per terra, nel fango, con vestiti strappati e nemmeno della loro taglia e sesso.

Si stacca da me solamente una volta arrivati al campo da calcio a cui eravamo diretti solo perché devo presentarmi ad un ragazzo stringendogli la mano: mi serve proprio la destra.

Durante il tragitto abbiamo parlato tanto: nel pomeriggio sarebbe tornato a casa dalla sua famiglia a Kahawa West, nello stesso quartiere dove alloggiamo noi di Caritas. Tornando verso casa, infatti, l’ho rivisto appena fuori da un supermarket e ci siamo salutati.
Il campo di calcio. Un campo di terra rossa. Terra rossa che sporca tutti indistintamente.
Terra rossa sui vestiti
Terra rossa nei capelli
Terra rossa sotto le unghie
Terra rossa sulle scarpe
Terra rossa sulla parte di caviglia tra la scarpa e il pantalone che inevitabilmente rimane scoperta
Terra rossa sullo zaino
Terra rossa negli occhi.

Ci sono decine di bambini. Entro nel campo, sempre tenuta stretta da John.
Una delle figure che più mi colpisce è quella che io credevo essere una bambina.
Indossa una felpa rosa col pelo nel cappuccio
jeans rotti e strappati
infradito rosa.
Sotto la felpa si intravede il colletto di una camicia a quadri rossi bianchi e neri.
Aveva i capelli molto corti
gli occhi gialli
la bava alla bocca
cammina ciondolando
è molto sporca
puzza
completamente ricoperta di terra rossa
terra rossa sotto le unghie delle mani e dei piedi
una ferita rimarginata da poco sul polso, di un colore che fa pensare ad una possibile infezione in corso
e una bottiglietta di plastica molto sporca
contenente colla.
Sniffa colla in continuazione, senza tregua

[Un problema molto diffuso qui è l’uso e conseguente abuso di colla e cherosene. Costano molto poco, meno del cibo, ed eliminano la sensazione di fame.]

è completamente drogata
anestetizzata
lontana dalla percezione della realtà.
Parla in swahili lentamente e in modo cantilenante. Al mio “Habari!” Ciao, come stai? risponde “Nzuri sana” Sto molto bene!.
Solo in un secondo (o terzo?) momento scopro che è un maschietto, un bambino.
Mi hanno tratto in inganno la felpa e le infradito rosa, oltre al suo sguardo enigmatico e perso.
Mi dice di chiamarsi James, anche se gli altri bambini lo chiamano diversamente. A me piace ricordarlo come James.
James non è il solo con la bottiglietta di colla in mano. La maggior parte dei bambini e ragazzi ne ha una, insieme ad un fazzoletto intriso di cherosene.
James e gli altri hanno costantemente in bocca e sotto il naso la colla. Non la spostano nemmeno un momento, nemmeno mentre ti rivolgono la parola. A tratti la nascondono tra le due clavicole, sotto la felpa, quando le mani devono essere obbligatoriamente libere.

Ci mettiamo in cerchio per iniziare i giochi. James viene accanto a me, alla mia sinistra e mi prende per mano.
La stringe forte.
La sua mano è sporca
è ruvida
ma mi stringe forte.
In una mano ha la mia
nell’altra la colla.
Mi lascia per un istante per poi riattaccarsi incrociando le sue dita con le mie.
Mette la colla sotto la felpa in modo tale che abbassando il mento sarebbe riuscita comunque ad inalarla. Con l’altra mano mi accarezza il braccio, alza la testa e mi guarda con i suoi occhi spenti e gialli, che ogni tanto (forse inconsciamente) gira all’indietro.
Occhi che non appartengono ad un bambino di nove anni.
James mi guarda
sorride
sbava
e continua ad accarezzarmi il braccio.
Guarda le mie unghie e le mie dita, pulite. Mette accanto la sua mano come volesse confrontarle.
Io lo lascio fare, e lo guardo sorridendo.
Il tutto penso non sia durato più di 15 minuti, ma a me è parso un’eternità.

Dopo un paio d’ore di giochi Simone ci propone di mostrarci il posto che i bambini e ragazzini di strada utilizzano come “base”, dove vivono come una famiglia proteggendosi a vicenda. È un grande spiazzo di cemento al di sotto di un ponte.
Puzza vomitevole di rifiuti organici
immondizia
terra
fango.
In quel momento c’erano solo tre bambini.
Uno di loro era sdraiato sopra ad un pezzo di cartone, sotto ad una coperta leggera. Non riesce né a camminare né a stare seduto.
È stato circonciso pochi giorni fa in ospedale e rimandato a casa (in strada) dopo due giorni. La ferita non si cicatrizza e ha fatto infezione.
Un altro bambino ha la sua bottiglietta di colla e non la toglie da sotto il naso nemmeno per un istante. Dice di consumarne una al giorno.
Questi bambini dormono lì
sotto il ponte
incastrati nelle fosse tra l’asfalto e l’immondizia
usando vecchie gomme d’ auto come cuscini
tra le travi in cima ai pilastri che reggono il ponte.
Attaccate ad ogni pilastro ci sono delle corde che i bambini usano per salire a 12 metri di altezza.
A quest’altezza ci sono cartoni, bottigliette e ciabatte
segno che lì qualcuno prova a vivere
o a sopravvivere.
Mi allontano da questa “base” insieme agli altri ragazzi, salutando personalmente i tre bambini.
Aspetto che anche il ragazzo sdraiato, poco più lontano, mi veda. Ho qui e ora davanti agli occhi l’immagine del suo saluto:
un piccolo cenno con la testa e uno sguardo rassegnato.
I miei occhi sono gonfi di lacrime.
È difficile accettare il proprio essere impotenti di fronte ad una realtà così devastata ed ingiusta.

Ci incamminiamo verso Soweto. Attraversiamo un ponte, una decina di metri sopra ad un fiume color marrone sporchissimo entro cui alcuni bambini sguazzano gridando e tre donne lavano i panni.
Il fiume passa attraverso campi verdi coltivati dove lavorano molte persone. In lontananza inizia a scorgersi Soweto.
Ho pianto tanto
Di dolore e di rabbia.
Ricordo esattamente il nodo che avevo in gola mentre camminavo tra le baracche.
Un nodo grandissimo
Soffocante
Intriso di tutte le parole indicibili e impronunciabili in quel momento.

Mi è venuto spontaneo fare un confronto con i nostri bambini:
bambini che hanno una mamma
bambini che hanno una famiglia
bambini che hanno un tetto sotto cui dormire
bambini che sanno leggere e scrivere
bambini che hanno più di un pasto al giorno garantito
bambini che possono cambiarsi i vestiti se questi sono sporchi
bambini che possono bere un bicchiere d’acqua se hanno sete
bambini che possono infilarsi sotto una coperta calda se sono ammalati
bambini che possono fare una doccia
bambini che possono giocare
bambini che la domenica vanno al parco col la mamma e papà.

Gli street children sono bambini che non hanno il diritto di essere bambini. A Nairobi sono decine di migliaia.
Bambini senza mamma e papà
Bambini abbandonati in strada all’età di tre anni
Bambini figli di atti di prostituzione
Bambini senza un letto su cui dormire
Bambini senza un tetto sotto cui ripararsi
Bambini senza un posto che possono chiamare casa
Bambini che sono costretti a rubare, per sopravvivere
Bambini che leccano i sassi, per il disperato bisogno di avere qualcosa sotto i denti

È grande il senso di impotenza che provi davanti a queste realtà.
È grande e ti distrugge ti logora. Cosa puoi fare tu?

Così finisce la mia pagina di diario di quel giorno.

Recentemente ho letto in “Korogocho” di Alex Zanotelli, padre comboniano che ha vissuto dal 1994 al 2002 proprio nella baraccopoli di Korogocho, una definizione di missione che mi ha colpito molto e che condivido totalmente: Mission is to sit where people sit and let God happen, “Fare missione è sedersi dove la gente si siede e lasciare che Dio avvenga.”.
Forse la risposta a questo senso di impotenza è proprio questa: non possiamo pretendere di salvare il mondo facendo grandi cose. Possiamo partire dallo stare, anziché dal fare.
È una cosa che ho sperimentato tanto durante queste tre settimane e non c’è niente di più vero.
A chi da casa mi chiedeva “Cosa hai fatto oggi?” spesso rispondevo “sono stata con i ragazzi”.
Sono stata ad ascoltare le loro storie i loro sogni progetti speranze e ho condiviso qualcosa di me, affinché fosse una vera condivisione e scambio.


Quando sono partita per l’Africa ero consapevole che avrei trovato tanta povertà, ma finché
non la vedi con i tuoi occhi
non la tocchi con le tue mani
non sai davvero cos’è. E una volta incontrata non puoi più far finta di niente, voltarle le spalle e aspettare che siano gli altri a fare il primo passo per cambiare qualcosa.
Devi esserne testimone
Devi uscire dal bozzolo
Devi fare qualcosa affinché la vita vinca.


Elisa De Capitani