Visualizzazione post con etichetta cds2017. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cds2017. Mostra tutti i post

lunedì 24 settembre 2018

Fuoripista inaspettato: il Libano.

Nessun commento:
Durante il corso della vita potresti ritrovarti a dover inseguire [anziché seguire] il percorso che ti eri configurato. Quando questa cosa succede ti rendi conto che la vita le studia tutte pur di portarti fuori strada e riposizionarti sulla giusta direzione. Capita a me, anche con questo Cantiere.

L'istinto diceva Libano, la testa Sud America.

Bisognerebbe imparare a fidarsi di più dell'istinto perché per lo meno per quanto mi riguarda, le cose più belle capitate durante questa estate -in particolar modo questo viaggio e il suo conseguente ritorno- gliele devo tutte.

Tre settimane, otto ragazze, quattro coordinatori.
Destinazione: Beirut.

Un cantiere di città, così la definisco io. Un centro storico ed una corniche nuovi -praticamente intatti- in costante e continua evoluzione; una città immensa, fatta di cemento su cemento (strade, ponti, palazzoni), automobili e cartelloni pubblicitari.



Due cose mi colpiscono: l'incuria e la densità abitativa per km² [a dir la verità questo aspetto si ridimensiona di parecchio dopo aver vissuto Shatila, il campo formale palestinese collocato ai margini della città e nascosto da un muro].
Una sola invece mi disorienta: Beirut non attribuisce significato a quello che noi definiamo 'Memoria Storica'. I libanesi preferiscono abbattere e poi ricostruire pur di cancellare i segni di che cosa è stata la guerra. Piuttosto che ricordare sceglie di privarsi della sua identità non capendo che, più continua ad aspirare all'occidente, più si svuota, più si perde.

Dalla città-cantiere al cantiere vero e proprio, quello fatto di persone -donne migranti o rifugiate, per violenza domestica o per guerra; etiopi, siriane, irachene o palestinesi- e di bambini, grandi e piccoli. Negli shelter -comunità d'accoglienza gestite da Caritas- ai campi profughi formali -Shatila ad esempio, gestiti dall'Unrwa- o informali -come quello di Tel Abbas, gestito da volontari italiani di Operazione Colomba.

In ognuno di questi posti abbiamo visto e vissuto storie; ci siamo fermati ad ascoltare e poi a riflettere. Abbiamo cercato di capire che cosa significa la parola guerra guardando negli occhi le persone che da questa sono fuggiti -per non morire- [Da Tel Abbas la Siria dista soltanto 5 km.] abbinandola poi al concetto di casa che, così come per i siriani o i palestinesi, fa sempre rima con ospitalità e cordialità, e per questo motivo -non importa quanto io possieda o non possieda- tu, oggi, perché sei qui, vieni prima di me.



Ma soprattutto abbiamo cercato di portare un po' di leggerezza e di spensieratezza nei vissuti di tutte le persone che abbiamo incontrato, improvvisandoci per l'occasione esperte di qualsiasi cosa: dall'handcraft allo yoga passando per la cucina ed il canto.
I momenti migliori però rimangono quelli in lingua araba, perché non puoi sempre rispondere che l'arabo non lo capisci, il tuo grado di maturità sta' anche in questo, nell'assecondare comunque lo sfogo di una donna nella sua lingua...la bellezza viene dopo, quando sul suo volto vedi il sollievo e nella tua testa speri di non aver acconsentito al disastro del secolo =) !
E poi ci sono i bambini. Con loro è tutto più facile in primis la lingua, in un attimo si comunica in italiano e tu dall'altra parte riscopri quanto divertenti possano essere quelle quattro insignificanti parole che una volta ben assimilate continueranno a ripeterti all'infinito: "Marcondirondirondello!!".
Ahhh, quanti bei sorrisi abbiamo visto su quei volti: anche alle 7 del mattino, quando ti piacerebbe continuare a dormire un altro po' ma il "Bishbaaaaaah" di Shilane è peggio di una sveglia puntata alle h 5!

E potrei continuare a scriverne di questo Libano, di tutti i posti visitati, del mare bianco, dei 50 gradi di Tripoli, dell'hummus e de 'l'agliata' etc etc...ma è giusto anche fermarsi e lasciare a cuore e testa il loro ricordo. La bellezza del ritorno è soprattutto questa Non dimenticare di ... Facendo qualcosa per, un po' come quella cosa del Costruiamo ponti e non muri.

Chiudo con la citazione d'apertura di Valerio Nicolosi al suo libro (R)esistenze [una bella scoperta del Ritorno]:
"Da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni." K. Marx
Un sentito ringraziamento alle mie compagne di viaggio e coordinatori: senza di Voi non sarebbe stato bello e vero così come è stato. 




 #sentitilibanadi
Mary L. 




lunedì 16 ottobre 2017

Una danza lunga un anno

Nessun commento:



“Lloyd, apri il dimenticatoio che devo buttarci questa brutta esperienza”
“Sir, prima che la elimini le consiglierei di guardare bene al suo interno”
“Dentro ci sono solo delusione e rabbia, Lloyd”
“Ma anche una preziosa scaglia di esperienza, sir”
“Da sola è troppo piccola per ripagare le fatiche del passato, Lloyd”
“Ma, insieme alle altre, può farne tesoro per il futuro, sir”
“Ottimo suggerimento, Lloyd”
“Buona giornata, sir”

(Tempia S., Vita con Lloyd, Rizzoli Lizard, 2016, Milano, pag. 78)

Non posso certo ridurre il mio ultimo anno, trascorso in Kenya con Caritas Ambrosiana attraverso il Servizio Civile all'Estero, ad una “brutta esperienza”, ma come spesso mi accade leggendo il libro dal quale questo pezzo è tratto, c'è una svolta positiva sul finale che mi spiazza ma mi piace un sacco.
E forse è così che sento di aver trascorso questo anno fra persone locali non troppo accoglienti e colleghi troppo arrivisti per capire davvero l'importanza del lavoro con i ragazzi accolti in Cafasso.
È sul finale, anzi forse è appena dopo la fine, che ho compreso o meglio che inizio a comprendere la svolta positiva.
“Allora, com'è andata in Kenya?” mi chiedono spesso. E come si fa a racchiudere un anno di vita, di lacrime, di lotte, di sofferenza, di piccoli ma fondamentali passi fatti, a volte di paura, in una risposta?
Come si fa a racchiudere le vite di una ventina di ragazzi che mi hanno messa in crisi, fatta impazzire, ma ai quali ho voluto un bene smisurato, in poche frasette?
E come si fa a trovare un senso a tutta la fatica fatta, alle energie investite, che non so se e quando daranno frutto?

Però poi, nella pagina facebook nella quale il suddetto libro è nato, ecco un'altra ispirazione.

“Lloyd, cosa si fa quando una difficoltà pare insuperabile?”
“Ci si prova a danzare insieme, sir”
“Perché dovrei ballare con la difficoltà, Lloyd?”
“Per trovare dentro ai suoi occhi la forza necessaria per affrontarla, sir”
“Io però ci vedo solo il mio volto riflesso, Lloyd”
“Appunto, sir. Appunto…”

(Tempia S., Vita con Lloyd https://www.facebook.com/vitaconlloyd/)

Ecco l'illuminazione, la parola mancante. Cos'hai fatto quest'anno in Kenya?
Ho ballato!
Ho ballato con la vita, con le mie paure, con i miei limiti, con la nostalgia, con la distanza.
Ho ballato con la difficoltà, e dentro essa ho trovato la forza per provare a superarla.
Ho ballato con me stessa, con una nuova me che si è scoperta e riscoperta negli occhi scuri e profondi di gente che non mi ha capita, forse perché non ancora pronta a capirmi.
Ho ballato con gli occhi dei kenyani, che specchiati nei miei mi sono sembrati così lontani e a volte invece così vicini.
Ho ballato con la stanchezza di K. e con la sua euforia nel tornare a casa, un ballo felice e pieno di affetto. Ho ballato con gli occhi lucidi di sua nonna quando ha visto comparire suo nipote con una donna bianca nella sua baracca.
Ho ballato con W. e ballo tuttora col suo ricordo e con le domande che mi frullano in testa pensando a se e cosa avrei potuto fare di più.
Ho ballato con G., con M. e con N. nel breve tempo che trascorrevano in Cafasso nelle pause da scuola, un ballo un po' impacciato ma felice nel vedere i grandi risultati da loro raggiunti.
Ho ballato con Giulia, fedele e preziosa compagna di viaggio, sulle note della Mannoia e dei Backstreet boys, scoprendo un ballo di coppia che mi ha arricchita, protetta e sorretta.
Ho ballato con Maurizio, punto di riferimento lontano ma indispensabile.
Ho ballato con Giacomino, Nicoletta, Anna, Vale, Silvia, Daniela, Matilde, Domenico, Angelo, importantissimi amici, capitati nella danza un po' per caso, ma che mi hanno insegnato passi e ritmi nuovi.
Ho ballato con i cantieristi Andrea, Daniele, Francesca, Giovanni, Sara, Sara e Valentina, una danza piena di stupore e di vita.
Ho ballato con la mia casa in Italia, attraverso la mia famiglia e gli amici di sempre che non mi hanno mai lasciata.

Ballo tuttora con i ricordi di una terra che mi ha fatta impazzire, soffrire, ridere, piangere, conoscermi e crescere.
Ballo tuttora con le lacrime che parlano di una storia incredibile, che ogni giorno che passa mi fa sentire grata del tempo passato fra un sorriso sdentato e l'immondizia di Kahawa West.

Nonostante tutto, grazie.
Asante sana Kenya.

Kenya: un viaggio con me stessa

Nessun commento:


È passato più di un mese dal nostro rientro in Italia. È trascorso lento, afoso, quasi irreale. Dopo che hai camminato in strade di spazzatura, visto bambini strafatti e cieli senza stelle, forse è normale che tutto ti sembri strano.

Il primo giorno che siamo arrivati a Nairobi, pensavo che quel luogo fosse marcio, che le persone fossero in fondo un po' marce. Di certo scapperesti da un posto del genere, cercheresti di crearti una nuova vita, lontana da tutta quella puzza, ma loro no. Sicuramente perché non possono, ma mi piace pensare che è anche perché non vogliono. Mi piace credere che forse qualche speranza ancora ce l'hanno; mi piace credere che un senso di rivalsa da tutta quella mxxxa gli darà la forza di uscirne a testa alta; mi piace credere che loro ancora credono.

È passato più di un mese dal mio rientro in Italia e alla domanda "come è stato" ancora non so rispondere se non con un segno di assenso. Vagli a spiegare poi che quel mezzo sorriso vuol dire tutto e niente. Non ci sono molte parole per spiegare una terra così, come spesso si dice, piena di contraddizioni. E si perché questo termine viene molto spesso utilizzato per descrivere diversi paesi dell'Africa: da una parte distese sconfinate e dall'altra le discariche a cielo aperto; da una parte le metropoli e dall'altra i villaggi; da una parte il tutto e dall'altra il niente. Sì, forse il primo che utilizzò questo termine, ci aveva visto bene.

È passato più di un mese dal mio rientro in Italia e tutti questi problemi che ci riempiono così spesso la bocca non mi vanno proprio più giù. Inizio a pensare che sia la nostra quotidianità quella irreale, non la loro. Sì, perché è irreale restare imbambolati su un divano guardando tragedie umane senza muovere un dito, se non quello sul telecomando. È irreale fingere che vada tutto bene solo perché sulla nostra casa il sole continua a splendere. È irreale la disparità che ci divide. Forse tutti dovremmo sentirci chiamare "muzungu" almeno una volta nella vita.

Un incontro mi ha segnato particolarmente in questo viaggio, ed è stato quello con me stessa
Ho capito meglio cosa voglio, ho rinsaldato i miei ideali, i miei credo. Ho dato spazio alle mie paure e sono riuscita a metterle da parte. 

E per tutti i "bob" al mondo, non sostituirei mai questa esperienza con nessun'altra. 


Francesca Di Mauro



Breve legenda:

- Muzungu: Nella lingua locale significa "uomo bianco", ma da quel poco che abbiamo potuto apprendere, intrinseco nel significato vi è l'aggettivo sporco, ricco, schifoso uomo bianco.

- Bob: Utilizzato dai Kenyoti per chiamare lo scellino. Deriva dal termine inglese che indicava la vecchia moneta britannica.

- Asante sana: Termine non utilizzato in questo testo, ma sospirato durante tutta la sua stesura. Grazie mille.

venerdì 6 ottobre 2017

Ad Haiti abbiamo perso qualche capitolo

Nessun commento:
Mancare di qualche pagina, qualche capitolo o addirittura di un libro intero: sono questi i modi di dire haitiani che potrebbero essere paragonati al nostro “avere qualche rotella fuori posto”. Ecco noi ad Haiti abbiamo perso qualche capitolo, in particolare per quanto riguarda la stesura del nostro romanzo, ed eccomi qui a recuperarne uno.

In cosa consiste la nostra esperienza? Ho pensato di riassumere tutto così. 
Partiamo con la semplicità e la spontaneità: Haiti è vita senza eccessi, è divertirsi ballando ed essere entusiasti nel dedicarsi alle attività semplici e facili, è musica che spacca i timpani.
Haiti è assenza di fretta: spesso ci siamo scontrate con orari non rispettati e “tempi morti”, compensati da tanta improvvisazione e spirito di adattamento. 


Haiti è contrasto estremo tra ricchi e poveri, tra natura spettacolare e discariche a cielo aperto, tra cannella e piccante. E poi acqua nei sacchetti, riso ad oltranza, mamba, bevande zuccheratissime, birra Prestige... e ragni velenosi che ti aspettano nelle scarpe!

Ed è anche forza fisica e mentale, è non farsi abbattere dalle sventure del passato e trovare il modo di superare le difficoltà.

Haiti è rischiare la vita tutti i giorni viaggiando in macchina, sulle moto, sul canter e con i mezzi pubblici su strade dissestate e sterrate che, dopo la piogga, diventano piscine di fango e ogni volta che ci passi con il fuoristrada incroci le dita e speri che la macchina non si ribalti. Una specie di “calcio saponato”, come lo ha definito Chiara, un'operatrice di Caritas che risiede a Port-de-Paix. E se la strada si interrompe e finisce nel fiume? Nessun problema, i pick-up non hanno paura dei fiumi, lo si attraversa senza esitare. 


Il canter, invece, equivale a lividi, dita schiacciate e schegge nel sedere: il tutto compensato dalla possibilità a 360° di osservare bellezze uniche del paesaggio Haitiano.

E poi quella barca che ci ha portato su Tortuga, isola da spiagge bianche e deserte e un mare che all'orizzonte si fonde con il cielo, isola dove hanno girato un pezzo dei “Pirati dei Caraibi”. Ecco quella maledetta barca ci ha fatto sudare 7 camicie al ritorno dall'isola, anche se questa sudata è stata lavata via dalle onde altissime che superavano il bordo della barca e che ci hanno bagnato per due ore: due ore di preoccupazione, risate e crisi da “adesso ci ribaltiamo”, ma un bellissimo ricordo poi.

Poi c'è il pullman, come quel scuolabus dei Simpson, l'unica volta che abbiamo preso un mezzo pubblico... ho perso il conto di quante volte ci siamo dovuti fermare per il guasto, ma quando si è rotto il radiatore ci siamo fermati per 4 ore di notte, senza copertura telefonica per chiamare un aiutino, senza saperlo aggiustare da soli, sotto le luminosissime stelle da incanto. Forse, però, sono state le 4 ore più belle del viaggio: il resto del tragitto posso descriverlo con polvere, caldo, scricchiolii che davano l'idea che le parti del pullman si stessero tutte svitando, il tetto traballante sopra il quale, così a occhio, erano legate un centinaio di borse/scatole/valigie, oltre a una capra, un gatto e dei viaggiatori abusivi; da lassù a volte arrivava la pioggia di pipì e una sostanza che faceva pensare a un animale che non ha digerito qualcosa, e qualcuno ci è finito sotto questa pioggia 😄 Ma quanto è stato bello questo viaggio!

Insomma Haiti è tanta ma tanta adrenalina.

Haiti è scuola di vita, è aprire la mente di fronte all' “inconcepibile”. Ma è anche imparare ad autocontrollarsi e non lasciarsi sopraffare dai sbalzi d'umore, cosa che può succedere ma che con la pazienza e l'aiuto degli amici diventa solo un altro ricordo.


Infine Haiti è amore, amore verso l'altro, verso il mondo, verso la scoperta di culture nuove; è amore a distanza ma anche amore fresco fresco, appena sbocciato.

E dopo tutte le avventure (e le sventure) che ci sono capitate posso dire che sì, siamo decisamente tornate a casa con qualche capitolo in meno!

Dana

Georgia: un piccolo passo

1 commento:
Entriamo in casa in punta di piedi.
Ad accoglierci c'è un anziano signore dagli occhi blu intenso che ci fissano in attesa. I capelli grigi e spettinati e la camicia troppo larga.
In molte case, quando entriamo per il servizio pasti, ci attende già un piatto. Qui no, e allora lo chiediamo. L'anziano inizia a a cercarlo con difficoltà. Va in cucina, apre un mobiletto e poi il frigo, ma non trova nulla. Si sposta in bagno e armeggia per un po'. Oltre una tenda, una stanza senza finestre, buia e polverosa; sul pavimento materassi e un cumulo di coperte, poco più in là pezzi di un computer in attesa di chissà cosa e altri innumerevoli oggetti posati a terra come rifiuti; in fondo alla stanza un mobile di legno che lascia intravedere la bellezza che lo deve aver contraddistinto un tempo e nel mezzo uno specchio ricoperto da uno strato di povere, in cui nessuno sicuramente si specchia più. Sulla mensola, in ordine tra crocifissi ed immaginette religiose ortodosse, le foto di una donna: unico segno del passato che deve aver abitato lì.
Delle voci arrivano da una stanza: forse qualcuno parla al telefono.
L'anziano trova il piatto: versato il pasto al suo interno, usciamo.


Torniamo in quella stessa casa una settimana dopo.
Il pavimento è pulito. C'è un po' meno polvere, le coperte sono al loro posto sul materasso, nello specchio ci si può nuovamente specchiare e le tende sono ordinatamente legate da un nastro.
Sembra quasi ci sia più luce. Si respira un po' di più.
Al nostro arrivo l'anziano signore si alza dal letto, ci viene incontro e scambiamo qualche parola. Poco dopo appare un giovane dalla stanza accanto: è la voce che avevamo sentito parlare al telefono. Ci spiega che un parente è arrivato dal paese nel fine settimana e li ha aiutati a sistemare casa.
Anche il piatto oggi ci attende sul tavolo e noi, come sempre, versiamo il pasto e usciamo.





Usciamo. Ma questa volta sappiamo di lasciare l'anziano signore in una casa curata, con un pasto caldo e qualcuno con cui scambiare quattro chiacchiere. Almeno per ora, almeno per un po'.
Non è sufficiente, non è abbastanza. Ma è un passo più in là, via dall'isolamento e lontano dalla solitudine. È segno di un futuro possibile fatto di presenza e vicinanza.

Irene



Heartbeat Haiti: la nostra storia in battere e levare

Nessun commento:
Tutto ciò che è vitale ha un suo Ritmo: 

il battito del cuore che ha una sua frequenza. 
La respirazione con il suo ritmo.
Il ritmo circadiano che regola il sonno-veglia.
I tamburi in chiesa che accompagnano le canzoni di Fan Fan.
Le urla dei bambini che coordinate sembrano creare una ballata in grado di buttare giù la chiesa. 

Quando al mattino appena sveglie entriamo nella chiesetta di Pendu veniamo inondate da un ritmo irresistibile. 

Tutti i nostri cuori si sincronizzano con quelli dei bambini sul ritmo quasi tribale dei bans di Christopher.
La nostra respirazione prende lo stesso ritmo perché tutti abbiamo bisogno della stessa energia per gridare forte come Dorsil cucini le sue Banan Pesè. 
Le mani quasi automaticamente iniziano a battere tutte insieme, senza che nessuno si metta d’accordo, il battito delle mani si coordina con quelle del vicino. 

Questa è quasi magia, e ad Haiti se ne intendono di magia.


Certi medici hanno appurato che il ritmo del cuore e della respirazione si possono sincronizzare con le note di certe musiche. 

Ma quando ad Haiti siamo in tanti a sincronizzare cuori, respiro e mani sulle stesse note che succede? 



Succede che Kay Chal!  

mercoledì 27 settembre 2017

Nicaragua: ESSERE PIENI

Nessun commento:
"Ehi ciao! Come è andata in Nicaragua?"
"Sono piena!"

Sono piena di me.
Sembra tanto l'esordio del diario di un egocentrico, e magari lo è. Ma in realtà in Nicaragua mi sono riempita anche di me. Della solita me buffa e impacciata che il più delle volte sembra un cartone animato. Ma anche di una me più decisa, più disposta a raccontarsi, più ferma sulle proprie convinzioni ma anche disposta ad ascoltare. Ho trovato me, ma ho anche scoperto una me che non conoscevo. Il Nicaragua mi ha ricordato che non sono ancora arrivata, che è tutto in fase di costruzione, anche la mia persona.

Sono piena di te.
Si proprio te, te che stai leggendo, te che hai seguito il mio viaggio e che mi hai anche raccontato cosa ne pensavi. Te che eri a casa, al lavoro o sui libri, o forse in viaggio, ma che un po' eri anche con me. Te che dalla tua casa hai camminato con me e hai scoperto questo nuovo mondo insieme a me. Te che sei stato il ricordo delle mie origini, il mio punto fermo, che mi ricorda sempre da dove vengo e chi sono.

Sono piena di lei e di lui.
Sono piena di quel ragazzo che mi chiama "chele", bianca, e mi fa sentire così strana e forse quasi sporca.
Sono piena di quel nonnetto incontrato per le strade di Nueva Vida che in due minuti mi ha raccontato la sua vita piena di fatiche e di dolore.
Sono piena di quella bambina giovane con una pancia grande che arriva troppo presto.

Sono piena di noi.
Sono piena di Anna, Filo, Ale, Mati e Ire.
I miei compagni di viaggio che hanno camminato al mio fianco e spesso anche davanti a me. Ma con cui ho vissuto e ho incontrato. Sono l'anima della festa, ma sopratutto il cuore pulsante del mio Nicaragua. Perché con loro scoprire e scoprirsi è stata tutta un'altra storia.

Sono piena di voi.
Sono piena dei bambini del Centro Escolar. Di quelle guanciotte piene sporche di terra e di quegli occhi quasi neri che viaggiano veloci posandosi su tutto ciò che li circonda. Di quella voglia matta di giocare, a pallone, a basket, a baseball, non importa a cosa, l'importante è giocare. Di quel ballare con i fianchi così sciolti da sembrare senza ossa. Di quei sorrisi pieni, ma anche di quei sorrisi stanchi e con qualche lacrima di troppo. Di quegli abbracci stretti stretti intorno alla mia pancia.

Sono piena di loro.
Di Felix, che ci ha guidati e accompagnati, facendoci sentire a casa, ma sopratutto una famiglia.
Di Oscar, che tra un passo di ballo e un dribbling a pallone, ci ha mostrato quanto è bello insegnare e sopratutto amare ciascun bambino per quello che è.
Di Stefi, che non ci ha mai fatto sentire soli, e ci ha accompagnati nella scoperta di Nueva Vida.
Di tutti i professori del Centro Escolar che sono una grande famiglia che sa volersi bene.
Di tutte le persone che lavorano a Redes che hanno dato colore e gioia alle nostre giornate.

Il Nicaragua mi ha riempito.
Di emozioni forti, di sentimenti contrastanti, di volti nuovi, di sguardi intensi, di rumori mai sentiti, di sapori a volte troppo piccanti per me. Ma sopratutto mi ha riempito di persone. Di persone che ormai sono parte di me, che anche se hanno fatto con me un piccolo tratto di strada, di sole tre settimane, è come se camminassero con me da una vita intera.

Ed ora io mi sento piena da scoppiare.
Ma non un pieno da post pranzo di Natale che l'unica cosa al mondo che vuoi fare è quella di morire sul divano finché non sarà ora di dormire. Ma un pieno straboccante che non può più contenersi che deve raccontare, che deve dire, che deve far sapere, che deve urlare più forte che può quello che ha visto e sentito.

Sono un pieno che non può più tacere.

Grazie Nica!
Giù


martedì 19 settembre 2017

Muri con radici profonde

Nessun commento:
La Red Jesuita con migrantes è una rete di organizzazioni gesuite disseminate in tutto il centro america che ha come obbiettivo quello di appoggiare e accompagnare le persone migranti in questa area attraverso tre tipi di azione: l’assistenza diretta alla persona migrante, un lavoro di ricerca ed investigazione sul fenomeno migratorio e l’appoggio a reti e organizzazioni di migranti che rivendichino i propri diritti.
Nell'ambito dei cantieri della solidarietà 2017 abbiamo avuto occasione di incontrare Lea Montes, la direttrice di tale organizzazione a Managua.

Qui un breve resoconto della sua esposizione sulla situazione delle migrazioni in Centro America e alcune considerazioni.

Si possono individuare tre fasi della migrazione in Centro America: negli anni ‘70 la migrazione è soprattutto dalla campagna alla città, negli anni ‘80 si verifica una ondata di migrazioni forzate dovute ai diversi conflitti nella regione, infine negli anni ’90 in concomitanza con l’inizio della globalizzazione si assiste ad una trasformazione e ad un aumento del fenomeno migratorio, cambiano le cause dello spostamento e cambia la composizione dei soggetti in particolare per quanto riguarda quella che viene definita una crescente feminizzazione delle migrazioni.

Risultati immagini per frontiera messico stati uniti
Con l’aumento delle migrazioni a partire dagli anni novanta, cresce in concomitanza l’effetto delle rimesse sul PIL nazionale dei diversi Paesi centroamericani. Ad esempio in Nicaragua le rimesse passano da rappresentare il 2% del PIL a rappresentarne il 9,6%.
Molte sono le famiglie che sopravvivono in Nicaragua grazie alle rimesse mandate dai parenti migrati in Costa Rica o negli Stati Uniti. E la possibilità di supportare un intero nucleo famigliare, spesso è la ragione che spinge donne e uomini a intraprendere lo spaventoso viaggio verso Nord o verso Sud, le infinite difficoltà e i rischi che la migrazione comporta.

Secondo alcuni dati riportati dalla dottoressa Montes sarebbero fra le 200 e 400 mila persone, quelle che ogni anno passano il confine messicano.
Il viaggio attraverso il Centro America è estremamente pericoloso e il 45,7% di coloro che attraversano il Messico diventano vittime del crimine organizzato. Considerando l’esponenziale aumento di minori non accompagnati e donne su questa rotta, alti sono i tassi di violenze e abusi ai danni di questi ultimi (64% delle donne migranti afferma di aver ricevuto abusi).
Si calcola che siano approssimativamente 2464 i migranti scomparsi nella rotta fra Messico e Stati Uniti. Negli anni si sono formati gruppi di madri che, come le madri di plaza de Mayo argentine, lottano per ottenere giustizia e ritrovare le proprie figlie e i propri desaparecidos. 

Nel film “Desierto” uscito nel 2015, viene rappresentato tutto l’orrore del passaggio della frontiera in una forma poco realistica, eppure in parte efficace nel permette allo spettatore di vivere in un ora e poco più di film un'ansia che può ricordare quella che vivono le migranti e i migranti durante tutto il percorso di attraversamento dell'america centrale. Nella pellicola un razzista nordamericano e il suo cane passano il tempo a dare la caccia ai migranti nel deserto on lo scopo di ucciderli; viene messa in scena una caccia all'uomo che ricorda la caccia agli schiavi fuggiaschi dalle piantagioni, battute che spesso e volentieri finivano con i fuggitivi raggiunti e poi sbranati dai cani addestrati, fine che faranno anche diversi dei protagonisti del film.

Risultati immagini per frontiera messico stati unitiStando all'analogia si potrebbe aggiungere che per lo meno gli schiavi, quando riuscivano a fuggire e raggiungere le montagne, erano liberi, i migranti di oggi quando anche riescano a passare il confine si ritrovano schiavizzati dal ricatto costante dei documenti, che nella maggior parte dei casi non otterranno mai e che li costringerà all'invisibilità e allo sfruttamento, spesso quasi schiavistico.

Significativo è anche il dato sul numero di espulsioni, che fra il 2014 e il 2016 ha visto un incremento soprattutto nei casi effettuati via terra, cioè direttamente alla frontiera, su quelle via aereo, evidenziando l’inasprimento dei controlli frontalieri.

La frontiera degli Stati Uniti è ormai in Messico” constata la relatrice, “grazie ad un processo di militarizzazione e securitarizzazione della frontiera che è ben precedente all'era Trump, che ha le sue radici nel rafforzamento militare delle frontiere nel 1994, anno in cui viene firmata la NAFTA (North American Free Trade Agreement) e in cui di contro si assiste al levantamiento zapatista".
Dal '94 in avanti diverse sono state le riforme e i provvedimenti di rafforzamento dei confini, in particolare a seguito dell'attentato del 2001, che ha portato nel 2002 una nuova politica per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti eccezionalmente restrittiva rispetto alla mobilità. E poi ancora riforme nel 2005 con un incremento della polizia di frontiera, nel 2008 con il trattato internazionale di sicurezza siglato da U.S.A. e Messico e ancora nel 2014 con un'ulteriore inasprimento dei controlli alla frontiera. Conclude Lea Montes: “il muro di Trump esiste già”.

Esattamente come in Europa il processo di apertura delle frontiere alle merci, viene immediatamente contrappesata da una chiusura e un controllo sul passaggio delle persone considerate un “rischio” per la sicurezza dei paesi coinvolti nei trattati di libero commercio e la conseguente militarizzazione dei territori.

Quello che la nostra interlocutrice ci fa capire è che il muro di Trump, non è la volontà di un folle che verrà costruito da un giorno con l’altro fuori da qualsiasi legge, ma un processo ben radicato nel tempo che pietra dopo pietra miete costantemente vittime in nome della libertà di pochi e dello sfruttamento di molti. Di tale processo  Trump non è altro che l’ultimo e più convinto portavoce.


giovedì 14 settembre 2017

L’incontro con l’altro, ovvero, Un tramonto inaspettato.

Nessun commento:



Che cosa può cercare un ragazzo di trentanni da un' esperienza come il Cantiere? Una prova di fede? Una vacanza alternativa? 
E cosa è un incontro? E cosa c’entra con l’altro?

Per rispondermi e per rispondervi devo fare un passo indietro.
Io non so che cosa vi affascini quando incontrate questi bipedi dai capelli lunghi o corti che popolano la nostra terra..che cosa vi attiri, se uno sguardo, un volto o un modo di fare... io rimango affascinato dalle storie, soprattutto quando raccontate con trasporto, e da quello che raccontano gli occhi, piccoli segreti che lasciano un segno tale da sentire di doverli custodire. Talvolta mi capita di prendere qualcuno e la sua vita come esempio per una riflessione sulla mia, e se necessario, seguirne il modello.

La mia storia con il cantiere inizia anch’essa con un incontro e con una storia, quella di Stefie, ex-cantierista. L' incontrai circa due anni fa e, dopo aver attirato le mie attenzioni con le sue strabilianti doti canore, mi racconto' di sè e della sua esperienza finita da poco ad Haiti. Ascoltai il suo racconto con attenzione e dopo esser tornato a casa colpito iniziai a pensare di voler essere partecipe anche io di una simile avventura. 

Con questa premessa e avendo deciso il Libano come paese di destinazione, mi aspettavo di ritrovarmi immischiato in racconti di persone che avevano visto scene di guerra e sofferenza, di violenza, rabbia. Ascoltare, e farmi poi testimone una volta tornato.
Devo ammettere a voi e a me stesso, che al contrario delle mie aspettative l’incontro con l’altro si è vestito spesso di abiti umili e ordinari prendendo la forma di persone e vite semplici.
Certo, talvolta è stato insperato e stupefacente (riuscite ad immaginare sentir cantare Luigi Tenco da un chitarrista armeno?) ma il più delle volte le tanto attese parole hanno fatto spazio a timidi sorrisi, e sguardi abbassati. L' incontro è stato anche faticoso e incomprensibile, perchè oltre alla barriera, o, per riprendere il tema del cantiere, oltre al muro della lingua si è aggiunto spesso anche quella della incomprensione dei reciproci comportamenti. “Perchè queste donne negli shelter mi evitano se sono qui per  stare con loro?”, mi interrogavo. “E perchè lui si ostina orgoglioso ad avvicinarsi a noi”, si saranno domandate loro. Allora mi sono chiesto: quando incontri una persona con cui non è possibile o non è immediato stabilire un rapporto, ha ancora valore l’incontro? E badate bene che può valere sia per una donna chiusa nelle quattro mura di un centro che non ti guarda negli occhi e, a fatica, poggia il piede di fianco al tuo, che per una coordinatrice o un compagno cantierista.
A questo punto ho iniziato a capire che il cantiere mi dava la possibilità di  rinnovare un metodo partendo da uomo maturo, esattamente come il protagonista del film Benjamin Button. Come se dovessi reimparare a parlare con un nuovo alfabeto, vincere le timidezze e abbandonare la sicurezza delle convenzioni imparate fino ad allora. Ridiscutere le modalità di rapporto con le persone (sopratutto donne e bambini) che incontravo.

In conclusione, dunque, se state cercando un motivo per spendere le vostre vacanze lavorative in una esperienza simile, immischiatevi! Inizierete a chiedervi il perchè dei comportamenti delle persone incontrate, ed intuirete che il non capire era dovuta anche ad una vostra mancanza di sensibilità. Scoprirete il valore del rapporto e della sequela, piccoli passi quotidiani da fare giorno per giorno per avvicinarsi all' altro e farsi accettare. Imparerete la base di uno sviluppo umano fondato semplicemente sulla presenza. Sembra ovvio, come il fatto che il sole debba tramontare ogni giorno, ma non lo è. Se  darete per scontato l'incontro, il rapporto con l'altro non verrà nè coltivato nè approfondito. Se invece tornerete a stupirvi ogni giorno di un sole che cade, perchè ci è dato, riconoscerete la novità che è l' Altro.
Cari coetanei "vecchietti", in bocca al lupo.
Gianluca