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venerdì 6 ottobre 2017

Heartbeat Haiti: la nostra storia in battere e levare

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Tutto ciò che è vitale ha un suo Ritmo: 

il battito del cuore che ha una sua frequenza. 
La respirazione con il suo ritmo.
Il ritmo circadiano che regola il sonno-veglia.
I tamburi in chiesa che accompagnano le canzoni di Fan Fan.
Le urla dei bambini che coordinate sembrano creare una ballata in grado di buttare giù la chiesa. 

Quando al mattino appena sveglie entriamo nella chiesetta di Pendu veniamo inondate da un ritmo irresistibile. 

Tutti i nostri cuori si sincronizzano con quelli dei bambini sul ritmo quasi tribale dei bans di Christopher.
La nostra respirazione prende lo stesso ritmo perché tutti abbiamo bisogno della stessa energia per gridare forte come Dorsil cucini le sue Banan Pesè. 
Le mani quasi automaticamente iniziano a battere tutte insieme, senza che nessuno si metta d’accordo, il battito delle mani si coordina con quelle del vicino. 

Questa è quasi magia, e ad Haiti se ne intendono di magia.


Certi medici hanno appurato che il ritmo del cuore e della respirazione si possono sincronizzare con le note di certe musiche. 

Ma quando ad Haiti siamo in tanti a sincronizzare cuori, respiro e mani sulle stesse note che succede? 



Succede che Kay Chal!  

venerdì 1 settembre 2017

Haiti: Dov'è casa mia?

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“Scusi, per casa mia?”
Sono seriamente afflitto da una grave patologia, riconosciuta soltanto dopo aver interpellato diversi specialisti.
La conferma medica  mi è stata recapitata in seguito al ritorno dal cantiere della solidarietà, realizzato in maniera itinerante, come il più pazzo e stravagante dei circhi gitani, per tutto il Nord di Haiti.
La malattia da cui sono stato colpito si chiama “Dov’è casa mia?”, in latino, sulle migliori guide mediche, la nomenclatura corretta è “ ubi est domus mea?”( un grazie speciale all’ aiuto da casa, il fratello della mia collega Silvia). Dicono che una grande percentuale delle vittime, attorno al 70%, siano servizio civilisti internazionali.
Tornando dal cantiere, mi sono subito emozionato, un po’ sorpreso e spaventato, nell’accorgermi che rientrando nella caotica, polverosa e pazza Port au Prince, mi sentivo a casa, come di ritorno da una lunga vacanza in paesi lontani, esotici e tropicali.
Entrare a casa mia è stato come quando dopo una bella vacanza arrivo nella mia piccola Trento, nel mio appartamento, un po’ triste e un po’ contento.
Dov’è casa mia?
Già, perché tra poche settimane ritornerò a casa mia. Dov’è? Credo a Trento, o credo a Port au Prince. Difficile dirlo.
Sicuramente, come mio solito, proverò a chiedere alla gente. Qualcuno riuscirà a darmi un’informazione corretta no? Oppure, haitianamente, mi verrà risposto con un bel “Pa Konen”( non lo so)?
E’ curioso, affascinante, come in un anno, una persona riesca a costruire dei legami così intensi e forti, vuoi per il tipo di esperienze condivise, vuoi perché alla fine le persone sono spinte a volersi bene, aiutarsi, accogliersi a vicenda. Con tante difficoltà, certo, perché altrimenti che gusto ci sarebbe se fosse tutto facile? In un anno mi sono stupito mille volte, sono stato preso alla sprovvista, non ho capito e ho capito tante cose, sono stato felicissimo e triste allo stesso tempo.
E’ curioso, affascinante, come ora penso ai miei amici in italia, ma anche ai miei amici ad haiti, haitiani.
Come penso alla mia routine italiana, ma anche alla mia routine haitiana.
Come penso con nostalgia a qualche cibo italiano, ma come sia abituato alla cucina creola.
Come penso alle partite di basket al campetto di Trento, ma anche a quello di Lilavois, qui ad Haiti.
Insomma, è fantastica, in fin dei conti, questa malattia. Nel cuore credo di sapere dove si trovi casa mia, ma mi piace tanto pensare che semplicemente, dopo quest’anno, casa mia non importa dove sia: è in questo bizzarro mondo, nero, bianco, giallo, colorato. E i miei vicini di casa parlano varie lingue diverse e si chiamano Shelove, Stanley, Falou, Silvia, Cecilia, Bryan, Clemance … Semplicemente abitanti del condominio Terrra.
Perché alla fine, in questo post che non voleva essere un “tirare le fila”, ma forse un po’ lo eh, non lo so, semplicemente mi accorgo di come in quest’anno abbia interiorizzato il principio del COME: è COME scelgo di vivere che fa la differenza, più del dove io sia nato o stia lavorando, più delle opportunità che ho.
E qui a Kay Chal e Haiti, ho conosciuto tanta gente,  haitiana, italiana e un po’ da ogni dove, che ha scelto un COME vivere che mi piace molto: condivisione, accoglienza e confronto col diverso, kè kontan (felicità, in creolo).
Ora, credo accantonerò il referto medico, godendomi appieno la mia malattia.
Fede

lunedì 20 marzo 2017

riflessioni

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Le giornate qui a Haiti corrono veloci, me ne rendo conto spesso.
Corre il tempo quando attorno a te hai centinaia di bambini che, nonostante le tante difficoltà di questo contesto, sono sempre e comunque bambini: gioiosi, furbi, sempre pronti a farti mettere in gioco, tu e il tuo punto di vista così diverso; sempre pronti a fare caos, bisticciare, scherzare.
Corre il tempo quando attorno a te hai decine di giovani animatori, appena o non ancora diciottenni, con i quali confrontarsi, con i quali divertirsi. Corre veloce il tempo quando attorno a te hai decine di giovani animatori, molti dei quali vivono problemi con i quali non ho mai dovuto scontrarmi prima, nella mia quotidianità italiana.
Corre il tempo in una città, Port au Prince, così caotica nel suo traffico, con la musica per strada, clacson instancabili, pedoni che attraversano da ogni dove, tap tap carichi di giovani studenti .
Corre il tempo nei miei week end, che cerco di passare dedicando dei momenti anche me, solo, a riflettere, pensare.
Corre il tempo ad Haiti, anche se il caldo umido di questi giorni, alle volte rallenta ogni tuo movimento e ti invita a fare tutto più lentamente.
Corre il tempo, ma trovo come ogni minuto sia davvero denso di emozioni,  sentimenti,  paure, gioie e riflessioni.
Corre il tempo e a volte mi piacerebbe fermarlo, altre no. Ma ad Haiti sto anche scoprendo e comprendendo sempre più come sia fondamentale camminare il proprio sentiero, senza troppe preoccupazioni, accettare ciò che viene e cercare davvero, sempre, di portare positività e gioia nei confronti di chi incontri. Nonostante il contesto attorno a te. Nonostante tutto.

giovedì 25 agosto 2016

Haiti: a due passi dal confine

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Abbiamo anche osservato, ad Haiti.
Perché siamo stati al confine, quello vero, tra Haiti e la Repubblica Dominicana, ad Anse à Pitres.
Villaggio di frontiera, da un po’ di mesi purtroppo famoso per i campi dove vivono le persone rimandate in Haiti dopo l’approvazione della legge 168-13 in Dominicana.
Una legge ad hoc per portare gli haitiani fuori dal Paese il prima possibile, e nel maggior numero possibile: tutti gli haitiani che sono entrati nella Repubblica Dominicana dal 1929 in avanti in modo irregolare (ed i loro eventuali discendenti, divenuti a questo punto apolidi) sono stati ‘accompagnati all’uscita’.
Sembra che questo atteggiamento ostile tra le due parti di Hispaniola abbia radici economiche e storiche (risalenti al primo periodo post coloniale).
Ad ogni modo, il risultato di questa politica, per i rimpatriati almeno, è stato a dir poco devastante… Questo perché se non hai più niente, se hai venduto tutto per pagarti il viaggio, o peggio, se di haitiano hai solo i parenti, essendo nato e cresciuto in un altro Stato, finisce che ti fermi appena oltre il confine.
“Potevano anche proseguire e non fermarsi lì…”. Per andare dove? Da chi? Con che mezzi poi?
Migliaia di persone e famiglie che vivono in tende improvvisate, fatte di cartone e tessuti che, ci raccontavano, quando piove non ti permettono neppure di dormire. Tende che ad occhio saranno di un paio di metri quadrati, appoggiate ad un terreno arido, senza facile accesso all’acqua.
Allora ci viene da pensare: davvero può fare anche questo il razzismo nel 2016? Non sembrano proprio fatti adatti all’Era dei Social Network! Eppure…

Allora facciamo attenzione quando sentiamo (o magari pensiamo): “tornatene al tuo Paese”. Perché in fondo a queste parole potrebbe esserci una tenda come ad Anse à Pitres, potrebbe esserci la polvere di quel confine, o ancora, potrebbe esserci lo smarrimento delle persone che lì sono bloccate.
Facciamo attenzione, perché anche dopo qualche settimana di Cantiere all’estero, l’Italia che si ritrova a casa è la solita;
ma ora che abbiamo pensato, visto e osservato, tocca anche a noi farla Sconfinare


Francesco, Marta, Letizia, Stefania, Matteo e Laura

domenica 14 agosto 2016

Haiti: Abbiamo visto, a Ka Philippe

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E abbiamo anche visto.

Abbiamo visto una persona tenere aperta la porta della propria casa per dare un sorso d'acqua ad ogni bambino. Perchè tanto una persona che è lì per gli altri non ha nulla da nascondere dietro una porta chiusa ma tutto da condividere.

Abbiamo visto un uomo con due occhi che brillavano per l'entusiasmo e per la voglia di fare.
Perchè se hai in testa di portare l'acqua al villaggio non puoi restare indifferente.  

Abbiamo visto un papà che cerca il meglio per i suoi bambini. 
Perchè un bimbo è sempre un bimbo e non si cresce senza Tom e Jerry

Abbiamo visto un prete che per fede fa il parroco tra le montagne su un'isola dei Tropici e siamo sicuri che si spingerebbe anche oltre
Perchè se hai una strada la percorri incondizionatamente. 

Abbiamo visto uno sconfinato sconfinare.
Perchè per incontrare la tua gente non importa se hai chilometri di sterrato da fare in moto, in macchina o a piedi; ci vai e basta!
Abbiamo visto e ve lo abbiamo raccontato perchè qualche giorno fa abbiamo incontrato don Levi a Ka Philippe tra la sua gente e tra i suoi sogni nella sua missione...


Letizia, Marta, Stefania, Francesco, Laura e Matteo

mercoledì 10 agosto 2016

Haiti: la Torre di Babele

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Abbiamo anche pensato, dopo le attività. E abbiamo pensato che se avessimo saputo parlare bene il creolo sarebbe stata proprio una gran cosa. Che se quel giorno, i tizi che costruivano una torre in quel di Babele non avessero esagerato facendo arrabbiare il Grande Capo, anche qui, nella ridente Pendu ne saremmo stati contenti!
Considerazioni banali, certo... però è sempre un po' strano quando provi a lanciarti in un discorso con un bimbo e a metà ti tocca dire "Mwen pa kompran" ("Non capisco"), perché c'è un vocabolo che non sai, un'espressione che non conosci.
Poi ci si arrangia un po', ma se quella torre non fosse crollata, quella volta che abbiamo chiesto un piatto in cucina ci avrebbero portato proprio un piatto e non del formaggio come è successo...oppure non ci avrebbero dato degli scolari di terza elementare per colpa del nostro creolo, quando abbiamo parlato alla riunione degli animatori di Kay Chal.
A pensarci bene però, senza questa Babele, non avremmo avuto il piacere di sentire Jovenel dire "Andiamo-a-mangiare" con un accento quasi bergamasco, o ancora non avremmo ricevuto il "Buongionno" di Pè Silvio alla mattina.

Allora forse va bene così, tanto ormai la torre è caduta... non ci resta che studiare, magari settimana prossima il nostro creolo sarà da quarta elementare!


Marta, Stefania, Letizia, Francesco, Laura e Matteo

martedì 21 giugno 2016