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lunedì 4 dicembre 2017

A Madina. Che quasi sempre i dolori arrivano così, all'improvviso.

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Quando si va in bici, da soli o in gruppo, c'è un momento in cui devi stare al vento.
In gruppo, si fanno i turni. Darsi il cambio, si dice in gergo. Sei il primo e copri con il tuo corpo tutti gli altri dietro di te. Tu fatichi un po' di più, e permetti a chi sta dietro di faticare po' di meno.
Dai quello che riesci, poi tocca ad un altro, a sua volta secondo le sue possibilità.
Marxismo a due ruote.
Ma in realtà se ci penso è la naturale azione che si applica a tutti i contesti e in tutti i luoghi, almeno in quelli sani. Ci si aiuta, o comunque ci si prova.
È relazione, è solidarietà, è chourmo, immischiarsi.
E' talmente azione normale che si dà per scontata. Così come si danno per scontate le possibilità.
Avere la seconda occasione è ciò che muove il mondo, almeno questo pezzo di mondo. E poi aver la terza, la quarta, infinite occasioni. Chiamala speranza, chiamalo desiderio, chiamalo sogno, c'è chi la chiama provvidenza. C'è pure chi, nella fatica quotidiana, lo chiama “andare avanti”.
Andiamo avanti. Sempre avanti, cazzo.
Io, nel mio percorso, l'ho chiamata utopia. La carota da inseguire, da raggiungere sapendo che non è lì per essere raggiunta, ma per stimolo, per alzare il culo, per muoversi, per cercarsi le occasioni e agguantarle e per rimuoversi e così via, con la libertà deliberata pure di non coglierle, certe possibilità.
Domani andrà meglio. Domani ci saranno altre chance, altre avventure, altri pezzi da mettere insieme.
- E pensare che domani sarà sempre meglio – Lo canta pure Vasco, cazzo, più vero di così.
E poi l'assolo di chitarra. Sublime.
A Madina sono mancate occasioni e mischia.
Madina non ha sperimentato la seconda occasione, perchè non ha raggiunto la prima.
Nessuno è stata al vento per lei. Sì, la sua famiglia, pochi altri.
Madina era una sveglia e furba bambina afghana. L'ho incrociata in agosto, in Serbia, in un centro di transito per richiedenti asilo, nel mio rozzo (e saltuario) tentativo di star al vento per qualcun'altro. La superavo di qualche centimetro e di trent'anni. Mi superava in inglese, in serbo, e probabilmente pure nelle esperienze vissute.
Io, l'ho superata in occasioni.
Con la sua famiglia cercava di entrare in Croazia, qualche giorno fa. Croazia vuole dire Europa, vuole dire asilo politico, per una bimba afghana.
E' il tentativo dei molti rimasti imbrigliati tra le frontiere chiuse. E' il carpe diem, l'attimo da cogliere. E' il game, la scommessa da fare. Superare il limite, il border, il cazzo di border.
We go game.
Chiamala speranza, chiamalo desiderio, chiamalo sogno, è il faro nella notte, è l'idea che domani sarà sempre meglio, saremo al di là di questo filo spinato che ora ci sbarra il passo, faremo ciao con la mano ai poliziotti di confine, faremo ciao dando loro le spalle.
A volte capita però che son loro a far ciao a noi. E che sì, le spalle gliele diamo, ma per tornare indietro. Il più delle volte, a dir la verità. Game over, scommessa persa. Niente di nuovo, ci saranno altre occasioni.
E anche oggi Welcome Europe domani.
Madina tornava indietro assieme a mamma e fratelli, di notte, rimbalzata da polizia e filo spinato. Erano lungo la ferrovia, - Tornate indietro da lì – gli han detto. Solo che ferrovia non è solo binari, a volte è anche locomotiva e vagoni. E' Treno. Treno? Cazzo, un treno!! Nel buio, tutti si sono scansati per evitare l'espresso in arrivo. Tutti? Tutti. Tutti tutti? Ma sì certo, ti ho detto tutti!
Ed invece non andò proprio così. Non tutti. Madina, sveglia e furba, a questo giro non è stata abbastanza rapida.

Che la vita distribuisce dolore all'improvviso ma non esiste il marxismo del dolore. C'è chi lo riceve a volte, chi mai, chi sempre, chi ben distribuito, chi tutto assieme.
- Ciascuno secondo le proprie possibilità – è falso per chi nel dolore ci sguazza.
È falso per Madina, che si è spenta lungo una cazzo di ferrovia a ridosso di un confine.
E' falso per tanti altri come lei, bambini e non, costretti a scappare, ad aspettare il cibo, ad elemosinare un cazzo di visto, o un timbro.

Ed io? Io proprio non so altro fare se non maledire le mie scontate occasioni ed imparare a stare al vento. Ed a pensare che il mondo, senza Madina, sia sempre più guasto.
Che la terra ti sia lieve bimba, amica mia.

Hai visto Madina, volevi un cane, eccolo! Bello vero?
Ora però non scassare ancora, non ci sei solo tu.
No un altro palloncino no Madina. 
Please, Daniel!
No, te l'ho detto, non ci sei solo tu.
Domani, magari.

Daniele

venerdì 6 ottobre 2017

Georgia: un piccolo passo

1 commento:
Entriamo in casa in punta di piedi.
Ad accoglierci c'è un anziano signore dagli occhi blu intenso che ci fissano in attesa. I capelli grigi e spettinati e la camicia troppo larga.
In molte case, quando entriamo per il servizio pasti, ci attende già un piatto. Qui no, e allora lo chiediamo. L'anziano inizia a a cercarlo con difficoltà. Va in cucina, apre un mobiletto e poi il frigo, ma non trova nulla. Si sposta in bagno e armeggia per un po'. Oltre una tenda, una stanza senza finestre, buia e polverosa; sul pavimento materassi e un cumulo di coperte, poco più in là pezzi di un computer in attesa di chissà cosa e altri innumerevoli oggetti posati a terra come rifiuti; in fondo alla stanza un mobile di legno che lascia intravedere la bellezza che lo deve aver contraddistinto un tempo e nel mezzo uno specchio ricoperto da uno strato di povere, in cui nessuno sicuramente si specchia più. Sulla mensola, in ordine tra crocifissi ed immaginette religiose ortodosse, le foto di una donna: unico segno del passato che deve aver abitato lì.
Delle voci arrivano da una stanza: forse qualcuno parla al telefono.
L'anziano trova il piatto: versato il pasto al suo interno, usciamo.


Torniamo in quella stessa casa una settimana dopo.
Il pavimento è pulito. C'è un po' meno polvere, le coperte sono al loro posto sul materasso, nello specchio ci si può nuovamente specchiare e le tende sono ordinatamente legate da un nastro.
Sembra quasi ci sia più luce. Si respira un po' di più.
Al nostro arrivo l'anziano signore si alza dal letto, ci viene incontro e scambiamo qualche parola. Poco dopo appare un giovane dalla stanza accanto: è la voce che avevamo sentito parlare al telefono. Ci spiega che un parente è arrivato dal paese nel fine settimana e li ha aiutati a sistemare casa.
Anche il piatto oggi ci attende sul tavolo e noi, come sempre, versiamo il pasto e usciamo.





Usciamo. Ma questa volta sappiamo di lasciare l'anziano signore in una casa curata, con un pasto caldo e qualcuno con cui scambiare quattro chiacchiere. Almeno per ora, almeno per un po'.
Non è sufficiente, non è abbastanza. Ma è un passo più in là, via dall'isolamento e lontano dalla solitudine. È segno di un futuro possibile fatto di presenza e vicinanza.

Irene



mercoledì 27 settembre 2017

Nicaragua: ESSERE PIENI

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"Ehi ciao! Come è andata in Nicaragua?"
"Sono piena!"

Sono piena di me.
Sembra tanto l'esordio del diario di un egocentrico, e magari lo è. Ma in realtà in Nicaragua mi sono riempita anche di me. Della solita me buffa e impacciata che il più delle volte sembra un cartone animato. Ma anche di una me più decisa, più disposta a raccontarsi, più ferma sulle proprie convinzioni ma anche disposta ad ascoltare. Ho trovato me, ma ho anche scoperto una me che non conoscevo. Il Nicaragua mi ha ricordato che non sono ancora arrivata, che è tutto in fase di costruzione, anche la mia persona.

Sono piena di te.
Si proprio te, te che stai leggendo, te che hai seguito il mio viaggio e che mi hai anche raccontato cosa ne pensavi. Te che eri a casa, al lavoro o sui libri, o forse in viaggio, ma che un po' eri anche con me. Te che dalla tua casa hai camminato con me e hai scoperto questo nuovo mondo insieme a me. Te che sei stato il ricordo delle mie origini, il mio punto fermo, che mi ricorda sempre da dove vengo e chi sono.

Sono piena di lei e di lui.
Sono piena di quel ragazzo che mi chiama "chele", bianca, e mi fa sentire così strana e forse quasi sporca.
Sono piena di quel nonnetto incontrato per le strade di Nueva Vida che in due minuti mi ha raccontato la sua vita piena di fatiche e di dolore.
Sono piena di quella bambina giovane con una pancia grande che arriva troppo presto.

Sono piena di noi.
Sono piena di Anna, Filo, Ale, Mati e Ire.
I miei compagni di viaggio che hanno camminato al mio fianco e spesso anche davanti a me. Ma con cui ho vissuto e ho incontrato. Sono l'anima della festa, ma sopratutto il cuore pulsante del mio Nicaragua. Perché con loro scoprire e scoprirsi è stata tutta un'altra storia.

Sono piena di voi.
Sono piena dei bambini del Centro Escolar. Di quelle guanciotte piene sporche di terra e di quegli occhi quasi neri che viaggiano veloci posandosi su tutto ciò che li circonda. Di quella voglia matta di giocare, a pallone, a basket, a baseball, non importa a cosa, l'importante è giocare. Di quel ballare con i fianchi così sciolti da sembrare senza ossa. Di quei sorrisi pieni, ma anche di quei sorrisi stanchi e con qualche lacrima di troppo. Di quegli abbracci stretti stretti intorno alla mia pancia.

Sono piena di loro.
Di Felix, che ci ha guidati e accompagnati, facendoci sentire a casa, ma sopratutto una famiglia.
Di Oscar, che tra un passo di ballo e un dribbling a pallone, ci ha mostrato quanto è bello insegnare e sopratutto amare ciascun bambino per quello che è.
Di Stefi, che non ci ha mai fatto sentire soli, e ci ha accompagnati nella scoperta di Nueva Vida.
Di tutti i professori del Centro Escolar che sono una grande famiglia che sa volersi bene.
Di tutte le persone che lavorano a Redes che hanno dato colore e gioia alle nostre giornate.

Il Nicaragua mi ha riempito.
Di emozioni forti, di sentimenti contrastanti, di volti nuovi, di sguardi intensi, di rumori mai sentiti, di sapori a volte troppo piccanti per me. Ma sopratutto mi ha riempito di persone. Di persone che ormai sono parte di me, che anche se hanno fatto con me un piccolo tratto di strada, di sole tre settimane, è come se camminassero con me da una vita intera.

Ed ora io mi sento piena da scoppiare.
Ma non un pieno da post pranzo di Natale che l'unica cosa al mondo che vuoi fare è quella di morire sul divano finché non sarà ora di dormire. Ma un pieno straboccante che non può più contenersi che deve raccontare, che deve dire, che deve far sapere, che deve urlare più forte che può quello che ha visto e sentito.

Sono un pieno che non può più tacere.

Grazie Nica!
Giù


domenica 10 settembre 2017

Piccoli scorci di un ancoraggio boliviano

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E così, dopo tanta attesa, questa estate la nave del mio viaggio è attraccata ad un porto preciso, cercato e desiderato: ha delle coordinate geografiche ben definite, nonostante a me risultasse praticamente sconosciuto. Questo porto ha nome Bolivia.

La mia nave, che durante quest’anno e prima di questo attracco ha percorso tante miglia, ha intuito cosa le è davvero essenziale per andare avanti, ha cominciato a navigare nel mare aperto, riconoscendo l’importanza di alcuni porti quotidiani che ti danno rifornimenti per continuare verso un orizzonte saldo. Ma sulla cartina c’era una grande ‘X’ sulla Bolivia, un segno che avevo posto mesi prima: avevo il desiderio di mettermi a servizio degli ultimi, in una realtà che non fosse la mia e che mi permettesse di andare incontro a situazioni per me impensabili. 


Già, perché per incontrare qualcuno c’è bisogno di ‘andare’: incontrare implica muoversi, darsi da fare e rendere questo incontro possibile e fecondo. Non accade per miracolo. 

Ci vuole anche attenzione per incontrare una persona, vuol dire accoglierla e lasciare che si mostri per come è, senza volerla vestire con gli abiti che un giudizio prematuro ci porterebbe a metterle addosso. La Bolivia in questo mi ha messo alla prova: incontrare gli occhi di una ragazza della mia età malata di SLA, che rimarrà nella sua casa nel mezzo del nulla finché sarà la nonna a prendersi cura di lei, mi ha costretto ad accettare una situazione per me paradossale, dove la presenza dei miei compagni di viaggio e mia era sostanzialmente inutile. Mi ha fatto bene, questo sentirmi inutile, questa impotenza.. Mi ha ricordato che alcune volte non bisogna fare, bisogna esserci. E ci devi essere con tutto te stesso quando un altro ti si fa vicino, non basta un pezzettino: così come quel pomeriggio, nel nostro ultimo giorno a Cochabamba, dovevo esserci all’hogar Wasinchej (dal quechua, 'casa nostra’) per incontrare una ragazzina di nome Esperanza, il cui silenzio mi ha parlato e mi ha attratto come una calamita. Per circa mezzora, i suoi occhi, la sua voce e i suoi racconti sono stati il mio tutto. Mi sarei potuto fermare un altro mese ad ascoltare col cuore aperto e donare il mio tempo a lei e alle altre bimbe e ragazze dell’hogar, perché la qualità di quei momenti non si può tradurre con parole. Ho avuto la conferma ancora una volta e in modo nuovo come il tempo, la vita ha senso ed è piena solo nel momento in cui al centro c’è l’Altro. ‘La misura dell’amore è amare senza misura’ ha detto qualcuno tanto tempo fa, e lo trovo incredibilmente vero: se decidi tu a priori quanto vuoi donarti, parti limitato, rimani nel tuo guscio sicuro e non ti metti in gioco per davvero. Brutto no?
Siamo fatti per rischiare, per rischiare anche di non essere capiti e respinti: quante volte mi sono sentito osservato perché ero io il ‘gringo’, e se dai bimbi era uno sguardo di curiosità, in altri ho letto quasi un fastidio. Ma soprattutto, siamo fatti per entrare in relazione: in Bolivia, quando si incontra una persona conosciuta o meno ci si saluta in un modo per noi inusuale. Ma quando è stato il momento di salutarci prima di tornare in Italia, si è usato il linguaggio universale dell’abbraccio. E lì, in Bolivia, ho scambiato alcuni degli abbracci più belli di sempre, con i bimbi del doposcuola, con i ragazzi disabili di Danilo, con i miei compagni di viaggio. Talmente belli e importanti che, ripensandoci, ne sento ancora il calore e l’emozione.

La mia navigazione è ripresa già da un paio di settimane ormai; guardando indietro riconosco di aver portato a bordo un bagaglio enorme che verrà sempre con me, un bagaglio fatto di alcuni tesori preziosi che già custodisco con cura maniacale, e fatto anche di oggetti per il viaggio di cui posso scoprire l’utilità solamente continuando a solcare il mare. Ho trovato un paese molto complesso, molto variegato sia nell’aspetto naturale, del paesaggio ma soprattutto a livello umano. E come in ogni grande avventura, i paesaggi segnano gli occhi e la mente, mentre ciò che ci segna il cuore sono le persone che ci sono poste lungo il cammino.
Così è per me la Bolivia: nei miei ricordi e nel mio cuore scorrono tutte quelle situazioni, quelle storie, quegli occhi che hanno contribuito a rendere questa terra una tappa unica nel mio viaggio. 

Hasta pronto Bolivia querida, con la speranza che i mari e i venti permettano alla mia nave di gettare un’altra volta l’ancora nel tuo porto.

Alessio



martedì 29 agosto 2017

Serbia: Storie da Bogovadja

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Potrei iniziare questo racconto parlandovi di numeri, di quante persone ospitava il campo profughi di Bogovadja, in Serbia, ma non voglio farlo, perché non ho incontrato numeri, ho incontrato persone, volti, storie e questo è quello che mi è rimasto nel cuore.
Nel campo ho incontrato famiglie intere, ragazzi e giovani che arrivavano da diversi paesi e diversissime tradizioni culturali, c'era chi arrivava dall’Iran, dall’Afghanistan, dal Pakistan, dall’Iraq, chi arrivava dalla Siria o dalla Macedonia, chi addirittura da Cuba o da qualche paese africano, tutti riuniti li, in attesa, infinita attesa, di poter entrare in Europa passando dalla Serbia e poi dall’Ungheria.


Nel campo si incontrano volti sorridenti, soprattutto quelli dei bambini, ma non tutti, e altri volti stanchi, preoccupati, tristi…accusano la mancanza della famiglia, di un padre, di una madre, di un marito, la mancanza di una casa che sia loro e di un paese dove potersi sentire a casa.

Ma perché sono scappati dal loro paese? Quante volte questa domanda ci ronzava in testa, quante volte avremmo voluto chiederlo ma non era il caso, alcune volte, invece, la risposta ci e’ stata regalata senza doverla chiedere.

Un pomeriggio caldissimo durante il beauty saloon per le donne del campo, chiediamo a Katy una splendida ragazza afghana quanti anni ha… “quindici” ci dice lei…strano, pensiamo, sembra più grande, già donna!
Poi sottovoce, per non farsi sentire dagli altri, un po' in imbarazzo, ci rivela il segreto: “Sapete, in realtà ho 17 anni, ma da quando sono arrivata qui, tutti mi dicono di mentire sulla mia età, di dire che sono più piccola, perché fino a quando siamo minorenni abbiamo più tutele, ma a dire il vero non mi piace mentire, e’ una cosa che non faccio mai!  Anzi io e la mia famiglia siamo estremamente grati per tutto quello che stiamo ricevendo qui, per come ci stanno trattando da quando siamo partiti, e pensare che chi ci aiuta così non è nemmeno il nostro paese ma altri! Mi piacerebbe davvero tanto poter vivere in un paese più libero come l’Italia o i paesi europei, poter studiare e fare politica per aiutare poi la gente del mio paese…sapete io e mia sorella stiamo tenendo un video diario per raccontare tutto quello che stiamo vivendo durante il nostro viaggio!”
Katy e’ arrivata al campo da due mesi, e’ partita dall’Afghanistan con sua mamma, le sue sorelle Eve di 19 anni, Fatima di 15, Tina di 8 e suo fratello Mohammed, di 10 anni.
Il loro papà li controlla dall’Afghanistan, gli invia i soldi per gli spostamenti e si accerta sempre di essere in contatto con loro; li raggiungerà quando saranno al sicuro, in Svizzera o in Svezia, ma non ora, adesso deve continuare a lavorare per assicurargli la possibilità di compiere il loro viaggio.
Hanno dovuto lasciare la loro città tormentata dalle bombe, ma non solo per quello…il loro stile di vita probabilmente non era ben accetto…si, perché né Katy né le sue sorelle portano il velo, vestono all’occidentale, conoscono alla perfezione Arabo, Pharsi e Inglese, hanno studiato in scuole all'avanguardia e il loro papà non pratica nessuna religione in particolare e lavora per un'azienda informatica internazionale.

Per questo hanno ricevuto delle minacce anche nel campo. La loro mamma un giorno ha aperto la porta e si è sentita dire di stare attenta alle sue figlie, di non metterle troppo in mostra, per questo ora non si vedono più molto girare per le attività…
Qualche giorno dopo Katy si avvicina di nuovo a me e nell’orecchio mi sussurra “we go Game”… se ne vanno dal campo. Il Game e’ quando cerchi di passare la frontiera, illegalmente, quando il tempo d'attesa e’ troppo e quando non ne puoi più di lasciare la tua vita in stand-by per uno, due o più anni.
Zaini in spalla, vestiti comodi, lacrime negli occhi e la mamma di Katy ci ringrazia per quello che abbiamo fatto per loro, ci saluta e ci stringe per ricevere conforto e coraggio…quanto che ne ha questa donna…ha attraversato da sola con 5 figli Afghanistan, Iran, Turchia, Grecia, Macedonia e Serbia e stanotte cercheranno di passare il confine della Croazia in un camion o attraverso il bosco o il fiume, evitando la frontiera, per poi arrivare in Italia e dirigersi verso la Svezia.
Da qual giorno, anche se ci siamo scambiati i numeri, non li ho più sentiti, non so dove sono, al campo non hanno più fatto ritorno, e io mi auguro con tutto il cuore che stiamo bene e che siano al sicuro…
Per qualcuno potranno essere profughi o clandestini, o peggio, ma per me sono Eve, Katy, Fatima, Tina e Mohammed. Non li ringrazierò mai abbastanza, loro, come tutti gli altri nel campo, per avermi aperto il cuore anche a quei popoli e a quegli stati del mondo che tanto ci stanno insegnando ad odiare.



Chiara


⟹⟹⟹THIS IS PEKARA'S TEAM!!!

sabato 26 agosto 2017

Georgia: l'incontro con Ana

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Cara Ana,

Ti ho incontrata. Ho conosciuto la tua storia. Ho pianto tanto. Condividendo una parte del mio passato con te, posso dirti di non abbatterti, di non essere triste. Le nostre storie sono e saranno occasione di crescita per noi, di acquisizione di autonomia, di coraggio. Noi ce la sappiamo cavare! Te molto più di me. Non pensare, come ho fatto io per molto tempo, di essere la ragazza più sfortunata del mondo. Grazie a te ho capito che è egoismo, presunzione. Per quanto la fortuna non sia stata dalla nostra parte, c'è sempre chi sta peggio di noi. Al contrario pensa al fatto che siamo portatrici di un'esperienza da raccontare, di emozioni da esprimere. Abbiamo tanto da dare! Questo perchè Qualcuno lo ha progettato per noi, per un motivo preciso che forse un giorno capiremo. Fatti forza e punta in alto: nessun obiettivo è troppo grande! Sii l'eroina dei tuoi fratelli, da' loro tutto il tuo amore e ricordati che non sei mai sola: il tuo papà ti guarda e ti accompagna in tutte le scelte che fai. Non aver timore di piangere, sfogati quando ne senti il bisogno! E' liberatorio e ti permette di ripartire con una carica enorme. Vorrei dirti un sacco di cose, ma purtroppo la lingua è un muro per me... L'affetto che ho potuto darti l'ho messo in gioco e tu me ne hai restituito altrettanto con i tuoi sorrisi, i tuoi abbracci. Sfortunatamente la mia permanenza in Georgia non mi ha permesso di conoscerti a fondo e i giorni al campo sono volati, ma spero di aver lasciato a te e a tutti i bambini una parte di me. L'esperienza dei cantieri è stata unica, ricca di emozioni. Ti auguro di viverne una simile e tante altre ancora più belle! Il tuo percorso, seppur tortuoso, ti porterà a costruirti un futuro dignitoso! Ne sono certa! L'amore e l'attenzione per la tua giovane famiglia farà di te una donna forte, amata, che sa spendersi per gli altri. Il servizio è uno stile di vita ed è il nostro. Forse tu non lo hai scelto, ma vedrai che restituisce cento volte tanto!

Ti auguro il meglio.
Chiara

Georgia: il mio incontro con una befana georgiana

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Il mio “incontro con l’altro” ha avuto luogo durante una messa a Vale, un piccolo paesino dove ci siamo recati per un weekend.
In particolar modo, vorrei condividere quello con una vecchia signora che mi verrebbe da descrivere come una “perfetta befana”: naso adunco, mento sporgente, volto rugoso e un foulard che le avvolgeva la testa; unico vezzo nel suo abbigliamento, un paio di scarpe con i lustrini.
Una volta entrati in chiesa, abbiamo cercato dei posti liberi sulle panche e, con la mia solita fortuna, mi sono ritrovata seduta dietro una grande colonna di pietra che mi copriva buona parte della visuale. Accanto a me, la sopracitata signora ci stava squadrando da capo a piedi. In realtà, dopo una breve occhiata intorno a noi, capii che non era la sola: avevamo addosso gli occhi di tutti. Inizialmente interpretai la cosa in modo negativo, pensavo esprimessero malevolenza e diffidenza. Compresi solo in seguito che la loro era semplice curiosità. La signora accanto a me, infatti, cominciò ben presto a parlarci in georgiano; dopo averle spiegato che non riuscivamo a capirla in quanto italiani, ci ha riservato un bellissimo sorriso e si è stretta maggiormente verso l’esterno della panca, in modo da farmi vedere al di là della colonna. In seguito, a messa iniziata, si è addirittura alzata e ha cambiato posto per farci stare tutti più comodi.

A fine messa, invece, ci ha rivolto ancora qualche parola in georgiano, che purtroppo non siamo riusciti a capire, ma i suoi sorrisi benevoli ed i suoi gesti mi sono rimasti impressi. Atti semplicissimi, cui forse non tutti avrebbero riservato la stessa attenzione che vi ho prestato io, ma che riassumono quella che per me è stata la Georgia: una summa di piccoli gesti. Dal bambino che ci abbraccia prima di tornare a casa, alle parole, ai sorrisi e ai frutti che ci hanno regalato come ringraziamento alcune delle persone a cui abbiamo portato i pasti. Azioni inaspettate per me, ma così candide e spontanee da parte loro da essermi rimaste nel cuore, perché sono state proprio queste a darmi la certezza di aver fatto qualcosa di giusto.

Costanza

martedì 22 agosto 2017

CAPITOLO 3 NICARAGUA: Felix

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La nostra esperienza in Nicaragua sta oramai giungendo al termine. Sono stati 26 giorni di incontri, fatica, sorrisi, viaggi e legami. Legami che si sono creati tra di noi e al di fuori del nostro gruppo di "italiani" allargandosi e includendo all'interno di esso persone nuove con il loro vissuto e il loro carattere.

Persone nuove che hanno condiviso con noi interi momenti della nostra esperienza, lavorando con noi all'interno del barrio e del centro escolar, vivendo con noi momenti di viaggio e di scoperta, ridendo e raccontandoci le loro esperienze. Il personale di Redes, le nostre coordinatrici, Stefania, i professori del centro escolar, i bambini hanno condiviso con noi singoli momenti che nell'insieme hanno rappresentato la nostra esperienza.

Però, una persona è rimasta nel cuore di tutto il gruppo, una persona che fin da subito ci ha accolto con una risata e una battuta sulle nostre enormi e pesanti valigie.
Felix, il direttore del centro escolar. Immaginatevi il classico latino - americano: capello ricciolo lungo gellato, pelle color cafè, camicie coloratissime aperte fino al terzo bottone, collanina d'oro con anello annesso, pantaloni larghi, calzino bianco di spugna che incalza dei mocassini bianchi a punta.
Un omone di 1.75 muscoloso con una versatilità sportiva propria di pochi (calcio, pallacanestro e sopratutto baseball, abbiamo visto frantumare più di una palla con quella mazza) e con una grazia nel ballo da far innamorare tutta la pista.
Un direttore e un padre di 35 anni innamorato dei propri figli ed innamorato del proprio lavoro.
Un amore paterno che traspare anche ogni mattina quando al suonare della campanella aspetta all'ingresso ogni bambino salutandolo come se fosse unico.
Uno sguardo amorevole, pieno di simpatia e di battute che si fonde con il suo ruolo da direttore: serio e duro quando serve, tenero e dolce all'occorrenza. 
Un uomo nato e cresciuto nel barrio, con tutte le sue difficoltà e le sue problematiche.
Un uomo che rimboccandosi le maniche e studiando ha riempito il suo animo di valori che ha deciso di condividere con la sua stessa terra diventando un esempio e punto di riferimento.
Sia per i "suoi" bambini sia per noi.
Punto di riferimento per le nostre attività e per il servizio ai piccoli, ma non solo.
Per noi é diventato qualcosa di più.
Per noi é diventato l' amico a cui confidare segreti, dubbi  e storie di vita.
Per noi é diventato il papá che dolcemente prima di cena ci insegna a mangiare tutti i frutti più svariati.
Per noi é diventato quella persona da cui ci siamo sentiti presi per mano e voluti bene fin dal primo giorno.
E che ci mancherá.


Ale, Anna, Giu e Filo (o meglio "cabron!")


lunedì 21 agosto 2017

NICARAGUA: INCONTRI

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Oggi ultimo giorno qui a nueva vida, e..non riesco a muovermi. No, i muscoli e le energie che avevo prima di partire non ci sono più, il ritmo pieno del cantiere, le attività con i ragazzi di redes, i tardi pomeriggi con gli amici di vida joven, le  escursioni del fine settimana, la partita a calcetto con gli amici di Juan, la partita a Basket con i ragazzi del collegio, l'attività di revisione dentale con i ragazzi del quinto e del sesto grado, l'inchiesta per il barrio,  mi hanno spompato..non ho risparmiato nulla, o meglio..non ho voluto  risparmiare nulla! Perché a fronte di tante nuove esperienze, incontri ed emozioni, non puoi vivere con il freno a mano tirato! E così i miei muscoli ora non li sento più, o meglio..non funzionano più. Anzi no. A pensarci bene uno solo funziona. no no mi correggo...batte! E batte forte! Sì, perché quel muscolo non funziona come gli altri..Quel muscolo vive e si nutre di emozioni proprie..ecco perché batte..e batte! Ancora. L'incontro con una nuova cultura, nuovi sorrisi, nuovi volti e nuove mani mi hanno portato ad aprire per davvero tutte le finestre del mio essere e...
entra odore di primavera. Profumo di solidarietà.
Mi piace e mi mette allegria, tanta allegria, come tutte le primavere del resto. E credetemi, 
Se ne scoprono tante, di primavere, lungo il cammino. E la vita sorprende un po' anche per questo no?
Mi sento strano nei miei abiti oggi. Eppure sono gli stessi di quando sono partito no? Stessi pantaloncini, stessa maglietta.. 
Lascio che queste sensazioni mi attraversino per intero. Ecco, ve le spiego, avete presente il prato? Il prato verde e brillante che si riempie di margherite, Lui sì che è bello vestito della sua primavera!
e io? Che dite, devo vestirmi? O no ragazzi..Un'altra volta no. Non ho più forze ve l'ho detto.
Lasciatemi qui..vestito come sono..ma lasciatemi qui. io e tutti i nuovi occhi che ho incontrato, occhi di uomini e donne vere, occhi che ti colorano dentro, nonostante il contrapposto grigio esterno di lamiere, muri e fili spinati che ancora caratterizzano il barrio di nueva vida.

domenica 20 agosto 2017

GEORGIA: "Pericolo attraversamento mucche"

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Pullmino da 14 posti. Un caldo ed un rumore infernali con il finestrino abbassato e un freddo polare con l'aria condizionata. Canzoni incomprensibili sparate a massimo volume. Queste le condizioni in cui partiamo, certamente non ideali, ma che passano quasi inosservate in confronto a quello che scopriamo poco più tardi: i Georgiani amano i frontali.
Pochi minuti dopo la partenza, in piena curva, il guidatore ritiene che sia una buona idea superare un camion invadendo totalmente la corsia opposta. Dopo un breve accertamento del numero di arti rimasti ed aver recuperato il cuore nei pressi della laringe, il guidatore, ignaro del nostro terrore, ripete il gesto suonando spazientito alle macchine che procedono in senso contrario e osano non spostarsi al suo passaggio.
L'utilizzo del clacson meriterebbe un excursus a parte, se solo qualcuno di noi avesse capito come lo usano i Georgiani: lo suonano quando superano, quando vengono superati, per salutare i pedoni o semplicemente al passaggio di un'altra vettura. Le ipotesi sono molteplici:
1. hanno sviluppato un linguaggio clacsonico che comprendono solo loro;
2. nessuno ha mai spiegato loro come si usa;
3. lo suonano solo per divertimento;
4. lo suonano a caso per confondere gli stranieri.
Dopo esserci abituati a questa guida degna di un ottovolante, ecco spuntare le altre grandi protagoniste delle strade georgiane: le mucche. Camminano placidamente (quando non sono sdraiate del tutto) in mezzo alle corsie, ridendo in faccia al pericolo e costringendoci ad un ulteriore slalom da pelle d'oca.
In tutto ciò, stupisce invece l'attenzione con cui i Georgiani evitano i dossi, benchè anche questo finisca per diventare fonte di paura, tra inchiodate improvvise e bruschi cambi di direzione verso lo sterrato a bordo strada, con il rischio di prendere buche e dunette peggiori.
Una volta giunti a destinazione, prima ancora di lavare le fatidiche sette camicie e sistemare i capelli bianchi spuntati durante il viaggio, sono d'obbligo un paio di parole di ringraziamento per essere sopravvissuti.
Insomma, pensavamo di dover temere il tetano, la vicinanza con la Russia, la prevalenza ortodossa o l'umidità, non pensavamo di doverci preoccupare di attraversare la strada.

Costanza e Samuele

venerdì 18 agosto 2017

Cristiana, Socialista, Solidaria: Incontri per capire il Nicaragua

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CRISTIANA, SOCIALISTA, SOLIDARIA


Cristiana, socialista, solidaria;
cristiana, socialista, solidaria;
cristiana, socialista, solidaria.



Sono queste le parole che, viaggiando per Managua e per il Nicaragua, si leggono sui muri delle case, dalle vie piu remote a quelle piu trafficate, dai piccoli aereoporti e porti navali ai grandi luoghi di aggregazione e di passaggio. Frasi che compaiono su uno sfondo rosa e blu elettrico affiancate da uno foto trionfante del presidente Ortega , rieletto per la terza volta, e di sua moglie Rosario Murillo, anche detta “Chayo”.

rosso e nero, rosso e nero;
rosso e nero, rosa e blu eletrico;
rosa e blu elettrico, rosa e blu elettrico.

Questi i colori che dominano il Nicargua. Rosso e nero per la bandiera del FSLN  (Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale), partito fondato negli anni ’60 da Fonseca e da Ortega stesso. Invece, sono il rosa e blu elettrico i colori scelti dalla Chayo per la campagna elettorale del 2016. Tinte che riempiono gli spazi vuoti lasciati sui muri pubblici, gli autobus, le lamiere di Nueva Vida[1], i parchetti pubblici, i parco-giochi, gli alberi della vita[2] in Managua.

Frasi e colori che invadono tutto il Nicarauga, colori che risaltano, colpiscono e si memorizzano. Colori che si votano.

Nel dicembre del 2016 il presidente Ortega é stato confermato alla guida del paese per il terzo mandato consecutivo, nominando sua moglie come vice–presidente. Vinse le elezioni con delle manovre pre–elettorali connesse, dapprima, con la riforma nel 2014 dell’articolo 147 della costituzione nicaraguense che, eliminando il comma a e il comma b, ha permesso la rielezione indefinita del presidente della repubblica e, poi, con l'attivita della Corte Suprema che nel luglio del 2016 ha commissariato il principale partito di opposizione (PLC[3]) imponendogli un leader non riconosciuto dai suoi dirigenti ed espellendo dal parlamento i deputati che non hanno accettato questa decisione.

Per capire meglio la situazione odierna , iniziamo piú o meno dal principio.

Nel 1926 il Nicaragua era militarmente occupato dalle forze armate statutinensi ed Augusto Cesar  Sandino, un campesino[4],  si oppose a questa situazione creando un esercito popolare di tremila uomini armati con cui inizió una guerriglia che per piú di 6 anni tenne testa alla milizia statutinense. Nel 1933 si giunse alla pace, le truppe statunitensi lasciarono il territorio e l’esercito popolare fu disarmato. Nel mentre venne crearsi un apparato interno allo stato, chiamato Guardia Nacional, finanziato dal governo statunitense, il cui compito principale fu quello di salvaguardare la difesa nazionale.  Questo gruppo di nicaraguensi, che, durante la opposizione di Sandino, combatté con forza l’esercito popolare, continuó a compiere atrocitá anche successivamente alla pace. Questa situazione continuó fino al 1934 quando Anastasio Somoza, leader della Guardia Nacional, assisinó Sandino durante un incontro con l’allora presidente Sacasa ed instauró un regime dittatoriale che duró per piú di venti anni.

Di Sandino rimase l’esempio e i valori promossi durante l’opposizione. Quei valori sociali della sovranitá polare, di una educazione accessibile a tutti[5] e del sacrificio che crearono un eco destinato a rimbombare in Nicaragua e in tutta l’America Latina per venti anni e piú .

“La soberanía de un pueblo no se discute, sino que se defiende con las armas en la mano. La resistencia armada traerá los beneficios a que usted alude, exactamente como toda intromisión extranjera en nuestros asuntos trae la pérdida de la paz y provoca la ira del pueblo.”
(Augsto C. Sandino)



Essi divennero  anche poesia:

Sandino

Fue cuando en tierra nuestra
se enterraron
las cruces, se gastaron
inválidas, profesionales.
Llegó el dólar de dientes agresivos
a morder territorio,
en la garganta pastoril de América.
Agarró Panamá con fauces duras,
hundió en la tierra fresca sus colmillos,
chapoteó en barro, whisky, sangre,
y juró un Presidente con levita:
«Sea con nosotros el soborno
de cada día.»
Luego, llegó el acero,
y el canal dividió las residencias,
aquí los amos, allí la servidumbre.
Corrieron hacia Nicaragua.
Bajaron, vestidos de blanco,
tirando dólares y tiros.
Pero allí surgió un capitán
que dijo: «No, aquí no pones
tus concesiones, tu botella.»
Le prometieron un retrato
de Presidente, con guantes,
banda terciada y zapatitos
de charol recién adquiridos.
Sandino se quitó las botas,
se hundió en los trémulos pantanos,
se terció la banda mojada
de la libertad en la selva,
y, tiro a tiro, respondió
a los «civilizadores.»
La furia norteamericana
fue indecible: documentados
embajadores convencieron
al mundo que su amor era
Nicaragua, que alguna vez
el orden debía llegar
a sus entrañas soñolientas.
Sandino colgó a los intrusos.
Los héroes de Wall Street
fueron comidos por la ciénaga,
un relámpago los mataba,
más de un machete los seguía,
una soga los despertaba
como una serpiente en la noche,
y colgando de un árbol eran
acarreados lentamente
por coleópteros azules
enredaderas devorantes.
Sandino estaba en el silencio,
en la Plaza del Pueblo, en todas
partes estaba Sandino,
matando norteamericanos,
ajusticiando invasores.
Y cuando vino la aviación,
la ofensiva de los ejércitos
acorazados, la incisión
de aplastadores poderíos,
Sandino, con sus guerrilleros,
como un espectro de la selva,
era un árbol que se enroscaba
o una tortuga que dormía
o un río que se deslizaba.
Pero árbol, tortuga, corriente
fueron la muerte vengadora,
fueron sistemas de la selva,
mortales síntomas de araña.
(En 1948
un guerrillero
de Grecia, columna de Esparta,
fue la urna de luz atacada
por los mercenarios del dólar.
Desde los montes echó fuego
sobre los pulpos de Chicago,
y como Sandino, el valiente
de Nicaragua, fue llamado
«bandolero de las montañas.»)
Pero cuando fuego, sangre
y dólar no destruyeron
la torre altiva de Sandino,
los guerreros de Wall Street
hicieron la paz, invitaron
a celebrarla al guerrillero,
y un traidor recién alquilado
le disparó su carabina.
Se llama Somoza. Hasta hoy
está reinando en Nicaragua:
los treinta dólares crecieron
y aumentaron en su barriga.
Ésta es la historia de Sandino,
capitán de Nicaragua,
encarnación desgarradora
de nuestra arena traicionada,
dividida y acometida,
martirizada y saqueada
(Pablo Neruda)

Somoza venne assasinato nel 1956 ma il poetere passó di padre in figlio continuando l’oppressione del regime nei confronti degli oppositori politici e controllando l’economia del paese.

Nel 1960 Carlo Fonseca Amador, che morí nel 1976 a seguito di una imboscata, fonda il FSLN che rimanendo nella clandestinitá inizió ad organizzare azioni di guerriglia armata contro il potere somozista. Nel corso degli anni la violenta opposizione al governo venne appoggiata dapprima da Cuba[6] ed in seguito dall’Unione Sovietica. Nel 1979 l’offensiva contro il governo terminó con la formazione di un nuovo assetto istituzionale provvisorio con a capo Ortega, l’odierno presidente della Repubblica. Tutte le terre di proprietá della famiglia Somoza, pari al 40% dell’economia nazionale, vennero nazionalizzate. I sostenitori del governo Somozista, i “contras”, si rifugiarono al confine con l’Honduras dove, grazie all’appoggio militare ed economico degli Stati Uniti, organizzarono numerosi attentati. Il conflitto raggiunse proporzioni cosí ampie che terminó solo grazie all’intervento degli altri stati del centro America che avviarono delle trattive diplomatiche per risolvere lo scontro. Nel 1984 si decretatono le prime elezioni che videro vincitore il FSLN con  un conseguente embargo da parte del governo di Reagan.

I valori sociali di questo nuovo governo emergono dalla costituzione pubblicata nel 1987. I Valori cristiani, gli ideali socialisti e le pratiche di solidarietá si fusero con la cultura nicaraguense.

Bene comune; societá inclusiva; difesa della proprietá pubblica, privata, associativa, cooperativa, comunale e familiare; pluralismo politico; libera espressione e manifestazione; nessuna pena disumana e degradante.

Questi sono solo alcuni dei principi che emergono dalla costituzione, frutto di anni di oppressione e di rivoluzione.

Nonostante questo, il popolo nicaraguense deluso dal primo governo del FSLN apoggió dal 1990 al 2006 governi centristi e di destra allontananosi da Ortega e dalla loro storia rivoluzionaria.

Nel 2006 Ortega riuscí ad essere eletto. Lo stesso risultato si ebbe anche nel 2011 e nel 2016 successivamente alle manovre elettorali spiegate precedentemente.

I valori proposti da Sandino, incarnati da Fonseca nel FSLN, a Ciudad Sandino non si trovano piú. Non si trovano piú a Managua. Non si trovano piú in tutto il Nicaragua.

 Lo stato sociale individuato nella costituzione, con tutti i suoi i principi e i suoi valori, é deformato dalla ultima modifica dalla costituzione, dal ruolo strumentale della corte costituzionale e dalle leggi votate da parlamentari che compiono solo i propri interessi personali, cosí come viene descritto dalla maggioranza dei cittadini. La lotta alla fame, all’educazione gratuita ed accessibile per tutti, alla salute, al machismo ed alla sovranitá popolare sono solo una facciata elettorale incantevole. Nei fatti la politica di Ortega sembra essere andata completamente in altra direzione.

Nei confronti del machismo la Ley 779 sembra fare un passo indietro, ritornando alla depenalizzazione della violenza sessuale e alla esaltazione della famiglia tradizionale patriarcale dove il dovere della donna é solo quello di prendersi cura dei suoi figli e di suoi marito. 

Nei giorni della nostra permanenza in Nicaragua l’opinione pubblica continua a discutere sempre piú violentemente di una concessione gratuita di diritti ad una compagnia cinese per la costruzione di canale interoceanico. Patto firmato nel 2013 tra Ortega e Wang Jing, presidente del gruppo HKND, che consiste nella concessione cinquantennale dei diritti per la costruzione e per la gestione di questo grande canale e di tutti i progetti ad esso collegati. Questo progetto, oltre a tagliare a metá il Nicaragua, avrebbe certamente un impatto ambientale molto forte sui territori coinvolti (per intenderci, una delle mete turistiche piú famose, l’isola di Ometepe, perderebbe tutto il suo fascino e la sua bellezza in quanto la costruzione del canale conivolgerebbe anche una parte dell’isola e del lago Nicaragua) . Inoltre, la concessione dei diritti al gruppo di Hong Kong lascerebbe carta bianca all’espropriazione di quei territori che, non solo, sono direttamenti coinvolti dalla costruzione, ma anche, di quei territori che sono interessati da progetti inerenti alla costruzione del canale stesso, come strade, ferrovie, porti. Un potere immenso lasciato nelle mani di un gruppo privato che compirá, secondo gli esponeneti del movimento campesinos[7], i propri interessi economici, calpestando i diritti del popolo Nicaraguense interessato dalla costruzione del canale. Una perdita di sovranitá nazionale evidente, una sovranitá conquista da Sandino e dai Sandinisti a scapito della propria vita.

Un processo di perdita di sovranitá giá iniziato da parecchi anni. Il fenomeno delle zone franche, aziende a cui vengono concessi i diritti sulla gestione e sulla costruzione di intere fasi della produzione a prezzi bassissimi in cambio di lavoro per i cittadini di questi territori, é ormai diffuso in tutta l’america latina. In queste zone il diritto del lavoro viene deformato, plasmato, modellato per le esigenze economiche dell’azienda in cambio di salari bassissimi che non corrispondono con l’orario di lavoro realmente compiuto.

Una salute pubblica gratuita per tutti che, in fin dei conti, non é piú gratuita. Un intero sistema ibrido. Ospedali totalmente privati,  ospedali pubblici e privati, farmacie completamente private. Un sistema che costringe la popolazione a pagare prezzi folli per il loro stile di vita per esami e farmaci che sulla carta dovrebbero essere gratuite ma che in pratica, per i continui tagli, non lo sono.

Ortega si sta trasformando in Somoza nascondendosi dietro i valori individuati da Sandino. Il FSLN che sta progressivemnte diventando il suo opposto. Una rivoluzione che si trasforma nel suo opposto. Una involuzione evidente, involuzione dovuta alla sottomissione dei valori sociali per conseguire gli interessi economici.

Peró Sandino e i suoi valori vivono ancora.  




Sandino vive negli occhi gonfi di rabbia di Juan, un ragazzo di trent’anni conosciuto grazie alle nostre coordinatrici, che per primo mi ha parlato della storia del Nicaragua. Mi ha descritto la rivoluzione, mi ha indicato i valori della rivoluzione, mi ha mostrato le atrocitá di Somoza e mi ha mostrato le diseguaglianze causate da Ortega.

Sandino vive nella lotta dei campesinos per la salvaguardia dei loro diritti, nella loro crociata per la sensibilizzazione dei diritti, nei loro valori sociali e nella loro autonomia.

Sandino vive, ma quando risorgerá?




 Filippo V.
















[1] Nueva Vida: quartiere di Ciudad Sandino, costruito dopo l’avvento dell’uragano Mitch nel 1998, dove svolgiamo la nostra esperienza di volontariato.
[2] Alberi della vita: strutture di ferro che rappresentano alberi presenti nelle vie principali di Managua

[3] PLC: Partido Liberal Costitutionalista
[4] Campesinos: termine usato per indicare gli abitanti delle zone rurali del Nicaragua.
[5] Sandino viene considerato il precursore dell’educazione poplare. Nelle montagne della Segovia, dove venne a costituirsi uno dei princiali accampamenti della resistenza Sandinista, promosse un dipartimento docente con il compito di insegnare a leggere e a scrivere ai componenti del suo esercito. Nel 1980 il FSLN diede impulso alla “Cruzada de alfabetización” che insegnó a 406.056 persone a leggere e a scrivere.
[6] Cuba: Sui muri, in alcune chiese e sulle bandiere di Nueva Vida, di Managua e delle principali cittá del Nicarauga, compaiono molto spesso murales che rappresentano l’immagine di Sandino e di Fonseca a fianco a Ernesto “Che” Guevara.
[7] Movimento Campesinos: movimento di “contadini” che abitano le zone rurali interessati dalla costruzione del canale. Dal 2013 ad oggi organizzano marce di protesta  contro il governo per difendere i propri diritti di proprietá su quelle terre da espropriare. Nella stragrande maggioranza dei casi le manifestazioni finiscono con violente repressioni da parte di polizia ed esercito.