Visualizzazione post con etichetta profughi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta profughi. Mostra tutti i post

martedì 29 agosto 2017

Serbia: Storie da Bogovadja

Nessun commento:

Potrei iniziare questo racconto parlandovi di numeri, di quante persone ospitava il campo profughi di Bogovadja, in Serbia, ma non voglio farlo, perché non ho incontrato numeri, ho incontrato persone, volti, storie e questo è quello che mi è rimasto nel cuore.
Nel campo ho incontrato famiglie intere, ragazzi e giovani che arrivavano da diversi paesi e diversissime tradizioni culturali, c'era chi arrivava dall’Iran, dall’Afghanistan, dal Pakistan, dall’Iraq, chi arrivava dalla Siria o dalla Macedonia, chi addirittura da Cuba o da qualche paese africano, tutti riuniti li, in attesa, infinita attesa, di poter entrare in Europa passando dalla Serbia e poi dall’Ungheria.


Nel campo si incontrano volti sorridenti, soprattutto quelli dei bambini, ma non tutti, e altri volti stanchi, preoccupati, tristi…accusano la mancanza della famiglia, di un padre, di una madre, di un marito, la mancanza di una casa che sia loro e di un paese dove potersi sentire a casa.

Ma perché sono scappati dal loro paese? Quante volte questa domanda ci ronzava in testa, quante volte avremmo voluto chiederlo ma non era il caso, alcune volte, invece, la risposta ci e’ stata regalata senza doverla chiedere.

Un pomeriggio caldissimo durante il beauty saloon per le donne del campo, chiediamo a Katy una splendida ragazza afghana quanti anni ha… “quindici” ci dice lei…strano, pensiamo, sembra più grande, già donna!
Poi sottovoce, per non farsi sentire dagli altri, un po' in imbarazzo, ci rivela il segreto: “Sapete, in realtà ho 17 anni, ma da quando sono arrivata qui, tutti mi dicono di mentire sulla mia età, di dire che sono più piccola, perché fino a quando siamo minorenni abbiamo più tutele, ma a dire il vero non mi piace mentire, e’ una cosa che non faccio mai!  Anzi io e la mia famiglia siamo estremamente grati per tutto quello che stiamo ricevendo qui, per come ci stanno trattando da quando siamo partiti, e pensare che chi ci aiuta così non è nemmeno il nostro paese ma altri! Mi piacerebbe davvero tanto poter vivere in un paese più libero come l’Italia o i paesi europei, poter studiare e fare politica per aiutare poi la gente del mio paese…sapete io e mia sorella stiamo tenendo un video diario per raccontare tutto quello che stiamo vivendo durante il nostro viaggio!”
Katy e’ arrivata al campo da due mesi, e’ partita dall’Afghanistan con sua mamma, le sue sorelle Eve di 19 anni, Fatima di 15, Tina di 8 e suo fratello Mohammed, di 10 anni.
Il loro papà li controlla dall’Afghanistan, gli invia i soldi per gli spostamenti e si accerta sempre di essere in contatto con loro; li raggiungerà quando saranno al sicuro, in Svizzera o in Svezia, ma non ora, adesso deve continuare a lavorare per assicurargli la possibilità di compiere il loro viaggio.
Hanno dovuto lasciare la loro città tormentata dalle bombe, ma non solo per quello…il loro stile di vita probabilmente non era ben accetto…si, perché né Katy né le sue sorelle portano il velo, vestono all’occidentale, conoscono alla perfezione Arabo, Pharsi e Inglese, hanno studiato in scuole all'avanguardia e il loro papà non pratica nessuna religione in particolare e lavora per un'azienda informatica internazionale.

Per questo hanno ricevuto delle minacce anche nel campo. La loro mamma un giorno ha aperto la porta e si è sentita dire di stare attenta alle sue figlie, di non metterle troppo in mostra, per questo ora non si vedono più molto girare per le attività…
Qualche giorno dopo Katy si avvicina di nuovo a me e nell’orecchio mi sussurra “we go Game”… se ne vanno dal campo. Il Game e’ quando cerchi di passare la frontiera, illegalmente, quando il tempo d'attesa e’ troppo e quando non ne puoi più di lasciare la tua vita in stand-by per uno, due o più anni.
Zaini in spalla, vestiti comodi, lacrime negli occhi e la mamma di Katy ci ringrazia per quello che abbiamo fatto per loro, ci saluta e ci stringe per ricevere conforto e coraggio…quanto che ne ha questa donna…ha attraversato da sola con 5 figli Afghanistan, Iran, Turchia, Grecia, Macedonia e Serbia e stanotte cercheranno di passare il confine della Croazia in un camion o attraverso il bosco o il fiume, evitando la frontiera, per poi arrivare in Italia e dirigersi verso la Svezia.
Da qual giorno, anche se ci siamo scambiati i numeri, non li ho più sentiti, non so dove sono, al campo non hanno più fatto ritorno, e io mi auguro con tutto il cuore che stiamo bene e che siano al sicuro…
Per qualcuno potranno essere profughi o clandestini, o peggio, ma per me sono Eve, Katy, Fatima, Tina e Mohammed. Non li ringrazierò mai abbastanza, loro, come tutti gli altri nel campo, per avermi aperto il cuore anche a quei popoli e a quegli stati del mondo che tanto ci stanno insegnando ad odiare.



Chiara


⟹⟹⟹THIS IS PEKARA'S TEAM!!!

martedì 19 agosto 2014

Libano. Da Wata al Jawz ad Harissa: la testimonianza che non ti aspetti

1 commento:

14/08/2014



La strada da Rayfoun a Wata al Jawz si inerpica attraverso le montagne, passando rapidamente dalla città al paesaggio brullo e bruciato dal sole dentro il quale, a un certo punto, si scorge una distesa di serre. Tipico paesaggio libanese, tipica montagna libanese, tipica strada libanese. Eppure, guardando con attenzione, avvicinandosi alle serre si possono scorgere delle persone: lavoratori, certo, ma anche donne, anziani e bambini; se sei un profugo siriano e hai bisogno di cibo e alloggio per la tua famiglia, anche una serra bassa e afosa può diventare casa. Ed è così che tredici famiglie siriane si pagano un telone sopra la testa lavorando nelle serre per una paga di un dollaro all'ora.

L'estate è calda: si cerca un filo d'ombra tra le serre per evitare di bruciare sotto il sole tra la polvere soffocante delle stradine. Dentro le serre la temperatura è ancora più alta e l'aria opprimente, tanto che uscendo si prova quasi sollievo. Se sei un bambino profugo dalla Siria e la tua famiglia vive in una serra, questi sono i luoghi della tua infanzia, giocata tra sole, polvere e povertà. Se sei anziano, questi sono i luoghi della tua vecchiaia, che invece di darti pace ti restituisce una gamba amputata a causa di un missile e le lacrime di veder vivere la tua famiglia in queste misere condizioni. Se sei padre o madre di famiglia, la vita nelle serre ti condanna a trascurare i tuoi figli per il lavoro e a non poter progettare nulla per il futuro: chi può sapere come sarà la situazione tra una settimana, un mese, un anno? In questo stato non si può decidere dove andare, cosa fare, che progetti avere. L'unica certezza è che l'inverno nelle serre è troppo rigido, perciò bisognerà spostarsi altrove.

Arriviamo a Wata al Jawz nelle nuvole di polvere sollevate dall'auto e subito la nostra presenza non passa inosservata: per dei bimbi abituati a vedere tutti i giorni serre, lavoro, fatica e poco altro noi siamo una grande novità! A dire il vero tutti i siriani ci osservano e parlano volentieri con noi; non esitano nemmeno ad aprirci le loro case, nonostante la miseria di una serra li metta continuamente di fronte alla situazione in cui si trovano a vivere e, peggio ancora, la loro famiglia si trova a vivere. Che futuro possono assicurare ai loro figli? Che prospettive di vita possono avere questi bambini? Potranno mai credere che la felicità esiste, anche per loro?

Dopo una breve visita ad alcune case, distribuiamo dei palloni ai bambini, che non vedono l'ora di giocare con qualcuno, qualcuno che è lì apposta per loro! Il fatto di essere profughi non li rende diversi dagli altri bimbi: anche loro vogliono giocare, anche loro sono impazienti, anche loro sono gelosi delle proprie cose e si litigano a vicenda i palloni appena ricevuti. Questi bambini non sono diversi dagli altri: altrettanto belli, altrettanto degni di una vita decorosa; perché allora dovrebbero avere diritti diversi? Ma non c'è tempo per farsi troppe domande: mentre siamo con loro la cosa più importante è farli divertire, stare con loro, far vivere loro dei momenti spensierati. Tentiamo così a fatica di farli giocare a bandiera e poi, quando il sole si fa davvero battente, ci spostiamo in una serra per dei bans. Il nostro (purtroppo) breve incontro con i siriani si conclude con la distribuzione di altri giochini e palloncini. O meglio, a sorpresa veniamo caldamente invitati ad aiutare i lavoratori a caricare casse di cetrioli su un camion. E al termine, altre mille foto!!!! Soprattutto con Erika, vero Franci?

Il ritorno è stato denso di pensieri, un po' confusi in quanto misti a tante emozioni. E' vita questa? O è solo sopravvivenza? Ed è una degna sopravvivenza? Mi sembra chiaro che la risposta è negativa: non si può vivere sotto una serra in mezzo alla polvere. Eppure quanta dignità in quegli anziani, quanta dedizione in quei padri di famiglia, quanta pazienza in quelle madri, quanta bellezza in quei bimbi! E allora penso: si può amare anche sotto una serra in mezzo alla polvere. Si può amare anche quando si è tragicamente profughi dal proprio Paese. Si può amare anche quando tutta la realtà attorno a te sembra urlarti che l'amore non esiste, ed esistono solo la guerra e la sofferenza. L'amore trasforma la sopravvivenza in vita. Quanto abbiamo da imparare da quelle famiglie…

Facciamo appena in tempo a tornare al nostro "campo base" per partire poi di nuovo, dopo una pasta (mangiabile!) velocissima, alla volta del convento di Harissa, che al momento ospita parecchie famiglie di cristiani Iracheni profughi perché perseguitati religiosi.
Il contesto è totalmente diverso da quello del mattino: il convento è immerso in una zona verde e ombreggiata, con una vista panoramica sulle zone sottostanti. Nulla fa pensare alle tragiche vicende che accomunano gli ospiti. Dopo qualche vicissitudine e una lunga attesa, incontriamo due profughi iracheni, fuggiti dalle persecuzioni insieme alla propria famiglia. "Chiedeteci tutto quello che volete". 
Così ci hanno detto, vedendo la nostra timidezza e il nostro timore di essere indiscreti. E questo è stato il primo pugno nello stomaco: l'umiliazione della fuga e la disperazione della loro condizione non cedono il passo alla vergogna; questi uomini vogliono condividere con noi, giovani, sconosciuti, privilegiati, i ricordi e i sentimenti di una vicenda tanto vicina e tanto dolorosa. Ci parlano così del loro viaggio alla volta del Kurdistan, a piedi e con l'indispensabile addosso in quanto molti dei loro passaporti sono stati bloccati, impedendo così loro di prendere l'aereo. Della differenza tra il periodo della dittatura, in cui c'era aria di guerra ma si sentivano protetti, e il periodo post dittatura, in cui la situazione è progressivamente peggiorata portando alla discriminazione dei cristiani, costretti alla fuga. Del fatto che l'unico modo per risolvere le cose sarebbe un deciso intervento internazionale, al momento ben lontano dall'essere attuato. Del fatto che nemmeno per difendere loro stessi e la propria famiglia avrebbero rinnegato la loro fede cristiana: "Siamo nati cristiani, viviamo da cristiani, vogliamo morire da cristiani". Secondo colpo nello stomaco: di fronte a una così grande testimonianza di fede, come si può reagire? Con ammirazione, con stupore, con incredulità? La nostra risposta è stata la preghiera: non c'è lingua che tenga di fronte alla potenza del Padre Nostro, recitato tenendoci per mano e guardandoci un po' negli occhi e un po' al cielo. Possiamo credere ancora che la religione unisca e non divida, che la fede porti la pace e non la guerra, che, anche quando non possiamo fare nulla per chi soffre attorno a noi, possiamo sentirci fratelli e portare nel cuore il dolore degli altri. Fratelli. Fratelli italiani, fratelli iracheni, fratelli siriani. Fratelli.


Elena,
Cantiere Libano 2014

martedì 1 aprile 2014

Georgia: profughi per sempre

Nessun commento:

Chi si ricorda della guerra dei 5 giorni dell'agosto 2008?
Queste 3000 famiglie (circa 12000 persone) certamente sí.

Nessuno oggi crede (ma molti lo sostenevano già 6 anni fa) di poter far ritorno in Ossezia del sud, la cui indipendenza non è mai stata riconosciuta dalla comunità internazionale tranne che dalla Russia e dal Nicaragua (!?!).

Ecco, la connessione non ci permette di raccontare altro, ma la foto racconta a sufficienza l'immobilismo delle diplomazie e le analogie con la complessità della situazione attuale in Ucraina.  Speriamo di sbagliarci. Speriamo...