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domenica 19 agosto 2018

Serbia. Nella bolla di sapone

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Come una bolla di sapone. Dopo una settimana di lavoro, adesso che abbiamo avuto del tempo per fermarci e mettere in ordine domande e pensieri, il campo di Bogovadja ci appare proprio così: come una bolla isolata dal resto del mondo, dove anche il tempo scorre in modo diverso. Infatti, a dominare lo scorrere del tempo è l’attesa
Qui tutti attendono qualcosa, chi un visto, chi l’esito di un processo, chi l’occasione giusta per passare una frontiera, e così via. Ma tutti attendono, con la vita che nel frattempo è come congelata, in “pausa”, con la speranza di poter premere “play” prima o poi, magari in Europa.
A Bogovadja si incrociano tanti sguardi e si ascoltano tante storie: c’è qualcuno che cerca di raggiungere il papà, qualcun altro che vuole andare da suo fratello e altri ancora che viaggiano con tutta la famiglia. Tutti fermi ad aspettare.

E’ questa miscela di desideri e storie immersa in un luogo disperso nei boschi della Serbia dove il tempo sembra bloccato a lasciare addosso una sensazione di inquietudine a chiunque passi da Bogovadja, anche soltanto per qualche ora. Perché il campo è bello, immerso nel verde, spazioso, dove i bambini possono giocare, ma… Ma qualcosa non torna. Ogni giornata è identica a quella precedente, scandita dall’attesa.

Tutti fermi ad aspettare.
Intanto c’è persino chi nasce, chi compie gli anni e tra un po’ andrà all’asilo, ma intorno… Tutti fermi ad aspettare.
E ogni volta che una frontiera si chiude, o un visto viene negato, a Bogovadja il tempo rallenta.
Ed è qui che poco a poco iniziamo a intuire il perché del piccolo servizio che ci è chiesto. Perchè le giornate di Dina non saranno tutte uguali se domani potrà fare un nuovo braccialetto con le perline, e quelle di Noman saranno un po’ diverse se settimana prossima potrà giocare il torneo di pallavolo con i suoi compagni… E’ così che, ogni tanto, a Bogovadja il tempo ricomincia a scorrere, anche se per poco.

Claudia, Fabio, Francesco, Giulia, Silvia

(Serbia3)

martedì 29 agosto 2017

Serbia: Storie da Bogovadja

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Potrei iniziare questo racconto parlandovi di numeri, di quante persone ospitava il campo profughi di Bogovadja, in Serbia, ma non voglio farlo, perché non ho incontrato numeri, ho incontrato persone, volti, storie e questo è quello che mi è rimasto nel cuore.
Nel campo ho incontrato famiglie intere, ragazzi e giovani che arrivavano da diversi paesi e diversissime tradizioni culturali, c'era chi arrivava dall’Iran, dall’Afghanistan, dal Pakistan, dall’Iraq, chi arrivava dalla Siria o dalla Macedonia, chi addirittura da Cuba o da qualche paese africano, tutti riuniti li, in attesa, infinita attesa, di poter entrare in Europa passando dalla Serbia e poi dall’Ungheria.


Nel campo si incontrano volti sorridenti, soprattutto quelli dei bambini, ma non tutti, e altri volti stanchi, preoccupati, tristi…accusano la mancanza della famiglia, di un padre, di una madre, di un marito, la mancanza di una casa che sia loro e di un paese dove potersi sentire a casa.

Ma perché sono scappati dal loro paese? Quante volte questa domanda ci ronzava in testa, quante volte avremmo voluto chiederlo ma non era il caso, alcune volte, invece, la risposta ci e’ stata regalata senza doverla chiedere.

Un pomeriggio caldissimo durante il beauty saloon per le donne del campo, chiediamo a Katy una splendida ragazza afghana quanti anni ha… “quindici” ci dice lei…strano, pensiamo, sembra più grande, già donna!
Poi sottovoce, per non farsi sentire dagli altri, un po' in imbarazzo, ci rivela il segreto: “Sapete, in realtà ho 17 anni, ma da quando sono arrivata qui, tutti mi dicono di mentire sulla mia età, di dire che sono più piccola, perché fino a quando siamo minorenni abbiamo più tutele, ma a dire il vero non mi piace mentire, e’ una cosa che non faccio mai!  Anzi io e la mia famiglia siamo estremamente grati per tutto quello che stiamo ricevendo qui, per come ci stanno trattando da quando siamo partiti, e pensare che chi ci aiuta così non è nemmeno il nostro paese ma altri! Mi piacerebbe davvero tanto poter vivere in un paese più libero come l’Italia o i paesi europei, poter studiare e fare politica per aiutare poi la gente del mio paese…sapete io e mia sorella stiamo tenendo un video diario per raccontare tutto quello che stiamo vivendo durante il nostro viaggio!”
Katy e’ arrivata al campo da due mesi, e’ partita dall’Afghanistan con sua mamma, le sue sorelle Eve di 19 anni, Fatima di 15, Tina di 8 e suo fratello Mohammed, di 10 anni.
Il loro papà li controlla dall’Afghanistan, gli invia i soldi per gli spostamenti e si accerta sempre di essere in contatto con loro; li raggiungerà quando saranno al sicuro, in Svizzera o in Svezia, ma non ora, adesso deve continuare a lavorare per assicurargli la possibilità di compiere il loro viaggio.
Hanno dovuto lasciare la loro città tormentata dalle bombe, ma non solo per quello…il loro stile di vita probabilmente non era ben accetto…si, perché né Katy né le sue sorelle portano il velo, vestono all’occidentale, conoscono alla perfezione Arabo, Pharsi e Inglese, hanno studiato in scuole all'avanguardia e il loro papà non pratica nessuna religione in particolare e lavora per un'azienda informatica internazionale.

Per questo hanno ricevuto delle minacce anche nel campo. La loro mamma un giorno ha aperto la porta e si è sentita dire di stare attenta alle sue figlie, di non metterle troppo in mostra, per questo ora non si vedono più molto girare per le attività…
Qualche giorno dopo Katy si avvicina di nuovo a me e nell’orecchio mi sussurra “we go Game”… se ne vanno dal campo. Il Game e’ quando cerchi di passare la frontiera, illegalmente, quando il tempo d'attesa e’ troppo e quando non ne puoi più di lasciare la tua vita in stand-by per uno, due o più anni.
Zaini in spalla, vestiti comodi, lacrime negli occhi e la mamma di Katy ci ringrazia per quello che abbiamo fatto per loro, ci saluta e ci stringe per ricevere conforto e coraggio…quanto che ne ha questa donna…ha attraversato da sola con 5 figli Afghanistan, Iran, Turchia, Grecia, Macedonia e Serbia e stanotte cercheranno di passare il confine della Croazia in un camion o attraverso il bosco o il fiume, evitando la frontiera, per poi arrivare in Italia e dirigersi verso la Svezia.
Da qual giorno, anche se ci siamo scambiati i numeri, non li ho più sentiti, non so dove sono, al campo non hanno più fatto ritorno, e io mi auguro con tutto il cuore che stiamo bene e che siano al sicuro…
Per qualcuno potranno essere profughi o clandestini, o peggio, ma per me sono Eve, Katy, Fatima, Tina e Mohammed. Non li ringrazierò mai abbastanza, loro, come tutti gli altri nel campo, per avermi aperto il cuore anche a quei popoli e a quegli stati del mondo che tanto ci stanno insegnando ad odiare.



Chiara


⟹⟹⟹THIS IS PEKARA'S TEAM!!!