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giovedì 28 marzo 2019

Keluarga Besar, la mia nuova grande famiglia

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Oramai sono passati due mesi dal mio arrivo a Gunung Sitoli. Finalmente mi ritrovo su questa pagina bianca a condividere i miei pensieri, il mio ruolo, le mie impressioni e a ricordare il primo giorno in cui sono arrivata qui, alla Wisma Alma, la casa delle sorelle Alma.
Il primo giorno Rena mi ha presa per mano e mi ha portata a conoscere i bambini. Tutti parlavano, chiedevano, cercavano un contatto fisico, di tenermi una mano, mi prendevano in giro. Successivamente, dopo essermi seduta accanto a Nenek (nonna), che parla solo la lingua locale, Li Niha, (ancora adesso non mi spiego come abbiamo fatto a parlare per cosi tanto tempo), sono arrivati i bambini. Samson ha appoggiato la sua testa sulle mie gambe, Lestari mi ha chiesto sette volte se avevo mangiato il tofu che mi avevano preparato, Rena mi guardava e sorrideva dolcemente. Lestari mi spiegava, perdipiù che problema ha, Rena invece si definiva semplicemente stupida, bodoh. Alcuni erano cosi svelti nello spiegarsi, veloci e si autodefinivano intelligenti. Mattias, ricordo, mi aveva chiesto se avevo l'abitudine di pregare e sopratutto se prego per i cari che non ci sono più. I bambini, sin da subito, hanno voluto dirmi qualcosa di loro, ma non di personale, volevano farsi conoscere. Lanciavano piccoli messaggi per farlo, volevano anche conoscermi, ma sopratutto volevano farsi conoscere.
Nessuno Selamat Datang ufficiale ed entrare in punta di piedi mi ha permesso di scivolare con delicatezza in questa piccola comunità cosi libera, fluida e caotica, una comunità che mi piace pensare come alla mia nuova grande famiglia.
Ognuno, qui, ha il suo ruolo. A ogni bambino ne viene affidato un altro, in modo tale che tutti crescano proteggendosi e prendendosi cura l'uno dell'altro. Il ritmo giornaliero e' quello di una qualsiasi famiglia. Ci si sveglia, si fa colazione, si va a scuola, si rientra, si pranza, si fa il sonnellino pomeridiano, si gioca o si fanno i compiti. Ognuno ha il suo ruolo, i suoi tempi, i suoi spazi, ma si condivide tutto. Per fortuna riesco a parlare, riesco a comunicare con facilita', per cui sin da subito ho sentito l’esigenza di avere anche io un ruolo, ma non come volontaria, non come lavoratrice o educatrice, ma come sorella. E’ questo quello che penso ora di questa comunità nella quale svolgo parte del mio servizio civile e vivo, penso sia la mia famiglia a Gunung Sitoli. In fondo qui siamo tutti diversi l’uno dall'altro, ognuno con le proprie diversità in un certo senso, ma insieme ci conosciamo e ci sentiamo una famiglia normale e ognuno di noi fa quello che può quotidianamente per farci stare bene tutti. Io con loro studio inglese, impariamo a usare il computer, cuciniamo, parliamo, giochiamo, alle volte in modo improvvisato, alle volte in modo più strutturato. Il sabato due volte al mese andiamo al mare e questo sabato, dato che ci sono le giostre sul lungo mare, andremo a divertirci. Il tempo scorre, giornate scandite dai doveri quotidiani e dai piaceri che riusciamo a ritagliarci tra una lezione d'inglese, I compiti, il doposcuola e le attività in giardino.
In tutto, qui, abitano 37 bambini, di un eta’ compresa tra i 4 e i 19 anni. C’e’ chi va all'asilo, chi alle medie e chi alle scuole superiori. C’e’ chi già’ lavora, perché non ha potuto frequentare la scuola, chi frequenta un corso professionale per diventare estetista; c’e’, poi, chi proprio vive su un piano diverso del nostro stesso mondo e con cui e’ sempre bello interagire, giocare e conoscersi in qualche modo. Inoltre vi sono 3 educatrici, Risna, Lyn e Linda e tre suore, Sintha, Vero e Lys. Qualche aiutante esterno e poi ci sono io, che mi sento parte di tutto questo, accolta e protetta. E’ cosi che lavoro qui, come una sorella, e cosi che ci si sente, in questa Keluarga Besar.

A presto!

Andrea




 



domenica 9 agosto 2015

MOLDOVA: l’amore ai tempi di Costuleni

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Marco chiama: si va al monastero con parinte Anatol, il prete del villaggio, un uomo enorme, grande grosso, con la barba lunga e la veste nera lunga fino ai piedi. Tutte in divisa, gonna lunga e foulard della nonna saliamo sulla camionetta sovietica di parinte, che sembra essere rimasta alla seconda guerra mondiale. E poi su per la montagna, tra buche e strade strette, con i rami degli alberi che sbattono forte contro i vetri. Infine, nascosto tra gli alberi c’e' una vecchia colonia sovietica per bambini che parinte ha comprato per fare un monastero dedicato a Adelin e Natalia. Una piccolo stanza piena zeppa di icone, quadri, ornamenti, offerte in cibo e preghiere ci accoglie in questo mondo di preghiera e silenzio.
E proprio davanti all’ingresso c’e' la vera chicca. Due alberi cresciuti vicini riuniscono i loro rami in un caldo abbraccio insieme. Il simbolo dei santi Adelin e Natalia, una coppia nella fede, simbolo di amore e famiglia. Un amore che si costruisce sulle identita' del singolo per poi unirsi e costruire qualcosa di ancora piu' bello. Una famiglia che fonde forte le sue radici nella storia del singolo per scrivere una nuova storia nel presente e nel futuro. Fa pensare questo amore tutto al naturale, forte e resistente, soprattuto in questi tempi in cui la famiglia e' un tema che scotta.
L’amore al tempo di Costuleni sono questi due alberi. Un ritorno alla natura che qui sembra regnare e dominare felice. Un ritorno al significato e alla necessita' di una famiglia forte. Un ritorno alle radici della storia che si perde tra il racconto popolare e la storia vera. Un ritorno alla semplicita' che per noi sembra quasi piu' difficile che vivere le nostre vite complicate.
E dunque buon cammino per un domani pieno di amore!




Giu! :)

sabato 17 gennaio 2015

La Revedere Moldova!

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Eccoci qui!

pronte a ritornare... pronte? bhè insomma... a ritornare! sul pronte le nostre valige parlano da sole... per il momento c'è solo un bagaglio a mano
pieno di regali di natale!

Ma il punto è: Cari lettori di questo post,
volevo solo dirvi che se siete in cerca di un'occasione per la vostra vita, tenete d'occhio il sito di CARITAS Ambrosiana, settore internazionale, SERVIZIO CIVILE ALL'ESTERO!

Noi stiamo partendo, ma la speranza è che qualcun'altro arrivi presto per continuare un servizio che ogni anno cambia e che per ogni volontario è diverso...
ma che rimane sempre formativo e decisivo!

se poi posso consigliarvi il dove, ovviamente direi MOLDOVA!

c'è un'Associazione che ti farà da famiglia ad aspettarti...
un medico a curarti, un direttore a sgridarti,
un coordinatore ad insegnarti,
una cuoca a nutrirti,
una contabile a darti consigli sull'abbigliamento,
mamme del centro maternale che ti faranno un pò impazzire ma che ti daranno anche tante soddisfazioni,
ragazze adolescenti con problemi amorosi,
un'autista sempre pronto a farti provare il brivido della guida moldava,

L'Italia e la Moldova sono così vicine e legate che noi dall'Italia neanche ce lo immaginiamo...

e allora prima di partire qualcuno ci chiede cosa racconteremo della Moldova una volta tornate...
che ci devi venire in Moldova,
ci devi stare almeno un pò, giusto il tempo di lasciarci un pezzettino di cuore!

un grazie quindi a chi questo servizio fa in modo che avvenga ogni volta,
nella persona di Igor Belei come rappresentate di tutta Diaconia e di Sergio Malacrida come rappresentate dell'Ufficio Internazionale di Caritas Ambrosiana.

e voi cosa aspettate?

la Moldova vi sorprenderà, un pò vi sconvolgerà, vi abituerà a una lingua, a tradizione, modi di fare che non sono i tuoi, ma sono i loro e sono belli e poi ti chiederà di tornare a casa!!

A presto Diaconia
Patty

giovedì 28 agosto 2014

NICA CDS 2014: Una porta sempre aperta

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Un paese straniero, un gruppo di persone che si conoscono appena, poco meno di un mese di tempo da trascorrere insieme… un’unica parola… CANTIERE.

Cantiere è lavoro di squadra, è condivisione, è incontro, è scambio, è fatica, è sostegno, è rinuncia, è affetto, è creatività, è emozione, è … FAMIGLIA!




CANTIERE e FAMIGLIA, due parole che in un dizionario avrebbero definizioni differenti, ma non qui, in Nicaragua!

Perché quello che si percepisce quando arrivi e che ti accompagna per tutto il viaggio è proprio questo… un’aria di casa e l’affetto di una famiglia.











Una famiglia dove i componenti hanno storie diverse, provenienze diverse, personalità diverse, modi di pensare diversi, ma dove la diversità unisce tutti in un legame, che non è quello di sangue, ma quello dell’esperienze e delle emozioni vissute insieme...




Una famiglia dove i sorrisi e gli abbracci non mancano mai e dove, puoi star certo, la porta di casa è sempre aperta!



Francesca 

martedì 19 agosto 2014

Libano. Da Wata al Jawz ad Harissa: la testimonianza che non ti aspetti

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14/08/2014



La strada da Rayfoun a Wata al Jawz si inerpica attraverso le montagne, passando rapidamente dalla città al paesaggio brullo e bruciato dal sole dentro il quale, a un certo punto, si scorge una distesa di serre. Tipico paesaggio libanese, tipica montagna libanese, tipica strada libanese. Eppure, guardando con attenzione, avvicinandosi alle serre si possono scorgere delle persone: lavoratori, certo, ma anche donne, anziani e bambini; se sei un profugo siriano e hai bisogno di cibo e alloggio per la tua famiglia, anche una serra bassa e afosa può diventare casa. Ed è così che tredici famiglie siriane si pagano un telone sopra la testa lavorando nelle serre per una paga di un dollaro all'ora.

L'estate è calda: si cerca un filo d'ombra tra le serre per evitare di bruciare sotto il sole tra la polvere soffocante delle stradine. Dentro le serre la temperatura è ancora più alta e l'aria opprimente, tanto che uscendo si prova quasi sollievo. Se sei un bambino profugo dalla Siria e la tua famiglia vive in una serra, questi sono i luoghi della tua infanzia, giocata tra sole, polvere e povertà. Se sei anziano, questi sono i luoghi della tua vecchiaia, che invece di darti pace ti restituisce una gamba amputata a causa di un missile e le lacrime di veder vivere la tua famiglia in queste misere condizioni. Se sei padre o madre di famiglia, la vita nelle serre ti condanna a trascurare i tuoi figli per il lavoro e a non poter progettare nulla per il futuro: chi può sapere come sarà la situazione tra una settimana, un mese, un anno? In questo stato non si può decidere dove andare, cosa fare, che progetti avere. L'unica certezza è che l'inverno nelle serre è troppo rigido, perciò bisognerà spostarsi altrove.

Arriviamo a Wata al Jawz nelle nuvole di polvere sollevate dall'auto e subito la nostra presenza non passa inosservata: per dei bimbi abituati a vedere tutti i giorni serre, lavoro, fatica e poco altro noi siamo una grande novità! A dire il vero tutti i siriani ci osservano e parlano volentieri con noi; non esitano nemmeno ad aprirci le loro case, nonostante la miseria di una serra li metta continuamente di fronte alla situazione in cui si trovano a vivere e, peggio ancora, la loro famiglia si trova a vivere. Che futuro possono assicurare ai loro figli? Che prospettive di vita possono avere questi bambini? Potranno mai credere che la felicità esiste, anche per loro?

Dopo una breve visita ad alcune case, distribuiamo dei palloni ai bambini, che non vedono l'ora di giocare con qualcuno, qualcuno che è lì apposta per loro! Il fatto di essere profughi non li rende diversi dagli altri bimbi: anche loro vogliono giocare, anche loro sono impazienti, anche loro sono gelosi delle proprie cose e si litigano a vicenda i palloni appena ricevuti. Questi bambini non sono diversi dagli altri: altrettanto belli, altrettanto degni di una vita decorosa; perché allora dovrebbero avere diritti diversi? Ma non c'è tempo per farsi troppe domande: mentre siamo con loro la cosa più importante è farli divertire, stare con loro, far vivere loro dei momenti spensierati. Tentiamo così a fatica di farli giocare a bandiera e poi, quando il sole si fa davvero battente, ci spostiamo in una serra per dei bans. Il nostro (purtroppo) breve incontro con i siriani si conclude con la distribuzione di altri giochini e palloncini. O meglio, a sorpresa veniamo caldamente invitati ad aiutare i lavoratori a caricare casse di cetrioli su un camion. E al termine, altre mille foto!!!! Soprattutto con Erika, vero Franci?

Il ritorno è stato denso di pensieri, un po' confusi in quanto misti a tante emozioni. E' vita questa? O è solo sopravvivenza? Ed è una degna sopravvivenza? Mi sembra chiaro che la risposta è negativa: non si può vivere sotto una serra in mezzo alla polvere. Eppure quanta dignità in quegli anziani, quanta dedizione in quei padri di famiglia, quanta pazienza in quelle madri, quanta bellezza in quei bimbi! E allora penso: si può amare anche sotto una serra in mezzo alla polvere. Si può amare anche quando si è tragicamente profughi dal proprio Paese. Si può amare anche quando tutta la realtà attorno a te sembra urlarti che l'amore non esiste, ed esistono solo la guerra e la sofferenza. L'amore trasforma la sopravvivenza in vita. Quanto abbiamo da imparare da quelle famiglie…

Facciamo appena in tempo a tornare al nostro "campo base" per partire poi di nuovo, dopo una pasta (mangiabile!) velocissima, alla volta del convento di Harissa, che al momento ospita parecchie famiglie di cristiani Iracheni profughi perché perseguitati religiosi.
Il contesto è totalmente diverso da quello del mattino: il convento è immerso in una zona verde e ombreggiata, con una vista panoramica sulle zone sottostanti. Nulla fa pensare alle tragiche vicende che accomunano gli ospiti. Dopo qualche vicissitudine e una lunga attesa, incontriamo due profughi iracheni, fuggiti dalle persecuzioni insieme alla propria famiglia. "Chiedeteci tutto quello che volete". 
Così ci hanno detto, vedendo la nostra timidezza e il nostro timore di essere indiscreti. E questo è stato il primo pugno nello stomaco: l'umiliazione della fuga e la disperazione della loro condizione non cedono il passo alla vergogna; questi uomini vogliono condividere con noi, giovani, sconosciuti, privilegiati, i ricordi e i sentimenti di una vicenda tanto vicina e tanto dolorosa. Ci parlano così del loro viaggio alla volta del Kurdistan, a piedi e con l'indispensabile addosso in quanto molti dei loro passaporti sono stati bloccati, impedendo così loro di prendere l'aereo. Della differenza tra il periodo della dittatura, in cui c'era aria di guerra ma si sentivano protetti, e il periodo post dittatura, in cui la situazione è progressivamente peggiorata portando alla discriminazione dei cristiani, costretti alla fuga. Del fatto che l'unico modo per risolvere le cose sarebbe un deciso intervento internazionale, al momento ben lontano dall'essere attuato. Del fatto che nemmeno per difendere loro stessi e la propria famiglia avrebbero rinnegato la loro fede cristiana: "Siamo nati cristiani, viviamo da cristiani, vogliamo morire da cristiani". Secondo colpo nello stomaco: di fronte a una così grande testimonianza di fede, come si può reagire? Con ammirazione, con stupore, con incredulità? La nostra risposta è stata la preghiera: non c'è lingua che tenga di fronte alla potenza del Padre Nostro, recitato tenendoci per mano e guardandoci un po' negli occhi e un po' al cielo. Possiamo credere ancora che la religione unisca e non divida, che la fede porti la pace e non la guerra, che, anche quando non possiamo fare nulla per chi soffre attorno a noi, possiamo sentirci fratelli e portare nel cuore il dolore degli altri. Fratelli. Fratelli italiani, fratelli iracheni, fratelli siriani. Fratelli.


Elena,
Cantiere Libano 2014

venerdì 8 agosto 2014

NICA CDS 2014 Mega arrivo

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... Uscire dall'aeroporto, accompagnati da stanchezza e tanto sonno, tutto completamente svanito dopo aver trovato facce amiche in una mega accoglienza che subito ci ha fatto percepire il calore nicaraguense! (calore in tutti i sensi) 


Chitarra, cappelli, colori, bandiere, abbracci, urla di felicità... questo è quello che ci ha travolto nell'aeroporto di Managua tra gli sguardi incuriositi dei presenti.

 

Arrivati a Linda Vista- Las Brisas , abbiamo subito avvertito l'ospitalità di una grande famiglia... ci siamo sentiti a CASA! Nonostante la stanchezza eravamo pronti a osservarci attorno, a captare i suoni che provenivano dalla calle.




Giunti a Nueva Vida ci siamo spostati sulla Trece e abbiamo scoperto che tutti gli autobus sono vecchi scuolabus gialli americani che qui vengono utilizzati per il trasporto cittadino. Saliti sulla Trece in effetti ci si sente un po' come uno studente che deve ancora imparare tutto... il primo giorno in Nicaragua come il primo giorno di scuola! Perchè guardando fuori dal finestrino tutto è nuovo, tutto da imparare.

Ogni strada, nome, colore, ogni volto è da scoprire... perchè dietro di esso si nasconde un sorriso, la forza e la voglia di ricostruire e migliorarsi.










Insomma tanta voglia di mettersi in gioco, ricominciare.
E perchè non farlo anche noi? Siamo pronti all'avventura.

El color de final de la noche
me pregunta dònde fui a parar, dònde estàs
que esto sòlo se vive un vez
dònde fuiste a parar, dònde estàs

Nica cantieristi

domenica 3 agosto 2014

Nicaragua: 6 mesi MICASCEMI!!!

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E finalmente ho scritto questo post!!!

Sono già passati 6 mesi da quando ho varcato il cancello di via San Bernardino in qualità di SCE!
Il mio sogno si stava realizzando…
Queste potrebbero essere righe banali, forse ripetitive, però per me importanti, una sorta di resoconto scritto nero su bianco di questi 6 mesi, E CHE MESI!!!

6 mesi di Nicaragua: perché fin dal primo giorno abbiamo iniziato a parlare di quel Paese che mi/ci avrebbe accolto. 


6 mesi di Managua: una città che ancora oggi non amo particolarmente ma con cui sto cercando di fare amicizia!




mesi di Nicasa: dapprima disegnata di fantasia su un grande foglio bianco con un pennarello rosso fino ad arrivare a viverla e sentirla mia, non senza difficoltà (perché casa è anche dove la crei tu!!!)



6 mesi con gli altri SCE: lontani fisicamente ma vicini nell'esperienza che stiamo vivendo (scusami Cri mi serviva la primissima foto purtroppo non ci sei perché sei l’autrice)


6 mesi di El Guis: il centro dove opero tutti i giorni, ricco di sorrisi che ti riempiono l’anima ma anche contraddizioni che ti fanno arrabbiare.


6 mesi della mia famiglia nicaraguense: i MIEI COMPAGNI di vita, di viaggio, di avventure,  di discussioni, di incomprensioni, di chiarimenti, di crescita, di lotta sul luogo degli spazzolini da denti…


6 mesi di ME: di riflessione, di sperimentazione, di cambiamenti



E quindi vado avanti così, a volte seguendo le orme di chi sta un passo avanti a me, non per pigrizia ma come sostegno, a volte imprimendo la mia orma sulla terra fresca del mio cammino!
E quindi vado avanti così giorno dopo giorno, passo dopo passo.

Fede

P.S. da non dimenticare 6 mesi di Scheletri Nellarmadillo!!!LE nostre guide!!!