Visualizzazione post con etichetta Balkan route. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Balkan route. Mostra tutti i post

lunedì 4 dicembre 2017

A Madina. Che quasi sempre i dolori arrivano così, all'improvviso.

2 commenti:



Quando si va in bici, da soli o in gruppo, c'è un momento in cui devi stare al vento.
In gruppo, si fanno i turni. Darsi il cambio, si dice in gergo. Sei il primo e copri con il tuo corpo tutti gli altri dietro di te. Tu fatichi un po' di più, e permetti a chi sta dietro di faticare po' di meno.
Dai quello che riesci, poi tocca ad un altro, a sua volta secondo le sue possibilità.
Marxismo a due ruote.
Ma in realtà se ci penso è la naturale azione che si applica a tutti i contesti e in tutti i luoghi, almeno in quelli sani. Ci si aiuta, o comunque ci si prova.
È relazione, è solidarietà, è chourmo, immischiarsi.
E' talmente azione normale che si dà per scontata. Così come si danno per scontate le possibilità.
Avere la seconda occasione è ciò che muove il mondo, almeno questo pezzo di mondo. E poi aver la terza, la quarta, infinite occasioni. Chiamala speranza, chiamalo desiderio, chiamalo sogno, c'è chi la chiama provvidenza. C'è pure chi, nella fatica quotidiana, lo chiama “andare avanti”.
Andiamo avanti. Sempre avanti, cazzo.
Io, nel mio percorso, l'ho chiamata utopia. La carota da inseguire, da raggiungere sapendo che non è lì per essere raggiunta, ma per stimolo, per alzare il culo, per muoversi, per cercarsi le occasioni e agguantarle e per rimuoversi e così via, con la libertà deliberata pure di non coglierle, certe possibilità.
Domani andrà meglio. Domani ci saranno altre chance, altre avventure, altri pezzi da mettere insieme.
- E pensare che domani sarà sempre meglio – Lo canta pure Vasco, cazzo, più vero di così.
E poi l'assolo di chitarra. Sublime.
A Madina sono mancate occasioni e mischia.
Madina non ha sperimentato la seconda occasione, perchè non ha raggiunto la prima.
Nessuno è stata al vento per lei. Sì, la sua famiglia, pochi altri.
Madina era una sveglia e furba bambina afghana. L'ho incrociata in agosto, in Serbia, in un centro di transito per richiedenti asilo, nel mio rozzo (e saltuario) tentativo di star al vento per qualcun'altro. La superavo di qualche centimetro e di trent'anni. Mi superava in inglese, in serbo, e probabilmente pure nelle esperienze vissute.
Io, l'ho superata in occasioni.
Con la sua famiglia cercava di entrare in Croazia, qualche giorno fa. Croazia vuole dire Europa, vuole dire asilo politico, per una bimba afghana.
E' il tentativo dei molti rimasti imbrigliati tra le frontiere chiuse. E' il carpe diem, l'attimo da cogliere. E' il game, la scommessa da fare. Superare il limite, il border, il cazzo di border.
We go game.
Chiamala speranza, chiamalo desiderio, chiamalo sogno, è il faro nella notte, è l'idea che domani sarà sempre meglio, saremo al di là di questo filo spinato che ora ci sbarra il passo, faremo ciao con la mano ai poliziotti di confine, faremo ciao dando loro le spalle.
A volte capita però che son loro a far ciao a noi. E che sì, le spalle gliele diamo, ma per tornare indietro. Il più delle volte, a dir la verità. Game over, scommessa persa. Niente di nuovo, ci saranno altre occasioni.
E anche oggi Welcome Europe domani.
Madina tornava indietro assieme a mamma e fratelli, di notte, rimbalzata da polizia e filo spinato. Erano lungo la ferrovia, - Tornate indietro da lì – gli han detto. Solo che ferrovia non è solo binari, a volte è anche locomotiva e vagoni. E' Treno. Treno? Cazzo, un treno!! Nel buio, tutti si sono scansati per evitare l'espresso in arrivo. Tutti? Tutti. Tutti tutti? Ma sì certo, ti ho detto tutti!
Ed invece non andò proprio così. Non tutti. Madina, sveglia e furba, a questo giro non è stata abbastanza rapida.

Che la vita distribuisce dolore all'improvviso ma non esiste il marxismo del dolore. C'è chi lo riceve a volte, chi mai, chi sempre, chi ben distribuito, chi tutto assieme.
- Ciascuno secondo le proprie possibilità – è falso per chi nel dolore ci sguazza.
È falso per Madina, che si è spenta lungo una cazzo di ferrovia a ridosso di un confine.
E' falso per tanti altri come lei, bambini e non, costretti a scappare, ad aspettare il cibo, ad elemosinare un cazzo di visto, o un timbro.

Ed io? Io proprio non so altro fare se non maledire le mie scontate occasioni ed imparare a stare al vento. Ed a pensare che il mondo, senza Madina, sia sempre più guasto.
Che la terra ti sia lieve bimba, amica mia.

Hai visto Madina, volevi un cane, eccolo! Bello vero?
Ora però non scassare ancora, non ci sei solo tu.
No un altro palloncino no Madina. 
Please, Daniel!
No, te l'ho detto, non ci sei solo tu.
Domani, magari.

Daniele

lunedì 20 febbraio 2017

Sconfìnati: venti di partecipazione

Nessun commento:

Giovedi 23 febbraio raggiungiamo quota 20.


Oltre 1600 persone incontrate in giro per la Diocesi. 

E al termine di ogni incontro tante persone si avvicinano, ringraziano, chiedono di poter far qualcosa.

Capita a volte di ricevere uno scritto che questa volta l'autore ha deciso di spedire alle redazioni di un po' di testate (grazie!). Anche questo è un modo per attivarsi, non rimanere indifferenti e noi lo pubblichiamo con grande piacere nel blog.

Sconfìnati, con l'accento sulla "i", prosegue il cammino: abbiamo ancora un po' di km da fare e almeno altri 10 incontri in programma. 

Intanto grazie di cuore a tutti quelli che hanno deciso di Sconfinare con noi!

Sergio e Alessandro

venerdì 3 febbraio 2017

Ai confini della realtà

Nessun commento:
Lo dico subito: il direttore del Centro di Subotica e il personale che abbiamo incontrato oggi sono stati molto disponibili e hanno risposto alle nostre domande per oltre un'ora e mezza.

Ci forniscono dati aggiornati degli ospiti, ci spiegano come funziona il protocollo delle liste di attesa per attraversare il confine serbo-ungherese e non nascondono fatiche e preoccupazioni.

E la violazione dei diritti umani della polizia ungherese.

Raccolgono storie e ferite, non metaforiche, da uomini,  donne e bambini respinti dopo essere entrati in Unione europea.

Ce lo dicono senza ipocrisia: "uno schiaffo ci può anche stare. Ma non è tollerabile che, avvistato un migrante,  vengano lasciati liberi i cani oppure che si bagnino completamente con l'acqua."
Non è raro che il piccolo ambulatorio del Centro curi casi di congelamento.

No, non è tollerabile.

Così come è incomprensibile che le famiglie vengano deliberatamente spezzate.
Sì, perché oggi la regola ungherese consente il passaggio di 10 richiedenti asilo al giorno (pochi mesi fa ne passavano 60, poi 30) ma da due confini diversi (5+5).


In questi giorni abbiamo incontrato nuclei famigliari numerosi: come faranno?
Chi sceglieranno di lasciare indietro? 
Questo è un campo piccolo ma su 103 ospiti 34 sono minori e 16 sono non accompagnati.

L'IOM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) è autorizzata ad accompagnare a Subotica i migranti che sono accolti in altri Centri ma non possono accompagnare al confine chi finalmente ha acquisito il diritto di sconfinare.
I due punti di uscita si trovano rispettivamente a 10 e a 30 km di distanza.
O ci vai a piedi oppure paghi un taxista.

Inoltre i migranti possono iniziare le pratiche per l'ingresso in Ungheria la mattina presto ma sono obbligati a presentarsi la sera prima, pena il respingimento.  Significa rimanere una notte intera all'aperto.

Il direttore conclude l'incontro dicendo:
"Se l'UE decide di chiudere definitivamente i confini si passerà da una crisi migratoria a una catastrofe migratoria".

Torniamo a casa ottimisti?


Sergio Malacrida

giovedì 2 febbraio 2017

Mi sono sentito molto felice

Nessun commento:
Adasevci, Sid, Principovac.

Silvia mi sgrida quando sbaglio a pronunciare dignitosamente nomi, parole, città in una lingua che non mi appartiene. 

Figurati quante volte B., giovane iraniano, ha provato a dirmi come si chiama.
A un certo punto mi chiede di aspettarlo un attimo: vuole farmi vedere un quaderno che conserva nel suo posto letto a Principovac  (ex ospedale psichiatrico pediatrico abbandonato per mancanza di fondi, ora centro di accoglienza al confine con la Croazia).


È un déjà vu: lo scorso anno avevo conosciuto Said, di Kabul.
Anche B. sta imparando l'italiano da autodidatta perché c'è qualcuno che lo aspetta a Pisa. 


Ma a differenza di Said, B. non è un transitante.  Lui è in lista di attesa per poter varcare legalmente il confine con l'Ungheria. 
Faccio finta di non sapere quanto tempo dovrà attendere. 

Se tutto va bene, se l'Europa nel frattempo non si dissolve, se riuscirà a non farsi prendere dallo sconforto,  se uscirà il numero giusto sulla ruota di Principovac, forse, fra un paio d'anni riuscirà a vedere la torre pendente.
Prima passano le donne con i bimbi ammalati,  poi gli ammalati, poi i nuclei famigliari, alla fine gli uomini soli.

Massimo 10 al giorno.

Ad Adasevci,  altro centro ufficiale, ex autogrill abbandonato,  vivono oltre 1000 persone (1/3 minori). Un papà afgano, che attende il suo turno da 7 mesi insieme al suo nucleo famigliare composto da 9 persone, mi dice: "Hallo. Cold."
Nel frattempo,  nel nuovo autogrill alle spalle del centro, da un finestrino di un auto ripartita dopo il pit stop, un gentile signore regala una merendina a un bimbo che cammina nella neve.



Ma di che numeri stiamo parlando?

I dati ufficiali dell'UNHCR dicono 6346. Ma nei centri c'è posto solo per 6000. Fuori dal conto ufficiale, ce ne sono almeno altri 1000.

Chi è rimasto incastrato in Serbia, da transitante si è trasformato in (potenziale) richiedente asilo. E ora vive nei centri che lo scorso anno erano pensati per accogliere persone una giornata o poco più.


Ma non tutti fruiscono degli stessi servizi. Qualcuno mangia, qualcuno no.
Qualcuno, se vuole, può andare a scuola, altri (tutti) no.
I vestiti, forniti dalle organizzazioni, si sa, dopo un tot (misura di tempo variabile) si sporcano. E se non li puoi lavare, soprattutto d'inverno, è un problema.

Ah, le organizzazioni! Lo scorso anno, negli hotspot, era un fiorire di pettorine, cappellini, tende brandizzate.
Ora, finita l'emergenza (?), chiusa la rotta (?), sono rimasti solo adesivi e vetrofanie.

Caritas ha continuato a distribuire pasti caldi a Sid, Adesevci e Principovac: colazione, pranzo e cena per 2000 persone.
In totale oltre 220.000 pasti.



E poi abiti invernali, kit igienico-sanitari. Ha installato anche lavatrici e asciugatrici.

Un anno dopo mi sembra tutto uguale, se non peggio.

Le condizioni di vita nei centri sono pessime. Tutti vivono stipati in pochi centimetri quadrati e, non essendoci spazi comunitari, passano giornate interminabili seduti sulla propria brandina.

Domani si va verso il confine con l'Ungheria.
Chissà se riusciremo a trovare qualcuno che potrà finalmente dire ad alta voce:
"Mi sono sentito molto felice"

Sergio

martedì 31 gennaio 2017

L' Ungheria è lunga 8 km

1 commento:
La bocca è impastata e dalle tempie senti il ritmo accelerato del tuo battito cardiaco.

Poi c'è quell'odore che non se ne va.

Le orecchie sentono ancora i colpi di tosse che sembrano non fermarsi mai.
Le mani, troppo fredde per rimanere scoperte, si sono salvate.
Per gli occhi,  ne riparliamo domattina al risveglio.

C'è un senso?


Sicuramente c'è una direzione, precisa.
L'EUROPA.

Che da qui si cerca di raggiungere attraverso l'Ungheria.
Ma se la polizia ti trova entro 8 km dal confine,  per legge ti rimandano da dove sei venuto.

Tra i migranti ormai gira voce che "l'Ungheria è lunga 8 km".
Non si passa.
E se ti prendono, anche oltre gli 8 km, ti riempiono di botte.
L'uomo con le stampelle e un piede ingessato arriva da lì.


Ora vive a Belgrado, nell'ex terminal doganale, insieme ad altri #sconfinati.
Ce ne sono tanti, non saprei dire quanti. Molti sono sotto cumuli di coperte, altri bruciano quel che c'è, altri ancora sono all'esterno a cercare acqua per lavarsi.

Altri ancora escono dall'inferno dove nessuno può entrare a dare una mano, per tornare poi alla sera.


Nessuno li può aiutare ufficialmente.
Se lo vuoi fare, dopo non ti è più permesso lavorare nei campi governativi.
I trafficanti dicono loro che se si fanno registrare dopo non potranno più proseguire.
Sono arrivati dall'Afghanistan, dal Pakistan, per raggiungere l'Europa,  non per stare in Serbia.

E l'Europa? 
Finanzia la Serbia perché li tenga a casa propria.
Ma i soldi non bastano, non c'è da mangiare e da dormire per tutti.
E la #Balkanroute non è poi così chiusa. Piano piano, giorno dopo giorno, ne arrivano altri, grazie al prospero business dei trafficanti.



Dimenticavo.
Tutti quelli che ce l'hanno fatta e sono arrivati in Europa attraversando la Serbia, ora sono in attesa di una risposta e se la domanda di asilo verrà rifiutata, potrebbero essere rispediti qui.

Perché le merci passano, gli uomini no.

Oppure se passano, si fermano a marcire nella dogana.