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sabato 21 settembre 2019

Come cambia la percezione della pioggia

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- Pensa come cambia la percezione della pioggia in base al posto in cui vivi – mi dice Alessandra.

Alessandra è la mia compagna di servizio civile, di avventure, di vita nicaraguense. Siamo sedute in cucina in un afoso venerdì pomeriggio di quello che convenzionalmente è l’inverno in Nicaragua, che io non riesco a non percepire come una continuazione dell’eterna estate che qui regna sovrana. Quello che cambia è che di tanto in tanto, l’ambiente inizia ad emettere suoni tenebrosi, si tinge di colori arroganti e assume le movenze di un uomo in preda al panico con indosso una camicia di forza. Poi tutto esplode ed arriva la pioggia.

Questo è quello che accade, finalmente, anche oggi. Tutto comincia con i tuoni in lontananza, poi, a poco a poco, si inizia ad avere la percezione che il cielo stia scendendo: le nuvole si fanno spesse e filtrano i colori del tramonto spandendo ovunque una luce gialla densa, accecante, che sembra quasi nociva. Ecco che tutti non hanno altro da fare se non attendere. Noi guardiamo fuori dalla finestra, impazienti; la vicina dal suo patio fissa il cielo con l’aria di una mamma che aspetta l’arrivo del figlio in stazione, tutti i cani del quartiere iniziano ad abbaiare, ad ululare. Ed è un attimo: c’è un breve, intensissimo momento in cui la pioggia inizia a cadere, con gocce piccole e decise che ticchettano sui tetti in lamiera in un crescendo che non hai il tempo di mettere a fuoco perché è subito pioggia, la famosa pioggia tropicale. Secchiate d’acqua lanciate dal cielo ininterrottamente, lampi, tuoni che sembra un bombardamento. Potrebbe durare dieci minuti, potrebbe durare fino a domani, staremo a vedere. L’aria si fa più fresca e io mi godo il sublime di questa guerra del cielo che mi sembra fermare il mondo intero.


Ha piovuto anche ieri notte, tantissimo, fino all’alba. Stamattina a scuola gli alunni presenti erano una manciata per ogni classe. A Nueva Vida, a meno di sei chilometri da qui, la pioggia deve fare un altro effetto. La pioggia rinfresca l’aria, vero, ci si può addirittura permettere di dormire senza ventilatore per una notte, vero, ma le strade sono di fango, le acque di scarico sono a poche decine di centimetri dalle porte di casa, i bagni sono spesso esterni alle abitazioni e si tratta magari di latrine. Una pioggia violenta, ovvero una qualsiasi pioggia invernale-tropicale, può rendere un inferno il mattino seguente. Chi se la sente di andare per primo in bagno? Chi accompagna i bambini a scuola? Con quali scarpe? Meglio rimanere a casa.

Un giorno, mesi fa, si chiacchierava con un marinaio della costa Caribeña, ci trovavamo in quell’angolo di paradiso che sono i Cayos Perlas e stavamo fissando beati la spiaggia che si distendeva calma di fronte ai nostri occhi. – La stagione delle piogge è quella delle nascite: si schiudono le uova, le tartarughe neonate muovono i loro primi passi verso il mare. La stagione delle piogge è la più bella – diceva. Anche quel giorno il pensiero è volato a Nueva Vida, ai racconti dei colleghi. Agli aneddoti sugli impossibili viaggi in bus affollati, bloccati dal fiume di acqua e fango che si crea nella strada che porta alla scuola.

Ancora una volta la geografia a cambiare la percezione della quotidianità, del susseguirsi delle stagioni, della natura tutta. Ancora una volta la geografia, anche a pochi chilometri di distanza a decidere chi è fortunato e chi no. Chi ha la fortuna di poter godere del sublime della pioggia e chi è costretto a volgere il pensiero al domani con i piedi immersi nelle acque nere davanti casa.

Oggi, così come domani, così come il prossimo venerdì, in Nicaragua non ci sarà nessuna adesione al Friday for Future, nessun Global Strike. Qui la povertà si mischia alle tragedie politiche ed alla crudeltà organizzata e manifestare è impossibile. Qui in Nicaragua quest’anno si è registrato in aprile un picco storico della temperatura e si prevede per il 2050 un’emigrazione di massa dalla costa pacifica verso le zone più fresche, nell’altipiano settentrionale. Qui in Nicaragua la pioggia è sacra ma, ancora una volta, la fortuna di poterla apprezzare è una questione di geografia.

martedì 22 agosto 2017

CAPITOLO 3 NICARAGUA: Felix

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La nostra esperienza in Nicaragua sta oramai giungendo al termine. Sono stati 26 giorni di incontri, fatica, sorrisi, viaggi e legami. Legami che si sono creati tra di noi e al di fuori del nostro gruppo di "italiani" allargandosi e includendo all'interno di esso persone nuove con il loro vissuto e il loro carattere.

Persone nuove che hanno condiviso con noi interi momenti della nostra esperienza, lavorando con noi all'interno del barrio e del centro escolar, vivendo con noi momenti di viaggio e di scoperta, ridendo e raccontandoci le loro esperienze. Il personale di Redes, le nostre coordinatrici, Stefania, i professori del centro escolar, i bambini hanno condiviso con noi singoli momenti che nell'insieme hanno rappresentato la nostra esperienza.

Però, una persona è rimasta nel cuore di tutto il gruppo, una persona che fin da subito ci ha accolto con una risata e una battuta sulle nostre enormi e pesanti valigie.
Felix, il direttore del centro escolar. Immaginatevi il classico latino - americano: capello ricciolo lungo gellato, pelle color cafè, camicie coloratissime aperte fino al terzo bottone, collanina d'oro con anello annesso, pantaloni larghi, calzino bianco di spugna che incalza dei mocassini bianchi a punta.
Un omone di 1.75 muscoloso con una versatilità sportiva propria di pochi (calcio, pallacanestro e sopratutto baseball, abbiamo visto frantumare più di una palla con quella mazza) e con una grazia nel ballo da far innamorare tutta la pista.
Un direttore e un padre di 35 anni innamorato dei propri figli ed innamorato del proprio lavoro.
Un amore paterno che traspare anche ogni mattina quando al suonare della campanella aspetta all'ingresso ogni bambino salutandolo come se fosse unico.
Uno sguardo amorevole, pieno di simpatia e di battute che si fonde con il suo ruolo da direttore: serio e duro quando serve, tenero e dolce all'occorrenza. 
Un uomo nato e cresciuto nel barrio, con tutte le sue difficoltà e le sue problematiche.
Un uomo che rimboccandosi le maniche e studiando ha riempito il suo animo di valori che ha deciso di condividere con la sua stessa terra diventando un esempio e punto di riferimento.
Sia per i "suoi" bambini sia per noi.
Punto di riferimento per le nostre attività e per il servizio ai piccoli, ma non solo.
Per noi é diventato qualcosa di più.
Per noi é diventato l' amico a cui confidare segreti, dubbi  e storie di vita.
Per noi é diventato il papá che dolcemente prima di cena ci insegna a mangiare tutti i frutti più svariati.
Per noi é diventato quella persona da cui ci siamo sentiti presi per mano e voluti bene fin dal primo giorno.
E che ci mancherá.


Ale, Anna, Giu e Filo (o meglio "cabron!")