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venerdì 6 ottobre 2017

Ad Haiti abbiamo perso qualche capitolo

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Mancare di qualche pagina, qualche capitolo o addirittura di un libro intero: sono questi i modi di dire haitiani che potrebbero essere paragonati al nostro “avere qualche rotella fuori posto”. Ecco noi ad Haiti abbiamo perso qualche capitolo, in particolare per quanto riguarda la stesura del nostro romanzo, ed eccomi qui a recuperarne uno.

In cosa consiste la nostra esperienza? Ho pensato di riassumere tutto così. 
Partiamo con la semplicità e la spontaneità: Haiti è vita senza eccessi, è divertirsi ballando ed essere entusiasti nel dedicarsi alle attività semplici e facili, è musica che spacca i timpani.
Haiti è assenza di fretta: spesso ci siamo scontrate con orari non rispettati e “tempi morti”, compensati da tanta improvvisazione e spirito di adattamento. 


Haiti è contrasto estremo tra ricchi e poveri, tra natura spettacolare e discariche a cielo aperto, tra cannella e piccante. E poi acqua nei sacchetti, riso ad oltranza, mamba, bevande zuccheratissime, birra Prestige... e ragni velenosi che ti aspettano nelle scarpe!

Ed è anche forza fisica e mentale, è non farsi abbattere dalle sventure del passato e trovare il modo di superare le difficoltà.

Haiti è rischiare la vita tutti i giorni viaggiando in macchina, sulle moto, sul canter e con i mezzi pubblici su strade dissestate e sterrate che, dopo la piogga, diventano piscine di fango e ogni volta che ci passi con il fuoristrada incroci le dita e speri che la macchina non si ribalti. Una specie di “calcio saponato”, come lo ha definito Chiara, un'operatrice di Caritas che risiede a Port-de-Paix. E se la strada si interrompe e finisce nel fiume? Nessun problema, i pick-up non hanno paura dei fiumi, lo si attraversa senza esitare. 


Il canter, invece, equivale a lividi, dita schiacciate e schegge nel sedere: il tutto compensato dalla possibilità a 360° di osservare bellezze uniche del paesaggio Haitiano.

E poi quella barca che ci ha portato su Tortuga, isola da spiagge bianche e deserte e un mare che all'orizzonte si fonde con il cielo, isola dove hanno girato un pezzo dei “Pirati dei Caraibi”. Ecco quella maledetta barca ci ha fatto sudare 7 camicie al ritorno dall'isola, anche se questa sudata è stata lavata via dalle onde altissime che superavano il bordo della barca e che ci hanno bagnato per due ore: due ore di preoccupazione, risate e crisi da “adesso ci ribaltiamo”, ma un bellissimo ricordo poi.

Poi c'è il pullman, come quel scuolabus dei Simpson, l'unica volta che abbiamo preso un mezzo pubblico... ho perso il conto di quante volte ci siamo dovuti fermare per il guasto, ma quando si è rotto il radiatore ci siamo fermati per 4 ore di notte, senza copertura telefonica per chiamare un aiutino, senza saperlo aggiustare da soli, sotto le luminosissime stelle da incanto. Forse, però, sono state le 4 ore più belle del viaggio: il resto del tragitto posso descriverlo con polvere, caldo, scricchiolii che davano l'idea che le parti del pullman si stessero tutte svitando, il tetto traballante sopra il quale, così a occhio, erano legate un centinaio di borse/scatole/valigie, oltre a una capra, un gatto e dei viaggiatori abusivi; da lassù a volte arrivava la pioggia di pipì e una sostanza che faceva pensare a un animale che non ha digerito qualcosa, e qualcuno ci è finito sotto questa pioggia 😄 Ma quanto è stato bello questo viaggio!

Insomma Haiti è tanta ma tanta adrenalina.

Haiti è scuola di vita, è aprire la mente di fronte all' “inconcepibile”. Ma è anche imparare ad autocontrollarsi e non lasciarsi sopraffare dai sbalzi d'umore, cosa che può succedere ma che con la pazienza e l'aiuto degli amici diventa solo un altro ricordo.


Infine Haiti è amore, amore verso l'altro, verso il mondo, verso la scoperta di culture nuove; è amore a distanza ma anche amore fresco fresco, appena sbocciato.

E dopo tutte le avventure (e le sventure) che ci sono capitate posso dire che sì, siamo decisamente tornate a casa con qualche capitolo in meno!

Dana

sabato 2 settembre 2017

Georgia: L'incontro con un gruppetto un pò così

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L’incontro con l’altro può essere semplice, difficile, faticoso, soddisfacente, prezioso e a volte perfino fastidioso. Per me l’incontro con l’altro in Georgia è stato un po' di tutto questo e l’ho vissuto in particolare con un gruppetto di ragazzi. Questi erano un po' spavaldi, si sentivano padroni di se e credevano di poter fare ciò che volevano. In effetti durante il campo è stato proprio così…hanno raramente partecipato alle attività e difficilmente si riusciva ad interagirci in modo costruttivo.

Nonostante tutto ciò, un modo per stare con loro alla fine si è trovato, il calcio. Intense lunghe estenuanti partite di calcio sotto un sole cocente e immersi in una umidità olimpionica (difficile). La mattina non avrebbero giocato 10 minuti sotto al sole ma il pomeriggio a calcio, nessun problema! Il calcio è sempre il calcio!

Fin dai primi giorni in cui li abbiamo conosciuti la comunicazione con alcuni di loro è stata difficile, non tanto per la lingua, quanto perché l’uso della parola era spesso accompagnato dal contatto fisico a volte un po' forte (fastidioso). Anche in questo caso però un modo di comunicare con loro alla fine si è trovato, semplici gesti come un “batti un cinque” o un “okay” e qualche sorriso sono stati sufficienti per mostrargli che esistono anche altri modi di relazionarsi.

Siamo quindi riusciti a far fronte tanto alla spavalderia quanto al voler fare ciò che volevano, ridimensionando un po' il loro modo di stare con noi (soddisfacente). Per quanto riguarda il sentirsi padroni di se non c’è stato un modo di stare, bensì di non-stare. Quando a fine campo era giunto il momento di salutarsi, quel gruppetto che fin dall’inizio era sembrato essere il più indifferente verso il volontario, è rimasto fino agli ultimi saluti, qualcuno trattenendo qualche lacrima, qualcun altro protraendosi in lunghissimi abbracci. Chi se lo aspettava?

Da quel momento ho iniziato a pensare che l’incontro con l’altro lascia, più o meno consapevolmente, sempre qualcosa di se e porta a casa qualcosa dell’altro, come uno scambio (prezioso). Nel mio caso porterò con me qualcosa che già in parte avevo ma che è sempre difficile tenere a mente, la consapevolezza che dell’altro non so nulla. Alcuni dei ragazzi hanno situazioni familiari e di vita che ben possono spiegare certi loro comportamenti. Mentre il momento del saluto mi fa pensare che anche alcuni di loro porteranno a casa qualcosa, magari qualcosa che non hanno mai avuto.
Madloba bavshvebi!

Nella foto Dato, uno dei ragazzi...un pò così

venerdì 1 settembre 2017

Haiti, strade di auto scarburate e mare forza 9

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Haiti è un viaggio in Canter sulle strade di roccia di Mare Rouge. Ti scuote fino all'inverosimile, ti fa sobbalzare, urlare e rotolare. Perdere l'equilibrio è all'ordine del giorno. Il trucco è assecondare la strada e stare stretto stretto ai tuoi compagni di viaggio, magari cantando come se non ci fosse un domani un pezzo di Black Boy. 


Haiti è un viaggio in barca nel mare forza 9 (più o meno) della Tortuga. Certe bellezze più uniche che rare, sono custodite dietro mari burrascosi. Non sempre è stato facile entrare in relazione con gli Haitiani, ma una volta sintonizzati la scoperta è stata ancora più piacevole. Qualcuno diceva che i duri hanno due cuori. 


Haiti è un viaggio in bus di notte da Jan Rabèl a Port au Prince. Tanta umanità tutta insieme, vicina vicina. Poco spazio per muoversi e un caldo atroce. Adrenalina e stupore. Però in questo viaggio abbiamo imparato ad affidare la testa al vicino di posto per poter riposare un po', abbiamo imparato ad accogliere la testa del vicino di posto per farlo riposare un po'. A divertirci come matte (o quasi) per aver fatto una doccia di pipì venuta dal cielo, o meglio dal tetto; ancora abbiamo il dubbio su chi fosse il proprietario: gatto, capra o uomo? Abbiamo imparato dai ragazzi di Kay Chal a non lamentarci, ma a cantare. A goderci un'alba stupenda nel bel mezzo del nulla con il bus in panne da 2 ore. A non avere fretta, perché come insegna Padre Elder, in quei luoghi dove il sole splende tutto l'anno la natura offre tutto, non c'è bisogno di orologio  di troppa organizzazione.


Haiti è un viaggio in mototaxi alle 7.30 di mattino per Lavatyè. Una boccata di aria fresca e un bagno di entusiasmo con i bambini che appena ci vedono ingaggiano gare di corsa a piedi nudi vs la moto. Cento bambini che arrivano da non si sa dove, tra le palme e i banani, e che non vedono l'ora di ballare tutti insieme e di tirare due calci ad un pallone. La felicità dell'incontrarsi, semplicemente dello stare insieme. 



Haiti è un viaggio a piedi nudi. L'anima viaggia a piedi, ha i suoi tempi arriva con calma dopo un po' di tappe, ma poi non riesce a tornare indietro. Rimane agganciata agli sguardi, agli abbracci, ai sorrisi e alle mani. 

giovedì 31 agosto 2017

Tempo di Bolivia

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L'orologio del Parlamento a
La Paz gira al contrario
Tempo. Questo argomento è stato una costante del nostro viaggio. Abbiamo cominciato a rifletterci quando per percorrere 300 km ci abbiamo impiegato 8 ore; quando i 15 minuti per cambiare una gomma sono diventati 2 ore; quando arrivi al servizio e i bambini non si presentano.

Padre Sergio è un italiano che vive in Bolivia da 11 anni ed ha provato a farci capire quanto sia diversa la percezione del tempo in questo paese. Chiacchierare con lui ha dato senso ed ordine alle nostre perplessità; ci ha raccontato che quando visiti dei boliviani sai quando entri nella loro casa, ma non quando ne esci; che le loro preghiere non stanno nella conservazione del silenzio, ma nel consumarsi di una candela o nei kilometri di un pellegrinaggio verso un santuario. Insomma, qui il tempo si abita, è l’ "Esserci” e lo “Stare” fisicamente; è un dono, un modo di mostrare rispetto ad una persona.


Benedizioni durante la festa di Urcupiña
 Il concetto di “perdita di tempo”, che per noi europei è un’ossessione quotidiana, qui non esiste, perché nulla è programmato e si accoglie ciò che arriva; il tempo viene percepito in maniera circolare, non in verticale. Questa diversità ci ha aiutato ad abbattere un muro tipicamente umano, il giudizio. E’ un errore pensare che un’idea sia giusta e una sbagliata, ma bisognerebbe cogliere la differenza come un’occasione per rimettersi in gioco. Con questo nuovo punto di vista possiamo affermare che l’esperienza del cantiere è “tempo qualità” perché è speso al servizio degli altri.

Bolivia: Incontrarsi in un altro continente

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E’ una settimana che sono in Italia, sette giorni di immagini che scorrono davanti ai miei occhi, di abbracci con i miei amici, con i miei cari genitori… appena ti incontri la frase fatidica :
Allora Boliviana, raccontaci il tuo viaggio”
Dopo questa frase ogni volta appare un sorriso sulla mia bocca, gli occhi viaggiano, forse il mio sguardo si fa lontano e assente, o forse è semplicemente “pieno”.
SI’ E’ PIENO, perché certe cose non si possono raccontare fino in fondo, certe emozioni che ti fanno vibrare l’anima non possono riassumersi in una risposta ad una domanda.
A Cochabamba tutto era diverso: colori, odori, mezzi di trasporto...gli incontri iniziavano proprio sui “trufi”, mi piaceva osservare le persone attorno a me, catturare i loro spostamenti, le loro piccole abitudini che scaldano il cuore.
Ricordo un ritorno verso casa, dopo una giornata di servizio impegnativa, dove le domande nella mia testa erano sempre troppe, e lì davanti a me un papà con in braccio la sua bambina, tantissime coccole per quel genitore con sua figlia, baci ed abbracci che mi avevano scaldata e fatto sentire un pochino meno triste ed impotente.
Impotenza … sì, a volte, quando ti ritrovi con 30 bambine che vivono in un hogar, spesso abbandonate dai loro genitori, con storie difficili alle loro spalle, magari a soli 3 anni, con ferite profonde, che certe volte non permettono di mettere in moto quella solidarietà e aiuto, che ti aspetti di trovare da bambine accomunate da un destino simile. Mi sono sentita disarmata e impotente; in quei momenti mi hanno aiutata i piccoli gesti.. aiutarle a lavare i panni, stenderli e dopo la fatica ,“rubare” un mandarino e assaporarlo al sole, in un angolino, lontane da tutto. Io sola con quelle bambine, ascoltarle e sorridere mentre accarezzavo i loro capelli era un gesto bello, che ridava tranquillità e serenità.
Nella mia valigia non mi porto le coloratissime stoffe Boliviane, lì dentro ho chiuso voci, occhi, storie di vita che Natalia, Jasmina, Andres, la Duena de la cocina e i venditori della cancha in quel momento hanno deciso di condividere con me. Lì dentro ho chiuso storie di preti e suore missionarie, che dedicano la loro vita a persone in difficoltà, gente, a volte, incapace di dire GRAZIE, custodisco la fatica di una terra contraddittoria, che però ha la magia di entrarti dentro, di creare appartenenza anche in poche settimane di servizio.
In Bolivia ho toccato con mano il significato di questa frase:

Un sorriso è spesso l’essenziale.
Si è pagati da un sorriso.
Si è ricompensati da un sorriso.
Si è animati da un sorriso”


GRAZIE BOLIVIA!

venerdì 18 agosto 2017

Cristiana, Socialista, Solidaria: Incontri per capire il Nicaragua

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CRISTIANA, SOCIALISTA, SOLIDARIA


Cristiana, socialista, solidaria;
cristiana, socialista, solidaria;
cristiana, socialista, solidaria.



Sono queste le parole che, viaggiando per Managua e per il Nicaragua, si leggono sui muri delle case, dalle vie piu remote a quelle piu trafficate, dai piccoli aereoporti e porti navali ai grandi luoghi di aggregazione e di passaggio. Frasi che compaiono su uno sfondo rosa e blu elettrico affiancate da uno foto trionfante del presidente Ortega , rieletto per la terza volta, e di sua moglie Rosario Murillo, anche detta “Chayo”.

rosso e nero, rosso e nero;
rosso e nero, rosa e blu eletrico;
rosa e blu elettrico, rosa e blu elettrico.

Questi i colori che dominano il Nicargua. Rosso e nero per la bandiera del FSLN  (Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale), partito fondato negli anni ’60 da Fonseca e da Ortega stesso. Invece, sono il rosa e blu elettrico i colori scelti dalla Chayo per la campagna elettorale del 2016. Tinte che riempiono gli spazi vuoti lasciati sui muri pubblici, gli autobus, le lamiere di Nueva Vida[1], i parchetti pubblici, i parco-giochi, gli alberi della vita[2] in Managua.

Frasi e colori che invadono tutto il Nicarauga, colori che risaltano, colpiscono e si memorizzano. Colori che si votano.

Nel dicembre del 2016 il presidente Ortega é stato confermato alla guida del paese per il terzo mandato consecutivo, nominando sua moglie come vice–presidente. Vinse le elezioni con delle manovre pre–elettorali connesse, dapprima, con la riforma nel 2014 dell’articolo 147 della costituzione nicaraguense che, eliminando il comma a e il comma b, ha permesso la rielezione indefinita del presidente della repubblica e, poi, con l'attivita della Corte Suprema che nel luglio del 2016 ha commissariato il principale partito di opposizione (PLC[3]) imponendogli un leader non riconosciuto dai suoi dirigenti ed espellendo dal parlamento i deputati che non hanno accettato questa decisione.

Per capire meglio la situazione odierna , iniziamo piú o meno dal principio.

Nel 1926 il Nicaragua era militarmente occupato dalle forze armate statutinensi ed Augusto Cesar  Sandino, un campesino[4],  si oppose a questa situazione creando un esercito popolare di tremila uomini armati con cui inizió una guerriglia che per piú di 6 anni tenne testa alla milizia statutinense. Nel 1933 si giunse alla pace, le truppe statunitensi lasciarono il territorio e l’esercito popolare fu disarmato. Nel mentre venne crearsi un apparato interno allo stato, chiamato Guardia Nacional, finanziato dal governo statunitense, il cui compito principale fu quello di salvaguardare la difesa nazionale.  Questo gruppo di nicaraguensi, che, durante la opposizione di Sandino, combatté con forza l’esercito popolare, continuó a compiere atrocitá anche successivamente alla pace. Questa situazione continuó fino al 1934 quando Anastasio Somoza, leader della Guardia Nacional, assisinó Sandino durante un incontro con l’allora presidente Sacasa ed instauró un regime dittatoriale che duró per piú di venti anni.

Di Sandino rimase l’esempio e i valori promossi durante l’opposizione. Quei valori sociali della sovranitá polare, di una educazione accessibile a tutti[5] e del sacrificio che crearono un eco destinato a rimbombare in Nicaragua e in tutta l’America Latina per venti anni e piú .

“La soberanía de un pueblo no se discute, sino que se defiende con las armas en la mano. La resistencia armada traerá los beneficios a que usted alude, exactamente como toda intromisión extranjera en nuestros asuntos trae la pérdida de la paz y provoca la ira del pueblo.”
(Augsto C. Sandino)



Essi divennero  anche poesia:

Sandino

Fue cuando en tierra nuestra
se enterraron
las cruces, se gastaron
inválidas, profesionales.
Llegó el dólar de dientes agresivos
a morder territorio,
en la garganta pastoril de América.
Agarró Panamá con fauces duras,
hundió en la tierra fresca sus colmillos,
chapoteó en barro, whisky, sangre,
y juró un Presidente con levita:
«Sea con nosotros el soborno
de cada día.»
Luego, llegó el acero,
y el canal dividió las residencias,
aquí los amos, allí la servidumbre.
Corrieron hacia Nicaragua.
Bajaron, vestidos de blanco,
tirando dólares y tiros.
Pero allí surgió un capitán
que dijo: «No, aquí no pones
tus concesiones, tu botella.»
Le prometieron un retrato
de Presidente, con guantes,
banda terciada y zapatitos
de charol recién adquiridos.
Sandino se quitó las botas,
se hundió en los trémulos pantanos,
se terció la banda mojada
de la libertad en la selva,
y, tiro a tiro, respondió
a los «civilizadores.»
La furia norteamericana
fue indecible: documentados
embajadores convencieron
al mundo que su amor era
Nicaragua, que alguna vez
el orden debía llegar
a sus entrañas soñolientas.
Sandino colgó a los intrusos.
Los héroes de Wall Street
fueron comidos por la ciénaga,
un relámpago los mataba,
más de un machete los seguía,
una soga los despertaba
como una serpiente en la noche,
y colgando de un árbol eran
acarreados lentamente
por coleópteros azules
enredaderas devorantes.
Sandino estaba en el silencio,
en la Plaza del Pueblo, en todas
partes estaba Sandino,
matando norteamericanos,
ajusticiando invasores.
Y cuando vino la aviación,
la ofensiva de los ejércitos
acorazados, la incisión
de aplastadores poderíos,
Sandino, con sus guerrilleros,
como un espectro de la selva,
era un árbol que se enroscaba
o una tortuga que dormía
o un río que se deslizaba.
Pero árbol, tortuga, corriente
fueron la muerte vengadora,
fueron sistemas de la selva,
mortales síntomas de araña.
(En 1948
un guerrillero
de Grecia, columna de Esparta,
fue la urna de luz atacada
por los mercenarios del dólar.
Desde los montes echó fuego
sobre los pulpos de Chicago,
y como Sandino, el valiente
de Nicaragua, fue llamado
«bandolero de las montañas.»)
Pero cuando fuego, sangre
y dólar no destruyeron
la torre altiva de Sandino,
los guerreros de Wall Street
hicieron la paz, invitaron
a celebrarla al guerrillero,
y un traidor recién alquilado
le disparó su carabina.
Se llama Somoza. Hasta hoy
está reinando en Nicaragua:
los treinta dólares crecieron
y aumentaron en su barriga.
Ésta es la historia de Sandino,
capitán de Nicaragua,
encarnación desgarradora
de nuestra arena traicionada,
dividida y acometida,
martirizada y saqueada
(Pablo Neruda)

Somoza venne assasinato nel 1956 ma il poetere passó di padre in figlio continuando l’oppressione del regime nei confronti degli oppositori politici e controllando l’economia del paese.

Nel 1960 Carlo Fonseca Amador, che morí nel 1976 a seguito di una imboscata, fonda il FSLN che rimanendo nella clandestinitá inizió ad organizzare azioni di guerriglia armata contro il potere somozista. Nel corso degli anni la violenta opposizione al governo venne appoggiata dapprima da Cuba[6] ed in seguito dall’Unione Sovietica. Nel 1979 l’offensiva contro il governo terminó con la formazione di un nuovo assetto istituzionale provvisorio con a capo Ortega, l’odierno presidente della Repubblica. Tutte le terre di proprietá della famiglia Somoza, pari al 40% dell’economia nazionale, vennero nazionalizzate. I sostenitori del governo Somozista, i “contras”, si rifugiarono al confine con l’Honduras dove, grazie all’appoggio militare ed economico degli Stati Uniti, organizzarono numerosi attentati. Il conflitto raggiunse proporzioni cosí ampie che terminó solo grazie all’intervento degli altri stati del centro America che avviarono delle trattive diplomatiche per risolvere lo scontro. Nel 1984 si decretatono le prime elezioni che videro vincitore il FSLN con  un conseguente embargo da parte del governo di Reagan.

I valori sociali di questo nuovo governo emergono dalla costituzione pubblicata nel 1987. I Valori cristiani, gli ideali socialisti e le pratiche di solidarietá si fusero con la cultura nicaraguense.

Bene comune; societá inclusiva; difesa della proprietá pubblica, privata, associativa, cooperativa, comunale e familiare; pluralismo politico; libera espressione e manifestazione; nessuna pena disumana e degradante.

Questi sono solo alcuni dei principi che emergono dalla costituzione, frutto di anni di oppressione e di rivoluzione.

Nonostante questo, il popolo nicaraguense deluso dal primo governo del FSLN apoggió dal 1990 al 2006 governi centristi e di destra allontananosi da Ortega e dalla loro storia rivoluzionaria.

Nel 2006 Ortega riuscí ad essere eletto. Lo stesso risultato si ebbe anche nel 2011 e nel 2016 successivamente alle manovre elettorali spiegate precedentemente.

I valori proposti da Sandino, incarnati da Fonseca nel FSLN, a Ciudad Sandino non si trovano piú. Non si trovano piú a Managua. Non si trovano piú in tutto il Nicaragua.

 Lo stato sociale individuato nella costituzione, con tutti i suoi i principi e i suoi valori, é deformato dalla ultima modifica dalla costituzione, dal ruolo strumentale della corte costituzionale e dalle leggi votate da parlamentari che compiono solo i propri interessi personali, cosí come viene descritto dalla maggioranza dei cittadini. La lotta alla fame, all’educazione gratuita ed accessibile per tutti, alla salute, al machismo ed alla sovranitá popolare sono solo una facciata elettorale incantevole. Nei fatti la politica di Ortega sembra essere andata completamente in altra direzione.

Nei confronti del machismo la Ley 779 sembra fare un passo indietro, ritornando alla depenalizzazione della violenza sessuale e alla esaltazione della famiglia tradizionale patriarcale dove il dovere della donna é solo quello di prendersi cura dei suoi figli e di suoi marito. 

Nei giorni della nostra permanenza in Nicaragua l’opinione pubblica continua a discutere sempre piú violentemente di una concessione gratuita di diritti ad una compagnia cinese per la costruzione di canale interoceanico. Patto firmato nel 2013 tra Ortega e Wang Jing, presidente del gruppo HKND, che consiste nella concessione cinquantennale dei diritti per la costruzione e per la gestione di questo grande canale e di tutti i progetti ad esso collegati. Questo progetto, oltre a tagliare a metá il Nicaragua, avrebbe certamente un impatto ambientale molto forte sui territori coinvolti (per intenderci, una delle mete turistiche piú famose, l’isola di Ometepe, perderebbe tutto il suo fascino e la sua bellezza in quanto la costruzione del canale conivolgerebbe anche una parte dell’isola e del lago Nicaragua) . Inoltre, la concessione dei diritti al gruppo di Hong Kong lascerebbe carta bianca all’espropriazione di quei territori che, non solo, sono direttamenti coinvolti dalla costruzione, ma anche, di quei territori che sono interessati da progetti inerenti alla costruzione del canale stesso, come strade, ferrovie, porti. Un potere immenso lasciato nelle mani di un gruppo privato che compirá, secondo gli esponeneti del movimento campesinos[7], i propri interessi economici, calpestando i diritti del popolo Nicaraguense interessato dalla costruzione del canale. Una perdita di sovranitá nazionale evidente, una sovranitá conquista da Sandino e dai Sandinisti a scapito della propria vita.

Un processo di perdita di sovranitá giá iniziato da parecchi anni. Il fenomeno delle zone franche, aziende a cui vengono concessi i diritti sulla gestione e sulla costruzione di intere fasi della produzione a prezzi bassissimi in cambio di lavoro per i cittadini di questi territori, é ormai diffuso in tutta l’america latina. In queste zone il diritto del lavoro viene deformato, plasmato, modellato per le esigenze economiche dell’azienda in cambio di salari bassissimi che non corrispondono con l’orario di lavoro realmente compiuto.

Una salute pubblica gratuita per tutti che, in fin dei conti, non é piú gratuita. Un intero sistema ibrido. Ospedali totalmente privati,  ospedali pubblici e privati, farmacie completamente private. Un sistema che costringe la popolazione a pagare prezzi folli per il loro stile di vita per esami e farmaci che sulla carta dovrebbero essere gratuite ma che in pratica, per i continui tagli, non lo sono.

Ortega si sta trasformando in Somoza nascondendosi dietro i valori individuati da Sandino. Il FSLN che sta progressivemnte diventando il suo opposto. Una rivoluzione che si trasforma nel suo opposto. Una involuzione evidente, involuzione dovuta alla sottomissione dei valori sociali per conseguire gli interessi economici.

Peró Sandino e i suoi valori vivono ancora.  




Sandino vive negli occhi gonfi di rabbia di Juan, un ragazzo di trent’anni conosciuto grazie alle nostre coordinatrici, che per primo mi ha parlato della storia del Nicaragua. Mi ha descritto la rivoluzione, mi ha indicato i valori della rivoluzione, mi ha mostrato le atrocitá di Somoza e mi ha mostrato le diseguaglianze causate da Ortega.

Sandino vive nella lotta dei campesinos per la salvaguardia dei loro diritti, nella loro crociata per la sensibilizzazione dei diritti, nei loro valori sociali e nella loro autonomia.

Sandino vive, ma quando risorgerá?




 Filippo V.
















[1] Nueva Vida: quartiere di Ciudad Sandino, costruito dopo l’avvento dell’uragano Mitch nel 1998, dove svolgiamo la nostra esperienza di volontariato.
[2] Alberi della vita: strutture di ferro che rappresentano alberi presenti nelle vie principali di Managua

[3] PLC: Partido Liberal Costitutionalista
[4] Campesinos: termine usato per indicare gli abitanti delle zone rurali del Nicaragua.
[5] Sandino viene considerato il precursore dell’educazione poplare. Nelle montagne della Segovia, dove venne a costituirsi uno dei princiali accampamenti della resistenza Sandinista, promosse un dipartimento docente con il compito di insegnare a leggere e a scrivere ai componenti del suo esercito. Nel 1980 il FSLN diede impulso alla “Cruzada de alfabetización” che insegnó a 406.056 persone a leggere e a scrivere.
[6] Cuba: Sui muri, in alcune chiese e sulle bandiere di Nueva Vida, di Managua e delle principali cittá del Nicarauga, compaiono molto spesso murales che rappresentano l’immagine di Sandino e di Fonseca a fianco a Ernesto “Che” Guevara.
[7] Movimento Campesinos: movimento di “contadini” che abitano le zone rurali interessati dalla costruzione del canale. Dal 2013 ad oggi organizzano marce di protesta  contro il governo per difendere i propri diritti di proprietá su quelle terre da espropriare. Nella stragrande maggioranza dei casi le manifestazioni finiscono con violente repressioni da parte di polizia ed esercito.

giovedì 10 agosto 2017

Milano: L'INCONTRO CON L'ALTRO (capitolo 4)

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Incontri, sensazioni, esperienze, volti e storie dal "Cantiere Meneghino"





« Un nome, un volto, una grande fragilità. M. è seduto a un tavolo e ha davanti a lui un atlante. Mi avvicino. Mi dice di non amare la geografia, preferisce la fisica. Ha quasi 50 anni, ma vorrebbe studiarla, la fisica. Mi dice che il suo sogno è andare in un luogo ben preciso sulla cartina di quell'atlante e me lo indica col dito: New York. M. è timido e solo. Vorrebbe solo essere ascoltato. Si sente diverso dagli altri, eppure non vuole perdere la speranza.
Stare.
Ascoltare.

Questi sono i verbi che hanno scandito in gran parte queste giornate di cantiere della solidarietà a Milano.
"Stare", perché nessuno ha chiesto a me e ai miei compagni di viaggio di "fare" qualcosa di particolare, ma ci è stato chiesto semplicemente di entrare in punta di piedi nella vita di queste persone.
"Ascoltare", o meglio "auscultare", termine tecnico del linguaggio medico che indica un ascolto profondo e intimo. Perché in questi giorni ho sperimentato davvero cosa significa un ascolto alla pari, senza pregiudizi e pretese.
"Sperare". Perché M. mi ha aiutato a capire l'importanza del continuare a sognare e a sperare, nonostante le grandi difficoltà che talvolta oscurano il cammino. »

«Di questa esperienza porto nel cuore una simbologia presente al Refettorio Ambrosiano, spiegataci da Carlo, uno dei volontari presenti sin dalla sua apertuta nel 2015. la grossa canna fumaria della cucina che ricorda, nella forma, una tenda e la presenza di una pagnotta all'ingresso rimandano all'episodio della Genesi (Gn 18, 1-8) in cui Abramo, seduto all'ingresso della sua tenda, si rivolge così al Signore presentatosi come tre uomini forestieri: "Signore, non passare oltre senza fermarti. si vada a prendere un po' d'acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l'albero. Andrò a prendere il pane e ristoratevi, dopo potrete proseguire, perchè è en per questo che voi siete passati dal vostro servo."
Ecco il nostro servizio in questo Cantiere, ecoo cosa voglio portare a casa: uno spirito accogliente, di un'accoglienza che non si limita a farsi carico del bisogno materiale della persona in difficoltà, ma che ci chiede di metterci completamente in gioco, di creare relazioni positive, di farsi prossimo della persona che abbiamo davanti in tutta la sua intensità.
Abramo infatti, dopo aver fatto preparare acqua focacce e un vitello, rimane con i tre uomini e da loro apprende che di lì a un anno avrà un figlio dalla moglie Sarah.
Testimone di un'accoglienza, che fa nascere una vita nuova.
Nel caso del nostro Cantiere, una vita che (ri)nasce. »

« Un famoso detto dice: "chi trova un amico trova un tesoro!" e che dire... Credo sia proprio così!
Questa stupenda esperienza mi ha ricordato come, nonostante le diferenze di ognuno di noi, portatore di un tesoro di inestimabile valore, ciò che conta nella vita non sono tanto i beni materiali quanto piuttosto le relazioni e i rapporti che si vengono a creare durante il viaggio.
in una società in cui si tende a nascondere il nostro vero volto dietro delle mascere, appiattendo la nostra vera identità per uniformarci alla massa, è invece bello distinguersi muovendosi controcorrente.
la diversità sta solo negli ochhi di chi la guarda! dobbiamo imparare ad essere solidali verso il prossimo, a comprenderlo, ad ascoltarlo e ad amarlo perchè dietro alle sue difficltà e al suo malessere si nasconde in reltà quel tesoro tanto prezioso che solo aprendo realmente gli occhi possiamo imparare a vedere.
E... Alla fine del viaggio ritroviamo anche un po' più di noi stessi o una piccola parte di noi che con il tempo avevamo perso... »

« Nove giorni sono pochi per riuscire a capire una realtà nuova ma sono sufficienti per farsi un'idea di ciò che ci circonda e a cui spesso non facciamo caso o diamo poco peso.
All'inizio non è stato semplice. Eravamo degli sconosciuti che dovevano inserirsi in un gruppo già formato, con loro abitudini, regole e ruoli.
Da parte mia c'era una sorta di "stare sull'attenti", cioè quel fare attenzione ad ogni cosa, a come mi comportavo nei confronti delle persone che avevo di fronte, alle parole che utilizzavo, alle domande che facevo. Non che questa attenzione sia sbagliata, anzi, però mancava di quella spontaneità necessaria per costruire rapporti più naturali e veri.
Con il passare dei giorni alcune di queste "resistenze" sono andate scomparendo perché mi sono trovata nelle condizioni di conoscere meglio degli ospiti della piazzetta e del rifugio, come alcuni volontari del refettorio e ciò è stato possibile attraverso l'ascolto.
In queste relazioni è importante essere se stessi, cercando di non avere pregiudizi, ma, nel caso questi ultimi comparissero ugualmente, trovare ciò che di positivo portano le persone che ti trovi di fronte, le loro capacità, i loro punti di forza.
Questo cantiere mi ha permesso  di capire ancora di più l'importanza dell'ascoltare. Quando qualcuno si racconta non è necessario dargli delle risposte o dei suggerimenti, ciò di cui in quel momento ha bisogno è soltanto di sfogarsi, renderti partecipe di alcuni eventi della sua vita, sentirsi compreso e sostenuto. Non sempre una persona si apre subito, in alcuni casi è necessario aspettare del tempo, rendersi disponibili, far capire di essere davvero interessati a lei.
Il sentirsi ascoltati è qualcosa di davvero importante per tutte le persone, più o meno fortunate che siano, e dall'altra parte permette di capire situazioni e comportamenti che prima potevano risultarci incomprensibili o senza senso. »

« 'Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo' (Mt 13,44).
Questo il brano di Vangelo che mi è venuto alla mente quando mi è stato chiesto di scrivere due righe a conclusione della settimana di cantiere milanese. Un tesoro ho trovato. Anzi molti. I miei compagni d'avventura: 6 ragazzi tutti più giovani di me, in gambissima, simpaticissimi (più volte ho detto che se ridire allunga la vita, dopo questa esperienza campero' fino a cent'anni), buoni e generosi da scaldare e allargare anche i cuori più freddi e rattrappiti.
Tesoti sono stati anche i diversi volontari incontrati alla Piazzetta, al Refettorio ambrosiano e al Rifugio: una ricarica di amicia, ospitalità, energia e segni di speranza. E tesori sono stati anche i senza dimora conosciuti in questi giorni. Loro in particolare, gratuitamente mi hanno regalato tempo, storie, verità, dolori, ferite, fragilità, ma anche amicizia, sogni, speranze, ...
E il risultato: un cuore gonfio di gioia. La gioia è infatti il primo tesoro che il Tesoro regala, è il movente che fa camminare, correre, volare. Rientrado a casa desidero comunicare a chiunque incontrero' questa grande gioia! A chi mi chiederà: "Perché l'ho fatto?", rispondero': "per essere felice!". »
I Cantieristi Milano 2017



martedì 8 agosto 2017

Khachapuri, khincali, bavshvebo...ma è solo questa la Georgia?

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Quando Giuseppe ci ha proposto di accompagnarlo a portare il pasto caldo in 18 abitazioni di Kutaisi, abbiamo accolto l'idea con entusiasmo. Il pensiero di toccare con mano una nuova realtà ha acceso da subito la nostra curiosità.




Abbiamo così caricato la jeep con pasti caldi e pane. Pronti a partire!

Quando abbiamo varcato la soglia della prima abitazione, ci siamo sentite colpite da un'ondata di sensazioni ed emozioni contrastanti: c'era la voglia di rendersi utili, ma anche il timore di entrare in quelle case; il piacere di chiacchierare con le famiglie e, allo stesso tempo, la fatica di stare in stanze così "pesanti".
Forse può sembrare forte ciò che stiamo dicendo, ma l'impatto è stato con una realtà che ci eravamo immaginata molto diversa.
Case senza bagni, buie, odori molto forti, sporcizia, cavi del gas intrecciati a cavi della corrente, scale pericolanti ed ascensori fatiscenti... Sono solo piccoli dettagli che però non bastano a descrivere quella che è la condizione di vita di una grande parte della popolazione di Kutaisi, città di circa 200.000 abitanti.




Ma ciò che ci è rimasto di questo servizio non è solo la precarietà delle condiziooni di vita in cui le famiglie vivono, ma qualcosa di più profondo. La semplicità con cui ci hanno accolto, il sorriso sui loro volto e quei "kargad tsandebodet" ("grazie per essere passati proprio da me") con cui ci hanno salutato.

L'umiltà di farsi aiutare di certo non gli manca e si tengono ben stretta la loro dignità, che nemmeno la povertà riesce a portargli via.

Graziee!!




Marta&Vale



giovedì 3 agosto 2017

Milano: Lascia un'impronta! (capitolo 2)

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Siamo Sconfinati in un mondo nuovo.
In punta di piedi, per accogliere e lasciarci accogliere.

Ciascuno ha il diritto, la capacità e la possibilità di lasciare un'impronta che possa colorare il muro della propria storia.

Qui ci stiamo provando, giorno dopo giorno assieme a chi incontriamo, anche solo per il tempo di una chiacchiera o di disegnare un'impronta su di una parete.



i Cantieristi Milano 2017

lunedì 28 novembre 2016

Marocco: i frutti dei fichi

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Carissimi tutti,

circa tre mesi fa i carissimi Bu.Ca. (buoni cantieristi) lasciavano definitivamente il suolo marocchino, dopo alcune settimane itineranti estremamente intense. Da Bu.Co. (buon coordinatore), è stato davvero un piacere leggere i tanti post scritti, le tante riflessioni portate avanti, gli sforzi di comprendere davvero l’esperienza vissuta; di “portare a casa” questa “solidarietà geometrica” di cui si parlava tempo fa. Ho aspettato giustamente un trimestre prima di scrivere questo post, spinto dalla convinzione che alcune riflessioni sono ancora più preziose se consegnate “a freddo”, e mosso dalla certezza che se una cosa veramente “ci sta a cuore”, la si riporta al cuore (re-cordis) nel tempo, la si lascia fruttificare in se stessi.
Per questo, mi piacerebbe condividere anche con voi quelle tre riflessioni consegnate ai ragazzi durante l’eucarestia finale, poche ore prima di decollare. Tre spunti su tre temi che ci hanno accompagnato nel nostro itinere. Affinché ci possano guidare nella nostra vita qui, nella nostra quotidianità.

Prima settimana:  migrazioni sconfinanti

Di migranti, di storie strazianti, di muri, di reti, di leggi, di documenti mancanti, di ferite ne abbiamo sentite abbastanza. Eppure Inma, che naviga in questa disperazione ogni giorno, ci ha consegnato così, quasi di sfuggita, ma con un sorriso amaro, queste parole:

“altri soldi per costruire un altro muro, sì, dietro questo … sì … ma chi vuoi fermare? La Storia non si ferma certo davanti a un terzo muro …”.

Questa è la prima riflessione che mi piace portare a casa. Questa certezza di Inma, che tanto mi ha ricordato la canzone di De Gregori. Una canzone che ci chiama a gran voce:

La storia siamo noi, siamo noi queste onde nel mare.
La storia non si ferma davvero davanti a un portone.
La storia dà i brividi, perché nessuno la può fermare.
La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso.

Seconda settimana: alterità inconfessate

Il secondo fil rouge del nostro CdS è stato il concetto di alterità, la diversità che abbiamo incontrato in Marocco, da nord a sud, dalla cosmopolita Tangeri, alla tranquilla Rabat, alla sperduta Midelt, fino alle tradizionali città di Fez e Meknès. E ancora, l’alterità berbera di Tatiouine, l’alterità migrante, l’alterità religiosa cristiana in un contesto musulmano, la nostra alterità di italiani in un paese ospite. La frase della settimana era “Je est un autre” (parafrasando, “Il mio essere è l’altro”), un po’ più ambiziosa del “je suis Charlie” o “je suis Paris” di turno. Eppure quanto ci ha riempito questa alterità? La frase che mi piacerebbe consegnarvi è di Mohammed (ovviamente!), il receptionist dell’ostello di Rabat, che, assaporando un Tajine, ha detto: “Nella differenza sta la Misericordia”. Ecco, che sia questa sua frase il nostro sestante nel mare dell’Alterità.

Terza settimana : dialogo interreligioso

Il terzo grande argomento che ha impregnato il nostro viaggio marocchino è stato il dialogo interreligioso e, nello specifico, le relazioni tra una “Chiesa di frontiera e totalmente in uscita” e il suo anfitrione, il mondo musulmano. Siamo passati per alcuni luoghi chiave di questo dialogo continuo, abbiamo ascoltato e letto testimoni preziosi e uno di loro, Frère Christian de Chergé, monaco di Tibhirine, ci ha consegnato una frase da conservare per bene: ci parlava di un una scala doppia, di quelle che poggiano a terra su due punti, con la parte alta che tocca il cielo, formando dunque una specie di triangolo. Il credente cristiano sale da un lato, quello musulmano dall’altro, ognuno con il suo metodo, la sua Via. Al salire sempre più vicini a Dio, ci si ritrova, inevitabilmente, più vicini all’altro. E viceversa. Su quella scala doppia noi cantieristi marocchini, guarda te il caso, ci siamo saliti pochi giorni dopo aver letto quel testo mistico. Già! Perché, con buona pace della 626, l’imbianchino di Meknès aveva soltanto delle scale così, e per pitturare il soffitto, non ci resta che salire in coppia su queste scale e tenersi in equilibrio a vicenda, con i nostri rulli che sbatacchiavano  un po’ contro muro, un po’ nel vuoto. E che brividi quando dall’altra parte della scala l’altro si muoveva senza avvisare. Questa è la frase-immagine che porterei a casa: una scala sulla quale siamo chiamati a salire, corresponsabili, interreligiosamente, dell’altro.    

Tre frasi, tre immagini, tre semi (di fico di Volubilis?) da coltivare in noi, da ripiantare qui, nella nostra quotidianità e per cui ringraziare. Perché, come ci ha detto Frère Joel : « Tout est Grâce ».


R


domenica 11 settembre 2016

MAROCCO: Da qualche parte del mondo siamo tutti lo straniero di qualcuno

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Sono passate tre settimane e soltanto ora sono riuscita a riaprire il mio diario di viaggio, fedele compagno della vita nomade vissuta quest’estate in Marocco.
Rileggendo quelle pagine ho notato la presenza di una parola che ritorna più volte, la parola “CASA”.
Parola così comune e così personale al tempo stesso: se dico “casa” ogni uomo può capirmi, ma ognuno penserà ad una cosa diversa.
Di questo ce ne siamo resi conto grazie alle parole delle molte persone incontrate durante il nostro cantiere itinerante e vorrei qui raccontarne qualcuna.

C’era la casa delle Piccole sorelle di Gesù, scelta ed abitata nella caotica Medina di Fez, fianco a fianco con i marocchini più poveri della bellissima città imperiale, dove le sorelle fanno i lavori più umili, gli stessi dei loro vicini di casa e con loro condividono la precarietà del lavoro; dove sono piccola e allo stesso tempo possente voce in grado di dire senza parole che la dignità è dell’uomo a prescindere dalla sua condizione.

C’era la casa delle famiglie marocchine costruita col fango e la paglia dentro una delle Casbah di Midelt, dove nessuno si apparta nel proprio appartamento e nessuno vive isolato dagli altri, dove i vicinati sono famiglie e ci si conosce tutti. Strano per dei cittadini come noi, abituati a case dotate della più moderna tecnologia, il cui principale scopo è quello di tenere le persone fuori grazie ad allarmi e recinzioni.


C’era la casa dei berberi di Tatiouine, villaggio di nomadi stanziatisi sull’altopiano dell’Atlante da soli dieci anni, senza acqua e senza luce, dove il tè alla menta è sempre pronto per chi passa di lì e dove un mucchio di bambini moccolosi al mattino giocavano con noi e alla sera, zappa in mano, lavoravano la terra per far fiorire un deserto che abbiamo conosciuto come verde.


C’era la casa di Barbara, Barbara e Marie, suore francescane adottate dai berberi di Tatiouine, che, prima sotto una tenda e solo da dieci anni sotto un tetto vero, dedicano la loro vita ad amare il Signore, amando immensamente il popolo che abita questo villaggio, di cui ora sono parte essenziale.


C’era la casa della Piccole sorelle di Gesù di Ceuta, posta su una terra che tutti vogliono toccare, per la quale tanti viaggiano mesi e anni, terra contesa e difesa da uomini armati e da filo spianto fatto di lame, piccola europa figlia della grande e del suo cieco egoismo.


C’era la “casa” che Caritas Maroc ha costruito a Rabat, Centro di Accoglienza Migranti, che lavora affinché uomini, donne e bambini subsahariani abbiano, dopo chissà quanto tempo, tutto quello che in ogni casa non dovrebbe mancare mai: cibo, sicurezza, salute, riposo.

C’era la casa dei benedettini di Midelt, monastero che la gente del posto chiama “Casbah Miriem” perché dedicata a Notre Dame de l’Atlas, dove i monaci scandiscono la vita alzando preghiere al Padre di tutti, cristiani e musulmani.

C’era la casa dei migranti di Fez, piccola e sporca tenda fatta di plastica, cartone e desolazione, posta nei pressi della stazione, dove tanti giovani africani sono “lasciati stare senza il permesso di esistere”, colpevoli solo di volere di più dalla vita in cui non hanno deciso di nascere. 
Ho fatto fatica a chiamarla “casa”, ma c’è stato un bellissimo tappeto rosso, dove qualche giovane uomo inginocchiato rivolgeva, orientato verso la Mecca, il suo pensiero al Padre di tutti, che mi fa dire oggi che anche quel buco dimenticato del mondo è sotto lo sguardo di Qualcuno in grado di rendere casa ogni luogo.



In terra maghrebina, lontano dalla mia casa, ho visto molte case e, mai come altrove, mi sono sentita nomade e straniera ed ho intravisto la bellezza del non sentirsi sempre a casa propria, sempre sicuri di sé e padroni del momento.
Mi piace così pensare che non sono l’abitudine o la comodità che fanno di un luogo una casa, ma sono le persone che la abitano, ben più importanti dei mattoni, dei cessi che funzionano o dell’acqua potabile: sono le persone e la possibilità di essere se stessi.

Ciò che non vorrei mai dimenticare è che, ovunque sia la nostra casa e qualunque sia la nostra personale idea di questa, è possibile sentirsi stranieri e allo stesso tempo a casa, perché da qualche parte nel mondo siamo tutti lo straniero di qualcuno e noi stessi possiamo essere casa anche per quel qualcuno.

Caterina