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lunedì 28 novembre 2016

Marocco: i frutti dei fichi

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Carissimi tutti,

circa tre mesi fa i carissimi Bu.Ca. (buoni cantieristi) lasciavano definitivamente il suolo marocchino, dopo alcune settimane itineranti estremamente intense. Da Bu.Co. (buon coordinatore), è stato davvero un piacere leggere i tanti post scritti, le tante riflessioni portate avanti, gli sforzi di comprendere davvero l’esperienza vissuta; di “portare a casa” questa “solidarietà geometrica” di cui si parlava tempo fa. Ho aspettato giustamente un trimestre prima di scrivere questo post, spinto dalla convinzione che alcune riflessioni sono ancora più preziose se consegnate “a freddo”, e mosso dalla certezza che se una cosa veramente “ci sta a cuore”, la si riporta al cuore (re-cordis) nel tempo, la si lascia fruttificare in se stessi.
Per questo, mi piacerebbe condividere anche con voi quelle tre riflessioni consegnate ai ragazzi durante l’eucarestia finale, poche ore prima di decollare. Tre spunti su tre temi che ci hanno accompagnato nel nostro itinere. Affinché ci possano guidare nella nostra vita qui, nella nostra quotidianità.

Prima settimana:  migrazioni sconfinanti

Di migranti, di storie strazianti, di muri, di reti, di leggi, di documenti mancanti, di ferite ne abbiamo sentite abbastanza. Eppure Inma, che naviga in questa disperazione ogni giorno, ci ha consegnato così, quasi di sfuggita, ma con un sorriso amaro, queste parole:

“altri soldi per costruire un altro muro, sì, dietro questo … sì … ma chi vuoi fermare? La Storia non si ferma certo davanti a un terzo muro …”.

Questa è la prima riflessione che mi piace portare a casa. Questa certezza di Inma, che tanto mi ha ricordato la canzone di De Gregori. Una canzone che ci chiama a gran voce:

La storia siamo noi, siamo noi queste onde nel mare.
La storia non si ferma davvero davanti a un portone.
La storia dà i brividi, perché nessuno la può fermare.
La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso.

Seconda settimana: alterità inconfessate

Il secondo fil rouge del nostro CdS è stato il concetto di alterità, la diversità che abbiamo incontrato in Marocco, da nord a sud, dalla cosmopolita Tangeri, alla tranquilla Rabat, alla sperduta Midelt, fino alle tradizionali città di Fez e Meknès. E ancora, l’alterità berbera di Tatiouine, l’alterità migrante, l’alterità religiosa cristiana in un contesto musulmano, la nostra alterità di italiani in un paese ospite. La frase della settimana era “Je est un autre” (parafrasando, “Il mio essere è l’altro”), un po’ più ambiziosa del “je suis Charlie” o “je suis Paris” di turno. Eppure quanto ci ha riempito questa alterità? La frase che mi piacerebbe consegnarvi è di Mohammed (ovviamente!), il receptionist dell’ostello di Rabat, che, assaporando un Tajine, ha detto: “Nella differenza sta la Misericordia”. Ecco, che sia questa sua frase il nostro sestante nel mare dell’Alterità.

Terza settimana : dialogo interreligioso

Il terzo grande argomento che ha impregnato il nostro viaggio marocchino è stato il dialogo interreligioso e, nello specifico, le relazioni tra una “Chiesa di frontiera e totalmente in uscita” e il suo anfitrione, il mondo musulmano. Siamo passati per alcuni luoghi chiave di questo dialogo continuo, abbiamo ascoltato e letto testimoni preziosi e uno di loro, Frère Christian de Chergé, monaco di Tibhirine, ci ha consegnato una frase da conservare per bene: ci parlava di un una scala doppia, di quelle che poggiano a terra su due punti, con la parte alta che tocca il cielo, formando dunque una specie di triangolo. Il credente cristiano sale da un lato, quello musulmano dall’altro, ognuno con il suo metodo, la sua Via. Al salire sempre più vicini a Dio, ci si ritrova, inevitabilmente, più vicini all’altro. E viceversa. Su quella scala doppia noi cantieristi marocchini, guarda te il caso, ci siamo saliti pochi giorni dopo aver letto quel testo mistico. Già! Perché, con buona pace della 626, l’imbianchino di Meknès aveva soltanto delle scale così, e per pitturare il soffitto, non ci resta che salire in coppia su queste scale e tenersi in equilibrio a vicenda, con i nostri rulli che sbatacchiavano  un po’ contro muro, un po’ nel vuoto. E che brividi quando dall’altra parte della scala l’altro si muoveva senza avvisare. Questa è la frase-immagine che porterei a casa: una scala sulla quale siamo chiamati a salire, corresponsabili, interreligiosamente, dell’altro.    

Tre frasi, tre immagini, tre semi (di fico di Volubilis?) da coltivare in noi, da ripiantare qui, nella nostra quotidianità e per cui ringraziare. Perché, come ci ha detto Frère Joel : « Tout est Grâce ».


R


domenica 11 settembre 2016

MAROCCO: Da qualche parte del mondo siamo tutti lo straniero di qualcuno

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Sono passate tre settimane e soltanto ora sono riuscita a riaprire il mio diario di viaggio, fedele compagno della vita nomade vissuta quest’estate in Marocco.
Rileggendo quelle pagine ho notato la presenza di una parola che ritorna più volte, la parola “CASA”.
Parola così comune e così personale al tempo stesso: se dico “casa” ogni uomo può capirmi, ma ognuno penserà ad una cosa diversa.
Di questo ce ne siamo resi conto grazie alle parole delle molte persone incontrate durante il nostro cantiere itinerante e vorrei qui raccontarne qualcuna.

C’era la casa delle Piccole sorelle di Gesù, scelta ed abitata nella caotica Medina di Fez, fianco a fianco con i marocchini più poveri della bellissima città imperiale, dove le sorelle fanno i lavori più umili, gli stessi dei loro vicini di casa e con loro condividono la precarietà del lavoro; dove sono piccola e allo stesso tempo possente voce in grado di dire senza parole che la dignità è dell’uomo a prescindere dalla sua condizione.

C’era la casa delle famiglie marocchine costruita col fango e la paglia dentro una delle Casbah di Midelt, dove nessuno si apparta nel proprio appartamento e nessuno vive isolato dagli altri, dove i vicinati sono famiglie e ci si conosce tutti. Strano per dei cittadini come noi, abituati a case dotate della più moderna tecnologia, il cui principale scopo è quello di tenere le persone fuori grazie ad allarmi e recinzioni.


C’era la casa dei berberi di Tatiouine, villaggio di nomadi stanziatisi sull’altopiano dell’Atlante da soli dieci anni, senza acqua e senza luce, dove il tè alla menta è sempre pronto per chi passa di lì e dove un mucchio di bambini moccolosi al mattino giocavano con noi e alla sera, zappa in mano, lavoravano la terra per far fiorire un deserto che abbiamo conosciuto come verde.


C’era la casa di Barbara, Barbara e Marie, suore francescane adottate dai berberi di Tatiouine, che, prima sotto una tenda e solo da dieci anni sotto un tetto vero, dedicano la loro vita ad amare il Signore, amando immensamente il popolo che abita questo villaggio, di cui ora sono parte essenziale.


C’era la casa della Piccole sorelle di Gesù di Ceuta, posta su una terra che tutti vogliono toccare, per la quale tanti viaggiano mesi e anni, terra contesa e difesa da uomini armati e da filo spianto fatto di lame, piccola europa figlia della grande e del suo cieco egoismo.


C’era la “casa” che Caritas Maroc ha costruito a Rabat, Centro di Accoglienza Migranti, che lavora affinché uomini, donne e bambini subsahariani abbiano, dopo chissà quanto tempo, tutto quello che in ogni casa non dovrebbe mancare mai: cibo, sicurezza, salute, riposo.

C’era la casa dei benedettini di Midelt, monastero che la gente del posto chiama “Casbah Miriem” perché dedicata a Notre Dame de l’Atlas, dove i monaci scandiscono la vita alzando preghiere al Padre di tutti, cristiani e musulmani.

C’era la casa dei migranti di Fez, piccola e sporca tenda fatta di plastica, cartone e desolazione, posta nei pressi della stazione, dove tanti giovani africani sono “lasciati stare senza il permesso di esistere”, colpevoli solo di volere di più dalla vita in cui non hanno deciso di nascere. 
Ho fatto fatica a chiamarla “casa”, ma c’è stato un bellissimo tappeto rosso, dove qualche giovane uomo inginocchiato rivolgeva, orientato verso la Mecca, il suo pensiero al Padre di tutti, che mi fa dire oggi che anche quel buco dimenticato del mondo è sotto lo sguardo di Qualcuno in grado di rendere casa ogni luogo.



In terra maghrebina, lontano dalla mia casa, ho visto molte case e, mai come altrove, mi sono sentita nomade e straniera ed ho intravisto la bellezza del non sentirsi sempre a casa propria, sempre sicuri di sé e padroni del momento.
Mi piace così pensare che non sono l’abitudine o la comodità che fanno di un luogo una casa, ma sono le persone che la abitano, ben più importanti dei mattoni, dei cessi che funzionano o dell’acqua potabile: sono le persone e la possibilità di essere se stessi.

Ciò che non vorrei mai dimenticare è che, ovunque sia la nostra casa e qualunque sia la nostra personale idea di questa, è possibile sentirsi stranieri e allo stesso tempo a casa, perché da qualche parte nel mondo siamo tutti lo straniero di qualcuno e noi stessi possiamo essere casa anche per quel qualcuno.

Caterina

sabato 10 settembre 2016

MAROCCO: Gli agguati del tempo

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“Ci sono periodi in cui il tempo è una tartaruga sulla sabbia. Altri in cui è un ghepardo nella savana, sempre pronto a divorarti la vita”. (Mio fratello rincorre i dinosauri, Giacomo Mazzariol,
The Simple Interview https://www.youtube.com/watch?v=0v8twxPsszY)



Il tempo prima e durante i cantieri scorre in un modo tutto suo: prima perché non vedi l’ora di partire, conti i giorni, le ore, i minuti ma la data della partenza sembra non arrivare mai; per poi trovarti gli ultimi giorni a compare zaino, scarpe e altre cose che mancano prettamente materiali, perché, invece, con la testa, il cuore, i piedi sei già sulla soglia di casa metà dentro e metà fuori per correre in aeroporto e iniziare questa nuova grande avventura.  

  
Durante, invece, il tempo scorre sempre troppo veloce, come
l’acqua tra le mani; ti ambienti perché cominci a capire come funzionano le cose e già sei lì che devi tornare a casa. Ogni giorno si vive al pieno, si vive al meglio riempiendo ogni parte di te di voci, sguardi, attività, di testimonianze che raccontano una vita intera…
però sembra non bastare mai.











Il problema del passare del tempo è che arriva la fatidica data del ritorno, e questo fa nascere un’altra serie di domande, altri tormentoni che ti canti da solo nella testa: il mio in questi giorni è “vivere in una bolla”.



Ecco la definizione di quello che sto passando da quando sono tornata.
È una bolla che mi circonda completamente, trasparente abbastanza per non inciampare nei miei stessi piedi, spessa per non far né uscire né entrare sensazioni, emozioni che potrebbero intaccarmi. 
Vivo in una bolla perché tornata dal Marocco mi sono dovuta catapultare nuovamente nella vita di tutti i giorni: università, amici, famiglia, treno, libri e la lista potrebbe andare avanti. 
Il mio metodo però non funziona molto bene, ha una falla: ogni tanto si apre un piccolo spiraglio nella mia bolla e i colori, i volti, i paesaggi, le sensazioni e anche qui la lista va avanti (più lunga e composta da punti più belli di quella di prima) entrano nel mio piccolo spazio e così vanno a sostituirla avvolgendomi completamente, quasi da farmi estraniare dalla realtà.
Prima o poi scoppierà del tutto la mia bolla. E la domanda che mi faccio é: sono pronta?  


                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Stefania

venerdì 2 settembre 2016

Marocco: SCONFINARE DENTRO E FUORI DI SE' _ Parole di un diario di bordo

2 commenti:




SCONFINARE per TROVARE                                                                                  4.08.2016
SCONFINARE per SCOPRIRSI
SCONFINARE verso GLI ALTRI
SCONFINARE senza LINEE
Un viaggio attraverso le affascinanti terre del Marocco, il cuore aperto per ricevere il mondo e lasciarsi sconvolgere.
Così il 31.07.2016 si parte destinazione Tanger



I miei compagni di viaggio; persone che mi piace definire colorate, sorriso sulle labbra e quel luccichio negli occhi di chi ha sogni da inseguire.
Non sarà un caso ma come loro anche la nostra prima “casa” dove dormiremo per tre notti ha un aspetto colorato.

E’ nella storica Tangeri con le sue sfaccettature a metà tra antico e nuovo che iniziamo a immergerci nella cultura araba senza lasciarci intimorire da ciò che può sembrarci diverso.
Inizia qui la nostra settimana MIGRANTE; inizia tra le vie della medina, le bancarelle del souq, i colorati djellaba, il profumo di spezie e thè alla menta, il sapore di cous-cous e tajin e le parole di alcune prime testimonianze.



E’ così che Inma, responsabile del TAM (accoglienza migranti Tangeri), ci introduce la realtà di coloro che partono e arrivano a Tangeri, Ceuta o Melilla pronti a rischiare il tutto per sconfinare, determinati a varcare le soglie dell’Europa.


Non sarà di certo una linea, un filo spinato che divide un confine e che può ferirti la pelle e non solo, ma neppure la violenza delle guardie, l’indifferenza di molti o l’ingiustizia di chi redige diritti senza poi rispettarli a fermare la determinazione di uomini e donne pronte a partire verso una vita migliore,
Questi centri li accolgono, sono persone prima che migranti e si investe con loro su loro stessi, si accompagnano nel cammino per dar loro un futuro migliore e tutto ciò in un clima di integrazione.

LINEE…
 Ed è nel viaggio verso Ceuta che inizio a sentire forte e scorgere le prime linee;
·        Una lunga linea è la strada tortuosa che ci porta verso il confine

·        E’ una linea gli 8 km di filo spinato che circonda quella terra di mezzo e terra di nessuno, forse Africa, forse Europa.

·        E’ una linea, la striscia di mare, quella dello stretto di Gibilterra che tanti migranti provano a percorrere per arrivare in Europa; acqua madre a cui troppe volte ritornano i suoi figli.

·        E’ una linea, un filo sottile di contraddizioni; un’Europa che pende come un funambolo tra l’essere colpevole, finanziando la costruzione di nuovi muri e contemporaneamente nuovi centri d’accoglienza per migranti; ironico no?

·        E’ una linea il confine di Ceuta, apparente pace, questo è quello che scorgiamo dall’alto, seduti su un muretto di uno squallido parcheggio, pur sapendo che i boschi che ci attorniano sono pieni di persone che vivono così, tra le linee di rami e radici di alberi pronti a pensare alla prossima fuga, alla prossima marcia di quel paio di giorni senza cibo, riposo e acqua per l’ennesimo tentativo di oltrepassare quel filo: “UNA FORZA NELLA VITA E UNA FEDE TANTO GRANDE LI ACCOMPAGNA

 
                                                           
·        Ma le linee più difficili da tagliare, le più aguzze da superare sono quelle che stanno dentro di noi, linee di indifferenza, ostacoli che limitano noi stessi.

Ma c’è chi queste linee le abbatte tutte, come le piccole sorelle di Gesù che con il loro impegno di carità, vivendo con le minoranze sono arrivate nel cuore di Ceuta a difendere in silenzio coloro che soffrono di più: “QUANDO TOCCHI CON MANO UNA REALTA’ ECCO CHE ALLORA NON PUOI PIU’ SFUGGIRNE”, ecco che allora varcare quella linea dell’indifferenza diventa ancora più scomodo, ma c’è chi come loro non si lascia paralizzare da ciò che non conosce.



“CIAO” = IO TI RICONOSCO COME PERSONA
Ecco come accolgono uomini e donne – “Quando si sfiora e si entra nel mondo dell’altro non si sa mai dove porterà.”
Accogliere l’altro, e sono proprio persone come Gloria, Luigina, Monica (responsabile del CAM a Rabat); donne che hanno fatto dell’aiuto verso l’altro la propria missione di vita: “PER AMARE ANCHE QUELLO CHE NON POSSIAMO ACCETTARE, PER AMARE QUELLO CHE NON E’ AMABILE, ANCHE QUELLO CHE PARE RIFIUTARSI ALL’AMORE, POICHE’ DIETRO OGNI VOLTO, SOTTO OGNI CUORE C’E’ UNA GRANDE SETE D’AMORE, LA SOLA CERTEZZA CHE NON TEME CONFRONTI, LA SOLA CHE BASTA PER IMPEGNARCI PERDUTAMENTE”
Vite diverse donate per gli altri!

8.08.2016

Ed è lungo il viaggio verso Midelt, attraverso i tornanti e i paesaggi bruciati dal sole che tiro le fila su cosa è stato essere migrante, perché migrante lo sono anch’ io in questa terra straniera:
·        Migrare è essermi sentita spaesata inizialmente, una lingua, un insieme di suoni sconosciuti: come fare a comunicare? Come fare a farmi capire?

·        Migrare per me è essere osservata e osservare; curiosità! Forse a volte un po’ di diffidenza.

·        Migrare per me è superare le mie linee, i miei limiti, scoprirsi un po’ di più

·        Migrare per me è non riuscire a trovare parole di fronte a tanta confusione e ingiustizia e rimanere senza parole di fronte alla meraviglia e Bellezza di altri; antitesi DISARMANTE!

·        Migrare è ricevere una carezza sulla spalla da una mano da un colore diverso dal mio; è ricevere un benvenuto da occhi sorridenti

·        Migrare è condivisione con i miei compagni di viaggio

·        Migrare è sconfinare per ritrovarsi, quando i conflitti dentro e fuori di te sono insostenibili per rimanere fermo

·        Migrare è un sogno, un piccolo passo verso ciò che inseguo

·        Migrare è un diritto; “LIBERTA’ DI MIGRARE, DIRITTO DI RESTARE, COME ANDATA, COME RITORNO, COME ANDATA SENZA RITORNO, COME ANDATA CON RITORNO


[...]

Un cantiere particolare questo è stato, un cantiere itinerante, un cantiere fatto di molte parole e pensieri, un cantiere fra la gente.
Un cantiere che mi ha lasciato una voglia di far di più, di mettere le mani più a fondo, ancora e ancora.
Non ci sono limiti nello sconfinare e le strade sono di fronte a me, sta a me scegliere come percorrerle, sta a me mettermi in viaggio verso la mia meta.
E se anche in viaggio ci sono già, tantissimo ho ancora da viaggiare…



Volevo dedicare queste lunghe parole ai miei compagni di viaggio.
Ad ognuno di voi ho associato un piccolo ingrediente del viaggio che voglio dedicarvi:


Michi – Le Spezie:
 Bella, di una bellezza straniera, unica, come le spezie il cui profumo ricordano paesi lontani.
 Attenta nei confronti dell’altro e del diverso e con la tua tenacia e forza aggiungi quel pizzico indispensabile nel gruppo.



Franci – pallone da calcio:
E’ così che subito ti sei fatta riconoscere, scambiando un paio di palleggi con dei bambini a Tangeri al tramonto, da lì si inizia a scorgere la tua energia devastante, la tua dote nell’entrare nel mondo dell’altro abbattendo ogni muro… a volte le parole non servono.
Diretta; travolge e si lascia travolgere e sconvolgere




Sere – vento:
E’ dopo la compieta della prima sera a Midelt che usciamo all’aperto e siamo abbracciati da un venticello.
Ecco che in quel momento ho associato quel vento ai tuoi pensieri, che avvolgono i tuoi profondi occhi verdi nel momento in cui si perdono nel vuoto, quei pensieri preziosi che hai condiviso con me e con noi e che hanno arricchito ogni nostra riflessione,


Stef- colori del Marocco:
E’ così Stef che ti vedo, una persona colorata, sorridente, che sa scorgere il bello e l’allegro della vita e lo trasmette agli altri.
Dolcezza verso di me e tenerezza con i bimbi, che difatti ti hanno amata fin da subito.

 
  
Cate- incisioni:
Come le numerose incisioni e disegni che abbiamo trovato intagliate nelle mosche o su qualche parete, precise e armoniose, come la precisione che ti caratterizza e che nel complesso crea un’immagine armoniosa, raffinata… Saggezza; come le incisioni che ricordano la mano sapiente del tempo.

Fefa-bazar:
E’ nei bazar, durante le contrattazioni che esce l’anima più chiacchierina e sociale della Fefa. Perché la nostra Fefa è così, sempre sorridente come quei venditori che ti invitano nel proprio negozio, è così che ti interessi dell’altro facendo trapelare la tua gioia nella vita.
Come in un bazar in te si respira l’aria di mondo e di ricchezza; come lo sono le tue risorse, i tuoi interessi e te stessa.


Dade – pane:
Ho pensato inizialmente ad associarti al profumo del burro, ma sicuramente il pane si addice di più, quell’elemento che fa sempre sentire a casa e che per primo viene spezzato e condiviso; ecco che Dade sai accogliere, ci fai sentire a casa e condividi con noi la tua esperienza e te stesso.
PRESENTE… come quel pezzo di pane che non manca mai dal nostro tavolo


Don Luca- parole:
Parole cha abbiamo letto e abbiamo condiviso, ecco che proprio con esse ogni giorno ci accompagni con un pensiero, una riflessione, una battuta, mai banale… Parole vere che vivi nel quotidiano, e questo viverle giorno per giorno le rendono forti e incisive, lasciandoci trapelare quello spiraglio della tua profondità.


Simo- cuoio:
Il colore del cuoio ti caratterizza, come anche la passione che hai per esso. Come con il cuoio ecco che ti piace sporcarti le mani, ti piace non rimanere indifferente ma interessarti del mondo.


Richi- strada:
Ultimo, non per meno importanza, anzi, la nostra guida che ci ha sempre accompagnato lungo le moltissime strade che abbiamo percorso, guida nei nostri momenti di riflessione e condivisione.
… Strada… è dove macini e macini passi, nel mondo, dentro di te, non smettendo di camminare, non saziandoti mai, alla ricerca sempre di qualcosa di nuovo e profondo… trovando sempre spazio per l’altro, per chi è a bordo strada o per chi viaggia con te.


Per finire; tante sono state le volte in cui sono stata in silenzio, strano per me, non è mio solito non far sentire la mia voce; ma in questo viaggio ho ascoltato tanto, ho sentito, senza riuscire troppe volte a trovare quelle parole che volevo dire.
A volte non mi è facile formulare bene i miei pensieri, ma dopo tanti momenti di condivisione e di vivere quotidiano volevo lasciarvi qualcosina in più di me come voi lo avete lasciato in me.

Bea

mercoledì 31 agosto 2016

Marocco: un dono che ti cambia la vita

1 commento:
“Si sopravvive di ciò che si riceve, ma si vive di ciò che si dona”.
Questo è uno dei tanti aforismi che mia mamma ripete in continuazione, ma questa breve frase è diventata anche il filo conduttore del mio cantiere in Marocco.

Sono state tre settimane molto diverse una dall’altra in cui abbiamo assaporato aspetti diversi di quelle che possono essere la vita e la cultura marocchine, abbiamo visto posti, città e paesaggi infinitamente variegati e abbiamo incontrato tantissime persone, ognuna con la sua storia, arrivate in Marocco per ragioni differenti, ma tutte pronte a condividere qualcosa di loro, sia con noi cantieristi attraverso i loro racconti, sia con le persone con cui si ritrovano a vivere e convivere ogni giorno.

Ripenso a suor Inma e a Monica, a capo dei centri di accoglienza migranti rispettivamente di Tangeri e Rabat, a Eduard di Caritas Marocco a don Matteo della parrocchia di Fes e a Jackson, camerunense incontrato a Meknes; attraverso le loro testimonianze ci hanno avvicinato un po’ a quella che è la realtà dei migranti in Marocco e ci hanno emozionato e affascinato raccontandoci di come ogni giorno si danno da fare puntando tutto su quello che è il valore della persona che si trovano davanti, elevando la sua dignità in quanto uomo prima che migrante.



Mi tornano in mente, poi, le figure di frate Joel, di frate Natale e delle piccole sorelle di Gesù di Ceuta e Fes; rivivono in me i loro racconti su una Chiesa minoritaria, che si fa piccola piccola e si intrufola senza prepotenza in un paese per il 99% islamico in cui il re stesso è il capo della religione. È, questa, una chiesa umile, che vive con gli ultimi e con le minoranze ma che allo stesso tempo è sempre aperta a un dialogo e uno scambio con l’altro e che si mette al servizio di chi ne ha più bisogno. Ascolto e rispetto reciproci, sono queste le basi per un dialogo tra religioni e culture diverse.



Rivivo, infine, con gioia, la settimana passata a Tatiuin, villaggio berbero sperduto nel nulla in cui ho potuto sperimentare la grandezza dell’animo umano. Ho ben vividi nella memoria i sorrisi e gli occhioni luccicanti dei bambini di Tatiuin felici solo per il fatto che noi fossimo lì per loro e con loro. Risento ancora i suoni dei tamburi instancabili ai cui battiti abbiamo ballato e cantato insieme alla sindachessa, ai ragazzi del villaggio e al gruppo di spagnoli chi ci siamo ritrovati su. Sorrido ancora a ripensare a Fatima Zahra, alla sua dolcezza e al suo impegno e dedizione verso i ragazzi e, in fondo, ricordo con della tenerezza anche Khadija, generalessa dalla scorza dura che, però, si dà un gran daffare insieme a Fatima Zahra e Hasnae. Come dimenticare, poi, suor Barbara, sempre pronta a stabilire l’ordine e il rigore ma anche sempre pronta a dispensare consigli e aiuti – non sempre graditi. Ripenso alla povertà che ho visto ma alla infinita generosità e gratuità di chi, pur non avendo molto ti dona con cuore quel poco che ha.


Infine non posso non nominare i miei compagni di avventura, anche loro attaccati a quel mio filo che parte dal 31 luglio in aeroporto e che ancora non è terminato. Anche loro, come tutte le persone che abbiamo incontrato, hanno donato qualcosa di sé, il loro tempo per cominciare, la loro voglia di fare, di rischiare, il loro mettersi in gioco e in discussione, la loro gioia e, perché no, la loro pazzia. I loro dubbi, le loro domande, le loro critiche e disapprovazioni . Hanno donato e ricevuto e donato di nuovo. Perché è così che funziona quando ti spendi per qualcuno, inevitabilmente qualcosa ti ritorna indietro ed è così che la tua vita può arricchirsi di sfumature nuove a cui magari non avevi neanche pensato. Quindi grazie Bea, Stef, Fefa, Franci, Dade, Cate, Simo, Sere, don Luca e Richi.


Michela

giovedì 25 agosto 2016

Marocco: Vicini e lontani. Diversi, ma insieme.

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Passare la frontiera sembra banale: compili un foglietto con quattro dati, un timbretto e sei dentro. <Mo scrivo prete e mi fermano!> dice Don Luca. Come ogni altro passeggero consegna il foglio, il passaporto, BUM! Timbro, <Welcome to Morocco!>. Ci siamo: Cristiani in un Paese mussulmano, ospiti di una Chiesa a sua volta ospite qui.
Di dialogo interreligioso se ne sente parlare un sacco di questi tempi: un passo dei cristiani verso il mondo arabo che si avvicina sempre di più all'Europa fino a farne parte con il continuo gettito di migranti. Un passo obbligato er favorire quell'integrazione necessaria a un quieto vivere per tutte le comunità... ma qui? Se davvero l'1% dei cristiani presenti in Marocco (praticamente tutti stranieri, dall'Africa Subsahariana o Europei o ancora Americani) facesse questo passo, a cosa servirebbe? Quale impronta lascerebbe nella terra sottile che ricopre l'Atlante?

Ma poi scopri che a gennaio di quest'anno, a Marrakech, gran parte del mondo Mussulmano si è ritrovato a parlare di minoranze religiose nei Paesi Islamici, coinvolgendo anche esponenti delle Chiese Cristiane e che l'incontro è stato promosso anche da Fratelli Mussulmani, uno fra i movimenti più radicali come lettura del Corano.
Da quell'incontro ne è uscita una forte condanna a tutti i fondamentalismi e la scelta, che sembra ovvia, ma non è assolutamente banale, di ripensare l'educazione religiosa dei bambini ed eliminare da essa ogni elemento che possa ricondurre all'odio e alla violenza nei confronti di chi non professa la stessa religione. Una revisione reale dei programmi e dei testi scolastici dunque, immediatamente rattificata da Muhammad IV, re del Marocco, che il 6 di febbraio, a una settimana dalla chiusura del grande incontro, ha chiesto al Ministero della Cultura la revisione dei testi scolastici per tutte le scuole di ogni ordine e grado.
Un esigenza del tempo, di un mondo che è sempre più globo, anche qui in Nord Africa, a Midelt per esempio, piccola nuova provincia del Medio Atlante dove il Muezin canta per convocare i fedeli alla prima preghiera, mentre la campana del Monastero di Notre Dame de l'Atlas richiama i monaci per il mattutino.

Possiamo far passare il dialogo interreligioso come un'esigenza esclusivamente legata al tempo? Forse è qualcosa in più... è quella chiamata continua dell'uomo verso l'altro, quell'alienarsi fino ad arrivare ad essere l'altro, anche se è irraggiungibile, ma ad esso avvicinarsi il più possibile. Non è solo un mettersi nei panni dell'altro (o "To be in his shoes" come dicono gli inglesi, perchè le scarpe di qualcun altro ci stanno sempre un po' scomode), ma è l'accoglere l'altro in tutta la sua differenza e alterità, consci che non saremo mai lo stesso, ma che possiamo avvicinarci. Il modo migliore per farlo qui in Marocco ci è sembrato il condividere la festa, condividere il pranzo di ferragosto (senza salamelle, ma ce ne siam fatti una ragione) e il cous cous del venerdì, benedicendo insieme la tavola, da una parte " Il Dio di Abramo, di Isacco e di Mosè benedica tutto quello che c'è", dall'altra "Hamdulillah", "Sia lode a Dio", che se non sapevate quale recitavamo in Italiano e quale in Arabo non capivate chi le aveva dette!

"Inaugureremo insieme giornate di luce ancora più lunghe e sogneremo ancora e sempre una primavera dell'anima. Solo i pessimisti disperano nella bontà divina." Ahmed Toufiq, Ministro degli Affari Islamici del Marocco, nel porgere gli auguri di Natale a Vincent Landel, Arcivescovo di Rabat.

Così vicini, insieme, ma diversi, altri. Belli!



Davide Manzo


domenica 21 agosto 2016

Marocco: migrare è progredire

3 commenti:
Girovagando nella biblioteca più antica del mondo - o così si dice -, circondata da un'infinità di testi che trattano dei temi più disparati, mi ritrovo a pensare che l'uomo ne ha fatta di strada.
Ha viaggiato, scoperto il mondo, conosciuto luoghi e popoli, religioni e pensieri filosofici, leggi fisiche e matematiche, cose da sempre esistenti ma a lui ancora ignote e, grazie a queste scoperte è riuscito a crearsi una cultura.
L'uomo, insomma, viaggia da sempre ed è proprio questo suo migrare che ha permesso un progresso.
Ora però ci stiamo fermando e invece che aprirci a nuovi scambi stiamo innalzando barriere.

Le migrazioni, oggi, avvengono per numerose motivazioni: crisi politiche, povertà, guerre, carestie, problmi ambientali e climatici, mancanza di risorse, prospettiva di un futuro migliore per sè e per la propria famiglia... ma allora perchè non a tutti è permesso di uscire dal proprio paese per stabilirsi in un altro? Ma soprattutto, perchè a qualcuno è concesso e a qualcun altro no?
Perchè esiste la differenza tra "expatriate" (riferito a un bianco occidentale che va a lavorare all'estero) e "immigrato" (comprendente chiunque non rientra nella prima categoria)?

"La più grande ineguaglainza al mondo oggi può essere rappresentata dal paese di nascita".
In effetti è assurdo che un qualsiasi cittadino di nazionalità italiana possa entrare senza probemi con il solo passaporto in 172 paesi mentre ci sono persone che fanno fatica a uscire dal proprio.

Durante un momento di riflessione con gli altri cantieristi è uscita la domanda "come sarebbe un mondo senza frotiere?" Una visione utopica visto come siamo messi, ma intanto iniziamo a pensare a quello che noi, nel nostro piccolo, possiamo fare. Abbattiamo le frontiere del nostro cuore e sconfiniamo oltre l'indiffernza e l'egoismo.





Michela