Tornare a casa è un miscuglio tumultuoso di emozioni, immagini e pensieri.
Il tempo al campo ci ha donato nuove consapevolezze dettate dall'aver vissuto una situazione estrema e assolutamente fuori dalla nostra logica.
Forse, adesso, il rischio potrebbe essere quello di chiuderci al mondo in cui viviamo perché troppo ingiusto ai nostri occhi. Invece non vogliamo rassegnarci al fatto che nulla possa cambiare o vivere nella disillusione del "per quanto mi possa impegnare le cose non possono migliorare grazie a me". Vogliamo che la rabbia del vedere negata una casa e una vita degna a migliaia di persone imprigionate in campi profughi si trasformi per noi in volontà di testimoniare, raccontare, dire la verità.
Desideriamo che la mancata possibilità di andare in una scuola aperta all'integrazione si trasformi in incoraggiamento ad educare i giovani di oggi alla bellezza dell'incontro, che la tristezza suscitata dalla storia di solitudine di V. diventi un incentivo alla valorizzazione delle relazioni profonde che spesso diamo per scontate.
Vogliamo che il mettersi in viaggio con qualche sacchetto e nulla di più sia esempio per noi a cui sembra di non avere mai abbastanza, che l'attesa perenne in cui vivono i profughi nel campo di Bogovadja sia stimolo a sviluppare l'arte della pazienza quando la frenesia della nostra quotidianità tende a farci volete tutto e subito.
Vogliamo, ancora, che il dolore di chi vede costruire un muro invalicabile davanti al proprio futuro si trasformi per noi in impegno costante e implacabile nella difesa di un mondo che mai vede l'altro come ostacolo e sempre si propone di promuovere accoglienza e solidarietà.
Con forza e cuore vogliamo che la morte di una piccola bimba al campo sia un urlo capace di scuotere in profondità le coscienze di chi con troppa facilità trova nella vulnerabilità dei migranti un trampolino di lancio per accuse, razzismo e individuazione di un capro espiatorio.
La politica è troppo egoista quando pensa di risolvere i problemi di pochi. È insieme all'umanità che si va avanti.
Martina, Milena, Sofia, Matteo
(Serbia 1)
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mercoledì 1 agosto 2018
giovedì 31 agosto 2017
Bolivia: Incontrarsi in un altro continente
E’ una settimana che sono in Italia, sette giorni di immagini che
scorrono davanti ai miei occhi, di abbracci con i miei amici, con i
miei cari genitori… appena ti incontri la frase fatidica :
“
Allora Boliviana, raccontaci il
tuo viaggio”
Dopo questa frase ogni volta appare un sorriso sulla mia bocca, gli
occhi viaggiano, forse il mio sguardo si fa lontano e assente, o
forse è semplicemente “pieno”.
SI’ E’ PIENO, perché certe cose non si possono raccontare fino
in fondo, certe emozioni che ti fanno vibrare l’anima non possono
riassumersi in una risposta ad una domanda.
A Cochabamba tutto era diverso: colori, odori, mezzi di
trasporto...gli incontri iniziavano proprio sui “trufi”, mi
piaceva osservare le persone attorno a me, catturare i loro
spostamenti, le loro piccole abitudini che scaldano il cuore.
Ricordo un ritorno verso casa, dopo una giornata di servizio
impegnativa, dove le domande nella mia testa erano sempre troppe, e
lì davanti a me un papà con in braccio la sua bambina, tantissime
coccole per quel genitore con sua figlia, baci ed abbracci che mi
avevano scaldata e fatto sentire un pochino meno triste ed impotente.
Impotenza … sì, a volte, quando ti ritrovi con 30 bambine che
vivono in un hogar, spesso abbandonate dai loro genitori, con storie
difficili alle loro spalle, magari a soli 3 anni, con ferite
profonde, che certe volte non permettono di mettere in moto quella
solidarietà e aiuto, che ti aspetti di trovare da bambine accomunate
da un destino simile. Mi sono sentita disarmata e impotente; in quei
momenti mi hanno aiutata i piccoli gesti.. aiutarle a lavare i panni,
stenderli e dopo la fatica ,“rubare” un mandarino e assaporarlo
al sole, in un angolino, lontane da tutto. Io sola con quelle
bambine, ascoltarle e sorridere mentre accarezzavo i loro capelli era
un gesto bello, che ridava tranquillità e serenità.
Nella
mia valigia non mi porto le coloratissime stoffe Boliviane, lì
dentro ho chiuso voci, occhi, storie di vita che Natalia, Jasmina,
Andres, la Duena de la cocina e i venditori della cancha in quel
momento hanno deciso di condividere con me. Lì dentro ho chiuso
storie di preti e suore missionarie, che dedicano la loro vita a
persone in difficoltà, gente, a volte, incapace di dire GRAZIE,
custodisco la fatica di una terra contraddittoria, che però ha la
magia di entrarti dentro, di creare appartenenza anche in poche
settimane di servizio.
In Bolivia ho toccato con mano il significato di questa frase:
“
Un sorriso è spesso
l’essenziale.
Si è pagati da un sorriso.
Si è ricompensati da un sorriso.
Si è animati da un sorriso”
GRAZIE BOLIVIA!
martedì 30 agosto 2016
Kenya, Mombasa: Lettera all'Africa
Cara Africa,
sono passati ormai parecchi giorni dal mio ritorno qui in Italia, ma il pensiero corre così tante volte a te, che mi sembra di avere dimenticato lì qualche pezzo di cuore e mente.
Hai presente quando si dice “un incontro che ti ha cambiato la vita”? Ecco, questo è capitato a me nel conoscerti. Non che prima non avessi mai sentito parlare di te: lezioni di geografia a scuola, testimonianze di volontari o di semplici viaggiatori avevano fatto sì che dentro di me si formasse una idea del tuo continente non molto distante dalla realtà che ho visto. Ma come potevo immaginarmi quanto mi avrebbero conquistato quei bambini, che nel vederci ci correvano incontro urlando “wazungu” (“bianchi” per la lingua locale), dandoci quel poco che avevano e sfoderando il loro sorriso migliore? Come potevo pensare alle emozioni provate nel vedere per la prima volta tanta povertà e nel comprendere quello che i miei nonni fin da piccola hanno provato a raccontarmi della loro infanzia? Come potevo immaginare la rabbia che mi ha assalito, quando ho visitato villaggi in cui l’acqua è considerata la ricchezza e il bene maggiore? Chi mi avrebbe potuto spiegare quella gioia che la domenica trasudava da ogni strada sterrata, nell’incedere di ogni uomo, donna, bambino, nel loro abito migliore, verso la propria Chiesa e il proprio Dio?
Nessuno poteva immaginare tutto questo. Perché io di te, Africa, sapevo tante cose, ma non le avevo mai vissute sulla mia pelle. È per questo che sono partita con l’idea di aiutare, di dare, di trasmettere, di insegnare. Ma la vera sorpresa è stata quella di scoprire che ogni giorno erano le persone incontrate che mi aiutavano, insegnavano, trasmettevano.
Come al rientro da ogni esperienza significativa, ho pensato per giorni ad un oggetto che potesse rappresentare e ricordarmi questo viaggio nel tuo continente. Un abito colorato? Un portachiavi di perline? Un bracciale regalato dai bambini? Niente di tutto questo era in grado di restituirmi la complessità e grandezza del nostro incontro. Poi i miei occhi si sono posati su quel paio di scarpe indossate in quei giorni e che prima della partenza avevo deciso di eliminare al ritorno, in quanto ormai troppo usurate. Grazie a loro, avevo sorvolato metà mondo, toccato per la prima volta un nuovo continente, attraversato la melma degli slums, giocato le partite di pallone più divertenti della mia vita, calpestato quella terra rossa così bella ma anche spezzata dal caldo e dalla siccità. Non avevo più dubbi: loro serbavano traccia di tutto questo e non c’era niente di più ricco a cui potevo attaccarmi per far sì che questi ricordi diventassero vita di ogni giorno. Sono le esperienze che viviamo, le terre che tocchiamo, i passi che facciamo verso le persone, verso terre sconosciute, fuori dal nostro io, che ci rendono persone più ricche e meno chiuse nel “bozzolo” che siamo, persone più “umane”.
Per questo ti ringrazio, Africa, per essere stata una terra che mi è rimasta negli occhi e nel cuore. Per avermi insegnato che l’importante è esserci e non “fare”. Per avermi aiutata a togliere il tanto “superfluo”, in cui la mia vita iniziava a galleggiare. Per avermi insegnato che il segreto per un una vita felice è il fare spazio quando gli spazi sono già pieni, è il condividere il poco che abbiamo, è saper vedere il sole dove sembra che le tenebre avvolgano ogni cosa.
Tornerò da te, prima o poi. È una promessa. Nel frattempo, anche se è poco, continuerò a parlare di tutto ciò che mi hai insegnato e a portare nel cuore, custodendolo come qualcosa di prezioso, ogni sorriso, ogni persona, ogni volto incontrato.
Un grazie infinito,
Elena
alle
17:52
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