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giovedì 5 settembre 2019

Nairobi. “Africa è”

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Cos'è Africa? 
Trascorse tre settimane di cantiere a Nairobi possiamo dire che Africa è mille colori, sguardi e sorrisi.
È balli, canti e risate fragorose e spontanee.
È confusione in città, traffico sulle strade e soprattutto caos nella testa.
È stare ore e ore in coda senza lasciarsi mai prendere dallo sconforto.
È cucinare un risotto per 13, tagliare e pelare ogni sera chili di patate o di carote.
È bambini che ti corrono incontro per salutarti o semplicemente darti la mano.
È puzza di plastica che brucia ma anche profumo di un chaparro che cucina chapati.
È lezione di acrobatica che ti fa sudare ma di cui poi rimani soddisfatto.
È calma di Cafasso House e fatica nei campi la mattina.
È infinite partite di calcio e pallavolo sotto il sole cocente del pomeriggio con i nostri ragazzi.
È rimanere svegli a parlare per ore fino a tardi la sera.
È soffrire per farsi fare le tanto desiderate treccine e sciogliersele il giorno dopo.
È Sister Gertrude e Benedict.
È pulire e tagliare il cabbage dell’intero orto di Cafasso parlando di gossip tra ragazze.
È YCTC e chiacchiere con i ragazzi.
È scoperta di un mondo diverso, assurdo ma forse per quello così affascinante. 
È campanella che suona per scandire la giornata.
È ritrovarsi tutti per bere il chai bollente delle 10.30.
È ugali, sukuma wiki e ghitheri ogni giorno aspettando con ansia i chapati del venerdi sera.
È strade con matatu e piki-piki ad ogni angolo.
È compagni di viaggio da scoprire.
È forzata condivisione di ogni goccia d’acqua.
È nutella e mandazi prima di andare a dormire.
È svegliarsi il mercoledì mattina e saltare giù dal letto per controllare se è arrivata finalmente l'acqua.
È farsi prossimo.
È Korogocho, Mathare e Soweto ma anche Kibiko, Napenda kuishi e G9.
È pianto in silenzio ma anche sorriso nel capire che non solo tu provi quel senso di tristezza infinita.
È incomprensione e turbamento.
È condivisione e confronto.
È post-it colorati e parola del giorno. 
È "Dove e quando" come sottofondo fisso a casa e sul matatu privato.
È tazze rosa di Cafasso portate a casa e personalizzate con nastro adesivo.
È "fare serata" all'Africano.
È imprevisti come finire il gas e rimediare prendendo pollo, patatine, samoza, chapati, birra e coca d’asporto.
È "ragazzi dividiamoci tra mercato e tumaini" per fare la spesa.
È risparmiare ogni singolo scellino.
È “Pandana" e "African beauty" a tutte le ore.
È tempo che si dilata e di cui si perde ogni concezione.
È ballare tre ore a Kibiko senza rendersene conto.
È il primo emozionante viaggio in piki-piki e un fantastico matatu da 21.
È storie che ti entrano nel cuore e che lì rimangono.
È silenzio, imbarazzo, difficoltà.
È incontri e ascolto.
È imparare da persone che non hanno nulla, se non un'infinità di cose da insegnarti.
È passare davanti al banchetto di Juliet tornando a casa e fermarsi a chiacchierare.
È stoffe colorate cucite tutte dalla povera Bila.
È diventare abili professionisti nel contrattare al masai market.
È lavatrici eterne che poi, in fondo, non lavano.
È riuscire a lavare a otto mani un esercito di calzini bianchi, ormai diventati arancioni, senza arrendersi.
È terra rossa, terra rossa ovunque.
È safari in bici e fatica nel pedalare sotto il sole cocente dell’una.
È urlare “prendila!” quando vedi una giraffa che corre.
È avere paura che gli ippopotami ti attacchino da una barchetta traballante in mezzo al lago.
È essere un "muzungo" in mezzo alla folla e dimenticare di esserlo.
È scarpe sporche e magliette bianche che non torneranno più come prima.
È braccialetti colorati ed estenuanti lezioni per imparare a farli.
È aiutarsi a lavare i capelli con catino e bottiglia.
È vedere i tuoi compagni addormentarsi in ogni dove e svegliarli di soprassalto.
È tornare e sentire un senso di vuoto.
È semplicemente "home".
Forse (sicuramente) Africa è molto più di questo, ma questa è la nostra Africa.



Asante sana Africa!
 Vittoria e Laura

sabato 25 novembre 2017

Il Kahawa West che non so descrivere

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Primissimo giorno di servizio effettivo a Cafasso House.
Sveglia alle sette e mezza, colazione preparata di Giacomo mentre io, con la solita calma frettolosa che solo chi mi conosce bene e ha vissuto qualche tempo con me può capire, cerco di prepararmi in tempo per l’uscita che ci eravamo prefissati. Nemmeno a dirlo, non ce la faccio. E così usciamo con qualche minuto di ritardo da casa, tutti trafelati, in spalla lo zainetto con acqua, cambio completo (non so ancora se i miei vestiti del mercato riusciranno a resistere al lavoro nei campi), scarpe di ricambio perché gli stivali da lavoro a noi sembrano costare troppo al supermercato qui vicino e ci stiamo rifiutando di comprarli fino a nuovo ordine. Il cellulare in un piccolo marsupio nascosto sotto ai vestiti per non dare tropo nell’occhio e le chiavi di casa al collo, ci avviamo di buon passo verso Kamiti, il quartiere carcerario.
Il cancello più vicino a noi dista da casa solo pochi minuti a piedi, ma poi da li dobbiamo camminare ancora una ventina di minuti all’interno della recinzione per raggiungere Cafasso, la comunità educativa per giovani ex detenuti dove lavoreremo quest’anno.
E’ strano il nostro quartiere: Kahawa West. Mi piacerebbe riuscire a descriverlo, ma come ci ha detto anche Maurizio, il nostro responsabile, è davvero difficile spiegarlo a chi non è mai stato in una periferia di città africana. E’ una via di mezzo tra la città ultra moderna e la baraccopoli. Ok. Ma questo dice tutto e non dice niente. Dice che nelle vie è spesso un brulicare di gente...ma solo dopo le nove di mattina. Prima la gente sembra avere altro da fare qui, e i bambini non girano ancora molto nelle vie. Dice del traffico caotico e sregolato, come Milano, come Roma, come Napoli...ma di più. Molto di più. Dice dello smog che si respira e della polvere che si mescola a questo e del fatto che entrambi ti entrano dentro ad ogni respiro tanto da non desiderare altro che natura incontaminata per un pò. Dice delle voci che si mescolano, delle case che si ammassano e dell’edilizia che tende a riepire i pochi terreni rimasti vuoti lungo le vie. Dice delle strade sterrate, ma non di quelle che una volta erano asfaltate e che ora sono un cumulo di macerie sopra alle quali si snoda indifferente il mercato. Non dice dei ragazzi che ti invitano coon insistenza a salire sull’autobus (una pecie di “buttatdentro” all’italiana...di quelli che da noi ci sono fuori dai ristoranti del centro di Milano. Ecco, uguali. Solo che invece che essere vestiti di tutto punto e cercar di convincerti a mangiare una pizza a colazione o degli spaghetti all’amatriciana e una cotoletta alla milanese a merenda sono vestiti come noi e cercano di convincerti a prendere autobus per raggiungere ogni angolo della città). Non dice nemmeno che il servizio di bus e taxi è privato, non pubblico, ma che è estremamente efficiente. A qualsiasi ora tu voglia prendere un bus è sufficiente che tu ti faccia trovare alla fermata giusta: un matatu ci sarà sicuramente. Orari? Non servono: si parte non appena i posti sono stati riempiti,e poi via a ruota il successivo, già fermo in coda alla stazione di partenza. Non dice di un’app che permette di chiamare taxi in tutta la città di Nairobi a qualsiasi ora del giorno, scegliendo anche la dimensione dell’auto, ed eventualmente valutando e selezionando come preferiti i tuoi conducenti di fiducia. Esiste persino un tasto per la sicurezza da premere in caso di pericolo.
Non dice nulla nemmeno di quella parte del quartiere nascosta dietro al mercato, fatta di vie strettissime e di baracchini che ne costellano i lati: parrucchieri e negozi di vestiti a non finire. A non finire mai. Non dice nulla nemmeno della quantità di persone addette alla sicurezza che piantonano armati ogni ingresso di ogni attività commerciale grande più di due metri per tre: che tu vada al supermercato, alla banca, in un bar, in un qualsiasi posto in cui girino dei soldi, lì ci saranno delle guardie pronte a perquisirti e a garantire la tua sicurezza. Protezione e ansia allo stesso tempo.
Non dice nulla nemmeno della sporcizia che si trova lungo le vie, di tutta quella maledetta plastica che inquina e non si decompone e resta nell’ambiente per anni e anni rovinando paesaggi che altrimenti sarebbero bellissimi.
Non dice nulla soprattutto di quella sensazione di pace e di tranquillità che si prova non appena si varca il cancello del quartiere carcerario di Kamiti. Quella pace che stride così tanto con il significato del suolo che si sta calpestando, ma che inspiegabilemente ha sapore di libertà.
Libertà dal caos cittadino, dalla frenesia di ogni giorno, da quella fretta di fare tutto e subito prima che il tempo scappi.
Ecco, mettere piede a Kamiti significa immediatamente rallentare, respirare a pieni polmoni, sospirare.
Una guardia all’ingresso saluta svogliata ma incuriosita, il traffico sparisce, i rumori della città si fanno lontani, le case si diradano e davanti a te compare un paesaggio naturale insolitamente bucolico, di quelli che propro non ti aspetteresti li. Campi coltivati, piccole colline di terreno attraversate da sentieri in terra battuta che si snodano fitti tra le carceri e le case dei lavoratori, accogliendo guardie, detenuti in divisa che lavorano sotto sorveglianza, bambini che giocano a costruire argini robusti alle pozzanghere di fango, galline che dopo aver trovato qualcosa da mangiare tra i cumuli di spazzatura poi ritroveranno la strada di casa...e noi. Due giovani ragazzi bianchi che inspiegabilmente si trovano li.


Alice V

lunedì 24 ottobre 2016

Aspettami!

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La casa a Seriate è stata la mia prima casa "solo mia".
L'ho abitata con tante paure, sogni, fatiche e speranze. 
Si è riempita di amici, chiacchiere, cene improvvisate, progetti, disegni. 
Ha accolto lingue diverse, zaini e amici di passaggio. 
É stata per me, allo stesso tempo, rifugio e trampolino.
Uno spazio aperto, sempre aperto.

Da quando sono andata a vivere da sola, non sono mai stata sola. 

Ho rimandato per settimane il momento in cui lasciarla, in cui chiudere in scatoloni e borse ricordi, profumi e pagine.

Ieri, dopo averlo finalmente fatto, dopo aver raccolto mesi di inciampi e di voli, ho sentito per la prima volta che sto partendo, che sono, di nuovo, in viaggio.

Sapevo che tutto questo vagare mi avrebbe riportato da te, Africa.

Aspettami.

Arugolanu, Andhra Pradesh.

martedì 30 agosto 2016

Kenya, Mombasa: Lettera all'Africa

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Cara Africa, 

sono passati ormai parecchi giorni dal mio ritorno qui in Italia, ma il pensiero corre così tante volte a te, che mi sembra di avere dimenticato lì qualche pezzo di cuore e mente. 
Hai presente quando si dice “un incontro che ti ha cambiato la vita”? Ecco, questo è capitato a me nel conoscerti. Non che prima non avessi mai sentito parlare di te: lezioni di geografia a scuola, testimonianze di volontari o di semplici viaggiatori avevano fatto sì che dentro di me si formasse una idea del tuo continente non molto distante dalla realtà che ho visto. Ma come potevo immaginarmi quanto mi avrebbero conquistato quei bambini, che nel vederci ci correvano incontro urlando “wazungu” (“bianchi” per la lingua locale), dandoci quel poco che avevano e sfoderando il loro sorriso migliore? Come potevo pensare alle emozioni provate nel vedere per la prima volta tanta povertà e nel comprendere quello che i miei nonni fin da piccola hanno provato a raccontarmi della loro infanzia? Come potevo immaginare la rabbia che mi ha assalito, quando ho visitato villaggi in cui l’acqua è considerata la ricchezza e il bene maggiore? Chi mi avrebbe potuto spiegare quella gioia che la domenica trasudava da ogni strada sterrata, nell’incedere di ogni uomo, donna, bambino, nel loro abito migliore, verso la propria Chiesa e il proprio Dio?
Nessuno poteva immaginare tutto questo. Perché io di te, Africa, sapevo tante cose, ma non le avevo mai vissute sulla mia pelle. È per questo che sono partita con l’idea di aiutare, di dare, di trasmettere, di insegnare. Ma la vera sorpresa è stata quella di scoprire che ogni giorno erano le persone incontrate che mi aiutavano, insegnavano, trasmettevano. 

Come al rientro da ogni esperienza significativa, ho pensato per giorni ad un oggetto che potesse rappresentare e ricordarmi questo viaggio nel tuo continente. Un abito colorato? Un portachiavi di perline? Un bracciale regalato dai bambini? Niente di tutto questo era in grado di restituirmi la complessità e grandezza del nostro incontro. Poi i miei occhi si sono posati su quel paio di scarpe indossate in quei giorni e che prima della partenza avevo deciso di eliminare al ritorno, in quanto ormai troppo usurate. Grazie a loro, avevo sorvolato metà mondo, toccato per la prima volta un nuovo continente, attraversato la melma degli slums, giocato le partite di pallone più divertenti della mia vita, calpestato quella terra rossa così bella ma anche spezzata dal caldo e dalla siccità. Non avevo più dubbi: loro serbavano traccia di tutto questo e non c’era niente di più ricco a cui potevo attaccarmi per far sì che questi ricordi diventassero vita di ogni giorno. Sono le esperienze che viviamo, le terre che tocchiamo, i passi che facciamo verso le persone, verso terre sconosciute, fuori dal nostro io, che ci rendono persone più ricche e meno chiuse nel “bozzolo” che siamo, persone più “umane”.

Per questo ti ringrazio, Africa, per essere stata una terra che mi è rimasta negli occhi e nel cuore. Per avermi insegnato che l’importante è esserci e non “fare”. Per avermi aiutata a togliere il tanto “superfluo”, in cui la mia vita iniziava a galleggiare. Per avermi insegnato che il segreto per un una vita felice è il fare spazio quando gli spazi sono già pieni, è il condividere il poco che abbiamo, è saper vedere il sole dove sembra che le tenebre avvolgano ogni cosa. 
Tornerò da te, prima o poi. È una promessa. Nel frattempo, anche se è poco, continuerò a parlare di tutto ciò che mi hai insegnato e a portare nel cuore, custodendolo come qualcosa di prezioso, ogni sorriso, ogni persona, ogni volto incontrato.

Un grazie infinito, 

Elena


giovedì 25 agosto 2016

Kenya, Nairobi: Ritratto africano

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Driiiiiiin Driiiin. La mia sveglia suona. Respiro piano, leggermente tramortita dal suono stridulo. Apro gli occhi e cerco di mettere a fuoco, li sbatto un paio di volte. Trovo giusto giusto un po' di forza per issarmi sulla schiena e... Niente: sono nel mio letto, a Bergamo. Non a Cafasso, la mia, la nostra amata Cafasso. Mi ci abituerò mai di nuovo?

Prima di partire, molti ragazzi hanno tentato di avvertirci: "La parte più dura sarà tornare in Italia!"... Ed effettivamente tornare é stato traumatico. Tuttavia, forse, c'é una cosa ancora più dolcemente triste: la certezza di aver lasciato all'Africa il permesso di rubare il nostro cuore e di modellare le nostre menti. Tornerò mai come prima?
Non credo.

Questa é stata la mia terza esperienza in Africa. Le prime due sono state più turistiche, le ho vissute con la famiglia. Esse mi hanno fatto scoprire ed innamorare di questo continente, dei suoi paesaggi da sogno, delle sue tradizioni. Questa volta, però, a farmi perdere definitivamente la testa non é stata una vallata degna di una cartolina od un prodotto dai mille colori, questa volta sono state le persone.

Ho scelto di andare a Nairobi proprio perché volevo avere la possibilità di un confronto diretto con ragazzi della mia età. La scommessa si preannunciava ardua da vincere, ne ero consapevole. I primi giorni sono stati una vera sfida: la realtà africana è completamente diversa dalla nostra. Da ragazza muzungu dovevo stare attenta e soppesare ogni parola per non dare impressioni sbagliate. Da parte loro, i ragazzi non hanno mai condiviso apertamente la loro storia: ogni tanto lasciavano trapelare qualche informazione, ma spesso erano frasi enigmatiche le cui conclusioni erano lasciate ingiustamente a noi... Oppure cambiavano storia in base a chi avevano davanti, rendendo quasi impossibile scoprire la verità. Tuttavia, superate le difficoltà iniziali, alcuni di loro sono usciti dal guscio, soprattutto i più grandi. Il lavoro nella shamba è stato un mezzo fondamentale per aiutare la comunicazione. Penso che le prime volte dialogare fosse più una scusa per strappare qualche minuto in più di pausa, ma successivamente gli argomenti si sono fatti interessanti e partecipati sinceramente. Il sistema scolastico italiano è stato uno degli argomenti più gettonati in queste settimane. Ogni autoctono era interessato al suo funzionamento: dagli universitari in visita a Cafasso, ai ragazzi del YCTC da cui andavamo a giocare due volte a settimana. A rendere la comunicazione più leggera ci pensano le discussioni legate alle relazioni con il gentil sesso, che risate! Nel caso qualcuno fosse curioso, i ragazzi del posto preferiscono sussurrare “Wewe” all’orecchio della vittima, abbracciandola. Secondo loro (ed in particolare Kamau) è un metodo di gran lunga più efficace di quello italiano.

Queste discussioni, assieme ai loro racconti ed alle risate sguaiate sono ancora vividi nella mente, ma ciò che mi resterà impresso per più tempo saranno i loro volti, i piccoli gesti quotidiani e il differente modo di porsi alla vita. Forse e principalmente per questa ragione ho deciso di “raccontare” il mio cantiere attraverso i ritratti dei ragazzi con cui ho condiviso tre settimane fantastiche. La speranza è di riuscire, un giorno, a tornare Kenya per incontrarli ancora.





L’Africa non colpisce subito, ti avvolge pian piano, ti entra dentro, ti lascia perplesso e affascinato al tempo stesso, non la comprenderai mai, ti farà arrabbiare, ma vorrai sempre tornare e ogni volta sarà come la prima.


Asanteni sana, ci rivedremo presto.


Federica, detta Muthoni.

mercoledì 17 agosto 2016

Kenya-Nairobi: KARIBU SANA

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“Karibu sana!”: questa l'espressione che mi ha accolto fin dal primo giorno in cui sono arrivata in Kenya per poi accompagnarmi durante tutta l'esperienza e rimanere nel mio cuore anche ora, a casa. Karibu sana è il modo kenyota per dare il benvenuto, spesso affiancato dalle parole inglesi “feel free, feel at home”. Queste due semplici parole sintetizzano in modo significativo il senso dell' intero viaggio condiviso con altri compagni diventati per via veri amici. La mia prima sensazione è stata davvero quella di sentirmi accolta e benvenuta in una realtà completamente diversa e lontana dalla mia quotidianità. Un'accoglienza che, da un lato, ha riempito il mio cuore di stupore e gioia grazie ai sorrisi e alle mani dei ragazzi con cui ho condiviso la maggior parte del tempo lavorando, ballando e chiacchierando e, dall'altro, un' accoglienza che mi ha confrontata con un vissuto di “paura”, almeno inizialmente. È quella "paura", quel timore, che sono propri delle strade di Kahawa West o delle varie slums che abbiamo "abitato". Dall' "isola felice" di Cafasso, dove lo stare con i ragazzi ti porta a sentirti insieme e a vivere una dimensione familiare, abbiamo attraversato le strade, dove le urla dei passanti lasciavano ad intendere che noi siamo “qualcosa di incomprensibile” (nella loro lingua: “Muzungu"). Difficile sembrava poter trovare un punto di incontro. Queste due realtà, quella di Cafasso e quella delle strade, apparentemente inconciliabili, mi accoglievano ogni giorno e giorno dopo giorno ho imparato ad avvicinarle dentro di me, sentendomi sempre più parte di loro, sentendomi a casa. Ora quel mondo che ho vissuto e dal quale mi sono lasciata attraversare, scombussolare, quel mondo del quale mi sono anche un po' innamorata, è vivo nel mio cuore e porta me stessa a dire “karibu sana” di fronte a una serie di domande e interrogativi che qua e là si sprigionano nel mio cuore, che vanno e vengono, che mi fanno sentire viva. Questa Africa mi ha accolta in tutte le sue sfaccetture e bellezze e mi ha insegnato ad accogliere quella parte di Africa non solo fisica, ma del “cuore”, quell' Africa che è dentro di me, ogni giorno.

Anna Valsecchi

domenica 24 luglio 2016

Kenya: vado lontano due spanne e mezzo!

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Come al solito mi ritrovo all’ultimo a fare le cose.
Prima di una partenza, prendo (e perdo) sempre troppo tempo in occupazioni più o meno importanti: un calcetto, una serie tv, un libro, il lavoro o il solo dormire.
Per le ultime ore lascio i momenti più importanti: salutare gli amici, preparare la valigia (quanta fatica ogni volta! ), ascoltare le ultime raccomandazioni in famiglia e mettere giù due pensieri.

Dove vai in vacanza quest’anno?
Questa è la domanda più gettonata degli ultimi mesi.
In Kenya, rispondi. A fare volontariato.
Lo dici un po’ a bassa voce, come per tenerlo per te, e un po’ con il cuore pieno di orgoglio, forse troppo. Troppo, perché inevitabilmente non è una scelta di tutti i giorni.
Sai che la tua risposta sorprenderà comunque l’altro e a volte pensi di passare per quello snob, per quello che “io faccio solo cose di questo tipo, io sì che sono un uomo di mondo”, anche se sai bene che non è così.
Sai anche che mentre lo dici, stai pensando a tutto fuorché immaginarti su quell’aereo che ti porterà dritto a Mombasa.

Arrivano gli esami, la sessione estiva sembra non finire più. Passi nottate sui libri con i compagni di università e dai tutti gli esami per concederti poi il meritato riposo. Riposo? Sì, riposo. Ma dove?
- “Dov’è che vai che non mi ricordo bene?”
- “Kenya” dici automaticamente.
- “Kenya!?”
- “Sì, Kenya.”
- “Sì ok, ma dov’è il Kenya?”. Quest’ultima domanda me l’ha fatta mia nonna.
- “Eh nonna, si trova in Africa, a livello dell’equatore”.
Prendo una cartina e indico il luogo.
- “Guarda nonna, Milano-Mantova, dove è nata, è tanto così, - nemmeno mezzo centimetro sulla cartina – Mombasa si trova qui, a due spanne e mezzo di mano dall’Italia.”
- “Sì, però se vai a Mantova ti ci perdi di sicuro” la sua risposta.
Ora sono io quello che rimane spiazzato. E mi cresce sul viso una risata.

Una volta finiti gli esami inizi subito a lavorare, per stare tranquillo durante il prossimo anno universitario. Inizi a riassaporare la spensieratezza e la libertà dagli studi: esci la sera, vedi vecchi amici che come te hanno condiviso le loro nottate con i rispettivi libri e compagni, hai tempo per guardare un film o leggere un libro Sei più sereno, qualche settimana di lavoro e poi parti. E di nuovo fai fatica a ricordarti la destinazione. Detta così però sembra che questo viaggio valga poco per te.
Bisogna specificare meglio.
Non è che non vale nulla il viaggio, anzi….è solo che, come qualche mese prima, non riesci ancora a pensare di essere su quell’aereo. Non è mancanza di volontà o pochezza di spirito, è che non ce la fai proprio. È una cosa troppo grande.

Poi arrivano le notizie.
Nizza, Turchia, Monaco.
E proprio in quel momento, quando ti arrivano queste informazioni, inizi a comprendere cosa significa partire per il Kenya. Riesci finalmente a fare luce sulle motivazioni che ti spingono così lontano da quella che è la tua casa.
Come è stato scritto da altri ragazzi cantieristi, il primo pensiero è stato “stai a vedere che ora non parto più”. Subito dopo viene la rabbia. Per quello che è successo, per le vittime, per la finta solidarietà del giorno dopo, per il tuo viaggio che rischia di non iniziare mai.
Tra i tanti articoli che si leggono dopo queste tragedie te ne capita uno in particolare che attira la tua attenzione. La giornalista attacca duramente le reazioni del giorno dopo, sostiene che la maggiore parte delle persone scandalizzate o solidali del giorno seguente a eventi di questo tipo “sono quelle che fino al giorno prima non hanno mosso un dito per rendere il mondo un posto migliore, ma che delegano agli altri questo compito e quando si perde…è sempre colpa degli altri, dall’arbitro della partita di calcio al capo del lavoro”.
In particolare mi colpisce una frase: “Noi non facciamo mai una fatica. Per cambiare il mondo si deve fare fatica. E non si deve andare da nessuna parte. Si deve fare fatica in casa, ogni giorno, nel nostro piccolo e dannatamente complicato universo”

Lì realizzi la meta del tuo viaggio.
“Sì, ok, l’hai già detto Lore, vai a Mombasa, in Kenya.” Stai anche stressando un po'!
Ora però non parli solo del luogo fisico, parli anche del motivo che ti spinge a compiere questo viaggio.
Imparare a fare fatica.
Imparare a fare fatica non nell’agio della quotidianità milanese, ma in Kenya, a Mombasa, in quella precisa parrocchia, con quelle precise persone, per tre settimane.
Per essere pronti un domani a fare fatica qui, in Italia, a Milano, ogni giorno.
Per imparare a fare prima le cose importanti, quelle vitali.
Solo dopo vengono le altre.

Ora scusate ma devo salutarvi, sto andando in aeroporto, ho un volo che mi aspetta.
Del resto ve lo avevo detto che faccio sempre le cose all’ultimo.


Lorenzo

venerdì 24 giugno 2016

AAA Cercasi: CiViLtA' della TeNeReZza...

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“C’è una bella differenza tra pacifismo e non violenza. Oggi viviamo in un sistema profondamente violento, essenzialmente violento, patriarcale e maschilista, da cui dobbiamo uscire per approdare a una civiltà della tenerezza.” Korogocho di Alex Zanotelli p.151


Una foto fa aprire un’inchiesta sulla violenza della polizia in Kenya

[articolo di Internazionale 30/5/2016]

Il 16 maggio il caposervizio della sezione fotografica dell’Associated press in Africa orientale, Ben Curtis, stava seguendo le proteste contro la commissione elettorale a Nairoibi, in Kenya, quando ha visto la polizia che picchiava i manifestanti.
Una delle immagini che ha scattato durante le proteste ha documentato la brutalità delle repressioni in maniera così evidente, che il capo della polizia è stato convocato per un’inchiesta interna. Secondo la commissione nazionale del Kenya per i diritti umani, si è trattato di abuso di violenza e violazione dei diritti umani.

La foto cha ha fatto aprire l’inchiesta sulle violenze della polizia keniana, scattata il 16 maggio 2016 a Nairobi. - Ben Curtis, Ap/AnsaLa foto cha ha fatto aprire l’inchiesta sulle violenze della polizia keniana, scattata il 16 maggio 2016 a Nairobi. - Ben Curtis, Ap/Ansa
La foto cha ha fatto aprire l’inchiesta sulle violenze della polizia keniana, scattata il 16 maggio 2016 a Nairobi. - Ben Curtis, Ap/Ansa
La foto cha ha fatto aprire l’inchiesta sulle violenze della polizia keniana, scattata il 16 maggio 2016 a Nairobi. (Ben Curtis, Ap/Ansa)
Manifestanti scappano dai lacrimogeni della polizia, durante le proteste a Nairobi, in Kenya, il 16 maggio 2016. - Ben Curtis, Ap/AnsaL’uomo della foto è stato inizialmente dichiarato morto, mentre più tardi la radio nazionale ha dato la notizia che è ancora vivo. Si tratta di Boniface Manono, 36 anni, e vive nella baraccopoli di Kibera. Manono ha raccontato di aver provato a fuggire, ma quando è inciampato i poliziotti hanno cominciato a colpirlo mentre era steso a terra. Ha ricevuto otto colpi finché il bastone si è spezzato. In quel momento sono arrivati altre due poliziotti e hanno continuato a colpirlo. Poi un agente è intervenuto e ha fermato le violenze.
Il 23 maggio i keniani sono tornati in piazza in diverse città del paese. I manifestanti, guidati dal leader dell’opposizione Raila Odinga, accusano i componenti della Independent electoral and boundaries commission (Iebc) di non essere imparziali. Odinga sostiene che la Iebc sia favorevole al presidente Uhuru Kenyatta e che non possa quindi garantire l’equità alle prossime elezioni.
Manifestanti scappano dai lacrimogeni della polizia, durante le proteste a Nairobi, in Kenya, il 16 maggio 2016. (Ben Curtis, Ap/Ansa)
Durante gli scontri in Kenya sono morte almeno tre persone. Due sono morte a Siaya, nell’ovest del paese, dove gli agenti in tenuta antisommossa hanno dichiarato di aver sparato per legittima difesa. Nella vicina Kisumu una persona è morta per un trauma cranico cadendo mentre fuggiva dai gas lacrimogeni sparati dalla polizia.


Questo è uno degli esempi di articoli di giornale riguardo notizie in Africa – Kenya -, ma ce ne sono tantissimi altri localizzati in Europa come a Parigi, Svizzera, Milano ed anche in America Latina.
Tornando alla mia breve esperienza keniota di questi primi dieci mesi, mi vengono in mente molte situazioni violente a cui ho assistito e ne sono stata parte.
Questo pensiero ha iniziato a prender piede nel mese di Marzo appena prima di partire per le vacanze in Tanzania e Zanzibar con due amiche; ho iniziato ad interrogarmi sul fare servizio: sul ricevere e sul dare gratuitamente, ma fino a quando ci si annulla? Come si fa a porre un limite al dare/darsi? Quando bisogna pensare solo a se stessi? E tante altre domande…
Arrivata a Zanzibar mi sono detta: “Basta pensieri, voglio solo farmi coccolare dal mare cristallino, dai coralli, dalla sabbia bianchissima e dal silenzio che regna!”.  
E … invece No!
Sono rimasta colpita da alcune scene piuttosto limpide di turismo sessuale (anche tra bianchi/bianche che vanno in terra africana per lavori nel sociale) e sono stata “scavallata” (termine tecnico suggerito dal fratello) della mia borsetta di ritorno al campeggio dal ristorantino di una Mama molto gentile.
Tornata a Nairobi dopo le ferie, ho incontrato un amico e ho cercato di godermi un fine-settimana di svago.
E … invece No!
Mi sono fatta spiegare il motivo del suo viaggio in Kenya e mi ha raccontato dell’ultimo rinoceronte bianco sulla terra e di come viene protetto; alla fine del suo racconto però il focus era completamente cambiato: il gruppo di guardie che protegge ogni giorno quest’animale ha ucciso a sangue freddo durante la notte un gruppo di bracconieri che aveva cercato di entrare nell’area protetta.
Qui un link piacevole e allo stesso tempo interessante da leggere:

A contrasto di tutto ciò, hanno iniziato a venirmi alcuni dubbi sull’uomo bianco, sulla colonizzazione, su come il popolo bianco ha sottomesso in maniera violenta quello nero e di come il passato si ripercuote sul presente.
A gennaio ho scritto in un post in cui raccontavo che uscendo da casa vedevo di continuo genitori che accompagnavano i propri figli a scuola, portando loro la cartella e la mattina quando ho la possibilità e voglio iniziare con carica positiva la giornata cerco di uscire alle 7.30 così da vedere questa scena.
E … Sì!
Quest’immagine rimane impressa nella mia mente e mi trasmette energia, mi stampa letteralmente un sorriso sulla faccia.
Dopo circa dieci mesi che vivo a Nairobi, o comunque nella sua periferia, è raro che mi accorga di coppie, giovani, adulti o anziani, che si tengano per mano o mostrino dei gesti di affetto in pubblico.
E … Sì!
Mi succede a volte di vedere molto più spesso due ragazzi giovani camminare mano nella mano oppure uomini adulti aprire la porta alla donna che lo accompagna o farla salire prima sul matatu. Questo mi ricorda i momenti di felicità tra le coppie della mia famiglia: le carezze tra i miei nonni, i baci tra i miei genitori e soprattutto la relazione con il mio ragazzo, che mi manca.
Insomma, molto probabilmente, non è d’usanza della cultura keniota fare regali.
E … Sì!
Io ne ho ricevuti ben due di numero!!! Il primo (la mia prima sottogonna bianca rifinita con pizzo) l’ho ricevuto come regalo a sorpresa da una Mama, ovvero dall’house-mother di Kibiko, una comunità vicino a Nairobi che ospita ex-bambini di strada provenienti dallo slum di Korogocho. Il secondo (un mazzo di 15/20 rose colorate) me lo ha donato una coppia in una stradina del centro città senza un motivo preciso.
Senza doverlo dire: ho ricevuto due regali bellissimi, è vero anche che mi accontento con poco ma è stato fantastico veramente ricevere da quasi sconosciuti un qualcosa per me stessa, anche per valorizzare il mio essere femmina e donna, cosa che a Cafasso tralascio un po’.


P.S. Era da un po’di tempo che continuavo a dirmi e a dire: devo ri-iniziare a scrivere sul blog, ma…blocco della scrittrice?!? Connessione internet?!? Poca voglia?!? Mancanza di tempo?!?…
Bah, vedetela un po’ come volete
J
Ora mi fido dei Cantieristi che in sette potranno scrivere molto più di me e Gianlu messi insieme!!!

domenica 19 giugno 2016

Pronti, partenza....mambo!

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18 giugno 2016

Ore 9, stazione di Melegnano

Il sole è ancora tiepido ma, nonostante l’alzataccia delle 6, bastano pochi sguardi per riconoscere tra i binari i nostri futuri compagni di avventura dal pesante zaino, l’immancabile sacco a pelo e il sorriso stampato sul volto. 

A comporre il nostro team ci sono la Tere, alias the doc, già fornitissima di medicine per curare ogni puntura di zanzara; Gre, che grazie alla sua esperienza in terra africana diventa fin da subito la nostra manager di riferimento per consigli culturali ed economici; Fra, vincitore del titolo “Tritatutto CdS 2016”, che oltre a divorare anche gli avanzi altrui, sarà in grado, grazie alla sua conoscenza ingegneristica, di scongiurare ogni eventuale black out; Ele, caporedattore, correttore automatico e T9 di ogni nostro strafalcione; Gio, spacciafarmaci di fiducia e futuro inventore di una lozione Autan, imbattibile anche contro le pantegane; Lore, mganga del gruppo, che con il suo potere taumaturgico ci risusciterà da ogni torcicollo.
Insieme ci dirigiamo verso l’oratorio S. Giuseppe, dove ha ufficialmente inizio il nostro cantiere. 
Dopo una lunga attesa, conosciamo finalmente le nostre coordinatrici, giunte appena in tempo dal Kenya per incontrare questa banda di folli cantieristi: le Mariangelas.


Giochi di ruolo, quizzettoni, momenti di riflessioni, urla di Gio e sfide agonistiche: questi gli ingredienti che hanno reso il fine settimana indimenticabile.

Negli incontri di formazione con le coordinatrici, impossibile non iniziare già a sognare tutto quello che ci aspetterà sulle rive dell’oceano Indiano: i tanti giochi con i bambini, la caccia alla pantegana, l’incontro con la cultura Swahili, ugali alle blatte ricche di proteine, chiacchierate e risate sulla spiaggia dissetati da un gustoso succo di mango.
Team Mombasa al completo


I nostri passaporti sono pronti per partire, ci manca solo... SCONFINARE!


Teresa, Greta, Francesco, Elena, Giovanni, Lorenzo