domenica 24 luglio 2016

Kenya: vado lontano due spanne e mezzo!

Come al solito mi ritrovo all’ultimo a fare le cose.
Prima di una partenza, prendo (e perdo) sempre troppo tempo in occupazioni più o meno importanti: un calcetto, una serie tv, un libro, il lavoro o il solo dormire.
Per le ultime ore lascio i momenti più importanti: salutare gli amici, preparare la valigia (quanta fatica ogni volta! ), ascoltare le ultime raccomandazioni in famiglia e mettere giù due pensieri.

Dove vai in vacanza quest’anno?
Questa è la domanda più gettonata degli ultimi mesi.
In Kenya, rispondi. A fare volontariato.
Lo dici un po’ a bassa voce, come per tenerlo per te, e un po’ con il cuore pieno di orgoglio, forse troppo. Troppo, perché inevitabilmente non è una scelta di tutti i giorni.
Sai che la tua risposta sorprenderà comunque l’altro e a volte pensi di passare per quello snob, per quello che “io faccio solo cose di questo tipo, io sì che sono un uomo di mondo”, anche se sai bene che non è così.
Sai anche che mentre lo dici, stai pensando a tutto fuorché immaginarti su quell’aereo che ti porterà dritto a Mombasa.

Arrivano gli esami, la sessione estiva sembra non finire più. Passi nottate sui libri con i compagni di università e dai tutti gli esami per concederti poi il meritato riposo. Riposo? Sì, riposo. Ma dove?
- “Dov’è che vai che non mi ricordo bene?”
- “Kenya” dici automaticamente.
- “Kenya!?”
- “Sì, Kenya.”
- “Sì ok, ma dov’è il Kenya?”. Quest’ultima domanda me l’ha fatta mia nonna.
- “Eh nonna, si trova in Africa, a livello dell’equatore”.
Prendo una cartina e indico il luogo.
- “Guarda nonna, Milano-Mantova, dove è nata, è tanto così, - nemmeno mezzo centimetro sulla cartina – Mombasa si trova qui, a due spanne e mezzo di mano dall’Italia.”
- “Sì, però se vai a Mantova ti ci perdi di sicuro” la sua risposta.
Ora sono io quello che rimane spiazzato. E mi cresce sul viso una risata.

Una volta finiti gli esami inizi subito a lavorare, per stare tranquillo durante il prossimo anno universitario. Inizi a riassaporare la spensieratezza e la libertà dagli studi: esci la sera, vedi vecchi amici che come te hanno condiviso le loro nottate con i rispettivi libri e compagni, hai tempo per guardare un film o leggere un libro Sei più sereno, qualche settimana di lavoro e poi parti. E di nuovo fai fatica a ricordarti la destinazione. Detta così però sembra che questo viaggio valga poco per te.
Bisogna specificare meglio.
Non è che non vale nulla il viaggio, anzi….è solo che, come qualche mese prima, non riesci ancora a pensare di essere su quell’aereo. Non è mancanza di volontà o pochezza di spirito, è che non ce la fai proprio. È una cosa troppo grande.

Poi arrivano le notizie.
Nizza, Turchia, Monaco.
E proprio in quel momento, quando ti arrivano queste informazioni, inizi a comprendere cosa significa partire per il Kenya. Riesci finalmente a fare luce sulle motivazioni che ti spingono così lontano da quella che è la tua casa.
Come è stato scritto da altri ragazzi cantieristi, il primo pensiero è stato “stai a vedere che ora non parto più”. Subito dopo viene la rabbia. Per quello che è successo, per le vittime, per la finta solidarietà del giorno dopo, per il tuo viaggio che rischia di non iniziare mai.
Tra i tanti articoli che si leggono dopo queste tragedie te ne capita uno in particolare che attira la tua attenzione. La giornalista attacca duramente le reazioni del giorno dopo, sostiene che la maggiore parte delle persone scandalizzate o solidali del giorno seguente a eventi di questo tipo “sono quelle che fino al giorno prima non hanno mosso un dito per rendere il mondo un posto migliore, ma che delegano agli altri questo compito e quando si perde…è sempre colpa degli altri, dall’arbitro della partita di calcio al capo del lavoro”.
In particolare mi colpisce una frase: “Noi non facciamo mai una fatica. Per cambiare il mondo si deve fare fatica. E non si deve andare da nessuna parte. Si deve fare fatica in casa, ogni giorno, nel nostro piccolo e dannatamente complicato universo”

Lì realizzi la meta del tuo viaggio.
“Sì, ok, l’hai già detto Lore, vai a Mombasa, in Kenya.” Stai anche stressando un po'!
Ora però non parli solo del luogo fisico, parli anche del motivo che ti spinge a compiere questo viaggio.
Imparare a fare fatica.
Imparare a fare fatica non nell’agio della quotidianità milanese, ma in Kenya, a Mombasa, in quella precisa parrocchia, con quelle precise persone, per tre settimane.
Per essere pronti un domani a fare fatica qui, in Italia, a Milano, ogni giorno.
Per imparare a fare prima le cose importanti, quelle vitali.
Solo dopo vengono le altre.

Ora scusate ma devo salutarvi, sto andando in aeroporto, ho un volo che mi aspetta.
Del resto ve lo avevo detto che faccio sempre le cose all’ultimo.


Lorenzo

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