sabato 2 luglio 2016

Un cowboy nell'armadio

In camera ho un armadio bianco. È molto grande, copre la superficie di quasi tutta la parete sinistra della stanza. Cinque ante, due ripiani, quattro cassetti e un sacco di mensole. La prima volta che l’ho visto è stata ormai quasi un anno fa, quando vagavo di casa in casa nell’afoso agosto patavino, alla ricerca di un posto dove stare per iniziare la mia avventura da universitaria fuori sede. Sinceramente non l’avevo neanche notato, questo armadio, dopo il quarto appartamento ispezionato nel giro di una sola mattina. E la prima volta che l’ho dovuto riempire non è stato uno scherzo: “Allora Marti, io prendo i due cassetti sotto e tu i due sopra?” “Sì e tu il ripiano sopra e io quello sotto” “Perfetto! Cavolo aspetta, ma abbiamo solo tre grucce?”


Piazzi i calzini in fondo al cassetto. Dopo capisci che non ha senso che stiano dietro le coperte di cambio:  quelle non le usi mica tutti i giorni. Riponi le camicie sulla mensola in alto in alto, ma poi ti rendi conto che neanche le vedi e ogni mattina è una scommessa sapere quale sta in cima alla pila.

Mettere la cosa giusta al giusto posto. E aprire al momento giusto il giusto cassetto.

A volte mi sembra che la vita funzioni come un armadio. 
Hai un certo numero di spazi e sta a te decidere come disporre le cose. Se mettere lo studio nell’anta grande o in quella piccola. Se impilare la famiglia sopra gli amici o viceversa. Poi compri un nuovo cappello e decidi di metterlo a lato della sciarpa, così come inizi un nuovo corso di Zumba e lo metti di fianco al portar fuori il cane. Magari alcune magliette ti hanno stancato, proprio come la pallavolo, e decidi di cacciarle nell’angolo per far posto a canottiere nuove. Per non parlare dei catastrofici cambi di stagione: preso da foga maniacale prendi e sbatti tutto il guardaroba invernale in puzzolenti scatoloni di plastica finchè non passa questo caldo infernale. Come quando non superi un esame o litighi col fidanzato e hai una gran voglia di buttare tutta la tua vita in un sacchetto di plastica senza neanche metterci un foglietto profumato dell’Ikea.


Non è facile gestire un armadio. Io ad esempio sto imparando solo ora a chiudere le ante. Il mio ragazzo mi rimprovera sempre ogni volta che vede che le lascio socchiuse. Anche nella vita trovo difficile aprire un cassetto alla volta: aprire, chiudere, aprirne un altro, chiuderlo. Mi lascio prendere dall’entusiasmo e voglio fare tutto, scegliere sia i pantaloni che le mutande in contemporanea così va a finire che mi vesto un po’ a caso. Però a volte è difficile affrontare le cose con ordine, dare priorità ad un impegno e solo dopo prestare attenzione allo scaffale!

Adesso fremo per aprire lo sportello grande anche se è ancora tempo di concentrarsi sul cassetto degli esami. Ma non resisto più! C’è qualcosa lì dentro che mi sta chiamando. Mi chiama da tutta la vita forse. Anni fa era solo un sussurro, il brusio dei folletti che vivono tra la polvere e i guanti. Poi è diventata sempre più intensa, profonda, e da anni riecheggia incessante dai visceri del mobile. Solo pochi mesi fa mi sono convinta a darle retta e ho preso la decisione di partire per un Cantiere della Solidarietà con Caritas Ambrosiana, ad Agosto, in Libano.

Alcuni la chiamano “vocazione” per il volontariato, un po’ come quella che ti spinge ad entrare in seminario. Ecco, direi che una voce in un mobile non è esattamente comparabile alla Voce di Dio. Però in effetti io sento qualcosa che “vocat”. È qualcosa di più simile a una di quelle dichiarazioni sibilline mistico-esistenziali che rivela il cowboy dai baffi bianchi nei film americani. Non sai bene come interpretarle, ti lasciano lì un po’stranito a guardare il vecchio che galoppa verso il deserto. Razionalmente non le comprendi. Ma una parte di te le capisce eccome. Non viviamo soltanto pensando, nella vita non prendiamo solo scelte sensate. Perché dopo mesi di studio non preferisco lucertolare sotto il sole? Non lo so! Ma è quello che voglio, che provo, sulla mia pelle.


Non so spiegare logicamente perché lo faccio, non riesco a dare una risposta sensata. Posso dire perché non lo faccio però: non lo faccio perché penso di poter salvare il mondo. Non lo faccio tanto per fare qualcosa di alternativo. Non lo faccio per amore del rischio, né per far vedere come sono coraggiosa ad andare nel Paese vicino alla guerra Siriana, né per farmi ammirare ben che meno compatire. Non lo faccio neanche perché spero di cambiare la vita a qualcuno.

Però lo faccio. E lo facciamo in tanti.
Forse è questo che conta.

Magari dentro quest’armadio non troveremo Narnia, ma il cowboy mi ha detto che non ci deluderà.

Cla :)

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