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mercoledì 6 giugno 2018

Taka taka everywhere

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Takataka” non è il nome di un nuovo ballo, o di una nuova hit, né di un nuovo programma televisivo. “Takataka” è ciò che in Kenya, come in altri paesi dell’Africa e del mondo in intero, dà da mangiare e dà lavorare a molti, così come molti ne fa morire. “Takataka” in kiswahili significa spazzatura. 



Qui, l’immondizia è ovunque

Sono giorni che questo pezzo è pronto, sono giorni che mi dico “domani trovo un momento e pubblico …”. Avrei voluto pubblicarlo ieri, giornata mondiale dell’ambiente. Lo faccio oggi, così, anche se non è la giornata mondiale, possiamo ricordarci insieme che abbiamo molto da fare per il nostro ambiente, per la nostra Terra. 
Quel che vi racconto è quello che accade in tanti posti, anche nei nostri mari italiani, nelle campagne della bassa milanese, ovunque. Qui, a Mombasa, forse colpisce di più … ciò non può che farci venire il desiderio di imparare un nuovo modo di vivere nel nostro ambiente e prenderci cura della Terra e delle nostre vite

Quando si parla di Kenya e rifiuti viene in mente subito Nairobi, con la sua Dandora e il più noto Korogocho, ben raccontato dall’esperienza missionaria di Alex Zanotelli. È Dandora, però, la più grande discarica della capitale, dove ogni giorno arrivano più di 850 tonnellate di rifiuti solidi prodotti dai 3,5 milioni di abitanti della città. Qui lavorano circa 10.000 persone (di cui il 55% sono bambini o minori): purtroppo non sono impiegati netturbini, né addetti ufficialmente incaricati dello stoccaggio dei rifiuti; sono i poveri della terra che negli scarti cercano un guadagno. Certo il riciclaggio dei rifiuti fa guadagnare pochissimo, ma per molti è comunque qualcosa, ben più di niente. 



A Nairobi come a Mombasa il problema dei rifiuti e della loro gestione non è certo nuovo. Sebbene la costa del Kenya sia sempre sotto i riflettori per motivi turistici, chi ha l’opportunità di camminare per le strade di Mombasa non può che constatare che i rifiuti sono disseminati da tutte le parti, a beneficio delle capre e degli altri animali che possono sgranocchiare il tutto. A Mombasa le discariche principali sono tre: Mwakirungue, Kibarani e Shoda (a Likoni). Fra questa la più vasta è Kibarani, situata sull’autostrada che collega la città portuale a Nairobi, esattamente lungo il tragitto che i turisti compiono per raggiungere l’aeroporto. Queste discariche, che nascono come “città intorno alla città”, ospitano circa 750 tonnellate di immondizia prodotta nella contea di Mombasa quotidianamente. 

Ad aprile 2018 il governatore Hassan Joho ha annunciato di voler chiudere Kibarani entro fine giugno, indirizzando tutti i carichi di spazzatura a Mwakirungue, attraverso l’uso dei nuovi 12 camion messi a disposizione. La scelta, gradita dalla Kenya Tourism Federation, è stata messa in dubbio dalla Kenya Civil Aviation Authority (KCAA), poiché il sito si trova sulla traiettoria di volo. Ovviamente gli oltre 1.000 giovani, donne e bambini che ogni giorno rovistano tra i cumuli di Kibarani sono pronti a spostarsi. Ciò a dimostrare che non è chiudendo la più velenosa e puzzolente discarica a cielo aperto della città che si risolve il problema. Qui la crisi sulla gestione dei rifiuti perdura da anni e i danni, soprattutto per la salute degli esseri umani, si fanno sentire. Lo sa bene Phyllis Omido, attivista impegnata a denunciare la tossicità dei siti e dei rifiuti di Mombasa; così come lo sanno tutti coloro che ogni giorno smistano a mani nude, senza guanti, in mezzo a bicchieri rotti, barattoli arrugginiti, aghi e bisturi per trovare bottiglie di plastica, scatole, piccoli accessori, rottami metallici e gomma da riciclare, mentre maiali, uccelli, mucche e capre, rovistano cibo tra gli stessi mucchi di spazzatura. Il mix di tutti questi rifiuti industriali, domestici, agricoli e medici – cui si aggiungono i rifiuti tossici che gli autocarri senza insegne scaricano in piena notte – è ovviamente letale. Malattie respiratorie, cancro, anemia, ipertensione, debolezza, aborti spontanei e problemi al sistema nervoso sono solo alcune delle complicanze provocate dal proliferarsi di discariche. Colera, salmonella, gastriti, chikungugna e altri tipi di febbre, come la dengue, sono ancora altre patologie provocate da tutti i cumuli di immondizia, compresi quelli situati negli angoli delle strade in giro per la città.



Nel 2017 il Kenya ha messo al bando i sacchetti di plastica, vietandone produzione, uso e importazione: è l’undicesimo Paese a livello mondiale a promuovere il bando dei sacchetti. Tuttavia girando per le strade di Mombasa ci si stupisce della quantità di bottiglie di plastica abbandonate e accumulate ... Quindi viene da chiedersi quale influenza abbia la scelta di eliminare i sacchetti se poi continuano a circolare prodotti dello stesso materiale. Inoltre sembra proprio che gli sforzi del governo (compresa la nuova tassa sui rifiuti introdotta a Mombasa dal governatore) siano insufficienti se slegati da campagne di sensibilizzazione volte ad educare i tanti, forse troppi, cittadini keniani che con disinvoltura lanciano fuori dal finestrino del matatu su cui viaggiano la bottiglietta d’acqua finita o abbandonano sulla spiaggia la carta dei biscotti appena mangiati. La popolazione se la prende con i vertici governativi quando scoppiano epidemie varie (come è stato per la Chikungugna a Mombasa nel 2017-2018), accusandoli di essere i diretti e soli responsabili del problema di gestione e smaltimento dei rifiuti, ma il bene comune si può costruire solo insieme! 

Un giorno mi sono proprio arrabbiata con i ragazzi con cui eravamo in spiaggia! Hanno mangiato i biscotti e hanno lasciato la carta in giro. La spiaggia era disseminata di involucri blu. Ho chiesto “perché?”, ho suggerito di fare diversamente … un secondo dopo qualcuno buttava un altro pacchettino a terra. Lol! La cosa peggiore è che lo sforzo di due di loro che si sono messi d’impegno a raccattare tutto è stato vano. La carta dei biscotti l’hanno messa nel cartone dei biscotti. Provate ad immaginare dove è rimasto il cartone?! Si … ahimè … in spiaggia. Ma che importa? Tanto nella stagione turistica c’è sempre chi pulisce: niente alghe, niente immondizia. Così i turisti si godono le magnifiche spiagge bianche. Poi, quando tutti se ne vanno, il panorama resta questo: 



Ho scattato questa foto a Watamu, rinomata meta turistica di molti italiani (Watamu sembra più che una colonia a tratti, parlano tutti italiano!!!), l’altro giorno. Ho anche fatto un video, mentre camminavo (si, scusate, non è il massimo da guardare!) incredula della situazione: 



Non credo di dover aggiungere altro … forse solamente chiedervi di pensare al bene comune! L’ambiente è il dono più bello che ci è fatto, per vivere. Il rispetto dell’ambiente inizia dalle nostre case, dalle nostre scelte di stile, dalla nostra responsabilità sociale. Non sprechiamo le meraviglie del mondo! 

Ps. Comunque a Nyali (quartiere benestante di Mombasa) sono spuntati da qualche mese i cestini lungo le strade, appesi agli alberi, come questi:



Chissà come sarebbe se ce ne fossero così in tutti quartieri di Mombasa ... Chissà come sarebbe bello se l'impegno dell'amministrazione governativa e gli sforzi dei privati cittadini provassero a trovare soluzioni adatte! Resto speranzosa, che qui, come in Italia, l'intelligenza degli uomini e il desiderio del bene possa prevalere e trasformare il mondo! 


“Tratta bene la Terra! Non è un’eredità dei nostri padri ma un prestito dei nostri figli”. 
(Antico detto Masai, Kenya)

martedì 27 marzo 2018

LE PALME di MOMBASA

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FAITH BEFORE FEAR

Domenica anche noi a Mombasa abbiamo celebrato la Domenica delle palme; l'ufficio per la pastorale giovanile ha organizzato una processione e una messa con tutti i giovani dell'Arcidiocesi di Mombasa. Quale modo migliore per aprire la Settimana Santa, una enorme folla di giovani, qualche bambino e qualche famiglia che si sono riuniti alla Makupa Primary School in attesa del Vescovo e per la successiva benedizione delle palme.
In un passamano i ragazzi hanno iniziato a far girare le foglie di palma fino a quando ognuno ne aveva una da reggere.
C'era chi la sventolava, chi invece l'ha usata per costruirci una croce, chi semplicemente la teneva alta come una bandiera.
Dopo la preghiera del Vescovo Martin la folla si è trasformata in un lunghissimo serpente che si è fatto strada per le vie di Mombasa, passando anche dalla grande rotonda che porta alla strada per Nairobi e bloccando per una mezz'ora il traffico.

La processione attraversa la grande rotonda di Makupa

I giovani in processione che bloccano il traffico di Tudor

La processione che avanza verso il centro pastorale

Tra le macchine, i tuk tuk, i matatu, i carretti e le persone ai bordi delle strada sedute ai negozietti c'era chi ci guardava sorridente ed incuriosito, chi si lamentava perché stavamo creando disordine, chi ci scrutava con uno sguardo accigliato probabilmente chiedendosi quale fosse il senso di tutto questo.
Sì perché a Mombasa non è scontato essere cristiani, non é nemmeno scontato essere cattolici e soprattutto non è scontato che una folla di giovani blocchi il traffico di una città fondamentalmente musulmana per celebrare l'arrivo di Gesù a Gerusalemme e l'inizio della Settimana Santa.
Per me è stata un'emozione grandissima, poter essere parte di questi giovani che fieri della loro fede hanno attraversato senza paura le strade della città, cantando, quasi correndo per essere in testa alla processione e indossando maglie con i messaggi più disparati, dal "Proudly Catholic" al "Keep calm and sing", dal " Faith before fear" al " Don Bosco pray for us".


Alla fine questa folla rumorosa e accaldata (domenica c'erano 33 gradi, percepiti 50!!!) si è riunita al centro pastorale dove abbiamo celebrato la messa, completamente animata e preparata dai giovani, che hanno cantato, ballato, pregato, portato offerte all'altare, tutto con una grande gioia che era davvero palpabile e che ti coinvolgeva naturalmente.
Durante la messa, poi, il Vescovo ha parlato di pace, di accoglienza, del compito della Chiesa di accompagnare i giovani sulla giusta Via, delle tentazioni che li circondano e mi è sembrato proprio di partecipare a una delle tante messe italiane dove si parla dei giovani (e a volte non AI giovani), posto diverso, ma stesse sfide e stesse speranze...forse un po' più di giovani all'ascolto, anzi, tolgo il forse, molti ma molti più giovani!

Alcuni giovani della parrocchia di Kongowea

Ora tutti noi abbiamo raccolto e conservato le parole del Vescovo e la gioia di questa domenica per prepararci ai tre giorni di celebrazione della passione di Cristo, pronti a farla riesplodere la domenica di Pasqua!!!!




P.s. A Pasqua ci sarà il mio debutto con il coro giovanile di Kongowea, è da due settimane che ci prepariamo provando tutti i giorni della settimana..canti in kiswahili e ritmi incalzanti....Non vedo l'ora!!!!hahahahahaahahha


Chiara Galla


sabato 10 febbraio 2018

Acqua benedetta: quando il cielo piange … troppo

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Ondata di piena travolge Tiquipaya. La Bolivia, una vita tra il sole e la pioggia.


Quando siamo arrivate a Cochabamba era piena estate. Venivamo dalle prime settimane fredde e umide dell’autunno padano ed eravamo contentissime! Sole, caldo e clima secco: non c’era nemmeno quell’afa che opprime gli agosto di Milano. Siamo però oltre i 2500 m di altezza: maniche lunghe, cappellino e ricerca incessante dell’ombra sono diventati presto d’obbligo, pena scottature e mal di testa.

Di colpo tuttavia, all’inizio di dicembre, l’estate finisce, il cielo si copre di nuvole e inizia la pioggia.


“Sta piovendo” diciamo con aria mogia entrando in ufficio. “Sì, sta piovendo! Hai visto che bello?!”, ci rispondono.

Eh sì, qui l’acqua è una benedizione. Si prega perché piova e quando il cielo si apre e bagna valli e montagne si ringrazia la Madre Terra. In un paese che può soffrire di lunghi periodi di siccità, si attende con ansia l’arrivo della stagione delle piogge.


Quando torniamo dall’Italia, dopo un mese, sta ancora piovendo. Questa volta però è strano: sta piovendo troppo. Gli acquazzoni dovrebbero essere quasi terminati e invece continuano per giorni, senza interruzioni.



Presto torrenti e fiumiciattoli che avevamo visto solo in secca si colmano e alcune zone vicino a Cochabamba vengono allagate: Vinto, Tiquipaya, Colcapirhua, Omereque … piccoli comuni dove l’acqua dei ríos si accumula e trasborda. Si accumulano spazzatura e tronchi d’albero che tappano i passaggi, si incastrano sotto ponti troppo bassi, e gli argini non reggono più.


Cumuli di macerie,
Tiquipaya, 7 febbraio 2018

Assieme a Cochabamba tra il 3 e il 4 febbraio hanno sofferto anche i dipartimenti di Potosí, Tarija, Beni e La Paz, con oltre 10.300 famiglie colpite. "Se prevé un segundo golpe de agua previsto para la próxima semana. Es probable que haya una nueva inondación en el trascurso de siete días, pero no será como la anterior semana, será menor," ha commentato il Ministro della Difesa Javier Zavaleta.


Alle 5 di sera di mertedì 6, tuttavia, un’ondata di piena è scesa lungo il río Taquiña, travolgendo il municipio di Tiquipaya, già toccato dalle precedenti esondazioni. Molti sono tuttora i dispersi, mentre ad oggi si contano quattro morti. Di molte case si vede solo il tetto o il primo piano, mentre alcune sono state spazzate via dall’acqua.




Case sommerse dalla piena
Tiquipaya


C’è lodo, fango, ovunque. Quando arriviamo il giorno dopo per vedere di cosa possano aver bisogno le persone le ruspe stanno spostando montagne di detriti e la gente si stringe lungo le pareti delle case salve, senza dire niente. Alcuni spalano, le gambe affondate nel fango. Alcuni trasportano i mobili ancora intatti nei giardini delle case più vicine.




Recupero di mobili dalla piena
Tiquipaya


Una strada coperta di terra e acqua segna quello che è successo: da una parte macerie, fantasmi di case e di abitazioni, dall’altra edifici che sono stati appena accarezzati dall’ondata. Pochi metri e cambia tutto. Pochi minuti e riesci a metterti in salvo o no.




Strada sommersa dal fango
Tiquipaya


Un bambino che si è attardato a scappare per salvare il suo cane risulta ancora disperso.
Basta davvero poco, abitare in una zona di una città piuttosto che in un’altra e il tuo mondo crolla o rimane in piedi.


Nella notte seguente la vicina Ciudad del Niño, che accoglie bambini che non possono stare con le proprie famiglie e che sono soli, è stata evacuata: bambini, volontari e operatori hanno dormito al Seminario San Luís, in una zona più sicura.


Si sono organizzate le prime donazioni.


E adesso … aspettiamo che smetta di piovere. Spaliamo. E poi preghiamo per poter ricostruire.




Onda di fango portata dal río Taquiña



Chiara


Fonti:
Municpios esperan que baje el nivel de agua para evaluar los daños, Los Tiempos, 5 febbraio 2018
Río de lodo en Tiquipaya se lleva un puente, derriba casas y deja heridos, Opinión, 7 febbraio 2018

giovedì 8 febbraio 2018

Art. 205 del codice penale: in bilico tra riforma e (ri)elezioni

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Modifica del codice penale: un passo indietro per ricandidarsi?


Eccoci di nuovo qua! Siamo arrivate a Cochabamba la scorsa settimana e correvamo il rischio di non riuscire ad uscire dall'aeroporto per la minaccia di scioperi e proteste.
Alla fine è andato tutto bene, neanche l'ombra di un bloqueo in giro!

Ma cos'era successo?

Il 23 novembre il senato aveva approvato una riforma che andava a modificare oltre 650 articoli del codice penale, toccando diversi settori. La modifica più eclatante aveva riguardato l’art. 205, che aveva subito suscitato proteste e scioperi da parte del personale medico: si prevedeva infatti l'introduzione di nuove sanzioni per chi, nell’esercizio della sua professione, avesse causato danno alla salute o all’integrità fisica di un’altra persona per negligenza, imperizia o inosservanza dei protocolli. In caso di danno per uno di questi motivi si prevedevano forti pene pecuniarie e, in alcuni casi, fino a sei anni di carcere. Secondo i medici, che sono stati per molti giorni protagonisti di bloqueos in tutto il paese, questo articolo violerebbe in parte la Costituzione, limiterebbe il diritto al lavoro e non consentirebbe un’effettiva riparazione del danno da parte degli stessi qualora venissero privati della loro libertà.

Questo in un paese dove la sanità è per molti inaccessibile e manca un sistema capillare di prevenzione.


Sciopero dei medici: blocco delle strade del centro di Cochabamba.
- Dicembre 2017 -

Quando avevamo lasciato la Bolivia c'era qualche bloqueo in giro, ma alcuni pensavano che le richieste di contrattazione con il governo non sarebbero durate ancora a lungo: la classe medica è comunque un’élite rispetto alla maggior parte del popolo, il vero cuore e propulsore delle proteste in strada. Lo sciopero dei medici avrebbe potuto inoltre portare a uno scontento tra la popolazione, che non trovava più dottori e infermieri negli ospedali.


Cartelli per lo sciopero dei medici negli ospedali
- Ospedale di Quillacollo, periferia di Cochabamba -


"ESTAMOS EN HUELGA GENERAL INDEFINIDA EN TODO EL PAIS"


"NO AL ARTICULO 205"


Questo si leggeva all'ingresso di molte strutture sanitarie a partire da dicembre."Siamo in sciopero generale indeterminato in tutto il paese". "NO all'articolo 2015". 

Si rispondeva solo alle emergenze.

All’inizio di gennaio sono però scese in piazza anche altre categorie. Camionisti - contro la modifica dell'art. 137, con cui si aumentavano le pene per l'omicidio colposo con mezzo di trasporto -, giornalisti - contro gli art. 309, 310 e 311, lamentando una limitazione della libertà di stampa e di espressione -, commercianti, ambientalisti e altri. Anche dei gruppi religiosi hanno contestato questa riforma, in particolare protestando contro l'art. 157, che ampliava la possibilità di abortire legalmente, e l'art. 88, rispetto al quale anche la Conferenza Episcopale Boliviana ha preso una posizione.

Nella nuova formulazione l'art.88, articolo contro il traffico di essere umani, inasprirebbe le pene - includendo la possibilità di incarcerazione da sette a dodici anni - per chi "trasporti, trasferisca, privi di libertà, ospiti o riceva persone" per una serie di finalità. Tra queste vi è anche il "reclutamento di persone per la loro partecipazione a conflitti armati o in organizzazioni religiose e di culto". In questa sua parte tale articolo è stato considerato dalla Conferenza Episcopale una minaccia contro la libertà religiosa, nonché contro le attività missionarie. 


Sciopero generale contro la riforma, centro di Cochabamba
- Gennaio 2018 -


Giovedì 11 gennaio, in occasione del passaggio del Rally Dakar a La Paz, coloro che si opponevano a questa riforma hanno manifestato assieme ad altri gruppi. Tra questi hanno preso parte alle proteste anche quelli contrari alla recente sentenza del Tribunal Constitucional che stabilisce la possibilità per il Presidente Evo Morales di ricandidarsi al suo quarto mandato.

Secondo la Costituzione un presidente potrebbe ricandidarsi per la stessa nomina per non più di due mandati. Già in passato si era già fatta eccezione a questa norma, essendo attualmente Evo Morales presidente per la terza volta. Questa nuova sentenza del 28 novembre 2017, tuttavia, rimuove ogni limitazione alla possibilità di ripresentarsi alle elezioni.

Questo accade nonostante l'esito del referendum del 21 febbraio 2016: il MAS - Movimiento Al Socialismo -, partito di Evo, aveva infatti indetto allora un referendum in cui si chiedeva alla popolazione se fosse favorevole o contraria alla modifica della Costituzione, per permettere ricandidature oltre i due mandati. Avevano vinto i NO, ma la sentenza del Tribunal Constitucional va oggi contro tale manifestazione di volontà popolare.

All'inizio della scorsa settimana il governo ha deciso di riconsiderare la riforma del codice penale, motivo per cui el paro general di martedì 23 era stato sospeso. Mercoledì 24 alle 4.00 di mattina, dopo 11 ore di dibattito la Camera dei Deputati ha approvato a Legge 001 che abroga la riforma del codice. Nel pomeriggio anche la Camera del Senato ha votato all'unanimità lo stesso progetto di legge e lo ha rimesso all'Esecutivo perché lo promulghi a sua volta. 

La riforma del codice penale, che tanto ha suscitato clamori, sembra quindi essere giunta al termine. Alcuni deputati hanno sostenuto che il motivo di tale manovra sarebbe in realtà tentare di smorzare un clima di tensione al quale si stavano aggiungendo gli oppositori alla rielezione del presidente Evo Morales. 

Se adesso potrebbero calmarsi le acque, non si sa invece cosa accadrà tra il 2018 e il 2019, anno di nuove elezioni. Intanto martedì 30 gennaio i rappresentanti dei Comitati Civici di tutto il paese hanno deciso di indire un paro nacional previsto per il prossimo 21 febbraio, anniversario del referendum del 2016, per protestare contro la sentenza del Tribunal.

A noi non rimane che prendere un bel respiro e stare a vedere: la Bolivia è imprevedibile!

Chiara


Fonti:
ALP abroga Código Penal en bochornosas sesiones, Los Tiempos, 25 gennaio 2018
Leyes justas al servicio del bien común, Comunicato della Segreteria Generale della Conferenza Episcopale Boliviana, La Paz, 9 gennaio 2018





domenica 28 gennaio 2018

BEIT BEIRUT O LE FERITE DI UNA GUERRA

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Nel cuore di Beirut, precisamente nel quartiere di Dowtown, sorge una decadente costruzione oggi nota come Beit Beirut, “la casa di Beirut”. Nessuno chiama più quell'edificio col suo vero nome, Palazzo Barakat, anche perché è ormai passato quasi un secolo da quando Nicholas Barakat, nel 1924, commissionò il progetto di questa dimora gentilizia. 

Palazzo Barakat era costituito da otto appartamenti abitati da alcune famiglie della classe media. L’edificio si affacciava sull'angolo formato da due delle arterie principali del traffico di Beirut: Independence Street e la Beirut-Damasco. Probabilmente negli anni Trenta la capitale libanese non era ancora coperta dal pesante velo di smog che si respira oggi e Palazzo Barakat non era esposto alle grida dei clacson come lo è ora. 


Palazzo Barakat doveva sicuramente catturare lo sguardo dei passanti. La pietra dal fragile colore giallo formava sottili colonne che ricordavano vagamente l’architettura greca. Sempre un ibrido, Beirut. Una città posta nel bel mezzo del Mediterraneo e che trae la propria identità dalle contaminazioni, dagli incroci e dagli stili commisti. E con le sue ariose facciate, Palazzo Barakat doveva sicuramente incarnare lo spirito beirutino: la ricchezza mostrata sempre con distratta eleganza. 

Poi accadde. Il 13 aprile 1975 il mondo finì e nessuno sembrava aspettarselo. Eppure la gente doveva sapere. Le guerre non scoppiano mai da un giorno all’altro. Serve ben più di una scintilla, più dei colpi di mitra che lacerarono l’aria di Ain El Rummaneh, quel giorno di primavera. 

Una guerra per procura, naturalmente. C’era Israele che stava cacciando il popolo palestinese dalla sua terra, la Siria con le sue mire espansionistiche e i precari equilibri confessionali in Parlamento. Le guerre scoppiano fra i potenti, ma sono i piccoli che le scontano. In Libano tutti cominciarono a sentirsi minacciati da tutti e nel ’75 iniziò il conflitto. 



Palazzo Barakat divenne suo malgrado un simbolo di guerra. La sua posizione, proprio in corrispondenza della Linea Verde, lo rese la postazione ideale per i cecchini. La sua architettura permetteva ai combattenti di nascondersi fra le sue colonne, di annidarsi nei suoi spazi interni. E da Sodeco altri guerriglieri rispondevano col fuoco, ferendo la facciata di Palazzo Barakat. 

Passarono gli anni e la guerra finì. Ma Beirut era stata ormai profanata. I lutti e le perdite portarono le varie comunità religiose ad autosegregarsi. Così Beirut Est divenne la roccaforte dei cristiani, mentre a Beirut Ovest trovarono rifugio i musulmani. Achrafieh e Hamra divennero i nuovi centri di una città ormai bicefala e Palazzo Barakat perse la sua centralità. 



Ecco cos’è Palazzo Barakat oggi. Una casa fantasma dalle cicatrici indelebili. Durante la ristrutturazione gli architetti hanno rinforzato il suo fragile scheletro con delle protesi di metallo. Ormai disabitato, Palazzo Barakat ha perso la sua alterigia nobile ed è diventato Beit Beirut, un museo della memoria. E con quella strana commistione di pietra e ferro, Palazzo Barakat è diventato ancora una volta lo specchio di Beirut, una città ibrida che si vuole moderna, ma che non riesce mai a sbarazzarsi del suo passato.



sabato 27 gennaio 2018

Ritorno a Cochabamba, dove la vita è imprevedibile!

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Ritornare per non smettere mai di imparare


Ritorniamo a Cochabamba, dopo un mese di rimmersione in Italia. Eravamo arrivate qui, a Cocha - come si dice in slang -, all’inizio di novembre e dopo quasi due mesi siamo tornate in Italia, tra vacanze e formazione. Uno shock

Non è semplice riuscire a entrare e stare in un paese come questo, una realtà molto diversa, per quanto segnata da un’influenza europea lunga  secoli.

 La Bolivia è uno dei Paesi del Sud America che più a conservato la sua storia e le sue tradizioni: il Quechua, l’Aymara sono alcune delle lingue che scorrono parallelamente al Castellano -guai a parlare di Spagnolo!-  e che si mescolano, pulsano, creando una tavolozza colorata nella quale ancora si sentono le radici di questa nazione.

Riunione parrocchiale del campo

Arrivata qui senza sapere una parola della lingua locale, ho scoperto la fortuna di stare tra persone che sono abituate a parlare lentamente, per farsi comprendere: non tutti i boliviani parlano infatti Castellano, come non tutti parlano Quechua o Aymara. Però ci si capisce: si fa attenzione ad esprimersi in maniera chiara, con un ritmo lento e a bassa voce.


Uno dei primi avvertimenti che ci è stato dato è stato infatti di non gridare mai - e per gridare si intende anche il tono di una normale conversazione italiana! -. Ricorda l'atteggiamento dei colonialisti, ci spiegano. Un altro motivo per cui quasi si sussurra, scandendo bene le parole.


L'idea però che oggi questo sia importante soprattutto per comprendersi a vicenda mi conquista di più: mi fa pensare all'unità di un popolo che supera le divisioni linguistiche e che, alla fine, sorride nella stessa lingua.



Murale del gruppo Acciòn Poética de Cochabamba

Ma, al di là della lingua -dell’idioma, pardon!-, intendersi non è facile. Un gesto, un’espressione, la costruzione di una frase, tutto ha un peso nel creare relazioni. Ed è difficile capire come fare.


Dopo due mesi stavamo cominciando a percepire il ritmo con cui segnare il tempo di un saluto, di un buon giorno, del lavoro … e adesso si ricomincia, di nuovo a 2.560 metri di altezza e con 5 ore di fuso orario!



Uno degli aspetti che abbiamo subito dovuto metterci in testa in Bolivia è stato:

SCORDATI DI PROGRAMMARE!

O, detto in altri termini:

LA VITA E’ IMPREVEDIBILE. ACCETTALO!


E per me, abituata a progettare, calcolare soppesare i pro e i contro di ogni cosa, è stato un vero colpo! Ma una volta che ci si abbandona a questo flusso un po’ matto della vita in Bolivia, si trovano anche i suoi lati positivi.


Dovevamo tornare mercoledì 24 gennaio, tutto a posto, tutto pronto. Biglietti presi, visto fatto.


Il 22 ci scrive la nostra responsabile in loco: martedì ci sarà un paro general (un blocco generale della circolazione). Potreste avere dei problemi con i voli, non riuscire a tornare a casa ... e state attente.
Già, perché quando il clima si scalda non dobbiamo dimenticarci di essere gringos, ragazze bianche provenienti da un paese ricco.

All’inizio ci preoccupiamo, ma poi ci diciamo "Andiamo, e vediamo cosa succede. In qualche modo faremo". Arriviamo e lo sciopero era stato sospeso. Torniamo a casa sane e salve.


Eh sì: inutile preoccuparsi troppo. Anche da un giorno all'altro qui tutto può cambiare!!!




Chiara

mercoledì 24 gennaio 2018

KARIBUNI MOMBASA...di nuovo!

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SCE KENYA 2017- RIENTRO DI GENNAIO

Eccoci qua...finalmente dopo tre aerei (troppi), siamo ritornate alla nostra casa in Kenya...Mombasa!


È strano per la prima volta ritornare in un posto lontano dove ho fatto servizio...le altre volte anche se lo avrei tanto voluto è stato impossibile, ma diciamo che è andata bene così! 
Però, questa volta, ritornare mi ha suscitato emozioni che non avevo mai provato...la bellezza e lo stupore di atterrare in un areoporto a 6.200 km di distanza dall'Italia e sapere perfettamente dove andare, trovare all'uscita un volto amico e salutarlo, chiamandolo per nome davanti allo stupore di tutti...essere accolta con un sorriso e una stretta di mano che dicono "bentornata"; salire in macchina e dirigermi verso la città conoscendo perfettamente la strada che stiamo percorrendo e riconoscere i luoghi che incontriamo...
Che bello e che grande fortuna poter avere il privilegio di vivere e provare tutto questo!


Guardando la città dal finestrino dell'auto vedo un mondo conosciuto ma improvvisamente mi scopro sorpresa che possa esistere davvero...per un attimo per la mia mente sembra quasi impossibile che questa realtà, questo mondo altro che scoppia di vita esista nello stesso tempo in cui esiste il mio piccolo mondo in Italia...
Sembra così lontano e diverso dall'ordine, dalle regole, dalla routine europea che davvero mi chiedo come queste due realtà possano coesistere...eppure è così! Mentre in Italia la gente si starà sedendo ad un tavolo imbandito per la cena, qui persone si aggirano per le strade alla ricerca di chissà cosa, dormono per terra placando le fatiche della giornata, i banchetti di legno dei mercati sono chiusi e stranamente tetri senza la calca che li circonda di giorno, la discarica come al solito brilla dei piccoli focolari che bruciano l'immondizia e mandano un odore pungente ed inconfondibile...

Poi, piano piano, ci addentriamo sempre più nella città, superiamo il ponte di Nyali passando sopra l'oceano, svoltiamo per Kongowea e proseguiamo verso Nyali...la strada è ora libera...sfrecciamo su Links Road, guardando la fila ordinata di hotel lungo la spiaggia..."The voyager"; "Bahari beach",..."Mombasa beach"...ed eccoci arrivate!!!
Scendiamo qui...le guardie ci aprono il portone sorridenti e...siamo a casa!!!
KARIBUNI MOMBASA, di nuovo...e tranquilla Chiara...esiste davvero...e per altri 9 mesi è tutta da vivere!

Chiara Galla

sabato 25 novembre 2017

Tre storie di (stra)ordinaria follia

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Il diritto alla salute, questo sconosciuto


Milano, giorno di settembre 2017. “Buongiorno, vorrei prenotare una visita oculistica” “Va bene l’8 novembre alle 10.30?” “eh no, guardi, partirò i primi di novembre per andare un anno all’estero, non c’è un’altra data?” “Signora, 8 novembre 2018”. Ah.
E qui sono partiti gli insulti al Servizio sanitario nazionale italiano.

Cochabamba, 17 novembre 2017. Passo davanti all’Hospital Viedma, zona centrale della città. Davanti all’ingresso del pronto soccorso c’è una distesa di persone sedute, in piedi, sdraiate, accasciate, che aspettano. Uomini, donne, anziani e bambini. Qualcuno è steso su un telo super colorato come se ne vedono tanti in giro, altri mangiano qualcosa mentre aspettano, qualcuno piange. Ambulanze? Ne vedo due e pure scalcagnate. Mi si stringe lo stomaco…  io nel frattempo sto facendo il “farma-tour”, ovvero sto andando in differenti farmacie della città a chiedere quanto costano dei farmaci per un signore che ha chiesto aiuto alla Caritas. Ed è incredibile! Ogni farmacia propone prezzi diversissimi per gli stessi identici medicinali: si passa da quasi 800 boliviani (100€) a 400. In ogni caso, troppi. Il signore in questione non ce li ha. Forse si riuscirà ad attivare un aiuto per il mese di dicembre. Ma poi? Suo figlio ha una malattia psichiatrica, se non prende quei farmaci diventa violento. E dopo dicembre che si fa? Non c’è risposta.

Cochabamba, 16 novembre. Viene in Arzobispado (all’Arcivescovado) un giovane uomo, professione fotografo. Si è fratturato l’ulna e il radio, deve essere operato. Costo dell’operazione: 15.000 boliviani (circa 1800€). L’uomo piange. Quei soldi non ce li ha! Adesso che ha il braccio rotto non sta neanche lavorando… forse potrebbe tenerselo così, aspettare che guarisca solo con la fasciatura. Non si può. Il dottore ha detto che bisogna agire tempestivamente altrimenti il suo braccio non tornerà più come prima. Il giovane uomo ha sentito di un centro privato dove lo opererebbero con 2000 boliviani (250€), potrebbe andare lì? Non è sicuro! Esiste gente che lucra su questo sistema sanitario inesistente e si improvvisa medico pur di guadagnare dei soldi. Cercheremo di trovare una soluzione ma lei non vada lì, per favore. Hasta luego, ci rivedremo. Si ma intanto che ne sarà di lui e del suo braccio? Non c’è risposta.

Cochabamba, 14 novembre. Ruperta, dell’Abds (Associazione donatori di sangue boliviani) ci racconta di un signore che ha avuto bisogno di sei sacchette di sangue per operarsi. In cambio i familiari dovevano restituire il doppio delle sacche di sangue richieste (trovatevi dei donatori), e pagare 300-500 boliviani (40-60€) per ogni sacca. Il signore purtroppo è morto in sala operatoria. Niente sacche di sangue allora? Ehnno! Le ha comunque utilizzate, tutte e sei! Quindi? Quindi la famiglia non può seppellirlo se non ripaga il suo debito. Signori e signore, corpo in ostaggio: o 12 sacche di sangue e 2000 boliviani o il vostro caro defunto rimane qua. La famiglia ce l’ha fatta? Sì, l’Abds li ha aiutati a recuperare le sacche e il signore alla fine ha ricevuto la sua degna sepoltura. Caspita, ma almeno i donatori di sangue, qualora dovessero averne bisogno, hanno delle agevolazioni? Magari, che so, non pagano i 300 boliviani per sacca… Agevolazioni?  No di certo! Bravi loro che donano, ma qui c’è il 2X1 al contrario: prendi una sacca e ne devi riportare due, sempre. E la sacca conquistata comunque la devi pagare, sempre. Ah.

Quando torno in Italia richiamo per prenotare la visita oculistica, e quando me la danno, me la danno.


NB: secondo l'Ine (Instituto Nacional de Estadìstica), nel 2015, il 38,55% della popolazione viveva sotto la soglia di povertà, ovvero con meno di 3€ al giorno nelle aeree urbane e meno di 2€ al giorno in quelle rurali.

sabato 28 ottobre 2017

-7 a Cochabamba: gli ultimi passi per la Bolivia!

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-      L'inizio di un viaggio con radici lontane


Un passo, poi un altro, ed ecco, sono qui. Quando cammini con il gusto del viaggio arrivi anche a dei momenti di sosta, dove hai bisogno – o decidi – di fermarti. Ti vuoi riposare, ammirare quanto ti sta intorno o vedere meglio dove stai andando.


Mi trovo adesso in uno di questi momenti, ferma, ma carica di quell'energia di chi è sul punto di saltare: sento di aver camminato tanto per arrivare a questo punto, ma allo stesso tempo di avere davanti a me orizzonti ancora sconfinati. La decisione di saltare l’ho già presa: ha richiesto tempo e forza, ma adesso sto prendendo la rincorsa per lanciarmi!



Se provo a ripensare a cosa mi ha portata fino a qui, ecco che una matassa lunghissima comincia a srotolarsi e a correre da tutte le parti, piena di nodi e ingarbugliamenti, apparentemente senza né capo né coda. Da piccola volevo fare la missionaria, poi girare il mondo come medico, poi … quanti cambiamenti!


I più importanti non sono mai stati né semplici né indolori, ma se cerco di rileggerli mi sembrano un po’ il frutto di un movimento tra due vette, le mie paure e quello che veramente desideravo, che mi faceva sentire viva. E di questo fanno parte il desiderio di scoprire, di viaggiare, di aprirsi al mondo.
Ma anche di agire nel mondo, sporcandomi le mani, cercando di capirlo, di maneggiarlo, lasciando un segno. 

Confronti politici, volontariato, la scelta degli studi: tutto questo si amalgama nella pasta di cui sono fatta oggi. Ma che forma ha? Sapere in quale direzione vuoi andare è già difficile, ma per farlo diventare realtà devi poi tradurlo in scelte, percorsi: a volte li intraprendi di tua volontà e a volte semplicemente ti affidi.

Il Servizio Civile all'Estero è stata per me una scoperta che ha avuto origine quasi per caso: avevo 19 anni, volevo partire e il mio don mi ha consigliato – ormai tanto tempo fa!- di chiedere in Caritas. Ho scoperto così i Cantieri della Solidarietà –esperienze di volontariato all'estero organizzate da Caritas Ambrosiana- e sono partita per la Moldova. Lì ho incontrato un ragazzo che stava facendo il Servizio Civile.

Cos'era il Servizio Civile? E chi lo sapeva! L’ho scoperto allora, e da quel momento l’ho come messo in tasca e tenuto lì, continuando la mia strada. Quell'idea, quel sogno mi ha aiutata ad orientarmi: sono partita altre volte, viaggi vicini e lontani, ho cambiato università, casa, città, e in tutto questo sono cambiata tanto anch'io! Ma quel sogno bruciava sempre in tasca, finché non ho deciso di tirarlo fuori e di provare finalmente a coltivarlo. E adesso …. Uno Dos Tres Cuatro Cinco …. –7 a Cochabamba! Tra sette giorni saremo in Bolivia.


Chissà che frutti nasceranno durante quest’anno … In questo blog magari riusciremo a condividerne il sapore, ma state attenti: i sogni sono contagiosi!

Chiara