Ciao pagina bianca, finalmente io e te.
È stato faticoso in queste settimane pensare, fermarsi, riflettere, ritagliarsi tempo ma eccomi qui.
3 settimane calde, intense intensissime, stancanti, di scoperta, di sconforto, di adattamento, di conoscenza, di vita piena, di qualche lacrima, di ammirazione, di luce e di terra; voi ormai siete trascorse e ora rimaniamo io e i miei pensieri colorati che vagano senza una meta tra la mia testa, il mio cuore e il mio stomaco e poi ci sono anche i pensieri meno colorati, quelli che voglio poter stringere e abbracciare solo io.
Oggi, cara pagina bianca, vorrei riempirti di amore, non quello nel senso banale e commerciale del termine ma quell’amore per la vita che mi stanno trasmettendo al MPU i bambini, le bambine e le ragazze con cui sto passando la maggior parte delle mie giornate.
Sono persone che sono state allontanate dalle loro famiglie perché hanno subito abusi o violenze e io, cara pagina, ogni volta che li guardo e penso a quello che hanno vissuto vorrei piangere e prendere a pugni qualcosa perché in nessun mondo nessun essere umano di 8 anni merita di essere abusato dal proprio padre o a 2 lasciato morire di fame o a 11 anni essere picchiata fino a essere sfregiata.
Per me non è giusto, ma neanche un pò! E io per esprimere questa ingiustizia ho sempre pensato che il pianto fosse una giusta reazione..poi, carissima pagina, mentre io guardo loro e trattengo le lacrime, ci sono loro che guardano me e allora mi scoppia il Big Bang dentro, dappertutto.
Sono sguardi che io non riesco ancora a reggere, sono sguardi forti, decisi, sono sguardi dolci, accoglienti, sguardi pieni di dignità e amore per la vita..nonostante tutto.
Loro una famiglia che li sostiene, li valorizza, li educa, li ama non ce l’hanno.
Le possibilità per sviluppare la propria identità e intimità non le hanno, non hanno nessuno a cui mostrare i proprio successi o con cui piangere per gli insuccessi, non hanno soldi e non hanno un futuro certo..tu, cara pagina, ce la faresti?
Io no.
Loro si.
Loro ogni giorno mi insegnano che è giusto e possibile dare fiducia a nuove persone, è giusto darsi una seconda possibilità, è giusto abbracciare e sorridere quando si è contenti e piangere quando si deve.
Loro mi stanno insegnando tanto e io vorrei farli conoscere a tutti, vorrei scrivere tutti i loro nomi e mostrare le foto a questo mondo ingiusto perché si, la maggior parte di loro ce la stanno facendo.
Cara pagina, il mio scopo per questo anno è fare in modo che loro si possano guardare con gli stessi occhi con cui li vedo io.
Per ora, mia cara pagina non più bianca, mi limito ad abbracciarli stretti stretti, forte forte per fargli capire ogni giorno di più che sono speciali, per loro, per me, per noi e per il futuro che li aspetta.
Speriamo sia un buon inizio.
A presto,
Giorgia.
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martedì 26 febbraio 2019
mercoledì 30 gennaio 2019
-1825 ore
È finalmente arrivato il momento, pensavo di dover dire tante cose ma ora non mi viene niente di troppo eclatante.
In maniere silenziosa, lenta ma costante il sogno si è avverato.
Sono semplicemente e autenticamente felice, un cantautore italiano direbbe “io sento il cuore a mille” ed è proprio così che mi sento a 1825 ore dalla partenza.
Non ho paura della lontananza da casa, dalla famiglia, dalle mie amiche, dal lavoro che tanto amo, dai colleghi, della lingua e dalla cultura completamente diverse; per ora ho solo una grande adrenalina che credo si stia concentrando nella parte sinistra del petto pronta ad irradiare il mio anno a Mombasa.
Lo so è che non sarà tutto bello come credo, che in realtà la lingua sarà un aspetto molto difficoltoso all’inizio, che i bambini non saranno da subito sorridenti e disponibili alla nostra presenza, che probabilmente prenderò un virus gastro-intestinale dopo 30 secondi dall’atterraggio, che poi anche casa mi mancherà e forse anche il cibo e magari anche la mamma con le sue preoccupazioni e i cazziatoni, ma ora no.
Ora è il momento bello e spensierato, quello pieno di energie e di creatività in cui immagini quello che ti aspetta e quello che potresti fare e io mi sento proprio viva!
Poi si, arriverà anche il momento del confronto con la realtà in cui piangerò, mi demoralizzerò e vorrò la mamma in cui mi dice che andrà tutto bene..lo so che succederà probabilmente più spesso di quello che credo ma…vallo a capire tu perché, mi elettrizza anche questo.
Quindi, mio caro 4 febbraio io sto aspettando, sei il cassetto d’oro che piano piano in questi mesi si è accostato a una nuova realtà, in queste 3 settimane di formazione si è aperto ancora un pochino e adesso è proprio pronto per spalancarsi alla calda e rossa terra africana che ho lasciato 2 anni fa.
Sono diventata grande eh in questi 2 anni, non ho più la pretesa di cambiare il mondo ma magari un pochinoinoino qualcosina si, di lasciare una piccola luce accesa nelle persone, di sorrisi e di abbracci regalati perché la semplice realtà é che é proprio vero, ognuno di noi é immensamente speciale. E allora ricordiamocelo a vicenda, che fa bene al cuore.
E poi, mio caro 4 febbraio, che tra l’altro sarai un lunedì e già questa cosa mi fa odiare un poco meno il lunedì; come posso e potrò quantificare le cose che imparerò da loro? Quelle che proprio mi marchieranno nella parte più profonda? Quelle che mi faranno singhiozzare di dolore e scoppiare il cuore di felicità? Com’è che si fa a farlo capire agli altri, 4 febbraio?
Hai un anno per pensarci, nel frattempo io parto e ci teniamo sentiti dai, non mi deludere e magari fai un passaparola anche agli altri 365 giorni dopo di te.
Giorgia
lunedì 12 febbraio 2018
Il dono del tempo
Non c’è nulla da fare.
Per quanto io credessi di essermi preparata
psicologicamente ai ritmi lenti dell’Africa, e nonostante la mia precedente
esperienza in Madagascar, non posso negare che, ancora una volta, il “pole
pole” (cioè “piano piano”) continuo mi stia mettendo a dura prova.
Le mie origini campagnole a nulla servono dopo aver
trascorso gli anni dell’università a Milano, caotica e frenetica città sempre
di corsa, dove tutti sembrano avere molto da fare e soprattutto paiono essere
in ritardo perenne.
Quando in quegli anni vivevo la città, ricordo che
mi stupiva sempre questa fretta quasi spasmodica, che impediva di rispondere ad
un turista in cerca di informazioni, che faceva scontrare con i senza dimora
che stavano a bordo della strada a chiedere l’elemosina, che obbligava a
spingere per prendere la prima metro in arrivo perchè la successiva ( un minuto
e mezzo dopo) avrebbe fatto arrivare troppo tardi. Ma troppo tardi per cosa?
Mi chiedevo sempre se quel minuto e mezzo di
chiacchiere, di attenzione al vicino, di godersi la vita intorno fossero
sacrificati per qualcosa di migliore. Oppure no? Oppure si era sempre solo di
corsa e quei minuti tolti alla vita erano usati per correre di nuovo,
inseguendo solo il tempo?
Eppure qualcosa deve essermi rimasto dentro, deve
essermisi appiccicato addosso.
Perchè grande è stato il mio stupore stavolta
quando, sul volo Zurigo-Nairobi, ho incontrato Ben.
Un ragazzo Keniano, che appena si è seduto ha avuto
voglia di chiacchierare con me che ero la sua vicina di posto. Poverino. Il mio
inglese sgangherato, il mio sonno e la mia preoccupazione non lo hanno fatto
desistere. E per la prima mezz’ora ci siamo un pò raccontati.
Nessuno dei due
aveva cose più importanti da fare. Nessuna fretta. Nessun messaggio da mandare,
nessuna chat da controllare, nessuna mail da inviare. Solo tempo per le
chiacchiere. Piacevole tempo speso a conoscersi.
Poi siamo partiti, io son crollata, e lui mi ha
svegliata quando è arrivato il pranzo. Ma appunto, poverino, il nostro Ben non
immaginava l’imbranataggine della sottoscritta. Non trovavo il tavolino,
nascosto nel bracciolo del mio sedile. Me lo ha indicato, ma ovviamente
non sono riuscita a sistemarlo da sola.
Ha fatto lui, con pazienza, ridendo un pò di me. E poi ad addormentarsi è stato
lui, e il l’ho svegliato per la cena. Ci siamo scambiati un cioccolatino e
poche altre parole.
Atterrati a Nairobi ho attaccato di nuovo a
stressarlo: avevo soldi sul mio telefono, ma non riuscivo ad attivare la
promozione per internet, necessaria per usare l’app per chiamare un taxi che
dall’aeroporto mi portasse a casa.
Di nuovo, ho ripreso con il mio inglese pessimo a
riempirlo di domande e praticamente gli ho piazzato in mano il mio telefono
sperando che lui risolvesse in qualche modo la situazione.
Mi sono immaginata a Milano, a chiedere ad un uomo
d’affari appena atterrato di guardare il mio telefono invece che il suo, di
aiutarmi per un pò invece che chiamare a casa, rispondere ad importanti
messaggi di lavoro o sprofondare nei social. Mi sentivo proprio una zanzara
fastidiosa nelle sue orecchie.
E invece no. Di nuovo, con pazienza e con il
sorriso, ha preso il mio telefono, mi ha attivato non so come un’ora di
internet gratis, e ha fatto tutto quello che mi serviva per poter tornare a
casa al sicuro.
Mi ha persino aspettata, fuori dal controllo
documenti, per assicurarsi che io non avessi più bisogno di aiuto. L’ho
congedato con un pò di imbarazzo, perchè mi sembrava di avergli già rubato
troppo tempo.
Sento il bisogno, ora, di ringraziarlo per il tempo
che spontaneamente mi ha donato, gratuitamente, senza fretta. E per avermi
ricordato, appena atterrata in Kenya, l’importanza di rallentare, di mettere da
parte la fretta e di riportare al centro le relazioni.
Ripensando a questo incontro dopo una giornata un pò difficile in cui mi sembra di aver “fatto” troppo poco, torno a respirare, a godere delle piccole cose, a voler stare semplicemente con i ragazzi a condividere i lavori nei campi e con gli animali, a cucinare chapati e a confrontare i nostri mondi e i nostri sogni così diversi ma poi, infondo, anche così simili.
E allora non mi sembra più tempo sprecato fermarmi sulla
strada verso casa a chiacchierare con i bimbi che escono dalla scuola del quartiere
carcerario di Kamiti, che corrono davanti a me e poi
si girano per scrutarmi, che si spintonano e strattonano, che si nascondono dentro un cespuglio per farmi uno
scherzo e che mi salutano insistentemente ripetendo come una cantilena tutti i
saluti che conoscono in inglese e ridendo a crepapelle.
Anche questo è tempo ben speso,
è tempo che arricchisce,
ma ogni tanto me ne dimentico.
è tempo che arricchisce,
ma ogni tanto me ne dimentico.
sabato 25 novembre 2017
Tre storie di (stra)ordinaria follia
Il diritto alla salute, questo sconosciuto
Milano, giorno di settembre 2017. “Buongiorno, vorrei
prenotare una visita oculistica” “Va bene l’8 novembre alle 10.30?” “eh no,
guardi, partirò i primi di novembre per andare un anno all’estero, non c’è
un’altra data?” “Signora, 8 novembre 2018”. Ah.
E qui sono partiti gli insulti al Servizio sanitario nazionale italiano.
E qui sono partiti gli insulti al Servizio sanitario nazionale italiano.
Cochabamba, 17 novembre 2017. Passo davanti all’Hospital Viedma, zona centrale
della città. Davanti all’ingresso del pronto soccorso c’è una distesa di
persone sedute, in piedi, sdraiate, accasciate, che aspettano. Uomini, donne,
anziani e bambini. Qualcuno è steso su un telo super colorato come se ne vedono
tanti in giro, altri mangiano qualcosa mentre aspettano, qualcuno piange.
Ambulanze? Ne vedo due e pure scalcagnate. Mi si stringe lo stomaco… io nel frattempo sto facendo il “farma-tour”,
ovvero sto andando in differenti farmacie della città a chiedere quanto costano
dei farmaci per un signore che ha chiesto aiuto alla Caritas. Ed è incredibile!
Ogni farmacia propone prezzi diversissimi per gli stessi identici medicinali:
si passa da quasi 800 boliviani (100€) a 400. In ogni caso, troppi. Il signore
in questione non ce li ha. Forse si riuscirà ad attivare un aiuto per il mese
di dicembre. Ma poi? Suo figlio ha una malattia psichiatrica, se non prende
quei farmaci diventa violento. E dopo dicembre che si fa? Non c’è risposta.
Cochabamba, 16 novembre. Viene in Arzobispado
(all’Arcivescovado) un giovane uomo, professione fotografo. Si è fratturato
l’ulna e il radio, deve essere operato. Costo dell’operazione: 15.000 boliviani
(circa 1800€). L’uomo piange. Quei soldi non ce li ha! Adesso che ha il braccio
rotto non sta neanche lavorando… forse potrebbe tenerselo così, aspettare che
guarisca solo con la fasciatura. Non si può. Il dottore ha detto che bisogna agire tempestivamente altrimenti il suo braccio
non tornerà più come prima. Il giovane uomo ha sentito di un centro privato dove lo opererebbero con 2000 boliviani (250€), potrebbe andare lì? Non è sicuro! Esiste gente che lucra su
questo sistema sanitario inesistente e si improvvisa medico pur di guadagnare
dei soldi. Cercheremo di trovare una soluzione ma lei non vada lì, per favore. Hasta luego, ci rivedremo. Si ma intanto
che ne sarà di lui e del suo braccio? Non c’è risposta.
Cochabamba, 14 novembre. Ruperta, dell’Abds (Associazione donatori di sangue boliviani) ci
racconta di un signore che ha avuto bisogno di sei sacchette di sangue per
operarsi. In cambio i familiari dovevano restituire il doppio delle
sacche di sangue richieste (trovatevi dei donatori), e pagare 300-500 boliviani (40-60€) per
ogni sacca. Il signore purtroppo è morto in sala
operatoria. Niente sacche di sangue allora? Ehnno! Le ha comunque utilizzate,
tutte e sei! Quindi? Quindi la famiglia non può seppellirlo se non ripaga il
suo debito. Signori e signore, corpo in ostaggio: o 12 sacche di sangue e 2000 boliviani o il
vostro caro defunto rimane qua. La famiglia ce l’ha fatta? Sì, l’Abds li ha
aiutati a recuperare le sacche e il signore alla fine ha ricevuto la sua degna sepoltura. Caspita, ma almeno i donatori di sangue, qualora dovessero averne bisogno, hanno delle
agevolazioni? Magari, che so, non pagano i 300 boliviani per sacca…
Agevolazioni? No di certo! Bravi loro che donano, ma qui c’è il 2X1 al contrario:
prendi una sacca e ne devi riportare due, sempre. E la sacca conquistata comunque la
devi pagare, sempre. Ah.
Quando torno in Italia richiamo per prenotare la visita oculistica, e quando me
la danno, me la danno.
NB: secondo l'Ine (Instituto Nacional de Estadìstica), nel 2015, il 38,55% della popolazione viveva sotto la soglia di povertà, ovvero con meno di 3€ al giorno nelle aeree urbane e meno di 2€ al giorno in quelle rurali.
alle
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giovedì 26 ottobre 2017
Sospingi la tua barca
Sono Marianna e mi piace il mare. Lo dice anche il mio nome -abbreviato - “Mari” , che è come mi chiamano le persone quando si sentono già in confidenza. A questo punto uno si aspetterebbe che io viva in una città marittima come Genova, Napoli, Rimini… No. Abito a Milano, ma il mare mi accompagna da quando sono piccola, dalle lunghe estati passate con i miei nonni a Livorno, dove ho imparato a nuotare molto presto a suon di bevute d’acqua, addii struggenti ai braccioli, e incoraggiamenti vari.
Allora sorge un’altra domanda: “parti per una città di mare?”. No. Vado in Bolivia, il “corazon del Sud America”, che essendo appunto un “corazon” non ha sbocchi sul mare. E allora che c’azzecca il mare?
Il mare lo porto con me, perché in questo momento mi sento un po’ come una piccola barchetta. Sono sulla riva, pronta a partire: sto spiegando le vele, preparando i rifornimenti, il salvagente (sì, serve anche quello!) e sto salutando parenti e amici al molo.
Parto per un anno di servizio civile all’estero, l’ho deciso tempo fa, ma come ogni decisione importante che ho preso nella mia vita, ho avuto bisogno di tempo per concretizzarla.
La mia barchetta è piccola e (spero) resistente, è pronta ad affrontare le onde e a farsi trasportare dalla bonaccia; farà un lungo giro e incontrerà tante isole nel suo percorso e in ognuna si fermerà, anche solo per poco, e ogni terra toccata sarà per me importante.
Nonostante la mia sia una piccola barca monoposto, appena giro lo sguardo vedo che sul molo ci sono tante altre barchette… ben tredici! Sono tutte differenti e ognuna è bella a suo modo. Tutte, come me, si stanno preparando per affrontare il mare. Non abbiamo la stessa meta, eppure qualcosa di forte ci lega: lo spirito con cui partiamo sembra un enorme e unico soffio di vento che già inizia a sospingerci. E allora, eccomi, sono pronta, preparo la bussola, apro il diario di bordo, aggiusto il timone e intanto, comunque vada, in questo inizio di viaggio non mi sento sola.
Ai miei compagni di avventura voglio quindi dedicare una poesia che mi è stata donata da una persona molto cara. Inutile dire che parla di barche… e mari.
Conosco delle barche
che restano nel porto per paura
che le correnti le trascinino via con troppa violenza.
Conosco delle barche che arrugginiscono in porto
per non aver mai rischiato una vela fuori.
Conosco delle barche che si dimenticano di partire
hanno paura del mare a furia di invecchiare
e le onde non le hanno mai portate altrove,
il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.
Conosco delle barche talmente incatenate
che hanno disimparato come liberarsi.
Conosco delle barche che restano ad ondeggiare
per essere veramente sicure di non capovolgersi.
Conosco delle barche che vanno in gruppo
ad affrontare il vento forte al di là della paura.
Conosco delle barche che si graffiano un po'
sulle rotte dell'oceano ove le porta il loro gioco.
Conosco delle barche
che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora,
ogni giorno della loro vita
e che non hanno paura a volte di lanciarsi
fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.
Conosco delle barche
che tornano in porto lacerate dappertutto,
ma più coraggiose e più forti.
Conosco delle barche straboccanti di sole
perché hanno condiviso anni meravigliosi.
Conosco delle barche
che tornano sempre quando hanno navigato.
Fino al loro ultimo giorno,
e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti
perché hanno un cuore a misura di oceano.
[Jacques Brel]
SPERANZE
C’era una volta la zia di un bellissimo bambino nato da poco più di una settimana. Deve dormire molto, recuperare le energie, nutrirsi e stare con la sua mamma e il suo papà. D’altronde nascere non è mica una cosa da poco. Di energie gliene serviranno in grande quantità per affrontare la vita, gli amori, le delusioni e le mille avventure che lo aspettano. E questa sua zia non ha troppi consigli da dargli sulla vita. Spera solo di trasmettergli la sua stessa voglia di vivere e di incontrare l’umanità, di tuffarcisi dentro e di rimanerne, perché no, anche un po’ scottati. Spera che un giorno possa vedere con occhi curiosi e gentili, mai sazi di scoperte. Spera che non si accontenti mai delle cose così come sono, ma che abbia dentro di sé la forza per cambiarle. Spera di raccontargli come mai un giorno è partita per il Servizio Civile in Libano, a Beirut, per incontrare altri bambini come lui, padri e madri proprio come i suoi, per ascoltare le loro storie e sentirsi un po’ più vicina a chi non viene mai ascoltato. Spera di fargli capire che questa terra è grande, piena di colori, odori e popoli, è inaspettata, a volte severa e ingiusta, ma la abitano persone con cui incrociare lo sguardo e dalle quali si può imparare. E così questa zia, che poi sono io, sta per iniziare questa avventura con tanta speranza e con tanto coraggio, lo stesso con cui spera di contagiarlo.
alle
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domenica 7 maggio 2017
Diri ak pwa, ovvero arroz con habichuelas: un viaggio oltre la frontiera.
Quando tutto sembrava pronto per partire, mi è stato annunciato, con
estrema casualità, che finalmente avrei potuto incontrare il vescovo, proprio
la mattina della mia partenza. Così questo momento solenne si è incastrato tra
una messa, uno zaino da preparare, il serbatoio da riempire con la bottiglietta
di plastica e un simpatico prete che mi parla della canzone di San Damiano. E’
un buon modo per iniziare il mio primo viaggio da sola su quest’isola. Non solo
per le benedizioni del Monseigneur,
ma anche per cominciare apprezzando l’imprevisto. Certo, con questo secondo
anno ai tropici ci sono ormai abituata, ma il fatto di viaggiare lo rende un
fattore supremo, al quale non ci si può sottrarre barricandosi in un luogo
sicuro, bisogna giocare.
Nonostante gli avvertimenti di un collega della Caritas Spagnola, l’equipe
animazione di Caritas Port-de-Paix sembra non voler credere che la strada del
nord, che da Anse-à-Foleur porta a Limbé e a Cap Haïtien, sia davvero così
impercorribile, fomentando così la mia fretta di partire: ed è così che mi
trovo con Karl, l’autista, su un sentiero di montagna difficilmente praticabile
anche a dorso di mulo. Ma proprio la sua esperienza e le benedizioni del
vescovo ci permettono di arrivare sani e salvi dopo 5 ore a Cap Haïtien, con solo una gomma a terra
e un pezzo dell’auto (di cui non capisco il nome) da riparare. La scorciatoia,
che avrebbe dovuto dimezzare il tempo di percorrenza rispetto alla strada
tradizionale, ha quasi allungato il viaggio, ma il paesaggio mozzafiato ha
ripagato ogni goccia di sudore freddo. Le Kay
pay, cime avvolte nelle nuvole, alberi da frutto, faraglioni e mare, una
baia segreta dove forse un giorno avrò il coraggio di lanciarmi con la tavola
da surf, e poi una brusca e casuale interruzione. Una liscia lingua di cemento
taglia la giungla per meno di 10 kilometri. Cos’è questo miraggio
fitzcarraldiano? Il paese di origine di un senatore, mi dice Karl, divertito
dal fatto che ancora io mi stupisca di queste cose.
Questo lirismo bucolico scompare del tutto avvicinandosi a Cap Haïtien, la città simbolo della
storia di questo paese. Ci sono le strade asfaltate, addirittura con la doppia
linea, gente che corre, anche una blan
in pantaloncini minimali con un cane al guinzaglio! Resto incollata al
finestrino, meravigliata. Lasciando il Far-Nouest
di Haiti mi rendo conto delle diverse realtà che sono questa terra, ma lo shock
vero e proprio resta ancora da assaporare.
Il giorno dopo parto in autobus alla volta di Santiago de los Caballeros,
Repubblica Dominicana. La strada che porta al confine ha veramente pochi buchi,
ed il paesaggio che si attraversa percorrendola sembra appartenere ad un’epoca
diversa rispetto a quella alla quale i miei occhi ( e la mia schiena) si sono abituati in missione per il nordovest
con la Caritas di Port-de-Paix. E poi passiamo Ouanaminthe, la città che “bouje toutan”, dove si mangia il cavallo
e le luci sono accese anche di giorno. Nessuna di queste leggende è a prima
vista vera, sono quasi delusa. Dopo il controllo alle due dogane dove
poliziotte quasi simpatiche eseguono una perquisizione meticolosa delle valigie
sospette (chi sa perché solo quelle degli Haitiani) possiamo ritornare
sull’autobus, passando attraverso le barricate dei ragazzini che ci chiedono il
pranzo al sacco che sanno benissimo essere dispensato da Caribetours.
Al di là c’è Dajabón, dove la spazzatura lascia spazio magicamente a
uno scenario rurale pettinato, casette colorate e paesini sperduti non molto
interessanti, ma che sembrano ridere. Dopo qualche ora siamo a Santiago, con la
sua periferia assolata e sorniona. Devo cambiare dei dollari per prendere i
prossimi mezzi, così mi mandano in una stanza a vetri dove c’è una coda
infinita, ma dove mi trovo direttamente e
spinta dalla folla davanti alla cassiera. Pensando di essere sulla
stessa isola di Haiti mi aspetto che sia una tattica di scippo o qualche
fregatura, ma niente di male succede, solo qualche risata della gente sorpresa
che io non sia americana. Il viaggio continua fino a Cabarete, una piccola
mecca caraibica per gli sport acquatici.
![]() | |
| La spiaggia di Cap Haitien, Haiti |
![]() |
| Playa del Encuentro, Repubblica Dominicana |
Belle case, resort, supermercati, ristoranti, bancarelle, negozi di
souvenir, locali per ogni gusto, che se li si guarda bene più o meno tutti
uguali. Ragazzine mulatte con gli occhi blu, bambini poliglotti, coppie miste
di ogni età e provenienza, mozzarella italiana. Ma per me, soprattutto una
spiaggia che ogni mattina viene ripulita
da una piccola squadra piuttosto sorridente. Ci sono cinque baracchini che
affittano tavole da surf, vegetazione tropicale, belle onde e qualcuno sempre
disponibile ad offrire un passaggio o a scambiare due parole. E poi nessuno mi
urla più blan per la strada, anzi la
gente sembra divertirsi cercando di capire la provenienza del mio accento.
Dovrei essere felicissima, penso: surf, pizza, gelato e frutta, riposo,
nuovi amici. Ma le prime sensazioni che provo vedendo l’altra metà dell’isola
sono una certa rabbia e un certo sconcerto.
Questa volta le differenze non sono qualcosa che leggo in un libro sul PIL
dei due paesi, sulla storia della colonizzazione o qualche altra verità
raccontata, ma sono emozioni suscitate da una realtà che vedo, sento e annuso.
Certo, sono sicura che sotto la patina d’oro delle zone turistiche dominicane
ci siano ingiustizie e nicchie di povertà, ma vivo immediatamente di pancia il confronto,
e quello che percepisco sono crudeli diseguaglianze.
In pochi giorni ho incontrato
diversi lavoratori haitiani, ma è con Mesye
Roro che ho passato un’ora a parlare nel cuore della notte. Mi ferma per
chiedermi, sinceramente incuriosito, perché cammino sempre e non lo fermo mai.
E’ un taxista di moto, di notte, un muratore di giorno. Dopo cinque anni di
questa vita non è ancora riuscito a pagarsi il mezzo con il quale lavora. E’
così che capisco perché gli unici che chiedono l’elemosina da queste parti sono
dei neri mutilati. I lavoratori haitiani sono impiegati a delle condizioni
durissime soprattutto nel settore delle costruzioni, dove è facile farsi male,
oppure nei campi. Li ho sentiti descrivere più volte dagli stranieri che vivono
qui, che magari hanno attività, con parole di elogio come grandi lavoratori,
più educati e raffinati dei dominicani. Eppure qui, oltre a scontare il prezzo
di una vita faticosissima, sono vittime di razzismo ed episodi di violenza.
I turisti che incontro, ma anche diversi giovani
stranieri che vivono e lavorano a Cabarete, pensano che quando dico Haiti io
intenda Tahiti, e si sorprendano del fatto che per arrivare qui non abbia
dovuto prendere navi o aerei.
Girando tra i negozietti di
souvenir, è impossibile trovare una maglietta o una borsa con la mappa ricordo
delle vacanze diversa dal classico “moncherino”: c’è solo la metà destra di
Hispaniola, ma chi se ne accorge? Pochi hanno coscienza di dove si trovano.
Di solito la reazione dei
Dominicani quando mi chiedono da dove vengo è quella di cambiare argomento, sull’altra
metà dell’isola cade il silenzio.
Ogni mattina presto prendo la guagua per andare a surfare, un piccolo bus che sfreccia a più non
posso stipando gente ad ogni fermata, sul quale incontro sempre gli stessi tre
signori ricurvi con i loro sacchetti degli attrezzi. Come se ci conoscessimo
facciamo sempre qualche piccolo discorso in creolo. E’ terribile l’impressione
infastidita che mi sembra comparire sul volto degli altri passeggeri,
soprattutto un gendarme che torna a casa ogni mattina dopo il turno notturno.
Nell’immaginario collettivo, Haiti,
sinonimo di sciagure naturali e miseria, e la Repubblica Dominicana, meta di villaggi turistici e navi da crociera, non
possono essere sulla stessa isola.
Eppure di Hispaniola si tratta. Un
giorno a Playa Encuentro, per la prima volta, un Dominicano mi fa qualche domanda
su Haiti. Il tema è la cucina criolla, e
il mio amico sembra incuriosito quando gli racconto, stupita dal fatto che non
lo sappia, che anche “di là” la sinfonia di base è la stessa: diri ak pwa haitiano, arroz con habichuelas dominicano, riso e
fagioli, tanti tipi diversi di fagioli. Questo è in realtà il piatto tipico di
molti paesi dei Caraibi e del Sud America. I fagioli sono nativi americani, ma
non il riso, che è stato introdotto dai colonizzatori europei, accompagnando
gli schiavi che venivano strappati all’Africa occidentale, dove era già la
pietanza di base. Un’identità triangolare, tra Europa, Africa e America che è
frutto degli anni della colonizzazione. E se il cibo è elemento dell’identità
culturale, esiste su quest’isola un substrato comune. Eppure questa terra ha
alle spalle una storia difficile, di divisione ed ostilità, che si fa eco nella
diseguaglianza di oggi tra i due paesi.
Haiti, un tempo la ricca Perla
delle Antille, lottò per la sua indipendenza e la ottenne 60 anni prima della
Repubblica Dominicana. Entrambi i nuovi stati si confrontarono dall’inizio del
loro cammino solitario con la fatica di dover pagare il debito dovuto alla loro
indipendenza a Francia e Spagna, poi le dittature e le occupazioni americane.
Ma oggi Haiti è un pase dipendente,
che arranca per un piatto di riso al giorno, dove la schiavitù non è mai del
tutto finita. Invece la Dominicana, che appare con la sua bella faccia da paradiso
caraibico, attrae migliaia di turisti ogni anno, e cammina. I soldi non sono
tutto, ma PIL annuo pro capite di Haiti
è 813 dollari, quello della Repubblica Dominicana è di 7116.
E così faccio un sacco di domande,
alle quali non ho ancora trovato risposte. Ma una cosa è certa…quando a
Cabarete la radio della guagua ha
trasmesso “Pa gad alem”, una canzone
haitiana molto in voga al momento, ho sentito il cuore riempirsi di emozione.
Mi sono guardata intorno cercando un segno di condivisione sul volto dalla
gente, che è invece rimasta impassibile, non capendo forse neanche che si
trattasse di creolo. Dopo tre mesi mi sono innamorata di Haiti, o forse sto
imparando ad amarla, con tutti i suoi difetti e contraddizioni.
* Grazie a Sandro e Daniel per avermi aiutata con le immagini
alle
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venerdì 3 marzo 2017
"In her shoes", camminando con Estè
Finalmente riesco a salire verso le montagne, a camminare in solitaria cercando
riposo per i cinque sensi, costantemente alla ricerca di un punto di
riferimento nella vorticante confusione del piccolo grande caos di Port-de-Paix.
Questa domenica mattina è il momento giusto per lasciarsi alle spalle cemento e
spazzatura, musica e motociclette. La strada sterrata e polverosa s‘inerpica
verso l’alto, attraversa crinali impervi tratteggiati da un artistico patchwork
di campi coltivati e da tante casette di lamiera.
![]() |
| Port-de-Paix dall'alto, l'isola della Tortuga sullo sfondo |
Mentre attraverso questo quadro naif inizio a sentirmi seguita, senza
voltarmi aumento il passo. Questo provoca uno sfrigolio di tacchi leggero, ma
sempre più veloce, che alla fine mi raggiunge. E’ una bambina vestita da festa
che scarpina a tutta velocità, con un paio di infradito a tacco alto, su un
terreno così accidentato che mette a repentaglio le caviglie anche con gli
scarponi. Camminiamo in silenzio fianco a fianco per un po’, senza capire
veramente se stiamo andando nella stessa direzione. Le faccio qualche domanda,
lei risponde poco convinta, ma ogni volta che mi fermo mi aspetta, e se
qualcuno mi inizia a parlare è lei che spiega che stiamo andando a La Croix.
Tra una domanda e l’altra di Estè, che ormai ha sciolto la sua timidezza, tra i commenti dei passanti stupiti
di vedermi da quelle parti, tra i muratori che chiedono soldi e preghiere, tra i
contadini che vogliono parlare della Repubblica Dominicana, tra le signore e le
bambine che scendono al mercato con le teste cariche di ceste delle verdure dei
loro orti, ed il portiere della casa dei frati che mi coinvolge in profonde
riflessioni sui pannelli solari, ho tempo per pensare e per lasciare partire la
testa tra le nuvole.
“El frágil sendero de los Caciques desapareció de súbito
frente a una lanza clavada en tierra, sostenida por un montón de piedras: el poteau-mitan, la intersección entre el cielo y el lugar de más abajo, entre el
mundo de los Loas y el de los humanos.
Y entonces los vio. Primero dos sombras, luego el brillo del metal, cuchillos o
machetes. No levantó los ojos. Saludó con humildad repetendo la contraseña que
le había dado Tante Rose. No hubo respuesta, pero percibió el calor de esos
seres tan cercanos, que si tendía una mano podía tocarlos. No hedían a
podredumbre ni a cementerio, despedían el mismo olor de la gente de los
cañaverales.”
Isabel Allende, La isla bajo el mar
Quasi mi aspetto di trovarmi davanti a questa scena. Risalendo verso la
cima mi vengono in mente le pagine di
Isabel Allende che raccontano del nord di Haiti all’epoca delle lotte che
portarono all’indipendenza del Paese. C’erano schiavi che non si rassegnavano e
scappavano dalle piantagioni dei loro padroni, sfidando non solo la furia di
questi, ma anche le alte e sconosciute montagne, che diedero poi il nome a
questa terra.
Camminando su questa strada immagino cosa volesse dire la fuga,
il viaggio, l’arrivo a un quilombo, come
descrive in questo passo. In questi luoghi i Mawon hanno scelto la libertà, non solo per se stessi, ma per
quella che diventerà, a caro prezzo, la prima Repubblica nera della Storia.
Sono passati più di duecento anni, l’orgoglio del passato rimane, ma questo
paese non è indipendente. Lo si vede non solo dalle “grandi cose”, le più
evidenti, come l’ingerenza politica ripetuta, la dipendenza economica dalle
importazioni e dagli aiuti umanitari a pioggia che non permettono lo sviluppo
di tutto ciò che qui potrebbe fiorire. Lo
si vede quotidianamente anche dalle “piccole cose”: da i bambini che chiedono
soldi o cibo toccandosi la pancia e facendo segni di decapitazione (c’è voluto
del tempo ad interpretarlo come “sto morendo di fame” e non come “ voglio farti
fuori”), dai banchi del mercato vuoti dopo mesi dall passaggio dell’uragano
Matthew, dai prodotti americani che invadono ogni aspetto la vita dell'isola...
La strada per il quilombo è
ancora lunga, ma gli Haitiani sono forti. Le responsabilità di chi viene da
fuori sono importanti, camminare insieme non è sempre semplice. A volte non si
capisce la logica sottesa alle cose, altre volte sarebbe più facile fare noi al
posto di qualcuno che vediamo in difficoltà, altre volte ancora restiamo
incompresi…
Ecco appunto, torno alla realtà, Este mi chiede di comprarle
dell’acqua. Nel suo sacchetto nero non c’è una bottiglietta come pensavo, ma un
altro paio di scarpette da messa di ricambio, che ad un certo punto deve
infilarsi al posto di quelle che indossa che si sono rotte!... Le sorrido e le
passo la mia borraccia.
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