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martedì 26 febbraio 2019

Guardati con i miei occhi

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Ciao pagina bianca, finalmente io e te.
È stato faticoso in queste settimane pensare, fermarsi, riflettere, ritagliarsi tempo ma eccomi qui.

3 settimane calde, intense intensissime, stancanti, di scoperta, di sconforto, di adattamento, di conoscenza, di vita piena, di qualche lacrima, di ammirazione, di luce e di terra; voi ormai siete trascorse e ora rimaniamo io e i miei pensieri colorati che vagano senza una meta tra la mia testa, il mio cuore e il mio stomaco e poi ci sono anche i pensieri meno colorati, quelli che voglio poter stringere e abbracciare solo io.

Oggi, cara pagina bianca, vorrei riempirti di amore, non quello nel senso banale e commerciale del termine ma quell’amore per la vita che mi stanno trasmettendo al MPU i bambini, le bambine e le ragazze con cui sto passando la maggior parte delle mie giornate.

Sono persone che sono state allontanate dalle loro famiglie perché hanno subito abusi o violenze e io, cara pagina, ogni volta che li guardo e penso a quello che hanno vissuto vorrei piangere e prendere a pugni qualcosa perché in nessun mondo nessun essere umano di 8 anni merita di essere abusato dal proprio padre o a 2 lasciato morire di fame o a 11 anni essere picchiata fino a essere sfregiata.
Per me non è giusto, ma neanche un pò! E io per esprimere questa ingiustizia ho sempre pensato che il pianto fosse una giusta reazione..poi, carissima pagina, mentre io guardo loro e trattengo le lacrime, ci sono loro che guardano me e allora mi scoppia il Big Bang dentro, dappertutto.
Sono sguardi che io non riesco ancora a reggere, sono sguardi forti, decisi, sono sguardi dolci, accoglienti, sguardi pieni di dignità e amore per la vita..nonostante tutto.

Loro una famiglia che li sostiene, li valorizza, li educa, li ama non ce l’hanno.
Le possibilità per sviluppare la propria identità e intimità non le hanno, non hanno nessuno a cui mostrare i proprio successi o con cui piangere per gli insuccessi, non hanno soldi e non hanno un futuro certo..tu, cara pagina, ce la faresti?
Io no.
Loro si.
Loro ogni giorno mi insegnano che è giusto e possibile dare fiducia a nuove persone, è giusto darsi una seconda possibilità, è giusto abbracciare e sorridere quando si è contenti e piangere quando si deve.
Loro mi stanno insegnando tanto e io vorrei farli conoscere a tutti, vorrei scrivere tutti i loro nomi e mostrare le foto a questo mondo ingiusto perché si, la maggior parte di loro ce la stanno facendo.

Cara pagina, il mio scopo per questo anno è fare in modo che loro si possano guardare con gli stessi occhi con cui li vedo io.
Per ora, mia cara pagina non più bianca, mi limito ad abbracciarli stretti stretti, forte forte per fargli capire ogni giorno di più che sono speciali, per loro, per me, per noi e per il futuro che li aspetta.
Speriamo sia un buon inizio.

A presto,
Giorgia.

mercoledì 30 gennaio 2019

-1825 ore

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È finalmente arrivato il momento, pensavo di dover dire tante cose ma ora non mi viene niente di troppo eclatante.

In maniere silenziosa, lenta ma costante il sogno si è avverato.

Sono semplicemente e autenticamente felice, un cantautore italiano direbbe “io sento il cuore a mille” ed è proprio così che mi sento a 1825 ore dalla partenza.
Non ho paura della lontananza da casa, dalla famiglia, dalle mie amiche, dal lavoro che tanto amo, dai colleghi, della lingua e dalla cultura completamente diverse; per ora ho solo una grande adrenalina che credo si stia concentrando nella parte sinistra del petto pronta ad irradiare il mio anno a Mombasa.
Lo so è che non sarà tutto bello come credo, che in realtà la lingua sarà un aspetto molto difficoltoso all’inizio, che i bambini non saranno da subito sorridenti e disponibili alla nostra presenza, che probabilmente prenderò un virus gastro-intestinale dopo 30 secondi dall’atterraggio, che poi anche casa mi mancherà e forse anche il cibo e magari anche la mamma con le sue preoccupazioni e i cazziatoni, ma ora no.

Ora è il momento bello e spensierato, quello pieno di energie e di creatività in cui immagini quello che ti aspetta e quello che potresti fare e io mi sento proprio viva!
Poi si, arriverà anche il momento del confronto con la realtà in cui piangerò, mi demoralizzerò e vorrò la mamma in cui mi dice che andrà tutto bene..lo so che succederà probabilmente più spesso di quello che credo ma…vallo a capire tu perché, mi elettrizza anche questo.

Quindi, mio caro 4 febbraio io sto aspettando, sei il cassetto d’oro che piano piano in questi mesi si è accostato a una nuova realtà, in queste 3 settimane di formazione si è aperto ancora un pochino e adesso è proprio pronto per spalancarsi alla calda e rossa terra africana che ho lasciato 2 anni fa.
Sono diventata grande eh in questi 2 anni, non ho più la pretesa di cambiare il mondo ma magari un pochinoinoino qualcosina si, di lasciare una piccola luce accesa nelle persone, di sorrisi e di abbracci regalati perché la semplice realtà é che é proprio vero, ognuno di noi é immensamente speciale. E allora ricordiamocelo a vicenda, che fa bene al cuore.

E poi, mio caro 4 febbraio, che tra l’altro sarai un lunedì e già questa cosa mi fa odiare un poco meno il lunedì; come posso e potrò quantificare le cose che imparerò da loro? Quelle che proprio mi marchieranno nella parte più profonda? Quelle che mi faranno singhiozzare di dolore e scoppiare il cuore di felicità? Com’è che si fa a farlo capire agli altri, 4 febbraio?
Hai un anno per pensarci, nel frattempo io parto e ci teniamo sentiti dai, non mi deludere e magari fai un passaparola anche agli altri 365 giorni dopo di te.

Giorgia 

lunedì 12 febbraio 2018

Il dono del tempo

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Non c’è nulla da fare.
Per quanto io credessi di essermi preparata psicologicamente ai ritmi lenti dell’Africa, e nonostante la mia precedente esperienza in Madagascar, non posso negare che, ancora una volta, il “pole pole” (cioè “piano piano”) continuo mi stia mettendo a dura prova.

Le mie origini campagnole a nulla servono dopo aver trascorso gli anni dell’università a Milano, caotica e frenetica città sempre di corsa, dove tutti sembrano avere molto da fare e soprattutto paiono essere in ritardo perenne.

Quando in quegli anni vivevo la città, ricordo che mi stupiva sempre questa fretta quasi spasmodica, che impediva di rispondere ad un turista in cerca di informazioni, che faceva scontrare con i senza dimora che stavano a bordo della strada a chiedere l’elemosina, che obbligava a spingere per prendere la prima metro in arrivo perchè la successiva ( un minuto e mezzo dopo) avrebbe fatto arrivare troppo tardi. Ma troppo tardi per cosa?

Mi chiedevo sempre se quel minuto e mezzo di chiacchiere, di attenzione al vicino, di godersi la vita intorno fossero sacrificati per qualcosa di migliore. Oppure no? Oppure si era sempre solo di corsa e quei minuti tolti alla vita erano usati per correre di nuovo, inseguendo solo il tempo?

Eppure qualcosa deve essermi rimasto dentro, deve essermisi appiccicato addosso.

Perchè grande è stato il mio stupore stavolta quando, sul volo Zurigo-Nairobi, ho incontrato Ben.



Un ragazzo Keniano, che appena si è seduto ha avuto voglia di chiacchierare con me che ero la sua vicina di posto. Poverino. Il mio inglese sgangherato, il mio sonno e la mia preoccupazione non lo hanno fatto desistere. E per la prima mezz’ora ci siamo un pò raccontati. 

Nessuno dei due aveva cose più importanti da fare. Nessuna fretta. Nessun messaggio da mandare, nessuna chat da controllare, nessuna mail da inviare. Solo tempo per le chiacchiere. Piacevole tempo speso a conoscersi.

Poi siamo partiti, io son crollata, e lui mi ha svegliata quando è arrivato il pranzo. Ma appunto, poverino, il nostro Ben non immaginava l’imbranataggine della sottoscritta. Non trovavo il tavolino, nascosto nel bracciolo del mio sedile. Me lo ha indicato, ma ovviamente non  sono riuscita a sistemarlo da sola. 
Ha fatto lui, con pazienza, ridendo un pò di me. E poi ad addormentarsi è stato lui, e il l’ho svegliato per la cena. Ci siamo scambiati un cioccolatino e poche altre parole.

Atterrati a Nairobi ho attaccato di nuovo a stressarlo: avevo soldi sul mio telefono, ma non riuscivo ad attivare la promozione per internet, necessaria per usare l’app per chiamare un taxi che dall’aeroporto mi portasse a casa.
Di nuovo, ho ripreso con il mio inglese pessimo a riempirlo di domande e praticamente gli ho piazzato in mano il mio telefono sperando che lui risolvesse in qualche modo la situazione.

Mi sono immaginata a Milano, a chiedere ad un uomo d’affari appena atterrato di guardare il mio telefono invece che il suo, di aiutarmi per un pò invece che chiamare a casa, rispondere ad importanti messaggi di lavoro o sprofondare nei social. Mi sentivo proprio una zanzara fastidiosa nelle sue orecchie.

E invece no. Di nuovo, con pazienza e con il sorriso, ha preso il mio telefono, mi ha attivato non so come un’ora di internet gratis, e ha fatto tutto quello che mi serviva per poter tornare a casa al sicuro.
Mi ha persino aspettata, fuori dal controllo documenti, per assicurarsi che io non avessi più bisogno di aiuto. L’ho congedato con un pò di imbarazzo, perchè mi sembrava di avergli già rubato troppo tempo.

Sento il bisogno, ora, di ringraziarlo per il tempo che spontaneamente mi ha donato, gratuitamente, senza fretta. E per avermi ricordato, appena atterrata in Kenya, l’importanza di rallentare, di mettere da parte la fretta e di riportare al centro le relazioni.



Ripensando a questo incontro dopo una giornata un pò difficile in cui mi sembra di aver “fatto” troppo poco, torno a respirare, a godere delle piccole cose, a voler stare semplicemente con i ragazzi a condividere i lavori nei campi e con gli animali, a cucinare chapati e a confrontare i nostri mondi e i nostri sogni così diversi ma poi, infondo, anche così simili.





E allora non mi sembra più tempo sprecato fermarmi sulla strada verso casa a chiacchierare con i bimbi che escono dalla scuola del quartiere carcerario di Kamiti, che corrono davanti a me e poi si girano per scrutarmi, che si spintonano e strattonano, che si nascondono dentro un cespuglio per farmi uno scherzo e che mi salutano insistentemente ripetendo come una cantilena tutti i saluti che conoscono in inglese e ridendo a crepapelle.




Anche questo è tempo ben speso, 
è tempo che arricchisce, 
ma ogni tanto me ne dimentico.

sabato 25 novembre 2017

Tre storie di (stra)ordinaria follia

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Il diritto alla salute, questo sconosciuto


Milano, giorno di settembre 2017. “Buongiorno, vorrei prenotare una visita oculistica” “Va bene l’8 novembre alle 10.30?” “eh no, guardi, partirò i primi di novembre per andare un anno all’estero, non c’è un’altra data?” “Signora, 8 novembre 2018”. Ah.
E qui sono partiti gli insulti al Servizio sanitario nazionale italiano.

Cochabamba, 17 novembre 2017. Passo davanti all’Hospital Viedma, zona centrale della città. Davanti all’ingresso del pronto soccorso c’è una distesa di persone sedute, in piedi, sdraiate, accasciate, che aspettano. Uomini, donne, anziani e bambini. Qualcuno è steso su un telo super colorato come se ne vedono tanti in giro, altri mangiano qualcosa mentre aspettano, qualcuno piange. Ambulanze? Ne vedo due e pure scalcagnate. Mi si stringe lo stomaco…  io nel frattempo sto facendo il “farma-tour”, ovvero sto andando in differenti farmacie della città a chiedere quanto costano dei farmaci per un signore che ha chiesto aiuto alla Caritas. Ed è incredibile! Ogni farmacia propone prezzi diversissimi per gli stessi identici medicinali: si passa da quasi 800 boliviani (100€) a 400. In ogni caso, troppi. Il signore in questione non ce li ha. Forse si riuscirà ad attivare un aiuto per il mese di dicembre. Ma poi? Suo figlio ha una malattia psichiatrica, se non prende quei farmaci diventa violento. E dopo dicembre che si fa? Non c’è risposta.

Cochabamba, 16 novembre. Viene in Arzobispado (all’Arcivescovado) un giovane uomo, professione fotografo. Si è fratturato l’ulna e il radio, deve essere operato. Costo dell’operazione: 15.000 boliviani (circa 1800€). L’uomo piange. Quei soldi non ce li ha! Adesso che ha il braccio rotto non sta neanche lavorando… forse potrebbe tenerselo così, aspettare che guarisca solo con la fasciatura. Non si può. Il dottore ha detto che bisogna agire tempestivamente altrimenti il suo braccio non tornerà più come prima. Il giovane uomo ha sentito di un centro privato dove lo opererebbero con 2000 boliviani (250€), potrebbe andare lì? Non è sicuro! Esiste gente che lucra su questo sistema sanitario inesistente e si improvvisa medico pur di guadagnare dei soldi. Cercheremo di trovare una soluzione ma lei non vada lì, per favore. Hasta luego, ci rivedremo. Si ma intanto che ne sarà di lui e del suo braccio? Non c’è risposta.

Cochabamba, 14 novembre. Ruperta, dell’Abds (Associazione donatori di sangue boliviani) ci racconta di un signore che ha avuto bisogno di sei sacchette di sangue per operarsi. In cambio i familiari dovevano restituire il doppio delle sacche di sangue richieste (trovatevi dei donatori), e pagare 300-500 boliviani (40-60€) per ogni sacca. Il signore purtroppo è morto in sala operatoria. Niente sacche di sangue allora? Ehnno! Le ha comunque utilizzate, tutte e sei! Quindi? Quindi la famiglia non può seppellirlo se non ripaga il suo debito. Signori e signore, corpo in ostaggio: o 12 sacche di sangue e 2000 boliviani o il vostro caro defunto rimane qua. La famiglia ce l’ha fatta? Sì, l’Abds li ha aiutati a recuperare le sacche e il signore alla fine ha ricevuto la sua degna sepoltura. Caspita, ma almeno i donatori di sangue, qualora dovessero averne bisogno, hanno delle agevolazioni? Magari, che so, non pagano i 300 boliviani per sacca… Agevolazioni?  No di certo! Bravi loro che donano, ma qui c’è il 2X1 al contrario: prendi una sacca e ne devi riportare due, sempre. E la sacca conquistata comunque la devi pagare, sempre. Ah.

Quando torno in Italia richiamo per prenotare la visita oculistica, e quando me la danno, me la danno.


NB: secondo l'Ine (Instituto Nacional de Estadìstica), nel 2015, il 38,55% della popolazione viveva sotto la soglia di povertà, ovvero con meno di 3€ al giorno nelle aeree urbane e meno di 2€ al giorno in quelle rurali.

giovedì 26 ottobre 2017

Sospingi la tua barca

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Sono Marianna e mi piace il mare. Lo dice anche il mio nome  -abbreviato -  “Mari” , che è come mi chiamano le persone quando si sentono  già in confidenza. A questo punto uno si aspetterebbe che io viva in una città marittima come Genova, Napoli, Rimini… No. Abito a Milano, ma il mare mi accompagna da quando sono piccola, dalle lunghe estati passate con i miei nonni a Livorno, dove ho imparato a nuotare molto presto a suon di bevute d’acqua, addii struggenti ai braccioli,  e incoraggiamenti vari.
Allora sorge un’altra domanda:  “parti per una città di mare?”. No. Vado in Bolivia, il “corazon del Sud America”, che essendo appunto un  “corazon”  non ha sbocchi sul mare. E allora che c’azzecca il mare? 
Il mare lo porto con me, perché in questo momento mi sento un po’ come una piccola barchetta. Sono sulla riva, pronta a partire: sto spiegando le vele, preparando i rifornimenti, il salvagente (sì, serve anche quello!) e sto salutando parenti e amici al molo. 
Parto per un anno di servizio civile all’estero, l’ho deciso tempo fa, ma come ogni decisione importante che ho preso nella mia vita, ho avuto bisogno di tempo per concretizzarla. 
La mia barchetta è piccola e (spero)  resistente,  è pronta ad affrontare le onde e a farsi trasportare dalla bonaccia; farà un lungo giro e incontrerà tante isole nel suo percorso e in ognuna si fermerà, anche solo per poco, e  ogni terra toccata sarà per me importante.
Nonostante la mia sia una piccola barca monoposto, appena giro lo sguardo vedo che sul molo ci sono tante altre barchette… ben tredici! Sono tutte differenti e ognuna è bella a suo modo. Tutte, come me, si stanno preparando per affrontare il mare. Non abbiamo la stessa meta, eppure qualcosa di forte ci lega: lo spirito con cui partiamo sembra un enorme e unico soffio di vento che già inizia a sospingerci.  E allora, eccomi, sono pronta, preparo la bussola, apro il diario di bordo, aggiusto il timone e intanto, comunque vada,  in questo inizio di viaggio non mi sento sola. 

Ai miei compagni di avventura voglio quindi dedicare una poesia che mi è stata donata da una persona molto cara. Inutile dire che parla di barche… e mari.

Conosco delle barche
che restano nel porto per paura
che le correnti le trascinino via con troppa violenza.

Conosco delle barche che arrugginiscono in porto
per non aver mai rischiato una vela fuori.

Conosco delle barche che si dimenticano di partire
hanno paura del mare a furia di invecchiare
e le onde non le hanno mai portate altrove,
il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.

Conosco delle barche talmente incatenate
che hanno disimparato come liberarsi.

Conosco delle barche che restano ad ondeggiare
per essere veramente sicure di non capovolgersi.

Conosco delle barche che vanno in gruppo
ad affrontare il vento forte al di là della paura.

Conosco delle barche che si graffiano un po'
sulle rotte dell'oceano ove le porta il loro gioco.

Conosco delle barche
che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora,
ogni giorno della loro vita
e che non hanno paura a volte di lanciarsi
fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.

Conosco delle barche
che tornano in porto lacerate dappertutto,
ma più coraggiose e più forti.

Conosco delle barche straboccanti di sole
perché hanno condiviso anni meravigliosi.

Conosco delle barche
che tornano sempre quando hanno navigato.
Fino al loro ultimo giorno,
e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti
perché hanno un cuore a misura di oceano.
                                                    
                                                       [Jacques Brel]


SPERANZE

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C’era una volta la zia di un bellissimo bambino nato da poco più di una settimana. Deve dormire molto, recuperare le energie, nutrirsi e stare con la sua mamma e il suo papà. D’altronde nascere non è mica una cosa da poco. Di energie gliene serviranno in grande quantità per affrontare la vita, gli amori, le delusioni e le mille avventure che lo aspettano. E questa sua zia non ha troppi consigli da dargli sulla vita. Spera solo di trasmettergli la sua stessa voglia di vivere e di incontrare l’umanità, di tuffarcisi dentro e di rimanerne, perché no, anche un po’ scottati. Spera che un giorno possa vedere con occhi curiosi e gentili, mai sazi di scoperte. Spera che non si accontenti mai delle cose così come sono, ma che abbia dentro di sé la forza per cambiarle. Spera di raccontargli come mai un giorno è partita per il Servizio Civile in Libano, a Beirut, per incontrare altri bambini come lui, padri e madri proprio come i suoi, per ascoltare le loro storie e sentirsi un po’ più vicina a chi non viene mai ascoltato. Spera di fargli capire che questa terra è grande, piena di colori, odori e popoli, è inaspettata, a volte severa e ingiusta, ma la abitano persone con cui incrociare lo sguardo e dalle quali si può imparare. E così questa zia, che poi sono io, sta per iniziare questa avventura con tanta speranza e con tanto coraggio, lo stesso con cui spera di contagiarlo. 

domenica 7 maggio 2017

Diri ak pwa, ovvero arroz con habichuelas: un viaggio oltre la frontiera.

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Quando tutto sembrava pronto per partire, mi è stato annunciato, con estrema casualità, che finalmente avrei potuto incontrare il vescovo, proprio la mattina della mia partenza. Così questo momento solenne si è incastrato tra una messa, uno zaino da preparare, il serbatoio da riempire con la bottiglietta di plastica e un simpatico prete che mi parla della canzone di San Damiano. E’ un buon modo per iniziare il mio primo viaggio da sola su quest’isola. Non solo per le benedizioni del Monseigneur, ma anche per cominciare apprezzando l’imprevisto. Certo, con questo secondo anno ai tropici ci sono ormai abituata, ma il fatto di viaggiare lo rende un fattore supremo, al quale non ci si può sottrarre barricandosi in un luogo sicuro, bisogna giocare. 

Nonostante gli avvertimenti di un collega della Caritas Spagnola, l’equipe animazione di Caritas Port-de-Paix sembra non voler credere che la strada del nord, che da Anse-à-Foleur porta a Limbé e a Cap Haïtien, sia davvero così impercorribile, fomentando così la mia fretta di partire: ed è così che mi trovo con Karl, l’autista, su un sentiero di montagna difficilmente praticabile anche a dorso di mulo. Ma proprio la sua esperienza e le benedizioni del vescovo ci permettono di arrivare sani e salvi dopo 5 ore a Cap Haïtien, con solo una gomma a terra e un pezzo dell’auto (di cui non capisco il nome) da riparare. La scorciatoia, che avrebbe dovuto dimezzare il tempo di percorrenza rispetto alla strada tradizionale, ha quasi allungato il viaggio, ma il paesaggio mozzafiato ha ripagato ogni goccia di sudore freddo. Le Kay pay, cime avvolte nelle nuvole, alberi da frutto, faraglioni e mare, una baia segreta dove forse un giorno avrò il coraggio di lanciarmi con la tavola da surf, e poi una brusca e casuale interruzione. Una liscia lingua di cemento taglia la giungla per meno di 10 kilometri. Cos’è questo miraggio fitzcarraldiano? Il paese di origine di un senatore, mi dice Karl, divertito dal fatto che ancora io mi stupisca di queste cose. 

Questo lirismo bucolico scompare del tutto avvicinandosi a Cap Haïtien, la città simbolo della storia di questo paese. Ci sono le strade asfaltate, addirittura con la doppia linea, gente che corre, anche una blan in pantaloncini minimali con un cane al guinzaglio! Resto incollata al finestrino, meravigliata. Lasciando il Far-Nouest di Haiti mi rendo conto delle diverse realtà che sono questa terra, ma lo shock vero e proprio resta ancora da assaporare.

Il giorno dopo parto in autobus alla volta di Santiago de los Caballeros, Repubblica Dominicana. La strada che porta al confine ha veramente pochi buchi, ed il paesaggio che si attraversa percorrendola sembra appartenere ad un’epoca diversa rispetto a quella alla quale i miei occhi ( e la mia schiena)  si sono abituati in missione per il nordovest con la Caritas di Port-de-Paix. E poi passiamo Ouanaminthe, la città che “bouje toutan”, dove si mangia il cavallo e le luci sono accese anche di giorno. Nessuna di queste leggende è a prima vista vera, sono quasi delusa. Dopo il controllo alle due dogane dove poliziotte quasi simpatiche eseguono una perquisizione meticolosa delle valigie sospette (chi sa perché solo quelle degli Haitiani) possiamo ritornare sull’autobus, passando attraverso le barricate dei ragazzini che ci chiedono il pranzo al sacco che sanno benissimo essere dispensato da Caribetours.

Al di là c’è Dajabón, dove la spazzatura lascia spazio magicamente a uno scenario rurale pettinato, casette colorate e paesini sperduti non molto interessanti, ma che sembrano ridere. Dopo qualche ora siamo a Santiago, con la sua periferia assolata e sorniona. Devo cambiare dei dollari per prendere i prossimi mezzi, così mi mandano in una stanza a vetri dove c’è una coda infinita, ma dove mi trovo direttamente e  spinta dalla folla davanti alla cassiera. Pensando di essere sulla stessa isola di Haiti mi aspetto che sia una tattica di scippo o qualche fregatura, ma niente di male succede, solo qualche risata della gente sorpresa che io non sia americana. Il viaggio continua fino a Cabarete, una piccola mecca caraibica per gli sport acquatici.

La spiaggia di Cap Haitien, Haiti

Playa del Encuentro, Repubblica Dominicana
Belle case, resort, supermercati, ristoranti, bancarelle, negozi di souvenir, locali per ogni gusto, che se li si guarda bene più o meno tutti uguali. Ragazzine mulatte con gli occhi blu, bambini poliglotti, coppie miste di ogni età e provenienza, mozzarella italiana. Ma per me, soprattutto una spiaggia  che ogni mattina viene ripulita da una piccola squadra piuttosto sorridente. Ci sono cinque baracchini che affittano tavole da surf, vegetazione tropicale, belle onde e qualcuno sempre disponibile ad offrire un passaggio o a scambiare due parole. E poi nessuno mi urla più blan per la strada, anzi la gente sembra divertirsi cercando di capire la provenienza del mio accento.

Dovrei essere felicissima, penso: surf, pizza, gelato e frutta, riposo, nuovi amici. Ma le prime sensazioni che provo vedendo l’altra metà dell’isola sono una certa rabbia e un certo sconcerto.
Questa volta le differenze non sono qualcosa che leggo in un libro sul PIL dei due paesi, sulla storia della colonizzazione o qualche altra verità raccontata, ma sono emozioni suscitate da una realtà che vedo, sento e annuso. Certo, sono sicura che sotto la patina d’oro delle zone turistiche dominicane ci siano ingiustizie e nicchie di povertà,  ma vivo immediatamente di pancia il confronto, e quello che percepisco sono crudeli diseguaglianze.

In pochi giorni ho incontrato diversi lavoratori haitiani, ma è con Mesye Roro che ho passato un’ora a parlare nel cuore della notte. Mi ferma per chiedermi, sinceramente incuriosito, perché cammino sempre e non lo fermo mai. E’ un taxista di moto, di notte, un muratore di giorno. Dopo cinque anni di questa vita non è ancora riuscito a pagarsi il mezzo con il quale lavora. E’ così che capisco perché gli unici che chiedono l’elemosina da queste parti sono dei neri mutilati. I lavoratori haitiani sono impiegati a delle condizioni durissime soprattutto nel settore delle costruzioni, dove è facile farsi male, oppure nei campi. Li ho sentiti descrivere più volte dagli stranieri che vivono qui, che magari hanno attività, con parole di elogio come grandi lavoratori, più educati e raffinati dei dominicani. Eppure qui, oltre a scontare il prezzo di una vita faticosissima, sono vittime di razzismo ed episodi di violenza.


I  turisti che incontro, ma anche diversi giovani stranieri che vivono e lavorano a Cabarete, pensano che quando dico Haiti io intenda Tahiti, e si sorprendano del fatto che per arrivare qui non abbia dovuto prendere navi o aerei.

Girando tra i negozietti di souvenir, è impossibile trovare una maglietta o una borsa con la mappa ricordo delle vacanze diversa dal classico “moncherino”: c’è solo la metà destra di Hispaniola, ma chi se ne accorge? Pochi hanno coscienza di dove si trovano.
Di solito la reazione dei Dominicani quando mi chiedono da dove vengo è quella di cambiare argomento, sull’altra metà dell’isola cade il silenzio.
Ogni  mattina presto prendo la guagua per andare a surfare, un piccolo bus che sfreccia a più non posso stipando gente ad ogni fermata, sul quale incontro sempre gli stessi tre signori ricurvi con i loro sacchetti degli attrezzi. Come se ci conoscessimo facciamo sempre qualche piccolo discorso in creolo. E’ terribile l’impressione infastidita che mi sembra comparire sul volto degli altri passeggeri, soprattutto un gendarme che torna a casa ogni mattina dopo il turno notturno.
Nell’immaginario collettivo, Haiti, sinonimo di sciagure naturali e miseria, e la Repubblica Dominicana, meta  di villaggi turistici e navi da crociera, non possono essere sulla stessa isola.  



Eppure di Hispaniola si tratta. Un giorno a Playa Encuentro, per la prima volta, un Dominicano mi fa qualche domanda su Haiti. Il  tema è la cucina criolla, e il mio amico sembra incuriosito quando gli racconto, stupita dal fatto che non lo sappia, che anche “di là” la sinfonia di base è la stessa: diri ak pwa haitiano, arroz con habichuelas dominicano, riso e fagioli, tanti tipi diversi di fagioli. Questo è in realtà il piatto tipico di molti paesi dei Caraibi e del Sud America. I fagioli sono nativi americani, ma non il riso, che è stato introdotto dai colonizzatori europei, accompagnando gli schiavi che venivano strappati all’Africa occidentale, dove era già la pietanza di base. Un’identità triangolare, tra Europa, Africa e America che è frutto degli anni della colonizzazione. E se il cibo è elemento dell’identità culturale, esiste su quest’isola un substrato comune. Eppure questa  terra  ha alle spalle una storia difficile, di divisione ed ostilità, che si fa eco nella diseguaglianza di oggi tra i due paesi.


Haiti, un tempo la ricca Perla delle Antille, lottò per la sua indipendenza e la ottenne 60 anni prima della Repubblica Dominicana. Entrambi i nuovi stati si confrontarono dall’inizio del loro cammino solitario con la fatica di dover pagare il debito dovuto alla loro indipendenza a Francia e Spagna, poi le dittature e le occupazioni americane.
Ma oggi Haiti è un pase dipendente, che arranca per un piatto di riso al giorno, dove la schiavitù non è mai del tutto finita. Invece la Dominicana, che appare con la sua bella faccia da paradiso caraibico, attrae migliaia di turisti ogni anno, e cammina. I soldi non sono tutto, ma  PIL annuo pro capite di Haiti è 813 dollari, quello della Repubblica Dominicana è di 7116. 

E così faccio un sacco di domande, alle quali non ho ancora trovato risposte. Ma una cosa è certa…quando a Cabarete la radio della guagua ha trasmesso “Pa gad alem”, una canzone haitiana molto in voga al momento, ho sentito il cuore riempirsi di emozione. Mi sono guardata intorno cercando un segno di condivisione sul volto dalla gente, che è invece rimasta impassibile, non capendo forse neanche che si trattasse di creolo. Dopo tre mesi mi sono innamorata di Haiti, o forse sto imparando ad amarla, con tutti i suoi difetti e contraddizioni.



* Grazie a Sandro e Daniel per avermi aiutata con le immagini

venerdì 3 marzo 2017

"In her shoes", camminando con Estè

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Finalmente riesco a salire verso le montagne, a camminare in solitaria cercando riposo per i cinque sensi, costantemente alla ricerca di un punto di riferimento nella vorticante confusione del piccolo grande caos di Port-de-Paix. Questa domenica mattina è il momento giusto per lasciarsi alle spalle cemento e spazzatura, musica e motociclette. La strada sterrata e polverosa s‘inerpica verso l’alto, attraversa crinali impervi tratteggiati da un artistico patchwork di campi coltivati e da tante casette di lamiera. 


Port-de-Paix dall'alto, l'isola della Tortuga sullo sfondo


Mentre attraverso questo quadro naif inizio a sentirmi seguita, senza voltarmi aumento il passo. Questo provoca uno sfrigolio di tacchi leggero, ma sempre più veloce, che alla fine mi raggiunge. E’ una bambina vestita da festa che scarpina a tutta velocità, con un paio di infradito a tacco alto, su un terreno così accidentato che mette a repentaglio le caviglie anche con gli scarponi. Camminiamo in silenzio fianco a fianco per un po’, senza capire veramente se stiamo andando nella stessa direzione. Le faccio qualche domanda, lei risponde poco convinta, ma ogni volta che mi fermo mi aspetta, e se qualcuno mi inizia a parlare è lei che spiega che stiamo andando a La Croix.
Tra una domanda e l’altra di Estè, che ormai ha sciolto la sua  timidezza, tra i commenti dei passanti stupiti di vedermi da quelle parti, tra i muratori che chiedono soldi e preghiere, tra i contadini che vogliono parlare della Repubblica Dominicana, tra le signore e le bambine che scendono al mercato con le teste cariche di ceste delle verdure dei loro orti, ed il portiere della casa dei frati che mi coinvolge in profonde riflessioni sui pannelli solari, ho tempo per pensare e per lasciare partire la testa tra le nuvole.

“El frágil  sendero de los Caciques desapareció de súbito frente a una lanza clavada en tierra, sostenida por un montón de piedras: el poteau-mitan, la intersección entre el cielo y el lugar de más abajo, entre el mundo de los Loas y el de los humanos. Y entonces los vio. Primero dos sombras, luego el brillo del metal, cuchillos o machetes. No levantó los ojos. Saludó con humildad repetendo la contraseña que le había dado Tante Rose. No hubo respuesta, pero percibió el calor de esos seres tan cercanos, que si tendía una mano podía tocarlos. No hedían a podredumbre ni a cementerio, despedían el mismo olor de la gente de los cañaverales.”
Isabel Allende, La isla bajo el mar

Quasi mi aspetto di trovarmi davanti a questa scena. Risalendo verso la cima mi  vengono in mente le pagine di Isabel Allende che raccontano del nord di Haiti all’epoca delle lotte che portarono all’indipendenza del Paese. C’erano schiavi che non si rassegnavano e scappavano dalle piantagioni dei loro padroni, sfidando non solo la furia di questi, ma anche le alte e sconosciute montagne, che diedero poi il nome a questa terra. 
Camminando su questa strada immagino cosa volesse dire la fuga, il viaggio, l’arrivo a un quilombo, come descrive in questo passo. In questi luoghi i Mawon hanno scelto la libertà, non solo per se stessi, ma per quella che diventerà, a caro prezzo, la prima Repubblica nera della Storia.
Sono passati più di duecento anni, l’orgoglio del passato rimane, ma questo paese non è indipendente. Lo si vede non solo dalle “grandi cose”, le più evidenti, come l’ingerenza politica ripetuta, la dipendenza economica dalle importazioni e dagli aiuti umanitari a pioggia che non permettono lo sviluppo di tutto ciò che qui potrebbe fiorire.  Lo si vede quotidianamente anche dalle “piccole cose”: da i bambini che chiedono soldi o cibo toccandosi la pancia e facendo segni di decapitazione (c’è voluto del tempo ad interpretarlo come “sto morendo di fame” e non come “ voglio farti fuori”), dai banchi del mercato vuoti dopo mesi dall passaggio dell’uragano Matthew, dai prodotti americani che invadono ogni aspetto la vita dell'isola...
La strada per il quilombo è ancora lunga, ma gli Haitiani sono forti. Le responsabilità di chi viene da fuori sono importanti, camminare insieme non è sempre semplice. A volte non si capisce la logica sottesa alle cose, altre volte sarebbe più facile fare noi al posto di qualcuno che vediamo in difficoltà, altre volte ancora restiamo incompresi…
Ecco appunto, torno alla realtà, Este mi chiede di comprarle dell’acqua. Nel suo sacchetto nero non c’è una bottiglietta come pensavo, ma un altro paio di scarpette da messa di ricambio, che ad un certo punto deve infilarsi al posto di quelle che indossa che si sono rotte!... Le sorrido e le passo la mia borraccia.