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domenica 7 maggio 2017

Diri ak pwa, ovvero arroz con habichuelas: un viaggio oltre la frontiera.

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Quando tutto sembrava pronto per partire, mi è stato annunciato, con estrema casualità, che finalmente avrei potuto incontrare il vescovo, proprio la mattina della mia partenza. Così questo momento solenne si è incastrato tra una messa, uno zaino da preparare, il serbatoio da riempire con la bottiglietta di plastica e un simpatico prete che mi parla della canzone di San Damiano. E’ un buon modo per iniziare il mio primo viaggio da sola su quest’isola. Non solo per le benedizioni del Monseigneur, ma anche per cominciare apprezzando l’imprevisto. Certo, con questo secondo anno ai tropici ci sono ormai abituata, ma il fatto di viaggiare lo rende un fattore supremo, al quale non ci si può sottrarre barricandosi in un luogo sicuro, bisogna giocare. 

Nonostante gli avvertimenti di un collega della Caritas Spagnola, l’equipe animazione di Caritas Port-de-Paix sembra non voler credere che la strada del nord, che da Anse-à-Foleur porta a Limbé e a Cap Haïtien, sia davvero così impercorribile, fomentando così la mia fretta di partire: ed è così che mi trovo con Karl, l’autista, su un sentiero di montagna difficilmente praticabile anche a dorso di mulo. Ma proprio la sua esperienza e le benedizioni del vescovo ci permettono di arrivare sani e salvi dopo 5 ore a Cap Haïtien, con solo una gomma a terra e un pezzo dell’auto (di cui non capisco il nome) da riparare. La scorciatoia, che avrebbe dovuto dimezzare il tempo di percorrenza rispetto alla strada tradizionale, ha quasi allungato il viaggio, ma il paesaggio mozzafiato ha ripagato ogni goccia di sudore freddo. Le Kay pay, cime avvolte nelle nuvole, alberi da frutto, faraglioni e mare, una baia segreta dove forse un giorno avrò il coraggio di lanciarmi con la tavola da surf, e poi una brusca e casuale interruzione. Una liscia lingua di cemento taglia la giungla per meno di 10 kilometri. Cos’è questo miraggio fitzcarraldiano? Il paese di origine di un senatore, mi dice Karl, divertito dal fatto che ancora io mi stupisca di queste cose. 

Questo lirismo bucolico scompare del tutto avvicinandosi a Cap Haïtien, la città simbolo della storia di questo paese. Ci sono le strade asfaltate, addirittura con la doppia linea, gente che corre, anche una blan in pantaloncini minimali con un cane al guinzaglio! Resto incollata al finestrino, meravigliata. Lasciando il Far-Nouest di Haiti mi rendo conto delle diverse realtà che sono questa terra, ma lo shock vero e proprio resta ancora da assaporare.

Il giorno dopo parto in autobus alla volta di Santiago de los Caballeros, Repubblica Dominicana. La strada che porta al confine ha veramente pochi buchi, ed il paesaggio che si attraversa percorrendola sembra appartenere ad un’epoca diversa rispetto a quella alla quale i miei occhi ( e la mia schiena)  si sono abituati in missione per il nordovest con la Caritas di Port-de-Paix. E poi passiamo Ouanaminthe, la città che “bouje toutan”, dove si mangia il cavallo e le luci sono accese anche di giorno. Nessuna di queste leggende è a prima vista vera, sono quasi delusa. Dopo il controllo alle due dogane dove poliziotte quasi simpatiche eseguono una perquisizione meticolosa delle valigie sospette (chi sa perché solo quelle degli Haitiani) possiamo ritornare sull’autobus, passando attraverso le barricate dei ragazzini che ci chiedono il pranzo al sacco che sanno benissimo essere dispensato da Caribetours.

Al di là c’è Dajabón, dove la spazzatura lascia spazio magicamente a uno scenario rurale pettinato, casette colorate e paesini sperduti non molto interessanti, ma che sembrano ridere. Dopo qualche ora siamo a Santiago, con la sua periferia assolata e sorniona. Devo cambiare dei dollari per prendere i prossimi mezzi, così mi mandano in una stanza a vetri dove c’è una coda infinita, ma dove mi trovo direttamente e  spinta dalla folla davanti alla cassiera. Pensando di essere sulla stessa isola di Haiti mi aspetto che sia una tattica di scippo o qualche fregatura, ma niente di male succede, solo qualche risata della gente sorpresa che io non sia americana. Il viaggio continua fino a Cabarete, una piccola mecca caraibica per gli sport acquatici.

La spiaggia di Cap Haitien, Haiti

Playa del Encuentro, Repubblica Dominicana
Belle case, resort, supermercati, ristoranti, bancarelle, negozi di souvenir, locali per ogni gusto, che se li si guarda bene più o meno tutti uguali. Ragazzine mulatte con gli occhi blu, bambini poliglotti, coppie miste di ogni età e provenienza, mozzarella italiana. Ma per me, soprattutto una spiaggia  che ogni mattina viene ripulita da una piccola squadra piuttosto sorridente. Ci sono cinque baracchini che affittano tavole da surf, vegetazione tropicale, belle onde e qualcuno sempre disponibile ad offrire un passaggio o a scambiare due parole. E poi nessuno mi urla più blan per la strada, anzi la gente sembra divertirsi cercando di capire la provenienza del mio accento.

Dovrei essere felicissima, penso: surf, pizza, gelato e frutta, riposo, nuovi amici. Ma le prime sensazioni che provo vedendo l’altra metà dell’isola sono una certa rabbia e un certo sconcerto.
Questa volta le differenze non sono qualcosa che leggo in un libro sul PIL dei due paesi, sulla storia della colonizzazione o qualche altra verità raccontata, ma sono emozioni suscitate da una realtà che vedo, sento e annuso. Certo, sono sicura che sotto la patina d’oro delle zone turistiche dominicane ci siano ingiustizie e nicchie di povertà,  ma vivo immediatamente di pancia il confronto, e quello che percepisco sono crudeli diseguaglianze.

In pochi giorni ho incontrato diversi lavoratori haitiani, ma è con Mesye Roro che ho passato un’ora a parlare nel cuore della notte. Mi ferma per chiedermi, sinceramente incuriosito, perché cammino sempre e non lo fermo mai. E’ un taxista di moto, di notte, un muratore di giorno. Dopo cinque anni di questa vita non è ancora riuscito a pagarsi il mezzo con il quale lavora. E’ così che capisco perché gli unici che chiedono l’elemosina da queste parti sono dei neri mutilati. I lavoratori haitiani sono impiegati a delle condizioni durissime soprattutto nel settore delle costruzioni, dove è facile farsi male, oppure nei campi. Li ho sentiti descrivere più volte dagli stranieri che vivono qui, che magari hanno attività, con parole di elogio come grandi lavoratori, più educati e raffinati dei dominicani. Eppure qui, oltre a scontare il prezzo di una vita faticosissima, sono vittime di razzismo ed episodi di violenza.


I  turisti che incontro, ma anche diversi giovani stranieri che vivono e lavorano a Cabarete, pensano che quando dico Haiti io intenda Tahiti, e si sorprendano del fatto che per arrivare qui non abbia dovuto prendere navi o aerei.

Girando tra i negozietti di souvenir, è impossibile trovare una maglietta o una borsa con la mappa ricordo delle vacanze diversa dal classico “moncherino”: c’è solo la metà destra di Hispaniola, ma chi se ne accorge? Pochi hanno coscienza di dove si trovano.
Di solito la reazione dei Dominicani quando mi chiedono da dove vengo è quella di cambiare argomento, sull’altra metà dell’isola cade il silenzio.
Ogni  mattina presto prendo la guagua per andare a surfare, un piccolo bus che sfreccia a più non posso stipando gente ad ogni fermata, sul quale incontro sempre gli stessi tre signori ricurvi con i loro sacchetti degli attrezzi. Come se ci conoscessimo facciamo sempre qualche piccolo discorso in creolo. E’ terribile l’impressione infastidita che mi sembra comparire sul volto degli altri passeggeri, soprattutto un gendarme che torna a casa ogni mattina dopo il turno notturno.
Nell’immaginario collettivo, Haiti, sinonimo di sciagure naturali e miseria, e la Repubblica Dominicana, meta  di villaggi turistici e navi da crociera, non possono essere sulla stessa isola.  



Eppure di Hispaniola si tratta. Un giorno a Playa Encuentro, per la prima volta, un Dominicano mi fa qualche domanda su Haiti. Il  tema è la cucina criolla, e il mio amico sembra incuriosito quando gli racconto, stupita dal fatto che non lo sappia, che anche “di là” la sinfonia di base è la stessa: diri ak pwa haitiano, arroz con habichuelas dominicano, riso e fagioli, tanti tipi diversi di fagioli. Questo è in realtà il piatto tipico di molti paesi dei Caraibi e del Sud America. I fagioli sono nativi americani, ma non il riso, che è stato introdotto dai colonizzatori europei, accompagnando gli schiavi che venivano strappati all’Africa occidentale, dove era già la pietanza di base. Un’identità triangolare, tra Europa, Africa e America che è frutto degli anni della colonizzazione. E se il cibo è elemento dell’identità culturale, esiste su quest’isola un substrato comune. Eppure questa  terra  ha alle spalle una storia difficile, di divisione ed ostilità, che si fa eco nella diseguaglianza di oggi tra i due paesi.


Haiti, un tempo la ricca Perla delle Antille, lottò per la sua indipendenza e la ottenne 60 anni prima della Repubblica Dominicana. Entrambi i nuovi stati si confrontarono dall’inizio del loro cammino solitario con la fatica di dover pagare il debito dovuto alla loro indipendenza a Francia e Spagna, poi le dittature e le occupazioni americane.
Ma oggi Haiti è un pase dipendente, che arranca per un piatto di riso al giorno, dove la schiavitù non è mai del tutto finita. Invece la Dominicana, che appare con la sua bella faccia da paradiso caraibico, attrae migliaia di turisti ogni anno, e cammina. I soldi non sono tutto, ma  PIL annuo pro capite di Haiti è 813 dollari, quello della Repubblica Dominicana è di 7116. 

E così faccio un sacco di domande, alle quali non ho ancora trovato risposte. Ma una cosa è certa…quando a Cabarete la radio della guagua ha trasmesso “Pa gad alem”, una canzone haitiana molto in voga al momento, ho sentito il cuore riempirsi di emozione. Mi sono guardata intorno cercando un segno di condivisione sul volto dalla gente, che è invece rimasta impassibile, non capendo forse neanche che si trattasse di creolo. Dopo tre mesi mi sono innamorata di Haiti, o forse sto imparando ad amarla, con tutti i suoi difetti e contraddizioni.



* Grazie a Sandro e Daniel per avermi aiutata con le immagini

mercoledì 6 luglio 2016

Aiutare gli altri (in ogni circostanza?)

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Voglio condividere con voi un episodio avvenuto oggi che mi ha dato modo di riflettere molto.

Premetto che essere a Cochabamba come serviziocivilista nella commissione  mi sta permettendo di conoscere e vivere molte situazioni e dinamiche tipiche della realtà boliviana, dove il mio "esserci" è davvero a 360 gradi senza essere incasellato sempre e per forza in un ruolo e un posto (e, per quanto all'inizio mi sembrasse un po' disorientante, adesso ci ho preso gusto e c'è sempre molto da imparare).




Situazione:
il comitato/gruppo Caritas della parrocchia "x" oggi aveva la sua riunione settimanale di coordinamento e io e una mia collega siamo andate a fare "seguimiento", ovvero una visita in cui ascoltiamo e vediamo un po' l'andamento del gruppo, i punti di forza, le difficoltà, il calendario delle attività.

(Questo si fa perchè la commissione Caritas Parroquiales (formata in questi mesi anche da me e Francesca) a livello centrale coordina, forma e segue i vari comitati Caritas che si formano in ogni parrocchia.
Negli anni sono nati parecchi gruppi parrocchiali di Caritas, ognuno con il proprio referente, la suddivisione degli incarichi, ognuno con la sua storia e le sue caratteristiche, legate tanto alle persone che ne fanno parte, ma anche alla zona della città in cui è sorto.)

Questo comitato parrocchiale di Caritas il martedì si occupa, oltre alla riunione, di distribuire una borsa di viveri alle persone più bisognose della zona (individuate negli anni grazie a visite domiciliari).

Oggi, lista alla mano, una signora del gruppo accoglieva gli utenti, controllava il nominativo, lo spuntava dall'elenco e consegnava la borsa.
Nel mentre, abbiamo iniziato la riunione con gli integranti del gruppo e tutto filava liscio con i vari punti dell'ordine del giorno, fino a quando...
...è entrata una signora, dall'aria spaesata.
Visibilmente "borracha" (ovvero ubriaca).

Incontrare persone ubriache durante il giorno è una cosa a cui ormai mi sono (quasi) abituata qui a Cochabamba, ma quando sono donne mi fa sempre un po' strano, per di più in questo caso era anche anziana.

Il nominativo della signora era nella lista, quindi teoricamente avrebbe avuto diritto alla sua borsa di viveri, ma la sua condizione "alterata" ha fatto sì che il gruppo le abbia detto di ripassare la settimana successiva, destando una reazione di rabbia da parte della signora.
Ha iniziato ad accusare il gruppo di non fare il proprio dovere, ha detto piangendo che non avrebbe saputo cosa mangiare se non avesse ricevuto questa borsa di viveri (e il gruppo ha replicato che se lei ha trovato i soldi per comprare da bere, di sicuro troverà i soldi per procurarsi del cibo), ha poi ricordato che erano mesi che non veniva a ritirare la sua borsa e che quindi ne aveva diritto a tutti i costi. Ha minacciato di non andare via dalla stanza.
Insomma, a metà ha anche ammesso di aver bevuto (dopo averlo negato per un bel po' di tempo). 
 
Io in tutto ciò vedevo:
  • da una parte un gruppo che aveva preso una posizione, ovvero il fatto di aiutare sì, ma a certe condizioni;
  • dall'altra parte un'anziana fuori di sè, ma che reclamava per un suo diritto, in quanto facente parte di una lista.
La situazione stava degenerando, fino a quando è arrivato un prete che l'ha saputa gestire:
ha preso in disparte la signora, le ha parlato con molta cura, l'ha convinta ad andare fuori a parlare con lui.
Poi è tornato, ha detto al gruppo di darle comunque una borsa di viveri in quanto sarebbe stato l'unico modo per far sì che la situazione non peggiorasse. 
La signora, dopo aver ricevuto la borsa di viveri dal prete, è poi rientrata nella stanza, si è scusata per aver alzato la voce, ha ringraziato e se ne è andata.

Il prete ha spiegato al gruppo che in queste situazioni non bisogna mai porsi "contro", ma assecondare, evitando lo scontro, per poi affrontare il discorso con la persona interessata in un momento in cui lei è lucida.

Il focus della riunione è quindi diventato:
Fino a quando un aiuto è dovuto? 
 Ci sono dei limiti nell'aiutare?
 E ancora: 
aiutare sempre e in modo indiscriminato è assistenzialismo o è giustizia?

Il prete ha affrontato questa riflessione portandoci la sua testimonianza di vita, 
dicendoci poi che è nostro compito aiutare, e che il modo in cui vengono usati gli aiuti che si danno dipende da chi li riceve, noi non abbiamo molto potere su questo e non sta a noi giudicare.

...e io come mi sarei comportata?
...e voi
  
A presto,
Lucia