Visualizzazione post con etichetta partire. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta partire. Mostra tutti i post

venerdì 27 ottobre 2017

Rotolando...Verso est.

Nessun commento:

Sono Lisa e ho una gran fame di mondo!

Sono nata a Schio, una cittadina ai piedi delle piccole Dolomiti.
Le montagne, nella mia storia, hanno sempre scandito ogni ritorno, durante gli anni dell’università, dai viaggi, dai tempi trascorsi lontana da casa.

Le vedo all’orizzonte spuntare piano dal finestrino del treno o dall’autostrada ricoperte di neve, avvolte dai colori dell’autunno, alle volte simili ad ombre cinesi quando una nebbiolina si alza dal basso fino a farle sembrare quasi disegnate o verdeggianti come in questa foto.
Salutare le montagne é un po’ come salutare casa... L’ho sempre vista un po’ così. Sono sempre state il segno di un legame quasi viscerale con le mie radici.  
Insomma, a breve saluterò per un po’ le mie montagne per arrivare in un paese in cui di montagne non ne vedrò proprio. Tra poco, infatti, inizierò una nuova avventura in Moldova, (un piccolo stato che si trova tra la Romania e l’Ucraina)  dove la “punta” più alta raggiunge i 430 metri!
Partire per la Moldova é stata una possibilità che si é presentata all’improvviso, scombinando i piani che mi ero in qualche modo prefigurata, cosa che che, per l’ennesima volta, mi ha insegnato a ritarare e ad accogliere quello che si presenta, senza rimanere troppo ferma nelle stanze dei miei castelli mentali!
La possibilità di partire per un anno, in un paese allo stesso tempo così vicino e così lontano dall’Italia, mi ha da subito, incuriosita ed elettrizzata. Un paese di cui anch'io so molto poco ma che sono certa abbia tanto da dirci e darci, e con cui siamo (forse inconsapevolmente e profondamente) legati nel quotidiano, anche se in modo silenzioso e alle volte volutamente svalutante... Basti pensare a quante vite, nelle nostre famiglie italiane, siano affidate alla cura di donne moldave.
Cercare di capire il contesto e la vita di tutte quelle persone che invece stanno "dall'altra parte della medaglia", di chi resta nella propria terra e cercare di comprendere anche i legami con chi invece é qui, é stato fin dall’inizio per me una spinta ad incuriosirmi ancora di più, a voler capire con i miei occhi quello che è realmente questo paese “sballottato” tra una visione filo-russa e una più filo-europeista, frutto di una storia faticosa, ancora molto recente e "fresca".
Parto con tanti dubbi e tante domande per la testa, con la paura di non sapere gestire le storie che incontrerò, con la consapevolezza di fare un pezzettino in un percorso già iniziato da qualcun altro e che qualcun altro poi continuerà, ma con la voglia di conoscere e capire, di immergermi in un mondo e in delle storie nuove che sapranno mettermi alla prova e che sapranno aprire nuove riflessioni, nuove visioni e nuovi percorsi.
Parto con gli occhi carichi di tutte quelle persone che mi sostengono nel quotidiano e senza le quali, probabilmente, non sarei partita.
Il mio percorso è sempre stato accompagnato da un’instancabile voglia di andare, capire, spalancare gli occhi sul mondo e sulle persone che incontro: frutto un po’ della genetica, un po’ degli eventi… 
"Questa è una storia
da raccontare.
Può andare bene,
può andare male,
ma non si sa 
qual'è il finale.
Bisogna andare,
comunque andare
a camminare
sulla terrazza
con vista mondo,
dove ogni alba
è anche un tramonto.
Si va si va,
ma dove si va?
Chissà chissà,
paura non ho.
E questa vita mia
è tutto quel che ho,
più breve lei sarà
e più forte canterò" 

(L'arca di Noé, Mannarino)
Ora mi guardo attorno e vedo di fianco a me i miei compagni di avventura e saperli vicini nei pensieri, nelle sensazioni e nelle emozioni, anche se a breve saremo un po’ tutti sparsi per il mondo, mi carica. 
Voglio immaginare l’anno che mi si prospetta davanti proprio come una bella camminata in montagna: certa che tra gli alti e i bassi dei sentieri che ci troveremo a percorrere riusciremo ad essere capaci di scorgere nuove prospettive, nuovi pezzi di mondo e nuovi sguardi.
Profondamente grata di poter essere qui, a scrivere con tutti voi un nuovo capitolo... E allora si va, rotolando verso est!


Lisa

giovedì 26 ottobre 2017

Sospingi la tua barca

Nessun commento:
Sono Marianna e mi piace il mare. Lo dice anche il mio nome  -abbreviato -  “Mari” , che è come mi chiamano le persone quando si sentono  già in confidenza. A questo punto uno si aspetterebbe che io viva in una città marittima come Genova, Napoli, Rimini… No. Abito a Milano, ma il mare mi accompagna da quando sono piccola, dalle lunghe estati passate con i miei nonni a Livorno, dove ho imparato a nuotare molto presto a suon di bevute d’acqua, addii struggenti ai braccioli,  e incoraggiamenti vari.
Allora sorge un’altra domanda:  “parti per una città di mare?”. No. Vado in Bolivia, il “corazon del Sud America”, che essendo appunto un  “corazon”  non ha sbocchi sul mare. E allora che c’azzecca il mare? 
Il mare lo porto con me, perché in questo momento mi sento un po’ come una piccola barchetta. Sono sulla riva, pronta a partire: sto spiegando le vele, preparando i rifornimenti, il salvagente (sì, serve anche quello!) e sto salutando parenti e amici al molo. 
Parto per un anno di servizio civile all’estero, l’ho deciso tempo fa, ma come ogni decisione importante che ho preso nella mia vita, ho avuto bisogno di tempo per concretizzarla. 
La mia barchetta è piccola e (spero)  resistente,  è pronta ad affrontare le onde e a farsi trasportare dalla bonaccia; farà un lungo giro e incontrerà tante isole nel suo percorso e in ognuna si fermerà, anche solo per poco, e  ogni terra toccata sarà per me importante.
Nonostante la mia sia una piccola barca monoposto, appena giro lo sguardo vedo che sul molo ci sono tante altre barchette… ben tredici! Sono tutte differenti e ognuna è bella a suo modo. Tutte, come me, si stanno preparando per affrontare il mare. Non abbiamo la stessa meta, eppure qualcosa di forte ci lega: lo spirito con cui partiamo sembra un enorme e unico soffio di vento che già inizia a sospingerci.  E allora, eccomi, sono pronta, preparo la bussola, apro il diario di bordo, aggiusto il timone e intanto, comunque vada,  in questo inizio di viaggio non mi sento sola. 

Ai miei compagni di avventura voglio quindi dedicare una poesia che mi è stata donata da una persona molto cara. Inutile dire che parla di barche… e mari.

Conosco delle barche
che restano nel porto per paura
che le correnti le trascinino via con troppa violenza.

Conosco delle barche che arrugginiscono in porto
per non aver mai rischiato una vela fuori.

Conosco delle barche che si dimenticano di partire
hanno paura del mare a furia di invecchiare
e le onde non le hanno mai portate altrove,
il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.

Conosco delle barche talmente incatenate
che hanno disimparato come liberarsi.

Conosco delle barche che restano ad ondeggiare
per essere veramente sicure di non capovolgersi.

Conosco delle barche che vanno in gruppo
ad affrontare il vento forte al di là della paura.

Conosco delle barche che si graffiano un po'
sulle rotte dell'oceano ove le porta il loro gioco.

Conosco delle barche
che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora,
ogni giorno della loro vita
e che non hanno paura a volte di lanciarsi
fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.

Conosco delle barche
che tornano in porto lacerate dappertutto,
ma più coraggiose e più forti.

Conosco delle barche straboccanti di sole
perché hanno condiviso anni meravigliosi.

Conosco delle barche
che tornano sempre quando hanno navigato.
Fino al loro ultimo giorno,
e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti
perché hanno un cuore a misura di oceano.
                                                    
                                                       [Jacques Brel]


giovedì 1 settembre 2016

Bolivia: è giunta l'ora di (ri)partire!

Nessun commento:
Partire è anzitutto uscire da sé.
Rompere quella crosta di egoismo che tenta di imprigionarci nel nostro “io”.
Partire è smetterla di girare in tondo intorno a noi, come se fossimo al centro del mondo e della vita.
Partire è non lasciarsi chiudere negli angusti problemi del piccolo mondo cui apparteniamo: qualunque sia l’importanza di questo nostro mondo l’umanità è più grande ed è essa che dobbiamo servire.
Partire non è divorare chilometri, attraversare i mari, volare a velocità supersoniche.
Partire è anzitutto aprirci agli altri, scoprirli, farci loro incontro.
Aprirci alle idee, comprese quelle contrarie alle nostre, significa avere il fiato di un buon camminatore.
E’ possibile viaggiare da soli. 
Ma un buon camminatore sa che il grande viaggio è quello della vita ed esso esige dei compagni.
Beato chi si sente eternamente in viaggio e in ogni prossimo vede un compagno desiderato.
Un buon camminatore si preoccupa dei compagni scoraggiati e stanchi.
Intuisce il momento in cui cominciano a disperare. Li prende dove li trova. Li ascolta, con intelligenza e delicatezza, soprattutto con amore, ridà coraggio e gusto per il cammino.
Camminare è andare verso qualche cosa; è prevedere l’arrivo, lo sbarco.
Ma c’è cammino e cammino: partire è mettesi in marcia e aiutare gli altri a cominciare la stessa marcia per costruire un mondo più giusto ed umano”.
Helder Camara

Sono pronta a partire
e questa partenza, oggi, si chiama "ritorno".

Consapevole che il mio stare in Bolivia avrebbe avuto un inizio e una fine - temporalmente parlando -
sono però certa che ciò che mi resta di quello che ho vissuto non potrà starsene ben riposto in confini di spazio e di tempo,
e che crescerà insieme a me, man mano che io cresco, perchè ora sì: fa parte di me.

Gratitudine,
entusiasmo,
responsabilità:
tre ingredienti che mi porto nello zaino, insieme a dei colori fantastici con cui non vedo l'ora di poter iniziare a dipingere il mio futuro prossimo! 

Hasta pronto,
LuCi

giovedì 28 luglio 2016

Bolivia: i polli di Bill Gates e una distanza da percorrere

Nessun commento:
“E’ davvero un gesto maleducato”. 
Con queste parole  César Cocarico, ministro boliviano della terra e dello sviluppo rurale ha rifiutato il ‘regalo’ prodigalmente offerto al suo Paese dal grande miliardario americano Bill Gates
La notizia è stata riportata dal Financial Times, ripresa da diversi quotidiani di tutto il mondo e giunta anche sotto i miei occhi. Lo scorso mese di giugno il fondatore della Microsoft ha annunciato di voler distribuire, per mezzo di un’organizzazione umanitaria, un totale di 100mila galline in dono ai Paesi più poveri del mondo e nella lista dei beneficiari, accanto a diverse nazioni dell’Africa subsahariana, compare anche la Bolivia.  “E’ chiaro che chiunque stia vivendo in condizioni di estrema povertà migliorerebbe la propria situazione se avesse dei polli da allevare. Se io fossi nei loro panni è questo quello che farei, alleverei dei polli”, scriveva il ricco filantropo sul suo blog, con tutte le migliori intenzioni, ma con un effetto piuttosto straniante.
“Pensa che viviamo ancora nella giungla, senza sapere come si produce”, è stata la reazione stizzita del membro del governo di Evo Morales. “Con tutto il rispetto, dovrebbe smetterla di parlare della Bolivia, informarsi, e una volta imparato qualcosa in più, scusarsi con noi. Non abbiamo bisogno dei suoi polli, abbiamo la nostra dignità”. 
Dietro questa risposta mi è sembrato di intravedere un pezzo di storia dell’America Latina.
La Bolivia, ricorda l’articolo, alleva 197 milioni di polli all’anno e ne esporta 36 milioni. Nell’ultimo decennio l’economia del Paese è cresciuta tre volte tanto, e secondo le stime nel 2016 crescerà del 3,8%, più di tutti gli altri paesi dell’area latino americana.

A poche ore dalla partenza per Cochabamba, la mia valigia è quasi completa ed è proprio questo episodio a tornarmi in mente.
“Se io fossi nei loro panni”-  “If I were in their shoes” - è la frase che mi rimbalza in testa. Un ragionamento per assurdo. Un ‘periodo ipotetico della irrealtà’, che esprime tutta la siderale distanza di chi, in quei panni, e in quelle scarpe, non ci entrerà mai.

Aspettando che venga il momento di  prendere l’aereo che mi porterà dall’altra parte dell’Oceano, mi dico che forse è anche dal “se fossi” e “se avessi”che sto provando a scappare, che è proprio questa la distanza che voglio provare a percorrere.

Non da turista, non da ‘filantropa’ e nemmeno da missionaria.

Non vedo l’ora di approdare in Bolivia, anzi di ‘sconfinare’, come dicono quelli di Caritas Ambrosiana. Ma non è mia intenzione portare doni poco graditi. Né, tantomeno, far ridere i polli…

Franci R.