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lunedì 26 giugno 2017

Romanzo Cantiere Bolivia: pronti a scrivere una nuova storia!

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Premessa

Siamo uno, nessuno, centomila!

Non ci conosciamo, ma sappiamo dove andiamo. Temiamo l’ignoto, ma siamo pronti a volare come un aquilone alla ricerca della luce racchiusa nell’altro che incontreremo. Siamo pronti a giocarci le nostre carte, e vogliosi di colorare la nostra vita come dei bambini di fronte ad un foglio bianco.
Curiosità e incoscienza sono il motore che ci spingono, pronti a partire e scrivere una nuova storia, un nuovo racconto da inserire nel libro di racconti di Sara; un nuovo viaggio, alla ricerca di orizzonti mai esplorati e alla scoperta di un mondo così lontano ma che non è mai stato a noi così vicino.



venerdì 23 giugno 2017

"ROMANZO NICARAGUA": Noi partiamo da qui..

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PREMESSA
Noi partiamo da qui..

Io parto da un’ agenda piena di impegni e da una vita frenetica. Ho bisogno di lasciare qui tutte quelle scadenze e quei tempi che ora caratterizzano la mia vita, scandendola quasi in maniera ritmica. Penso sia il momento di stravolgere e colorare questo ritmo che è mio e che mi piace, ma talvolta mi rende un po’ costretto. Vedo questo viaggio come un tempo in cui non c’è tempo, non ci sono date, non ci sono orari, ma solo un continuo e costante fluire di quella che è la vita, di quello che è il giorno e la notte di un posto nel mondo che non è il mio, ma in cui desidero immergermi alla ricerca di un nuovo tempo e di un nuovo respiro.

Io parto con una valigia che rappresenta tutto me stesso. Io con tutti i miei dubbi e le mie certezze, io con il mio lavoro e i miei svaghi, io con il mio sorriso e il mio desiderio di ricercare delle risposte, io con i miei limiti e le mie aspettative. Partire per lasciare qualcosa della mia valigia all'altro e partire per ricevere: questa è la mia idea del viaggio. Mi immagino di immergermi in uno scambio autentico tra quella che è la mia piccola valigia e quello che è il mondo che voglio scoprire. Nel mio lavoro è lo spazzolino il mezzo che utilizzo per creare un contatto tra me e la nonnina o il nipote: partire da una cosa semplice, come l’imparare a lavarsi i denti, fino ad arrivare a scambiarsi anche dei piccoli scenari di vita quotidiana, un qualcosa che ti viene affidato così, che prendi e porti a casa. Ecco, quello che vorrei è vedere questo spazzolino come il mio sorriso che arriva in Nicaragua per incontrare altri sorrisi e altri volti. Volti che dialogano e si lasciano un qualcosa a vicenda qualcosa che renderà sicuramente la mia valigia più pesante di come è partita, magari altri dubbi e altre domande, ma che sicuramente la renderà più colorata e più “viva” di come era partita. Con tutto il tempo poi, una volta giunto a casa, di risistemare i pezzi, i colori, i profumi, i pensieri, gli sguardi che vi sono rimasti intrappolati dentro, a volte senza nemmeno che me ne accorgessi.

Io parto da casa mia. In realtà ne ho due di case: una nella città in cui studio, casa dei miei amori, di nuove amicizie, della fatica e responsabilità di tutti i giorni, e la casa dove ho sempre abitato fin da bambina, quella con la mia famiglia, caratterizzata ogni tanto da qualche litigio, ma anche da tanta serenità e affetto. Forse il numero di case che si abitano è un qualcosa che non mi piace quantificare. Quello che penso è che nessuno abbia una sola e unica casa, ma ne abiti tante. Ne attraversa e vive diverse. Una rossa, una blu e l’altra gialla. Una casa la vedo un po’ come quel posto di mondo in grado di farmi sentire viva, di provocare nostalgia quando non c’è e di farmi anche piangere quando arriva l’ora della partenza. Un po’ quello che mi è successo a Nairobi lo scorso anno. Quella penso sia la mia terza casa nel mondo. Per me il vero viaggio è proprio questo: trovare una casa e farla mia. Io parto da qui con questo immenso desiderio di vivermi un pezzo di Nicaragua con le sue diversità, i suoi bambini, le sue incongruenze, le sue mille sfaccettature, i suoi odori e colori. Un posto a abitare e da “sentire”.

Io parto. Se parto. Perché qui, nella vita di tutti i giorni, sono sempre in ritardo. Prendo lo zaino pieno di sogni, di sassi e di sguardi e inizio a correre. Corro verso una nuova avventura, un mondo nuovo che mi stupirà e mi arricchirà. Non penso ci sia un tempo ideale e ottimale per incontrare nuovi posti e persone, non penso che parlando di viaggio si possa pensare di essere in ritardo o in anticipo. E proprio per questo mi piace viaggiare e pensare a nuove partenze. In questo non mi sento in ritardo, è un qualcosa che viene, così. È sempre il suo tempo.

Pronti? Partiamo da qui.. insieme.

venerdì 3 marzo 2017

"In her shoes", camminando con Estè

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Finalmente riesco a salire verso le montagne, a camminare in solitaria cercando riposo per i cinque sensi, costantemente alla ricerca di un punto di riferimento nella vorticante confusione del piccolo grande caos di Port-de-Paix. Questa domenica mattina è il momento giusto per lasciarsi alle spalle cemento e spazzatura, musica e motociclette. La strada sterrata e polverosa s‘inerpica verso l’alto, attraversa crinali impervi tratteggiati da un artistico patchwork di campi coltivati e da tante casette di lamiera. 


Port-de-Paix dall'alto, l'isola della Tortuga sullo sfondo


Mentre attraverso questo quadro naif inizio a sentirmi seguita, senza voltarmi aumento il passo. Questo provoca uno sfrigolio di tacchi leggero, ma sempre più veloce, che alla fine mi raggiunge. E’ una bambina vestita da festa che scarpina a tutta velocità, con un paio di infradito a tacco alto, su un terreno così accidentato che mette a repentaglio le caviglie anche con gli scarponi. Camminiamo in silenzio fianco a fianco per un po’, senza capire veramente se stiamo andando nella stessa direzione. Le faccio qualche domanda, lei risponde poco convinta, ma ogni volta che mi fermo mi aspetta, e se qualcuno mi inizia a parlare è lei che spiega che stiamo andando a La Croix.
Tra una domanda e l’altra di Estè, che ormai ha sciolto la sua  timidezza, tra i commenti dei passanti stupiti di vedermi da quelle parti, tra i muratori che chiedono soldi e preghiere, tra i contadini che vogliono parlare della Repubblica Dominicana, tra le signore e le bambine che scendono al mercato con le teste cariche di ceste delle verdure dei loro orti, ed il portiere della casa dei frati che mi coinvolge in profonde riflessioni sui pannelli solari, ho tempo per pensare e per lasciare partire la testa tra le nuvole.

“El frágil  sendero de los Caciques desapareció de súbito frente a una lanza clavada en tierra, sostenida por un montón de piedras: el poteau-mitan, la intersección entre el cielo y el lugar de más abajo, entre el mundo de los Loas y el de los humanos. Y entonces los vio. Primero dos sombras, luego el brillo del metal, cuchillos o machetes. No levantó los ojos. Saludó con humildad repetendo la contraseña que le había dado Tante Rose. No hubo respuesta, pero percibió el calor de esos seres tan cercanos, que si tendía una mano podía tocarlos. No hedían a podredumbre ni a cementerio, despedían el mismo olor de la gente de los cañaverales.”
Isabel Allende, La isla bajo el mar

Quasi mi aspetto di trovarmi davanti a questa scena. Risalendo verso la cima mi  vengono in mente le pagine di Isabel Allende che raccontano del nord di Haiti all’epoca delle lotte che portarono all’indipendenza del Paese. C’erano schiavi che non si rassegnavano e scappavano dalle piantagioni dei loro padroni, sfidando non solo la furia di questi, ma anche le alte e sconosciute montagne, che diedero poi il nome a questa terra. 
Camminando su questa strada immagino cosa volesse dire la fuga, il viaggio, l’arrivo a un quilombo, come descrive in questo passo. In questi luoghi i Mawon hanno scelto la libertà, non solo per se stessi, ma per quella che diventerà, a caro prezzo, la prima Repubblica nera della Storia.
Sono passati più di duecento anni, l’orgoglio del passato rimane, ma questo paese non è indipendente. Lo si vede non solo dalle “grandi cose”, le più evidenti, come l’ingerenza politica ripetuta, la dipendenza economica dalle importazioni e dagli aiuti umanitari a pioggia che non permettono lo sviluppo di tutto ciò che qui potrebbe fiorire.  Lo si vede quotidianamente anche dalle “piccole cose”: da i bambini che chiedono soldi o cibo toccandosi la pancia e facendo segni di decapitazione (c’è voluto del tempo ad interpretarlo come “sto morendo di fame” e non come “ voglio farti fuori”), dai banchi del mercato vuoti dopo mesi dall passaggio dell’uragano Matthew, dai prodotti americani che invadono ogni aspetto la vita dell'isola...
La strada per il quilombo è ancora lunga, ma gli Haitiani sono forti. Le responsabilità di chi viene da fuori sono importanti, camminare insieme non è sempre semplice. A volte non si capisce la logica sottesa alle cose, altre volte sarebbe più facile fare noi al posto di qualcuno che vediamo in difficoltà, altre volte ancora restiamo incompresi…
Ecco appunto, torno alla realtà, Este mi chiede di comprarle dell’acqua. Nel suo sacchetto nero non c’è una bottiglietta come pensavo, ma un altro paio di scarpette da messa di ricambio, che ad un certo punto deve infilarsi al posto di quelle che indossa che si sono rotte!... Le sorrido e le passo la mia borraccia.