Non c’è nulla da fare.
Per quanto io credessi di essermi preparata
psicologicamente ai ritmi lenti dell’Africa, e nonostante la mia precedente
esperienza in Madagascar, non posso negare che, ancora una volta, il “pole
pole” (cioè “piano piano”) continuo mi stia mettendo a dura prova.
Le mie origini campagnole a nulla servono dopo aver
trascorso gli anni dell’università a Milano, caotica e frenetica città sempre
di corsa, dove tutti sembrano avere molto da fare e soprattutto paiono essere
in ritardo perenne.
Quando in quegli anni vivevo la città, ricordo che
mi stupiva sempre questa fretta quasi spasmodica, che impediva di rispondere ad
un turista in cerca di informazioni, che faceva scontrare con i senza dimora
che stavano a bordo della strada a chiedere l’elemosina, che obbligava a
spingere per prendere la prima metro in arrivo perchè la successiva ( un minuto
e mezzo dopo) avrebbe fatto arrivare troppo tardi. Ma troppo tardi per cosa?
Mi chiedevo sempre se quel minuto e mezzo di
chiacchiere, di attenzione al vicino, di godersi la vita intorno fossero
sacrificati per qualcosa di migliore. Oppure no? Oppure si era sempre solo di
corsa e quei minuti tolti alla vita erano usati per correre di nuovo,
inseguendo solo il tempo?
Eppure qualcosa deve essermi rimasto dentro, deve
essermisi appiccicato addosso.
Perchè grande è stato il mio stupore stavolta
quando, sul volo Zurigo-Nairobi, ho incontrato Ben.
Un ragazzo Keniano, che appena si è seduto ha avuto
voglia di chiacchierare con me che ero la sua vicina di posto. Poverino. Il mio
inglese sgangherato, il mio sonno e la mia preoccupazione non lo hanno fatto
desistere. E per la prima mezz’ora ci siamo un pò raccontati.
Nessuno dei due
aveva cose più importanti da fare. Nessuna fretta. Nessun messaggio da mandare,
nessuna chat da controllare, nessuna mail da inviare. Solo tempo per le
chiacchiere. Piacevole tempo speso a conoscersi.
Poi siamo partiti, io son crollata, e lui mi ha
svegliata quando è arrivato il pranzo. Ma appunto, poverino, il nostro Ben non
immaginava l’imbranataggine della sottoscritta. Non trovavo il tavolino,
nascosto nel bracciolo del mio sedile. Me lo ha indicato, ma ovviamente
non sono riuscita a sistemarlo da sola.
Ha fatto lui, con pazienza, ridendo un pò di me. E poi ad addormentarsi è stato
lui, e il l’ho svegliato per la cena. Ci siamo scambiati un cioccolatino e
poche altre parole.
Atterrati a Nairobi ho attaccato di nuovo a
stressarlo: avevo soldi sul mio telefono, ma non riuscivo ad attivare la
promozione per internet, necessaria per usare l’app per chiamare un taxi che
dall’aeroporto mi portasse a casa.
Di nuovo, ho ripreso con il mio inglese pessimo a
riempirlo di domande e praticamente gli ho piazzato in mano il mio telefono
sperando che lui risolvesse in qualche modo la situazione.
Mi sono immaginata a Milano, a chiedere ad un uomo
d’affari appena atterrato di guardare il mio telefono invece che il suo, di
aiutarmi per un pò invece che chiamare a casa, rispondere ad importanti
messaggi di lavoro o sprofondare nei social. Mi sentivo proprio una zanzara
fastidiosa nelle sue orecchie.
E invece no. Di nuovo, con pazienza e con il
sorriso, ha preso il mio telefono, mi ha attivato non so come un’ora di
internet gratis, e ha fatto tutto quello che mi serviva per poter tornare a
casa al sicuro.
Mi ha persino aspettata, fuori dal controllo
documenti, per assicurarsi che io non avessi più bisogno di aiuto. L’ho
congedato con un pò di imbarazzo, perchè mi sembrava di avergli già rubato
troppo tempo.
Sento il bisogno, ora, di ringraziarlo per il tempo
che spontaneamente mi ha donato, gratuitamente, senza fretta. E per avermi
ricordato, appena atterrata in Kenya, l’importanza di rallentare, di mettere da
parte la fretta e di riportare al centro le relazioni.
Ripensando a questo incontro dopo una giornata un pò difficile in cui mi sembra di aver “fatto” troppo poco, torno a respirare, a godere delle piccole cose, a voler stare semplicemente con i ragazzi a condividere i lavori nei campi e con gli animali, a cucinare chapati e a confrontare i nostri mondi e i nostri sogni così diversi ma poi, infondo, anche così simili.
E allora non mi sembra più tempo sprecato fermarmi sulla
strada verso casa a chiacchierare con i bimbi che escono dalla scuola del quartiere
carcerario di Kamiti, che corrono davanti a me e poi
si girano per scrutarmi, che si spintonano e strattonano, che si nascondono dentro un cespuglio per farmi uno
scherzo e che mi salutano insistentemente ripetendo come una cantilena tutti i
saluti che conoscono in inglese e ridendo a crepapelle.
Anche questo è tempo ben speso,
è tempo che arricchisce,
ma ogni tanto me ne dimentico.
è tempo che arricchisce,
ma ogni tanto me ne dimentico.
La riflessione sul tempo è molto bella. Questo tempo che sembra debba essere riempito per forza di cose da fare. "Perdere" tempo con le persone...non è tempo perso.
RispondiEliminaRimettere al centro l'ascolto dell'altro, la relazione con l'altro è il conoscere l'altro: grazie di cuore per questa riflessione su come poter impiegare meglio il tempo!
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