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martedì 27 marzo 2018

LE PALME di MOMBASA

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FAITH BEFORE FEAR

Domenica anche noi a Mombasa abbiamo celebrato la Domenica delle palme; l'ufficio per la pastorale giovanile ha organizzato una processione e una messa con tutti i giovani dell'Arcidiocesi di Mombasa. Quale modo migliore per aprire la Settimana Santa, una enorme folla di giovani, qualche bambino e qualche famiglia che si sono riuniti alla Makupa Primary School in attesa del Vescovo e per la successiva benedizione delle palme.
In un passamano i ragazzi hanno iniziato a far girare le foglie di palma fino a quando ognuno ne aveva una da reggere.
C'era chi la sventolava, chi invece l'ha usata per costruirci una croce, chi semplicemente la teneva alta come una bandiera.
Dopo la preghiera del Vescovo Martin la folla si è trasformata in un lunghissimo serpente che si è fatto strada per le vie di Mombasa, passando anche dalla grande rotonda che porta alla strada per Nairobi e bloccando per una mezz'ora il traffico.

La processione attraversa la grande rotonda di Makupa

I giovani in processione che bloccano il traffico di Tudor

La processione che avanza verso il centro pastorale

Tra le macchine, i tuk tuk, i matatu, i carretti e le persone ai bordi delle strada sedute ai negozietti c'era chi ci guardava sorridente ed incuriosito, chi si lamentava perché stavamo creando disordine, chi ci scrutava con uno sguardo accigliato probabilmente chiedendosi quale fosse il senso di tutto questo.
Sì perché a Mombasa non è scontato essere cristiani, non é nemmeno scontato essere cattolici e soprattutto non è scontato che una folla di giovani blocchi il traffico di una città fondamentalmente musulmana per celebrare l'arrivo di Gesù a Gerusalemme e l'inizio della Settimana Santa.
Per me è stata un'emozione grandissima, poter essere parte di questi giovani che fieri della loro fede hanno attraversato senza paura le strade della città, cantando, quasi correndo per essere in testa alla processione e indossando maglie con i messaggi più disparati, dal "Proudly Catholic" al "Keep calm and sing", dal " Faith before fear" al " Don Bosco pray for us".


Alla fine questa folla rumorosa e accaldata (domenica c'erano 33 gradi, percepiti 50!!!) si è riunita al centro pastorale dove abbiamo celebrato la messa, completamente animata e preparata dai giovani, che hanno cantato, ballato, pregato, portato offerte all'altare, tutto con una grande gioia che era davvero palpabile e che ti coinvolgeva naturalmente.
Durante la messa, poi, il Vescovo ha parlato di pace, di accoglienza, del compito della Chiesa di accompagnare i giovani sulla giusta Via, delle tentazioni che li circondano e mi è sembrato proprio di partecipare a una delle tante messe italiane dove si parla dei giovani (e a volte non AI giovani), posto diverso, ma stesse sfide e stesse speranze...forse un po' più di giovani all'ascolto, anzi, tolgo il forse, molti ma molti più giovani!

Alcuni giovani della parrocchia di Kongowea

Ora tutti noi abbiamo raccolto e conservato le parole del Vescovo e la gioia di questa domenica per prepararci ai tre giorni di celebrazione della passione di Cristo, pronti a farla riesplodere la domenica di Pasqua!!!!




P.s. A Pasqua ci sarà il mio debutto con il coro giovanile di Kongowea, è da due settimane che ci prepariamo provando tutti i giorni della settimana..canti in kiswahili e ritmi incalzanti....Non vedo l'ora!!!!hahahahahaahahha


Chiara Galla


martedì 13 febbraio 2018

La ragazza senza un'identità - SCE Mombasa

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Il Lunedì pomeriggio dopo il nostro rientro abbiamo ricominciato con le attività al Mahali Pa Usalama, un Rescue Centre dove vengono accolti bambini e ragazzi allontani dalle famiglie,o perché vittime di abusi o perché provenienti dalla strada. 
Dopo un po’ d'incertezza sull' attività da svolgere, se proporla proprio quel giorno oppure aspettare ancora un po’, alla fine una storia (debitamente tradotta in inglese) ha dato il via alle nostre attività.

Recita così:

C’era una volta una bambina che aveva un nome, come tutti i bambini del mondo: era allegra, vivace e spensierata e andava spesso a giocare in un bel giardino verde. Un giorno lanciò la palla al di là di una siepe e quando andò a cercarla, non la trovò. Cerca qua, cerca là, la palla non c’era: la bambina era stupita e anche un po’ spaventata. Ad un tratto sentì una vocina, in alto: “E’ tua questa bella palla, piccolina?”.
La bambina guardò su e vide un ometto magro seduto a cavallo di un ramo: aveva la palla fra le mani.

– “Certo che è mia. Dammela!” disse la bambina
– “E tu, cosa mi dai in cambio?” 
– “Niente! La palla è mia!”
– “Ma adesso ce l’ho io!”
– “Non ho niente da darti!” disse la bambina
– “Si che ce l’hai: dammi il tuo nome!”.
Pensando che l’ometto scherzasse, la bambina gli disse: “Va bene, te lo do: butta la palla!”. Quello sorrise, lasciò cadere la palla, lei la prese e tornò a casa.
Ma, dopo poco, inizio’ a sentirsi strana. E più strana si senti’ quando si accorse che la salutavano senza più dire il suo nome: poi, pensandoci, si accorse che nemmeno lei lo ricordava. 

– “Mamma, come mi chiamo io?” disse allora la bambina a sua madre. 
– “Tu? Non hai nessun nome!”– disse la mamma. 
La bambina andò a guardare i suoi libri, i suoi quaderni, i suoi giochi e vide che non c’era nessun nome. 
– “Tu, scendi a fare merenda!” gridò la mamma di sotto. 
«La mamma mi ha sempre detto di non chiamare nessuno con un Tu…l’avrà fatto proprio perché io un nome non ce l’ho più…» pensò con tristezza. Allora, piangendo, la bambina prese la palla, andò al giardino e si fermò proprio sotto l’albero. L’ometto era ancora lassù, con la mano chiusa e sorrideva. 

– “Ridammi il mio nome! Ti darò la palla, se vuoi!” gridò la bambina. 
– “Tieniti la palla, piccolina, e anche il tuo nome: e un’altra volta, non darlo a nessuno, capito?”.
L’omino aprí la mano; all’improvviso la bambina ricordò di chiamarsi Antonella e si mise a saltare per la gioia! Corse a casa e la mamma le chiese: 
– “Dove sei andata, Antonella?”
– “Avevo perso una cosa importante, mamma” disse la bambina e lo disse così seria che la mamma le diede un bacio di quelli che fanno rumore.


Roberto Piumini – estratto dal libro “C’era una volta, ascolta”


Una volta terminata la lettura della storia, abbiamo chiesto ai bambini cosa avevano ascoltato … timidamente prima a voce molto bassa, poi con più coraggio abbiamo ripercorso insieme tutti i passaggi della storia. E allora era arrivato il momento di chiedersi: "ma un nome è davvero così importante?", "sì, certo!"; "a te piace il tuo nome?", "si mi piace molto" è la risposta di tutti. "Allora siamo tutti d’accordo che il nostro nome è bello e importante …. ma perché?"; un po’ di silenzio, poi qualcuno dice: "il nostro nome serve per essere chiamati, per non essere solo un TU". "Vero, verissimo … quindi cosa potremmo dire, che il nostro nome è bello e importante ed è prezioso per ognuno di noi perché..."; e una delle ragazze più grandi aiuta tutti dicendo "perché ci fa essere delle PERSONE, ci dà un' IDENTITA'!". 

WOW, che bello sentire questi pensieri uscire dalla mente dei bambini e vederli capire e realizzare che sì, avere un nome e’ più che importante: è un DIRITTO di ogni bambino. Così, come attività finale, ognuno di loro ha colorato e decorato il proprio nome, stampato in lettere doppie,con cura e creatività, cercando di renderlo il più bello possibile!




Torniamo a casa contente e soddisfatte dell'attività e lasciamo trascorrere i giorni della settimana che ci vedono impegnate in ufficio. Giovedì torniamo al Mahali e durante la mattinata aiutiamo nelle lezioni scolastiche della mattina che ci inglobano completamente, perché i più piccoli stanno davvero lottando contro addizioni e sottrazioni! Le ragazze più grandi compaiono ogni tanto, non sono in classe perché stanno aiutando in cucina. Così per tutta la mattina non mi accorgo che manca Jo., la ragazza più grande del centro, colonna portante e guida per i più piccoli, aiuto per le mamas e responsabile della custodia delle chiavi: una ragazza sveglia, brava, curiosa e sempre disponibile a giocare con noi e ad aiutarci con le traduzioni in kiswahili."Jo. dov'è?" chiedo ingenuamente alla mama all'ora del pranzo; "Jo. non c'è. E' andata via!". 



"COME??????" pensa la mia testa "non è possibile, non abbiamo nemmeno potuto salutarla, non si parlava che avesse dovuto andarsene a breve…come mai? E poi non abbiamo nemmeno potuto consegnarle il lavoro del suo nome…si era impegnata così tanto!!". Tutti questi pensieri si manifestano in un: "AH, davvero? Come mai?". La mama mi risponde che nessuno lo sapeva, neanche Jo., la Sister le ha detto la sera per il giorno dopo che sarebbe dovuta tornare a casa e lei ha fatto le valigie e se ne è andata. Le domande nella mia testa arrivano ad una velocità estrema…perché se ne è dovuta andare proprio adesso? Ma è stata reinserita in famiglia? E' da sola? E' in un altro centro? Sta bene? Non resisto e cerco di capirne di più andando a chiedere alla consulente del centro. E così ecco la risposta: Jo. è dovuta tornare a Nairobi per cercare di avere i suoi documenti d'identità

Quando Jo. è arrivata al centro nessuno sapeva da dove provenisse e come si chiamasse. Così all'inizio lei ha detto di chiamarsi con un altro nome e di provenire dal Sud Africa, ma poi la suora ha chiesto di lei al governo del Sud Africa e della sua identità non c'era traccia … era ovvio che non provenisse da lì e che quello non fosse il suo vero nome.

"Ma come, penso io, lei, Jo., la ragazza così brava e affidabile che abbiamo conosciuto che mente sulla sua identità e sulla sua origine?!". Forse un motivo per mentire lo aveva … 

Scopriamo che investigando e facendole molte domande mirate la suora ha capito che Jo. arrivava da Nairobi, da una famiglia molto povera che viveva in strada in una delle baraccopoli di Nairobi. Ora Jo. è dovuta tornare là, a Nairobi, per cercare di ottenere un documento d'identità che le permetta di affrontare gli esami scolastici (senza documento d' identità ti viene negato l'accesso) e trovare qualcuno che le sponsorizzi gli studi e le permetta dunque di tornare a scuola.
E qui un'ultima domanda mi sorge spontanea: "ma Jo. è da sola o c'è qualcuno che la aiuta in tutto questo?". "No, è da sola".

OK, ora io mi immagino Jo., una ragazza di 13/14 anni, che porta sul corpo i segni delle violenze subite e probabilmente nel cuore il macigno di tutto quello che ha passato, da sola, nella baraccopoli, per strada, con una famiglia che non ha niente, nel tentativo di procurarsi dei documenti e un benefattore.
Vorrei correre a Nairobi per aiutarla, cercarla ovunque, chiamarla al telefono, dire alla suora di andarla a riprendere e aiutarla in tutto questo perché da sola non so se ce la farà … ma ovviamente tutto questo è impossibile.
Proprio in quel momento mi torna in mente la storia che abbiamo letto tre giorni prima insieme, sull'importanza di avere un nome, di avere un'identità e mi viene un groppo alla gola … certo che la vita a volte è proprio strana! Chissà cosa avrà pensato Jo. mentre ascoltava quella storia e chissà se potrà esserle d'aiuto nella ricerca della sua identità … io ora posso solo sperare che sia così, pregare per lei e augurarle da lontano buona fortuna!

Chiara Galla  

giovedì 8 febbraio 2018

Art. 205 del codice penale: in bilico tra riforma e (ri)elezioni

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Modifica del codice penale: un passo indietro per ricandidarsi?


Eccoci di nuovo qua! Siamo arrivate a Cochabamba la scorsa settimana e correvamo il rischio di non riuscire ad uscire dall'aeroporto per la minaccia di scioperi e proteste.
Alla fine è andato tutto bene, neanche l'ombra di un bloqueo in giro!

Ma cos'era successo?

Il 23 novembre il senato aveva approvato una riforma che andava a modificare oltre 650 articoli del codice penale, toccando diversi settori. La modifica più eclatante aveva riguardato l’art. 205, che aveva subito suscitato proteste e scioperi da parte del personale medico: si prevedeva infatti l'introduzione di nuove sanzioni per chi, nell’esercizio della sua professione, avesse causato danno alla salute o all’integrità fisica di un’altra persona per negligenza, imperizia o inosservanza dei protocolli. In caso di danno per uno di questi motivi si prevedevano forti pene pecuniarie e, in alcuni casi, fino a sei anni di carcere. Secondo i medici, che sono stati per molti giorni protagonisti di bloqueos in tutto il paese, questo articolo violerebbe in parte la Costituzione, limiterebbe il diritto al lavoro e non consentirebbe un’effettiva riparazione del danno da parte degli stessi qualora venissero privati della loro libertà.

Questo in un paese dove la sanità è per molti inaccessibile e manca un sistema capillare di prevenzione.


Sciopero dei medici: blocco delle strade del centro di Cochabamba.
- Dicembre 2017 -

Quando avevamo lasciato la Bolivia c'era qualche bloqueo in giro, ma alcuni pensavano che le richieste di contrattazione con il governo non sarebbero durate ancora a lungo: la classe medica è comunque un’élite rispetto alla maggior parte del popolo, il vero cuore e propulsore delle proteste in strada. Lo sciopero dei medici avrebbe potuto inoltre portare a uno scontento tra la popolazione, che non trovava più dottori e infermieri negli ospedali.


Cartelli per lo sciopero dei medici negli ospedali
- Ospedale di Quillacollo, periferia di Cochabamba -


"ESTAMOS EN HUELGA GENERAL INDEFINIDA EN TODO EL PAIS"


"NO AL ARTICULO 205"


Questo si leggeva all'ingresso di molte strutture sanitarie a partire da dicembre."Siamo in sciopero generale indeterminato in tutto il paese". "NO all'articolo 2015". 

Si rispondeva solo alle emergenze.

All’inizio di gennaio sono però scese in piazza anche altre categorie. Camionisti - contro la modifica dell'art. 137, con cui si aumentavano le pene per l'omicidio colposo con mezzo di trasporto -, giornalisti - contro gli art. 309, 310 e 311, lamentando una limitazione della libertà di stampa e di espressione -, commercianti, ambientalisti e altri. Anche dei gruppi religiosi hanno contestato questa riforma, in particolare protestando contro l'art. 157, che ampliava la possibilità di abortire legalmente, e l'art. 88, rispetto al quale anche la Conferenza Episcopale Boliviana ha preso una posizione.

Nella nuova formulazione l'art.88, articolo contro il traffico di essere umani, inasprirebbe le pene - includendo la possibilità di incarcerazione da sette a dodici anni - per chi "trasporti, trasferisca, privi di libertà, ospiti o riceva persone" per una serie di finalità. Tra queste vi è anche il "reclutamento di persone per la loro partecipazione a conflitti armati o in organizzazioni religiose e di culto". In questa sua parte tale articolo è stato considerato dalla Conferenza Episcopale una minaccia contro la libertà religiosa, nonché contro le attività missionarie. 


Sciopero generale contro la riforma, centro di Cochabamba
- Gennaio 2018 -


Giovedì 11 gennaio, in occasione del passaggio del Rally Dakar a La Paz, coloro che si opponevano a questa riforma hanno manifestato assieme ad altri gruppi. Tra questi hanno preso parte alle proteste anche quelli contrari alla recente sentenza del Tribunal Constitucional che stabilisce la possibilità per il Presidente Evo Morales di ricandidarsi al suo quarto mandato.

Secondo la Costituzione un presidente potrebbe ricandidarsi per la stessa nomina per non più di due mandati. Già in passato si era già fatta eccezione a questa norma, essendo attualmente Evo Morales presidente per la terza volta. Questa nuova sentenza del 28 novembre 2017, tuttavia, rimuove ogni limitazione alla possibilità di ripresentarsi alle elezioni.

Questo accade nonostante l'esito del referendum del 21 febbraio 2016: il MAS - Movimiento Al Socialismo -, partito di Evo, aveva infatti indetto allora un referendum in cui si chiedeva alla popolazione se fosse favorevole o contraria alla modifica della Costituzione, per permettere ricandidature oltre i due mandati. Avevano vinto i NO, ma la sentenza del Tribunal Constitucional va oggi contro tale manifestazione di volontà popolare.

All'inizio della scorsa settimana il governo ha deciso di riconsiderare la riforma del codice penale, motivo per cui el paro general di martedì 23 era stato sospeso. Mercoledì 24 alle 4.00 di mattina, dopo 11 ore di dibattito la Camera dei Deputati ha approvato a Legge 001 che abroga la riforma del codice. Nel pomeriggio anche la Camera del Senato ha votato all'unanimità lo stesso progetto di legge e lo ha rimesso all'Esecutivo perché lo promulghi a sua volta. 

La riforma del codice penale, che tanto ha suscitato clamori, sembra quindi essere giunta al termine. Alcuni deputati hanno sostenuto che il motivo di tale manovra sarebbe in realtà tentare di smorzare un clima di tensione al quale si stavano aggiungendo gli oppositori alla rielezione del presidente Evo Morales. 

Se adesso potrebbero calmarsi le acque, non si sa invece cosa accadrà tra il 2018 e il 2019, anno di nuove elezioni. Intanto martedì 30 gennaio i rappresentanti dei Comitati Civici di tutto il paese hanno deciso di indire un paro nacional previsto per il prossimo 21 febbraio, anniversario del referendum del 2016, per protestare contro la sentenza del Tribunal.

A noi non rimane che prendere un bel respiro e stare a vedere: la Bolivia è imprevedibile!

Chiara


Fonti:
ALP abroga Código Penal en bochornosas sesiones, Los Tiempos, 25 gennaio 2018
Leyes justas al servicio del bien común, Comunicato della Segreteria Generale della Conferenza Episcopale Boliviana, La Paz, 9 gennaio 2018





sabato 27 gennaio 2018

Ritorno a Cochabamba, dove la vita è imprevedibile!

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Ritornare per non smettere mai di imparare


Ritorniamo a Cochabamba, dopo un mese di rimmersione in Italia. Eravamo arrivate qui, a Cocha - come si dice in slang -, all’inizio di novembre e dopo quasi due mesi siamo tornate in Italia, tra vacanze e formazione. Uno shock

Non è semplice riuscire a entrare e stare in un paese come questo, una realtà molto diversa, per quanto segnata da un’influenza europea lunga  secoli.

 La Bolivia è uno dei Paesi del Sud America che più a conservato la sua storia e le sue tradizioni: il Quechua, l’Aymara sono alcune delle lingue che scorrono parallelamente al Castellano -guai a parlare di Spagnolo!-  e che si mescolano, pulsano, creando una tavolozza colorata nella quale ancora si sentono le radici di questa nazione.

Riunione parrocchiale del campo

Arrivata qui senza sapere una parola della lingua locale, ho scoperto la fortuna di stare tra persone che sono abituate a parlare lentamente, per farsi comprendere: non tutti i boliviani parlano infatti Castellano, come non tutti parlano Quechua o Aymara. Però ci si capisce: si fa attenzione ad esprimersi in maniera chiara, con un ritmo lento e a bassa voce.


Uno dei primi avvertimenti che ci è stato dato è stato infatti di non gridare mai - e per gridare si intende anche il tono di una normale conversazione italiana! -. Ricorda l'atteggiamento dei colonialisti, ci spiegano. Un altro motivo per cui quasi si sussurra, scandendo bene le parole.


L'idea però che oggi questo sia importante soprattutto per comprendersi a vicenda mi conquista di più: mi fa pensare all'unità di un popolo che supera le divisioni linguistiche e che, alla fine, sorride nella stessa lingua.



Murale del gruppo Acciòn Poética de Cochabamba

Ma, al di là della lingua -dell’idioma, pardon!-, intendersi non è facile. Un gesto, un’espressione, la costruzione di una frase, tutto ha un peso nel creare relazioni. Ed è difficile capire come fare.


Dopo due mesi stavamo cominciando a percepire il ritmo con cui segnare il tempo di un saluto, di un buon giorno, del lavoro … e adesso si ricomincia, di nuovo a 2.560 metri di altezza e con 5 ore di fuso orario!



Uno degli aspetti che abbiamo subito dovuto metterci in testa in Bolivia è stato:

SCORDATI DI PROGRAMMARE!

O, detto in altri termini:

LA VITA E’ IMPREVEDIBILE. ACCETTALO!


E per me, abituata a progettare, calcolare soppesare i pro e i contro di ogni cosa, è stato un vero colpo! Ma una volta che ci si abbandona a questo flusso un po’ matto della vita in Bolivia, si trovano anche i suoi lati positivi.


Dovevamo tornare mercoledì 24 gennaio, tutto a posto, tutto pronto. Biglietti presi, visto fatto.


Il 22 ci scrive la nostra responsabile in loco: martedì ci sarà un paro general (un blocco generale della circolazione). Potreste avere dei problemi con i voli, non riuscire a tornare a casa ... e state attente.
Già, perché quando il clima si scalda non dobbiamo dimenticarci di essere gringos, ragazze bianche provenienti da un paese ricco.

All’inizio ci preoccupiamo, ma poi ci diciamo "Andiamo, e vediamo cosa succede. In qualche modo faremo". Arriviamo e lo sciopero era stato sospeso. Torniamo a casa sane e salve.


Eh sì: inutile preoccuparsi troppo. Anche da un giorno all'altro qui tutto può cambiare!!!




Chiara

mercoledì 9 novembre 2016

Potrei dirvi … invece vi dirò

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Prima di partire immaginavo di arrivare ad Haiti e iniziare subito a scrivere un sacco di pagine, di getto, colto dalle emozioni e dalle sorprese.
Invece eccomi qui, a una settimana esatta dalla mia partenza, a buttar giù queste prime righe, prime riflessioni e pensieri di un anno che prevedo sarà intenso, difficile, forte, bello.
Bhè, per cominciare potrei dirvi molte cose su Haiti, su ciò che ho visto e sentito, sugli odori respirati …
Potrei dirvi che dall’aereo in fase d’atterraggio non si vedevano altro che baracche e i tetti di lamiera luccicavano come stelle, solo situate dalla parte sbagliata del cielo. Invece vi dirò quanto sia bello il manto blu che mi culla prima di addormentarmi, con migliaia di astri che mi sfiorano.
Potrei dirvi di come l’odore di smog impregna le strade di Port au Prince. Invece vi dirò come sono affascinanti i tap tap in corsa, gremiti di gente, colorati e dipinti con passione da diversi artisti, raffiguranti Messi, Cristiano Ronaldo e l’immancabile Gesù.


Potrei dirvi di come sia stato macabro, inquietante e strano essere in un cimitero, unici bianchi, durante la festa dei morti (degli spiriti!direbbe un vodooista per bene) e osservare, sperando invano di non dare nell’occhio, i rituali vodoo. Invece vi dirò quanto sia stato bello e interessante entrare in questo spaccato di tradizione e religione, sentirsi testimoni di qualcosa di unico al mondo, speciale.

Potrei dirvi di come sia stato claustrofobico entrare in Citè Jeremie, la bidonville vicina a Kay Chal, di come siano sporchi e vissuti i suoi vicoli. Invece vi dirò come sia stato impattante entrare e vedere tutti questi bambini che correvano e salutavano  con grandi sorrisi il loro animatore, che ci accompagnava.
Potrei dirvi di come gli haitiani spesso sulla strada siano scorbutici. Invece vi dirò come a un sorriso accennato rispondano sempre con un sorriso ancora più grande, con dei denti bianchissimi e ben curati, dimenticando la smorfia precedente.

Potrei dirvi di come sia un peccato vedere suor Luisa vivere in casa da sola mentre porta avanti la sua missione.  Invece vi dirò come sia fantastico e ispirante vedere la sua energia, l’amore che emana, i suoi sorrisi.
Potrei dirvi di come gli haitiani siano un popolo difficile, con delle prospettive difficili. Invece vi dirò come, durante la messa della misericordia allo stadio nazionale, l’arcivescovo abbia ispirato la gente per un futuro migliore, un popolo che ha voglia di riscatto, che lo applaudiva con forza, che ballava, tutti assieme, cantando il “magnificat”, con un’energia tale da mettermi la pelle d’oca, scottati da un sole cocente.

Potrei dirvi di come la gente qui viva in uno stato di povertà degradante, di come alcuni ragazzi che incontro ogni giorno a Kay Chal non riescano a godere di un pasto quotidiano. Invece vi dirò di come un ragazzino di 17 anni , seppur con poche energie, seppur non sempre abbia cibo, seppur non abbia una famiglia alle spalle che lo segue, ogni pomeriggio si rechi al centro per fare l’animatore, aiutare i più piccoli, insegnar loro a fare qualche braccialetto, essere un esempio, un fratello maggiore.

Infine, potrei semplicemente concludere e  dirvi come Haiti sia un paese devastato, povero. Invece vi dirò che Haiti è un paese bello, ricco, e io sono contento di essere qui.

  Fede