martedì 28 agosto 2018

Serbia. Le leggi del viaggio



A Krnjača ci sono troppe persone e troppi nomi da imparare; nomi per lo più ostici alla nostra lingua, tanto da costringerci a trovare dei variegati equivalenti. Una galleria di soprannomi, dunque, è uno dei primi strumenti che abbiamo elaborato in questa settimana; una collezione di storie, di persone che si portano dietro molte e dure “leggi di viaggio”.

1: non mettersi mai in viaggio con fratelli, mogli, fidanzate, genitori.

Il Falso Teenager compare un giorno in sala computer. Alla prima richiesta di età risponde “sedici anni”, ma davanti a un bel sorriso esce dal suo guscio schivo, ammette di avere un viso da uomo e trent'anni, una moglie e due figli a casa. Non vede la sua famiglia da quattro anni; non sa quanti altri anni passeranno prima di un incontro. Dice di non aver visto crescere i suoi figli, di sentire la mancanza di un semplice contatto, anche fisico, con la sua donna, che non può toccare ormai da moltissimo tempo.

10: poter contare sull'aiuto di un amico speciale con cui si è partiti o di cui si è fatta la conoscenza durante il viaggio, e sulla cooperazione all'interno di un ristretto gruppo di persone che si affratellano.

Nell'ultima baracca in fondo al campo c'è una stanza di amici speciali. Sono in quattro, si sono conosciuti durante il viaggio, e si sono promessi di non lasciarsi mai. O partono tutti, o restano tutti: nessuno verrà lasciato indietro. Prendono questa promessa talmente sul serio che, durante l'ultimo tentativo di superare la barriera della polizia alla frontiera croata, il più veloce fra loro ha deciso di tornare indietro per non rischiare di far catturare (e picchiare) l'amico più lento.
Il ragazzo che corre in fretta si chiama Deejay: dj lo era davvero, produceva musica, e il suo account su Instagram aveva raggiunto un milione e mezzo di followers. Di famiglia benestante, pulitissimo, i modi garbati, ha dovuto prima subire la morte di due fratelli, in un attentato suicida, e poi un sequestro da parte dei talebani, di cui aveva attratto troppo l'attenzione. Gli è stato sottratto tutto: casa, proprietà, macchine, l'account da cui lanciava la sua musica. Poi i talebani gli hanno chiesto di fuggire e di non tornare più.
Così è partito, più veloce della polizia di frontiera, al punto da riuscire a scappare ai poliziotti iraniani che volevano bruciargli la spalla con un ferro da stiro, un segno di spregio per tutti i clandestini. Ha trovato un buco nel soffitto, e ha tratto in salvo anche tutti i suoi amici.

17: mantenere viva la convinzione del perché del proprio viaggio.

Per entrare in contatto con il Giornalista ci mettiamo un po' più di tempo: è un ragazzo giovane, dai modi e dalla voce delicati, di buona famiglia, quietamente introverso. Poi troviamo la chiave che sblocca il dialogo: la sua passione. Il Giornalista è scappato perché a Kabul non poteva più proseguire gli studi, che per lui sono una parte di esistenza non secondaria: “la cosa più bella dell'imparare”, ci scrive, “è che nessuno può portartelo via”. Con la sua istruzione, di qualità più alta possibile, il ragazzo vuole fare buon giornalismo: vuole cioè raccontare tutto ciò che avviene di sbagliato o di brutto, nel suo Paese o altrove, perché il mondo sappia.


Le leggi da cui abbiamo preso spunto per affiancarvi esperienze di persone realmente conosciute sono tratte da La frontiera, libro del 2015 di Alessando Leogrande. Lo scrittore riporta 28 leggi elaborate da Sinti e Dag, due rifugiati etiopi che ora vivono a Roma. I due, dopo averle sperimentate in prima persona durante il loro viaggio di migrazione, hanno deciso di appuntarle per mettere in guardia chi sarebbe partito dopo di loro.
Mancano ancora molte leggi e molte persone all'appello: l'Astrologo, Borsello, il Fashion designer, La Donna con la croce, Andrea. Forse anche a noi mancano ancora molti tasselli, molto più tempo perché i tanti spunti di riflessione si concretizzino in un'azione, in un pensiero precisi.

Colpisce, intanto, in tutti questi casi, l'enorme distanza fra ciò che queste persone erano e ciò che sono; la perdita degli anni migliori della loro vita spesi in questo viaggio; e, contro ogni nostra aspettativa, la compostezza educata del loro dolore, il riserbo discreto nel quale celano tutto il peso della loro storia.  

Giulia, Ilaria, Michela, Stefano

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