martedì 21 agosto 2018

Serbia. Cronache da Krnjača

"Homo quisque faber ipsae fortunae suae".
Dopo 2 settimane di attività nel campo profughi di Krnjača, questa espressione latina continua a rimbombarmi in testa.
Ogni uomo è artefice del proprio destino. Fino a dove arriva la veridicità di questa affermazione?
Sicuramente raggiunge me, giovane lavoratrice italiana con una vita piena di tutte le libertà a cui la maggior parte del mondo occidentale è abituato, e i miei compagni di viaggio, che hanno la possibilità di inseguire i propri sogni in altre città italiane ed europee.
Purtroppo però si ferma alle porte d'Europa, dove profughi provenienti da diverse parti del mondo aspettano con pazienza infinita che qualcosa si sblocchi. A loro non è concesso di costruirsi un destino, pare che non siano meritevoli di un simile privilegio. Loro non possono costruire perchè impossibilitati da forze maggiori, perchè se vivi per mesi o addirittura anni in un campo profughi aspettando (non qualcosa, ma che qualcosa succeda) puoi avere solo sogni, i mezzi per realizzarli non esistono. O meglio, esistono eccome, ma tu non puoi usufruirne perchè qualcun altro te lo impedisce, perchè qualcuno si permette senza alcun diritto di rubarti il posto improvvisandosi artefice del tuo destino. Fino a dove quindi arriva la libertà di un uomo? Fino a dove posso immischiarmi nel destino altrui decidendo quando e come fermarlo? Chi stabilisce che io, cittadine italiana, senza essermi meritata una tale libertà possa costruirmi il mio futuro e che i miei coetanei afghani, iraniani, pakistani, palestinesi e siriani non possano farlo?
Tra poche ore ritorneremo in Italia, alla nostra solita vita, la nostra sì che è una pacchia! Ma Reza e la sua famiglia rimarranno qui, così come tantissimi altri. Come è possibile chiudere gli occhi e dormire sonni tranquilli?

Com'è difficile talvolta accettare di essere testimoni impotenti delle ingiustizie del mondo!
Quanto è difficile dover accettare di non poter fare di più di ciò che si sta già facendo!
Eppure il cambiamento parte dalle piccole cose.
In queste due settimane non abbiamo fatto nulla di speciale, o almeno così ci sembra, ma qualcosa è cambiato a Krnjača: in un luogo di dignitosa desolazione dove bivacca un'umanità sofferente e in perenne attesa, la vita ha ripreso nuovo vigore specialmente per le donne.
Donne per cui il matrimonio e l'essere madre non sempre sono una libera scelta; donne velate e svelate; donne per cui i figli sono eternamente il loro orgoglio e la loro angoscia.
Donne che solitamente rimanevano chiuse nella loro baracca per paura o semplicemente per apatia, a poco a poco hanno cominciato a prendere parte alla vita del campo, ognuna a modo suo.
Come la mamma di A. che ogni giorno partecipava alla gioia dei suoi figli guardandoli giocare dalla finestra della sua stanza e talvolta consigliandoci dei giochi. Come N. una signora afghana che dopo un po' di titubanza ha preso coraggio e si è buttata nella mischia a giocare con i bambini, senza curarsi troppo del suo velo colorato che cadeva o della sua età. Come la madre di J. che l'ultimo giorno ha portato per la prima volta il figlio a giocare assieme agli altri bambini, lasciandosi alle spalle la paura che potesse essere deriso o discriminato e guardandolo, forse per la prima volta, come un bambino normale.
Donne a cui è stata ridata dignità e libertà semplicemente attraverso un trattamento di bellezza casereccio.
Molto probabilmente queste persone si dimenticheranno presto di noi, dei nostri volti, ma spero che in loro rimanga vivo il ricordo di quei momenti di gioia; di quella sensazione di libertà, leggerezza e spensieratezza provata durante questi giorni.


Una storia ordinaria che ha come protagonisti 4 giovani ragazzi pakistani Z, J, A e M, che hanno abbandonato il loro paese, dove la loro esistenza era in pericolo.
Quattro amici da una vita, accomunati dalle stesse passioni: musica e sport, ma anche dalla stessa vita agiata nella loro città.
Accomunati dallo stesso viaggio e difficoltà: un anno attraverso diversi luoghi come l'Iran, le prigioni turche, i confini greci e il breve passaggio in Macedonia, fino ad arrivare qui in Serbia, bloccati.
Non hanno una meta ben precisa. Forse l'Italia, forse la Francia. Raccontano che l'unica cosa per loro importante è stare insieme, come all'inizio del loro viaggio. Non importa dove finiranno, se i loro sogni si realizzeranno; "they are my family". 

Il Sig. R. ....in Iran era un docente universitario, ma qui al campo di Krnjača chi è?
Durante il giorno lo si vede vagare fra le baracche del campo con lo sguardo perso in chissà quale ricordo o pensiero. Al campo vive da solo, non sappiamo se in Iran aveva o ha una famiglia o perchè sia fuggito. Ma al campo gli è stata data un'occasione per tornare ad essere il Professor R.
In una stanzetta della baracca 16, dove agli adulti è concesso uno spazio tutto loro in cui possono fare lavoretti manuali, corsi di lingue o semplicemente giocare a backgammon, il professor R. tiene un corso di calligrafia, la sua passione.
In quei momenti si illumina di nuovo. Scherza con i suoi studenti, li ammonisce se non hanno fatto i compiti a casa e si rivolge a loro chiamandoli "mister" o "miss" come se fosse tornato dietro la sua cattedra.
Il pennarello scorre sulla lavagna guidato da mani ferme e sicure e lo sguardo sia anima di una gioia che sembrava persa.
Si dice che il lavoro nobilita l'uomo, di sicuro permette ad un uomo la possibilità di fare quello che lo appassiona; è uno strumento per ridargli la dignità di essere umano.





Serbia4: Michela, Marianna, Benedetta e Stefano

Nessun commento:

Posta un commento