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martedì 12 dicembre 2017

Kenya: Un servizio a puntate (#1)

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Infilo la mano sotto al letto, afferro la zanzariera e la sfilo con un rapido movimento del braccio. Ho dormito più di 8 ore senza mai svegliarmi, il materasso è davvero troppo comodo. Mi insapono le mani, le sfrego energicamente, mi lavo la faccia e la situazione inizia a migliorare. Prima di andare mi guardo negli occhi di sfuggita, con fare distratto, ma fotografo in testa il riflesso vivo di me che lo specchio mi regala. Indeciso tra l’ingerire o l’espellere, opto per la seconda per ragioni più d’urgenza che di spazio. Metto la musica, alta, spinta, un po’ per svegliarmi e un po’ per concedermi della privacy. Poi però è il turno delle uova strapazzate, del pane scaldato al forno e del tè con il latte. Latte che potrebbe rivelarsi nella sua subdola veste di arma a doppio taglio, ma che riesco elegantemente e virilmente a controllare uscendo di casa con lo zaino alle spalle. Nell’uscire io e Alice ci affacciamo su una viuzza cieca, utile soltanto a noi e agli abitanti dei due stabili che affiancano la nostra casa, palazzine tendenti ad essere quello che noi intendiamo per condominio. Svoltando a destra imbocchiamo la strada che poi si collegherà all’arteria principale, l’unica asfaltata, che attraversa Kahawa West.

Ma all’arteria principale bisogna arrivarci: incrociamo prima lo spiazzo, ancora vuoto, che conduce alla parrocchia di St. Joseph Mukasa; ai bordi delle strade mucchi di spazzatura vengono dati alle fiamme, l’odore è quasi meno fastidioso del fumo nero che investe chiunque debba passare per la via; a dividersi lo spazio tra una cancellata e l’altra si alternano obbligati più negozi, diciamo baracchini, angusti spazi incavi ricavati tra le mura che costeggiano la via; prima della curva una manciata di persone è china su decine di sacchi della spazzatura, divelti per recuperarne il recuperabile; il via vai di persone è abbastanza frenetico, ma per ora si cammina abbastanza comodi, il passo è svelto perché ormai abbiamo calcolato e preparato il percorso con fantozziana precisione. Coi passanti il rapporto è di odio e amore, gli sguardi si incrociano fugaci, ci sentiamo osservati, qualcuno saluta e noi ricambiamo contenti. Sbuchiamo agili fuori dalla via, quando arrivati a questo punto potremmo continuare sulla via principale, la Kahawa Station Road. Invece l’esperienza ci ha insegnato che è meglio, poco prima, infilarsi a capofitto tra le corsie che sfilano in mezzo ai banconi arroccati del mercato che costeggia la strada: arrabattate ma solide strutture in legno piene di frutta e verdura, di scarpe, magliette e pantaloni, di pile di carbone e di qualsiasi altra cosa possa venirvi in mente. Persino televisori. La mattina, poi, all’ora in cui passiamo noi, questi vicoli sono incredibilmente abbastanza liberi, incrociamo soltanto gli ambulanti che con un fascio di saggina spazzano davanti alla propria bancarella. Tutto attorno a noi il rumore è quello rombante dei matatu che sfrecciano nella strada affianco, quello più caldo e umano delle grida dei buttadentro, quello dei gemiti sofferti delle galline stipate in minuscole graticole di fil di ferro. 

L’odore è quello della terra che ti entra in bocca, negli occhi e nel naso, quello del porridge e del chai che gli ambulanti stanno cucinando in fornelletti a carbone, quello delle pannocchie grigliate sino a diventare nere, così come quello rancido di pattumiera bruciata in ogni dove. Usciti dal mercato occorre costeggiare la strada dribblando matatu parcheggiati e non, schivando e rifiutando inviti più o meno cortesi a salirvici. L’asfalto della Kahawa Station Road è rovinato a dir poco, assente in più punti, e costringe macchine, motociclette e bus a gincane azzardate. Occorre attraversare, cosa che alle volte richiede anche un minuto intero quando il traffico è intenso, nonostante la strada sia soltanto a due corsie. Concetto di corsia che sto cominciando a rielaborare. Ora ci troviamo sul lato destro della strada, camminiamo attorno ad enormi buche piene d’acqua e pantani di fango interminabili. Eppure Kahawa di questo sembra vivere, da questo sembra trarre l’energia magnetica che, sprigionandosi, mi costringe a tenere alto lo sguardo. Entrambi i lati della strada sono un crogiuolo di insegne e scritte colorate o luminose. Un numero impressionante di macchine aspetta in autolavaggi decisamente rustici, mentre gli internet point sono già pieni a quest’ora. 

Arriviamo davanti ad uno degli ingressi secondari di Kamiti, il quartiere carcerario dove svolgiamo il nostro servizio, ma qui per ora mi fermo, perché qui inizia un’altra storia. Mi accorgo che un valore inestimabile non l’hanno soltanto le persone, ma anche i luoghi, persino quelli tanto diversi da sembrare troppo brutti o troppo belli. Penso a Legnano, alla mia via Torino, a quanto ci tengo e a quanto mi potrà mancare durante quest’anno. Poi mi giro e riguardo Kahawa West. Poi un flash mi fa sorridere, rivedo il riflesso dei miei occhi nello specchio: la mattina mi sveglio con gli occhi stanchi, ma con lo sguardo veramente felice.

a presto,

Giacomo Centonze

sabato 9 dicembre 2017

Kenya: imporsi, sbagliando, di non piangere

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Quando sono uscito dalla stanza per andarlo a chiamare, credevo di sapere bene a cosa stessi per andare incontro. Credevo di trovarlo dove l’avevo visto qualche minuto prima, mentre chiamavo altri ragazzi per alcuni colloqui individuali: invece di fianco alle mucche, chino a sminuzzare l’erba da dare in pasto a queste, c’era soltanto N. Stupido io, a non averlo immaginato subito ai fornelli, era quasi ora di pranzo. Gli dico che dobbiamo parlargli, di venire con me in cappella. Si alza, mi segue, mi chiede il permesso di andarsi prima a pulire. Lo aspetto un paio di minuti, mentre parlo con C. Poi finalmente mi raggiunge, entra dopo di me nella stanza e chiude dietro di sé la porta. Ha gli occhi gonfi ma asciutti, mentre fiumi di parole davvero pesanti gli si riversano addosso ininterrotti. La posa è dritta, ferma, fiera, ma al tempo estremamente debole, arrendevole, sottomessa. Le mani avanti a sé, poggiate sul tavolo, con le dita che intrecciano quello che credo per lui sia l’equivalente di un muro, eretto inconsapevolmente a propria difesa. I piedi scalzi, tozzi, si sfregano tra loro all’altezza delle caviglie. Dalle ginocchia in giù ha ancora addosso dei rimasugli di fango, quelli che non gli è riuscito di rimuovere con la sommaria pulizia che si è auto-imposto. Gli zigomi, duri e pronunciati, delineano in modo grezzo ma deciso il volto di un ragazzo dall’età incerta, uno di quelli a cui daresti a volte quindici anni ed altre venti. 

Mentre J gli parla, non sembra capire esattamente dove voglia arrivare. Sa di aver sbagliato, lo ammette più volte, e continua a negare ogni coinvolgimento di altre persone. Li chiama “gentlemen”. Quando viveva in strada, a Nairobi, stava in una di quelle gang di cui tanto sentiamo parlare. Prima di Cafasso, già in prigione, era per tutti un caso perso, che mai sarebbe resistito in un posto come questo. Perché a Cafasso si è liberi, sì, ma ci sono delle regole molto precise. Ed è proprio grazie a quelle regole che a Cafasso si può essere veramente e finalmente liberi. Sono queste alcune delle argomentazioni con cui J cerca di far leva su di lui, questo ragazzo che vive a Cafasso ormai da sei mesi, e che a Gennaio inizierà la scuola secondaria. Ragazzo che, in questi mesi, è riuscito ad affrontare una forte dipendenza da diversi tipi di droga, sotto effetto delle quali si è trovato, un giorno, tra le mura del carcere minorile di Kamiti. 

Questo ragazzo, dicevo, è stato sorpreso, per l’ennesima volta, a fumare sigarette. Cosa che a Cafasso è severamente vietata, lo dice a chiare lettere anche il regolamento che ogni ragazzo firma quando accetta di essere accolto. Questa volta è stato sorpreso da una guardia di Kamiti, che ha prontamente avvisato J. Caso vuole che ieri un altro ragazzo sia stato portato all’ospedale per un forte mal di testa. Ma tutti i ragazzi, tranne noi, ieri già sapevano: sta male perché quel ragazzo gli ha fatto fumare una sigaretta. E lo sappiamo perché abbiamo parlato praticamente con tutti i ragazzi. Prima parliamo con lui da solo, dopo di che esco a chiamare gli altri tre ragazzi coinvolti, quelli che la guardia ha visto fumare insieme a lui. I ragazzi ripetono le loro versioni, contorte, confuse, a volte si contraddicono, ma il quadro è chiaro e lui stesso lo ammette: lui ha rimediato dei soldi, lui ha comprato le sigarette, lui le ha offerte agli altri. Violando così più di una regola di Cafasso, per l’ennesima volta. 

J gli comunica che, uscito dalla stanza, dovrà preparare tutte le sue cose e andarsene. Finalmente realizza, finalmente capisce cosa sta per succedere. Forse realizzo anche io in quel momento a cosa stavo per andare incontro andandolo a chiamare. Anzi no, forse realizzo dopo, quando parlando con lui gli chiedo dove avrebbe passato la notte, se qualche familiare o qualche amico avesse potuto ospitarlo. Mi dice che andrà a lasciare tutti i suoi vestiti da sua sorella, ma che poi andrà in town. A fare cosa? Non ho avuto il coraggio di chiederglielo. «La conosco come le mie tasche» mi dice. Il venerdì pomeriggio c’è il bible sharing, si legge un brano del vangelo ed ognuno propone la propria preghiera al gruppo. Chiedo se gli va comunque di unirsi a noi, prima di partire. Al bible sharing c’è, è seduto di fianco a me, e partecipa anche lui con una preghiera. Ah, questo ragazzo è musulmano. Oppure invece ho realizzato quando, mentre lo salutavo prima che partisse, mi ha chiesto scusa, promettendomi che avrebbe cercato di smettere di fumare. Credo di non aver risposto, troppo impegnato a non piangergli sulla spalla.

a presto,

Giacomo Centonze

domenica 19 novembre 2017

Kenya: Suor Rachel, Kibe e la banconota stropicciata

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Mentre Kibe parla, il gruppo non fa che seguire il suo inglese fluente ma ottimamente scandito. Sono rari i cali di attenzione, nonostante la freschezza dell’aria e del paesaggio sullo sfondo quasi magnetizzino l’ambiente: il mais, germogliato da qualche settimana, si affaccia al mondo in ordinate file parallele equidistanti; un albero dal tronco molto storto ci protegge dal sole, facendosi carico di uccelli rumorosi; in mezzo al cerchio è pieno di legnetti, fili d’erba ormai secca, filamenti di spago, che di tanto in tanto qualcuno prende in mano per giocarci; dal campo da calcio provengono le grida eccitate di bambini che si rincorrono per qualche loro gioco.

Nonostante questa bellezza, dicevo, Kibe riesce a mantenere su di sé un’attenzione quasi ipnotica. Forse il luogo dell’incontro non è stato nemmeno scelto a caso, la sua figura di anziano prorompe quasi poeticamente sotto l’ombra dell’albero. Ma trasaliamo tutti quando dalla tasca, con la mano, estrae una banconota ben stirata da 200 scellini. Non sembra avere senso, ecco. Tutto il bello che sino a questo momento si è creato cozza incredibilmente con l’immagine di lui che esibisce sorridente quella banconota.

Suor Rachel parlava davanti alla comunità della parrocchia, riunita nella chiesa che vedete alle vostre spalle. Come me, quel giorno, prese in mano una banconota come questa. Avevano tutti la stessa faccia che avete adesso voi guardandomi. Rivolgendosi a loro disse: «Qualcuno di voi vorrebbe questa banconota?» e allora tutto il pubblico esplose in un mormorio di approvazione. «Bene», disse, e detto questo mostrò di nuovo la banconota alla platea, e stringendola forte nel pugno iniziò a sfregarsi freneticamente le dita, stropicciandola in modo deciso, riducendola a quella che poteva sembrare una pallina di carta.”

Kibe racconta l’aneddoto in modo così vivo da confonderci, da farci immaginare di essere seduti anche noi lì su quelle panche in quella chiesa, a mormorare insieme a tutti in risposta alle provocazioni di Suor Rachel. La sua risata squillante a tratti ci fa trasalire. Accompagna i gesti alle parole: in mano ora stringe la stessa banconota di prima, ridotta ad essere un piccolo pezzo di carta straccia.

Al che continuò: «Qualcuno di voi vorrebbe questa banconota?». A questa domanda, tutti continuarono in coro a ribadire che sì, tutti avrebbero comunque voluto quella banconota. «Bene», disse ancora, e detto questo mostrò di nuovo la banconota al pubblico, e questa volta la gettò a terra. Con la scarpa, poi, iniziò a calpestarla più e più volte, con i presenti divisi tra risate sommesse e brontolii di disapprovazione. Poi si chinò, raccolse quello che rimaneva della banconota e lo mostrò al pubblico: ormai stropicciata, sporca e con piccoli tagli, pareva essere un pezzo qualsiasi di carta straccia. Poi ripeté con la stessa voce calma di prima: «Qualcuno di voi vorrebbe ancora questa banconota?».”

Iniziamo tutti a guardarci intorno, a cercare di spiare le reazioni degli altri. Sappiamo tutti dove sta andando a parare. Ci stiamo commuovendo tutti. Distolgo lo sguardo dal volto di Kibe, e inizio a fissare le foglie della pianta di mais mentre vibrano sferzate da un vento leggero ma tenace. Ma continuo ad ascoltare, non mi perdo una parola. Kibe sembra accorgersene, il suo sorriso si allarga, e continua il racconto con più forza di prima.

Il brusio si fece sempre più forte, ma alla domanda di Suor Rachel la risposta fu ad ogni modo affermativa: chiunque in quella stanza avrebbe comunque voluto quella banconota. «Se persino un pezzo di carta come questo mantiene il suo valore in condizioni come queste», incalzò lei, «come possiamo non considerare il valore di questi ragazzi? Non importa quale sia stata la storia di una persona, quali siano le crisi che ha affrontato, quante volte sia caduta, quanti problemi abbia alle spalle: ognuno di questi ragazzi ha un valore inestimabile che non possiamo non considerare.»”

Torno a guardare Kibe. L’incontro finirà molti minuti dopo.

Partirò da me stesso, forse perché è più facile o forse perché effettivamente mi sembra il modo più utile per iniziare una riflessione in tal senso. Qual è il mio valore? Sono cresciuto in mezzo a persone che per mia fortuna hanno sempre cercato di spronarmi e, appunto, valorizzarmi. Mai come oggi, mai come stasera, riesco ad essere grato a tutte queste persone. Mi vengono in mente mille esempi, mille aneddoti, mille volti, e soprattutto mille motivi per non citarne neanche uno in questo scritto. Ma sappiate che vi sono davvero riconoscente.

Pensando ai ragazzi, invece, mi viene il magone. Non compassione, pietà, pena: proprio il magone, quello che ti stringe la gola con un nodo stretto. Il primo obiettivo, il primo sforzo, vorrei fosse verso qualcosa che riesca a far sì che i ragazzi si percepiscano come portatori di valore. Che riescano loro, per primi, a realizzare di non essere carta straccia. Siamo somma di esperienze, che aggiungono valore a quello che siamo; che possono ferirci, ma che non possono mai annullarci. Il primo passo verso il reinserimento nella società civile, nella battaglia contro la stigmatizzazione, nella lotta contro l’occhio torvo del pregiudizio, è quello che bisogna fare verso sé stessi.

Credo con forza nelle potenzialità del progetto in cui svolgo il mio servizio. Una grande lezione che mi voglio portare a casa l’ho imparata già oggi, a soli 4 giorni dalla partenza: vorrei saper guardare ogni persona negli occhi e riscoprirla nel suo valore inestimabile.

a presto,

Giacomo Centonze

giovedì 16 novembre 2017

Kenya: riscoprirsi fragili e felici

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Foto scattata dopo il primo incontro conoscitivo coi ragazzi della Cafasso House.

Diciamo che ancora non ho capito se son già arrivato o se ancora sto arrivando. Non credo il mio cervello sia in grado di elaborare efficacemente tutte queste informazioni, avrò bisogno di tempo per organizzare mentalmente tutti questi stimoli. Diciamo anche che mi sento indiscutibilmente felice. Ma penso che la felicità sia un po’ come la rabbia: raramente capisci subito cosa la stia provocando. Quindi prendo tempo anche per questo, godendomi la sensazione ed aspettando periodi più quieti per tirare qualche somma. Il progetto e gli impegni mi tengono completamente impegnato, corpo e mente, dalla sveglia sino a quando arrivo a sdraiarmi stanco sul letto. E stanco davvero: non dormivo così da anni. 

Ma prima di chiudere gli occhi, il pensiero va sempre inevitabilmente a Legnano. Non so se in futuro questa cosa cambierà, non so nemmeno se voglio che cambi, per ora è un dato di fatto e in quanto tale occorre conviverci assieme. Oggi abbiamo visitato per la prima volta la casa dove io e Alice vivremo per un anno. Kahawa West mi piace, è decisamente più tranquilla di Nairobi, e siamo alloggiati a circa 25 minuti a piedi dal posto in cui lavoreremo. Sul muro della sala da pranzo campeggiava una frase, che poi ho scoperto essere di John Steinbeck: “Le persone non fanno viaggi, sono i viaggi che fanno le persone”. Sì, lì per lì mi ha colpito molto, anche tornando a Nairobi ho continuato a pensarci. Ma qui sul letto, mentre rifletto e scrivo, mi accorgo che sono proprio le persone a fare le persone. 

Quello che mi manca, mancherà, o smetterà di mancare di Legnano sono veramente tante persone. E più ci penso e più mi spavento. Il Giacomo che è partito 2 giorni fa non tornerà mai indietro così come è partito, questo lo sappiamo tutti e la ritengo una cosa soltanto positiva. Realizzo soltanto da così lontano il mio essere somma di esperienze. E quando mi accorgo di essere lontano da tutte quelle persone che mi hanno reso, nel bene o nel male, quello che sono, accuso momenti di fragilità. Una fragilità che però stimola, rendendomi proattivo e ricettivo. Una fragilità di cui non ci si può vergognare. Una fragilità che riesce a renderti felice. L’ho detto: non dormivo così da anni. Ma nemmeno mi ci svegliavo.

a presto,

Giacomo Centonze