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sabato 21 novembre 2015

prima che la sveglia suoni

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Mi sveglio quasi sempre prima che la sveglia suoni, questa sì che è una notizia degna di nota. Nessun gemito di disperazione, nessuna smorfia di fatica: non resto ad arrotolarmi tra le lenzuola nel tentativo di restarvi intrappolata. Ma nemmeno scatto in piedi canticchiando, certo. E' che qui il sole tramonta molto presto: la Luce giovane delle sei del mattino ha già avuto abbastanza tempo per camuffarsi in modo da sembrare un po' più vecchia di quello che è, ma per fortuna il Caldo non l'ha notata, non si pavoneggia e tarda ancora un poco. Diciamo che è un buon momento per alzarsi.
 
Arianna è già in piedi (dico in piedi, non sveglia) che traffica ai fornelli con la padella per il tè (dico padella perchè non abbiamo ancora trovato un pentolino, ma solo calderoni!) io mi avvicino, le biascico un buongiorno in quella lingua ibrida che ormai abbiamo cominciato a parlare e mentre taglio il pane mi chiedo se sia meglio mettere prima il pomodoro o il sale. Si, il pomodoro e sopra il sale, lo sanno tutti... ma guardate che non sono nemmeno le sei del mattino, che volete!?
 
Dopo aver armeggiato per un po' con i lucchetti del giardino riusciamo ad uscire: un saluto a Dolores, la vicina e uno a Josè Francisco, il guardiano dell'isolato, prima di svoltare l'angolo e trovarsi sulla strada che collega Managua a Ciudad Sandino. Gli autobus e i camion sollevano la polvere mentre alcuni cavalli brucano a bordopista e le pecore del serraglio qui vicino scampanellano mentre salgono la collina.
Nel frattempo il Caldo ha notato la sua signorina.

Arriva la ruta 133 e saliamo.
 
 
 
A destra, sul limitare di asfalto ed erba, un uomo pedala e spinge avanti una bicicletta scassata.
Alla sua sinistra lo supera un carro trainato da un cavallo grigiobianco, una moto lo affianca, gli taglia la strada e va oltre incurante d'essersi infilata nel mezzo del sorpasso di una camionetta nel cui cassone sonnecchiano sobbalzando alcuni operai.
All'estrema sinistra di questa matrioska di infrazioni passa il nostro bus: un vecchio scuolabus giallo smaltato decorato di scritte, preghiere ed adesivi. Ma lo sprint dura poco, la Cuesta del Plomo non ha mai risparmiato nessuno e non lo fa nemmeno la salita che porta fino a lì, così ci ritroviamo ad arrancare dietro al ciclista che ci eravamo lasciati alla spalle poco fa.

Raggiunta Ciudad Sandino scendiamo per cambiare con la 113, direzione Nueva Vida...la strada ora è sconnessa, devastata da buche e dossi.
Il paesaggio cambia. I muri delle case basse sono dipinti con i colori sgargianti delle pubblicità di biscotti, lubrificanti, compagnie telefoniche... alcuni bambini giocano scalzi per strada, fanno regate di sacchetti di snack vuoti nei rigagnoli di acque nere mentre altri vanno verso scuole e collegi, vestiti con le loro divise biancoblu e con i capelli raccolti in trecce e chignon o petttinati all'indietro con dosi massicce di gel, si attardano per comprare un fresco dal colore brillante e lo bevono mordicchiando un angolino del sacchettino di plastica. Dei polli razzolano legati a dei picchetti di legno, i cani randagi ciondolano da un lato all'altro della strada. Sotto l'insegna di un'officina di saldatura tre uomini forgiano barbecue e cancelli. Una signora cammina sotto una grossa cesta piena di tortillas, grida la sua merce ed elargisce sorrisi. Una giovanissima mamma spinge un'asse di legno a ruote su cui ha inchiodato una cesta, porta a spasso una bimba piccolissima che chiacchiera con un bambolotto. Alcuni ragazzi impigriscono appoggiati a un muro, probabilmente resteranno lì fino a sera.

Il complesso di Redes è un'oasi in mezzo a questa Nueva Vida, che dopo 17 anni tanto nuova non lo è più. Incontriamo Sergio che apre il cancello e spalanca un sorriso: Buenas Dìas Muchachas.
Danilo e Roger: salopette, cappellino con visiera e stivaloni di gomma, rastrellano il cortile e curano le piante: Buenas Dìas Muchachas. Dal despacho del Centro Escolar tuona la risata di Felix, il direttore: Buenas Dìas! E buongiorno a Brenda, a Catarina, a Marta, a Raquel, a Jasmina, ad Haydee e ad Armando.
Nell'ufficio di O.P.C. Marcel ed Edwjin hanno già preso posto davanti al pc: Entonces Muchachas? Que tal amaneceste hoy?
 
Come ci siamo svegliate questa mattina? Bene, prima che la sveglia suonasse, Arianna ha preparato il caffè, ma io l'ho scordato sul tavolo in cucina.
 
Elsa

giovedì 12 novembre 2015

Sulle sfumature del verde

2 commenti:
Quanti verdi esistono in natura? 

Secondo Wikipedia sono 35, di cui tre sono asparago, mirto e polpa di lime... Beh, fino ad ora non mi ero mai posta il problema, nonostante il verde sia sempre stato uno dei miei colori preferiti.

Poi sono piombata a Nueva Vida, baraccopoli di lamiere e mattoni, nuova vita e speranza per quasi 10.000 persone: famiglie fuggite dalle sponde allagate del Lago di Managua. Madre Natura che si nutre: in quel caso con un uragano, novembre 1998, Mitch lo hanno chiamato. Sono passati 17 anni e la gente di Nueva Vida è ancora là, in attesa di un futuro migliore.

Ma il mio primo ricordo del barrio non sono le condizioni precarie delle case e delle persone; non l'immondizia e sporcizia in mezzo alla quale i bimbi giocano scalzi; non le strade di terra battuta circondate da rigagnoli d'acqua di un colore indefinito e a volte interrotte da pozze enormi; non la discarica e le donne e i bambini che vi si recano ogni giorno a dividere “l'ancora vendibile” dal “per sempre perduto”; e nemmeno la puzza, certi giorni fortissima, di fogna e di cose andate a male.
Il mio primo ricordo di Nueva Vida sono gli alberi. Alberi altissimi e forti, palme di ogni tipo, cespugli dai colori sgargianti, tipi di cactus mai visti prima. Certe stradine sembrano vere e proprie gallerie nella giungla con piante che si intrecciano a formare un tetto, non c'è casa che non abbia un arbusto o un cespuglio particolare a protendere la sua ombra sulla porta d'entrata.

Il verde, o meglio, i verdi sono ovunque in questo paese. Enrique, il direttore di Redes de Solidaridad, dice che in Nicaragua la Natura nasconde la povertà. Ha usato un'espressione molto bella per descrivere il concetto: “el verde que se come todo”. Il verde che si mangia tutto. Me lo immagino un po' come il Nulla che ne “La Storia Infinita” inghiotte territori e spazi ad una velocità spaventosa, lasciando gli abitanti di Fantàsia impotenti difronte alla sua forza. Solo che nel caso del Nicaragua l'effetto è piacevole.

Tutti i martedì e giovedì pomeriggio io ed Elisa apriamo la biblioteca del Centro Escolar di Redes perché anche chi non studia nel Centro possa usufruire dei libri. Tutti i martedì e giovedì pomeriggio, terminati i compiti, i bambini ci chiedono di poter disegnare. Tutti i martedì e giovedì pomeriggio mi ritrovo a collezionare disegni di vulcani e foreste, fiumi e laghi, fiori e alberi. A volte ci sono case e persone, ma la natura è immancabile, come lo sono le diverse sfumature di verde.




Il primo pomeriggio di biblioteca spiavo i piccoli artisti aggirandomi per la stanza; uno di loro teneva due pastelli verdi in mano, uno più scuro e l'altro più sgargiante, e li fissava, pensieroso e concentrato. In quel preciso momento, per la prima volta in vita mia, mi sono chiesta: “quanti verdi esistono in natura?”

Poi mi sono resa conto che nonostante la semplicità della domanda sono dovuta arrivare fino in Nicaragua per poterla formulare. E la cosa mi strappa un sorriso, che sicuramente almeno una delle 35 sfumature di verde la contiene.

mercoledì 28 ottobre 2015

9.500 km dall'Italia

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Managua, dunque.
Per l'esattezza: barrio Valle Dorado, de donde fue el restaurante Aragon, una cuadra abajo, dos al lago, dos abajo, costado sur del parque. Claro, no?!

Beh, ripetetelo ad un taxista qualunque e vedrete che saprà trovarci. Se poi una volta là doveste avere difficoltà nell'individuare la casa giusta, potete sempre chiedere informazioni al guardiano della quadra. Lo riconoscerete come l'omino sorridente che, armato di manette e seggiolina di plastica, vi sta osservando dall'ombra di un mango. Attenti che, nonostante l'aria da bimbo sperduto nel Paese delle Meraviglie, sa e vede tutto.

La mia prima regola d'orientamento è sempre stata imparare a memoria il nome della mia via e in che direzione si trova il centro rispetto ad essa. Ma, dal momento che a Managua un centro non esiste e che il mio indirizzo è lungo quasi due righe, mi trovo costretta a rivedere la mia bussola di riferimento, a riconsiderare ciò che mi è sempre risultato più facile, insomma a rimettermi in discussione. Che poi forse è ciò che stavo cercando.

Per fortuna le mappe, per quanto rare, esistono anche qui. Per fortuna forme e colori aiutano, anche quando le parole per definire sono troppe, o mancano del tutto.