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martedì 13 marzo 2018

Pasta & pizza a Nairobi

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Nuova domenica pomeriggio di servizio a Kamae Girls, il carcere minorile femminile di Nairobi.
Negli incotri precedenti io, sister Gertrude e Celestine abbiamo un pò tastato il terreno su cosa interessa e piace alle ragazze, così stavolta ho portato matite colorate, pennarelli, penne, matite e fogli, tanti fogli. Alcuni bianchi e altri con disegni stampati.

Mi hanno spiegato infatti che alla fine delle lezioni scolastiche le guardie ritirano tutto il materiale, compreso l’occorrente per scrivere e disegnare, e che un pò queste attività nel tempo libero mancano a tutte loro.
Così ho deciso di lasciar stare con le lezioni frontali e con i giochi di gruppo per lasciar spazio ai loro bisogni e desideri.

E’ stato un successo: il solito gruppetto di entusiaste attivissime si è fiondato subito sul materiale e ha iniziato a colorare, ma poi pian piano tutte le altre, ciascuna con i propri tempi, prendendosi spazi diversi nella stanza, hanno iniziato a dar sfogo alla creatività.

Per la prima volta mi sono fatta da parte, stando seduta sulla mia sedia ad osservare invece che buttarmi nell’attività con loro: volevo osservare, essere pronta a coinvolgere e a mediare.

Alcune ragazze hanno fatto gruppetto attorno a me.
Mi ha colpita un tatuaggio sul braccio di una di loro: un drago che sputa fuoco. E così è iniziata una conversazione qualsiasi su questo argomento improbabile. Mi ha fatto notare anche i tre puntini neri accanto all’occhio sinistro che a me, seduta dall’altra parte, erano sfuggiti: 
“Sono lacrime” precisa.
“Lacrime per cosa?”
“Per la mia famiglia”.
Ci sono tanti momenti, da quando sono arrivata qui in Kenya, nei quali tante sono le domande che si affollano nella mia mente.
La ricerca di risposte dentro di me è spasmodica...vorrei tirarle fuori tutte e cercare di capire meglio, di sapere, di colmare i vuoti che restano.
Ma poi la guardo negli occhi. Sta sorridendo mentre colora il mandala che ha scelto con tanta cura tra i tanti disegni. Mi dico che non posso, che non è il momento. Che forse è il caso di fare un passo indietro e di lasciare che esca solo quello che vuole o che deve uscire.

E così continuiamo nel gruppo a chiacchierare del più e del meno.
Una ragazza è stata in Germania. Si è fermata un mese intero. Per cosa? Per un matrimonio: il matrimonio di sua zia. La Germania è bella, mi dice....e poi si mangiano tante cose diverse da qui.
Li conosci i sandwiches?” mi chiede.
“Si, li conosco.”
“Li mangiate in Italia? Quali sono i cibi che mangiate di più in Italia?”.
“La pasta e la pizza”. Rispondo. “Li conosci?” chiedo immaginando già la risposta.
“Si, li ho mangiati alcune volte, sono proprio buonissimi!”.
“In Germania?”
“No, qui in Kenya”.
Resto stupita. Per la pasta ok...la vendono anche qui un pò dappertutto, quindi è facile che l’abbia mangiata. Ma la pizza? Mi pare strano. Io per ora l’ho vista solo in ristoranti o locali super occidentali e parecchio costosi. Sarà vero?
Indago.
Questa volta decido che l’argomento cibo non è poi così personale e mi lancio con le domande per sapere in che posto l’abbia trovata. Chissà che non mi dia qualche consiglio per un buon posto dove andare a mangiarla la prossima volta.

Ed è così che parte il racconto, che più intimo e personale di così non poteva essere.

“Hai presente Kibera?”
“Si, la conosco, anche se non ci sono mai stata. E’ li che abiti?”

C’è una discarica a Kibera, una discarica molto grande. Quando gli aerei arrivano a Nairobi hanno sempre tanto cibo avanzato e lo scaricano li. Buttano tutto nella discarica. E’ li che ho assaggiato tutti i cibi dell’Europa. Il mio preferito è il sandwich...dentro ci sono i pomodori, altre verdure...e soprattutto il formaggio! Ti piace il formaggio?”.

“Insomma...i sandwiches mi piacciono, ma il formaggio non tanto. Ma sono ancora buoni questi cibi quando arrivano alla discarica?”
“Certo! Quando sei molto fortunato sono ancora chiusi nella confezione. Allora tu apri la scatola e lo trovi perfetto, e lo puoi mangiare tutto. E’ davvero buono!”.
In quel momento arrivano altre ragazze a mostrarmi i loro disegni. Una di loro ha deciso di usare la scritta “Love” tempestata di cuori come sfondo per una lettera indirizzata alla sua mamma “per chiederle perdono per tutto quello che le ho fatto passare”.



Un’altra ha un messaggio per il fidanzato. Mi chiede se può scrivere qualcosa per lui e tenere i foglio o se poi alla fine deve per forza darmelo. Rido. La rassicuro, e torna felice a scrivere le sue dichiarazioni d’amore che forse mai verranno spedite.
Mi ricorda un pò me.
Anche io ho un pò questa mania di scrivere anche quando le mie lettere non verranno mai lette.
Ma poco importa: la cosa che conta è scrivere.
Mettere nero su bianco i pensieri per dargli un’ordine e una forma.
Quello che sto facendo ora infondo.
Per cercare di fissare nella memoria questa storia, per cercare di ricordarmi di lei la prossima volta che sarò sull’aereo e pur non avendo fame mi verrà la tentazione di aprire e assaggiare due bocconi giusto per sentire di non aver sprecato i soldi del pasto.
Forse sarà meglio lasciar stare. Mangiare davvero solo se avrò fame, e il resto evitare di “pastrugnarlo” e lasciarlo nella confezione.

Di sicuro qualcosa me l’ha insegnato.

Anche se a questo punto in questo posto a Kibera a mangiare la pizza 
io non credo di volerci andare mai.




martedì 7 febbraio 2017

Pensieri

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Dopo il ritorno a Cochabamba dalle vacanze natalizie e dopo essermi ambientata di nuovo ho deciso che è arrivato il momento di pensare, di riflettere e di scrivere due parole sulla mia percezione di Cochabamba o di quello che ho potuto vedere e sentire. Mi sono resa conto che questa città ha qualcosa di magico, come se ci fosse qualcosa di magnetico che ti attrae e ti spinge a tornare o almeno a me. 
Il primo impatto in ogni nuova cittá è sempre un po’ traumatico. Peró delle volte rifletterci aiuta. 
Oggi il mio impatto riguarda il carcere. Per la prima volta sono entrata in un carcere di soli uomini in Bolivia. É difficile descrivere ció che ho visto e le sensazioni che ho provato sono state discordanti. Per esempio alcune dinamiche interne al carcere non le ho capite, ed altre ho delle difficoltá ad accettarle. Ma di una cosa sono sicura, il carcere ha per me una calamita che mi spinge a tornare per saperne di piú. Come se il desiderio di scoprire, insito nell’essere umano, si trasformasse anche in concreto aiuto per il prossimo. Quando sono uscita dal carcere ho pensato: voglio saperne di più, voglio tornarci e non smettevo di fare domande a chi mi ha accompagnato. Volevo sapere come vivevano, come passavano il loro tempo, cosa facevano. Ma soprattutto cosa potevo o posso fare io per loro, tenendo presente come lo fanno loro.
Quando qualcuno arriva qui per la prima volta e si scontra con questo mondo, il primo pensiero è com’è diverso, come sono distanti da noi, come sono arretrati. Poi, con il tempo, vivendo un po’ ti rendi conto che forse non sono così distanti da un mondo che alcuni di noi hanno sentito solamente nei racconti dei nostri nonni. Io mi sento fortunata perché è vero che non ho dovuto vivere dei tempi in cui c’erano ristrettezze economiche o grosse difficoltà, però sono anche fortunata perché vedendole qui, posso apprezzare di più quello che ho e quello che qualcun altro ha fatto per me affinché io potessi vivere in un modo migliore.  

domenica 5 febbraio 2017

Kenya: non è giustizia

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Più passo il tempo con i ragazzi e le ragazze del compound carcerario di Kamiti, più sento le notizie di tutto il male che c'è nel mondo,  più mi rendo conto di quanto ci sia bisogno di divulgare un pensiero diverso sui carnefici.

Le parole di Carlo Maria Martini che ho trovato nel libro "NON E' GIUSTIZIA"  sono più attuali e necessarie che mai:

La preoccupazione per la tutela della società non è per nulla in contrasto con il rispetto e la promozione della dignità del condannato. Né va dimenticato che, in termini di prevenzione generale, risulta più produttiva una politica criminale tesa a investire sulle capacità dell'uomo di tornare a scegliere il bene, che non una politica fondata sul solo fattore della forza e della deterrenza. Va ripensato e verificato il desiderio di giustizia che trabocca dentro ciascuno di noi quando siamo offesi e feriti o quando vediamo il nostro prossimo aggredito e ucciso.

E' necessario infatti vigilare perchè il desiderio di giustizia non si trasformi in vendetta. Una pena lunga inflitta ai colpevoli o un'esecuzione capitale può soddisfare l'odio che si scatena nel cuore, ma non genera riconciliazione, amore e vita. Se noi fossimo tuttavia davvero convinti di questi principi ci comporteremmo come ci regoliamo con il nostro corpo: un braccio che si rompe non lo amputiamo subito, un occhio ammalato non ce lo caviamo, un cuore infartuato non ce lo strappiamo, un fegato ingrossato non lo tiriamo fuori. Al contrario ci preoccupiamo di salvare qualsiasi organo. Credo quindi che nella comunità sia necessario riscoprire ogni giorno le motivazioni dinamiche che ci convincono che l'uomo vale, che l'uomo è educabile, che l'uomo può essere salvato e, quando fosse colpevole, resta pur sempre soggetto primario, come uomo, di ogni società. L'uomo non è bestia da domare, bersaglio da colpire, delinquente da condannare, nemico da sconfiggere, mostro da abbattere, parassita da uccidere; è persona da stimare anche quando non ci stima, da comprendere anche se ha la testa dura, da valorizzare anche se ci disprezza, da responsabilizzare anche se appare incapace, da amare anche se ci odia. Tutto questo comporta un cammino verso la crescita di umanizzazione, un cammino lento e difficile.


Un caro abbraccio
Giulia

sabato 7 settembre 2013

Bolivia 2013: Visita al carcere San Antonio

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Siamo a Cochabamba da neanche 48 ore quando per cinque di noi avviene il primo incontro con una realtà diversa e tipicamente boliviana: il carcere San Antonio.
La visita è prevista per domenica, ore 9. Sabato pomeriggio, durante la prima esplorazione della cancha (l’immenso e labirintico mercato coperto di Cochabamba), ci fermiamo a comprare enormi pacchi di pasta e confezioni formato famiglia di biscotti e caramelle per i bambini. 
Alt. Un attimo.
Bambini? In Carcere?!
Ebbene sì, in Bolivia tutta la famiglia entra in carcere. Mogli e figli, di qualunque età, seguono l’uomo di casa e restano a vivere in prigione con lui per tutta la durata della pena,  possono uscire per andare a scuola e svolgere le commissioni quotidiane ma scontano sostanzialmente una pena uguale a quella del padre-marito-carcerato. 
La cosa mi lascia non poco sorpresa, per non dire sconvolta. 
Cresce l’attesa per la visita.
Domenica mattina ci avviamo finalmente verso il carcere con David, volontario veronese che vive con noi alla Casa del Volontario, e Nicola, missionario laico ex bergamasco, ormai cochabambino. Fuori dal carcere ci recupera l’hermana Maria de Los Angeles, uragano di donna che si occupa dei carcerati e delle loro esigenze, spirituali e non.
Dividono ragazze e ragazzi per una perquisizione personale: niente telefoni, niente macchine fotografiche, niente di niente a parte le fotocopie dei nostri passaporti.
Perquisiti e timbrati, entriamo. 
All’inizio la sensazione è un po’ quella di essere un pesce in una boccia di vetro, migliaia di occhi ti scrutano, incuriositi dal tuo essere bianco ed occidentale. Se poi sei una ragazza, gli sguardi intensi aumentano e ti mettono anche un po' in imbarazzo.
Assistiamo tutti insieme alla messa nel cortile del carcere e al termine passiamo alla distribuzione di caramelle e biscotti, con i quali ci “compriamo” la simpatia dei bambini che, abbandonata ogni remora, si avvicinano sorridenti. 
Il delegato, cioè il rappresentante dei detenuti, si offre per una visita guidata. Visitiamo, in rapida successione: le cucine, sudice e maltenute, la sala comune, dove un centinaio di persone guardano rapite il magico strumento, cioè la televisione, i bagni, per i quali vi risparmio ogni descrizione. 
Qui ogni cosa è un piccolo mondo a sé: c’è calle del commercio, dove la sera è meglio non passare perchè si spaccia droga, il cortile del carcere dove ogni giorno si svolgono le varie attività lavorative che permettono ai carcerati di mantenersi, le celle. Queste ultime mi hanno particolarmente stupito: dei minuscoli loculi di compensato costruiti uno sopra l’altro in ordine sparso dove tutta la famiglia vive, cucina, dorme e fa i compiti. 
La nostra guida ci spiega che in Bolivia la giustizia, se così la si può chiamare, ha un funzionamento tutto suo: intanto ti portano in carcere, poi se e quando capiterà l’occasione verrai giudicato. Ci sono persone che sono in carcere da anni in attesa di processo per aver rubato un telefonino, altre che devono pagare i poliziotti per poter uscire e assistere alle udienze. Quando entri in carcere devi mantenerti, lo stato ti passa una minima diaria ma il resto è a tuo carico, per questo i detenuti lavorano e portano in carcere mogli e figli, non avrebbero altro modo di mantenerli all’esterno.
San Antonio è stato costruito per ospitare 150 persone, attualmente sono 600. 
Chiamiamolo sovraffollamento...
Caritas, con i suoi volontari, si occupa delle esigenze di tutte queste persone: promuove gli incontri con i componenti della famiglia che non sono entrati in carcere, in modo che i legami non si spezzino e sia più facile ricostruirsi una vita una volta fuori; quando è possibile cerca di offrire un minimo di assistenza legale; compra medicinali e va a fare la spesa (a David è toccato peregrinare un giorno per tutti i macelli di Cocha per cercare due teste di mucca...) per organizzare estemporanee feste; recupera i materiali necessari alla falegnameria e agli artigiani-detenuti, i cui prodotti saranno poi venduti grazie sempre all'aiuto di Caritas.
Ci sono tante cose da fare e, anche se l'entusiasmo non manca, ogni tanto è difficile star dietro a tutto. 
Vsita terminata, il delegato ci congeda, usciamo ammutoliti e sconcertati.
Una boccata d'aria, non dimenticheremo molto presto quello che abbiamo visto.

Camilla