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lunedì 26 agosto 2013

Libano - Cosa vuol dire essere un rifugiato?

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Vuol dire scappare dalla Siria per salvare la tua vita e quella delle persone più care.

Vuol dire andare al centro Caritas, ritirare lo scatolone con gli aiuti umanitari e portartelo da solo a "casa", anche se pesa tantissimo. Almeno questo lo vuoi fare da solo, vuoi dimostrare che sei ancora capace di darti da fare per la tua famiglia, anche se intorno a te sai che le persone ti vorrebbero aiutare. E queste persone non fanno niente, perché immaginano cosa stai provando e non vogliono ferirti ulteriormente. È come se ci fosse un codice di comportamento. Però a ringraziare ci provi, perché anche tu, tempo fa, hai fatto il volontario come loro.

Vuol dire affittare una casa in un campo profughi palestinese, che esiste da circa 60 anni e pagare una stanza 500 Dollari al mese. Forse gli altri si dimenticano di aver vissuto la stessa condizione che hai vissuto tu, ma, nella disperazione di non avere diritti da 60 anni e di non potersi pagare le cure più costose come la dialisi, senza la quale non potrebbero sopravvivere, lucrano sulla tua di disperazione.

Vuol dire che alcuni aiuti inviati dalle ONG internazionali arrivano scaduti e non possono essere utilizzati, perché è passato troppo tempo da quando sono stati raccolti a quando sono arrivati. Le motivazioni non si conoscono, ma, anche se sei profugo e disperato, i cibi scaduti non li puoi mangiare e nemmeno darli ai tuoi bambini.

Vuol dire che una volontaria viene dai tuo figlio, gli chiede come si chiama in un arabo stentato e cerca di farlo sorridere disegnando. Tu le sorridi e capisci che lei fa quello che può, ma sai che tuo figlio ci metterà un po’ a sorridere di nuovo, perché si trova in un posto che non è casa sua, e non lo sarà per molto tempo.

Vuol dire che il giorno prima sei un ragazzo dagli occhi buoni, studente di ingegneria e il giorno dopo  fai il cameriere in un bar in Libano, perché hai scritto sul tuo profilo Facebook contro il regime. Sai che, se tornassi in patria, saresti arrestato e quindi, sempre con gli stessi occhi buoni, forse perché non hai perso la speranza, cerchi di far passare una bella serata a sette volontari italiani che si vogliono rilassare.


Vuol dire che, nonostante tu non sia più giovane, abbia lavorato una vita e voglia finalmente goderti i frutti del tuo lavoro nella tua terra, sei costretta a scappare dal tuo paese e ad essere accolta in un centro Caritas, perché non sai dove altro andare.
Vuol dire sperare che tutto questo finisca, non tanto per te che la tua vita l'hai già fatta, quanto per i tuoi figli e i tuoi nipoti, perché non debbano vivere quello che tu hai vissuto. 




giovedì 8 agosto 2013

Libano - ...e a volte il tempo si ferma

1 commento:
Eccoci qui!!
Davanti a questa pagina bianca, è difficile mettere in ordine l’enorme quantità di emozioni che questi due giorni ci hanno portato.
Qui allo Shelter il tempo sembra non passare mai, se non fosse per il suono della campana che annuncia l’arrivo delle “succulente” piadine.
Ci capita spesso di riflettere proprio sul senso del tempo qui.
Tutti sono in attesa…in attesa del cibo, in attesa delle attività, o, più importante, in attesa dei documenti, di capire dove sarà il loro futuro e di riabbracciare i loro figli in patria.

In Libano infatti, se non hai i documenti, vieni messo in prigione, motivo per cui i datori di lavoro si premurano di sequestrare il passaporto di queste donne al loro arrivo. Il passato e il futuro delle storie che ci sentiamo raccontare assumono sfumature spesso difficili da capire. I ricordi delle loro esperienze qui in Libano, da una partenza alla ricerca di fortuna e con la speranza di guadagni da mandare in patria allo scontro con realtà di sfruttamento e violenza, emergono  in modo molto spontaneo, contrastando con l’apparente serenità con cui hanno saputo accoglierci, la semplicità con cui sanno regalarci sorrisi davanti alle parole più banali e ai gesti più comuni.

Il loro è un passato che sicuramente le ha duramente cambiate, profondamente segnate, a volte anche fisicamente, ma che spesso non ha tolto loro la speranza o la forza e il coraggio di guardare avanti. Molte sono le giovani donne con  progetti che ancora suonano raggiungibili, con desideri che le rendono fiduciose e determinate, con la fermezza di ritrovare la forza in nome del loro essere donne e madri. Insomma, qui il passato si mischia al futuro in modo molto strano, condizionando e al tempo stesso arricchendolo della giusta sfumatura di determinazione nell’attesa di quel che verrà.  Attesa…

Riempire il tempo è quindi il giusto modo per avvicinare il passato da dimenticare al futuro da costruire.
Oggi il tempo è volato costruendo delle deliziose maschere alla Veneziana con cartoncini, perline, gessetti e strass. I talenti più nascosti hanno prodotto oggetti originali di cui ogni donna andava molto orgogliosa, indossandoli per lo shelter come se si trovassero improvvisamente in un raffinato salone alla moda.
Attesa…



Eppure le cose cambiano fuori dal centro di Rayfoun, in modo anche incontrollabile e determinante. Poco lontano, la guerra in Siria spinge sempre più civili a varcare il confine di quel paese che fine a poco tempo fa era l’ "occupato". Lunedì abbiamo avuto modo di collaborare alla distribuzione di aiuti a 25 famiglie di rifugiati siriani, ospitati in un convento qui vicino. L'incontro è stato molto commuovente, tristemente toccante pensare alla loro fuga, alla loro necessità di chiedere aiuto in terra straniera, immaginare quanto possa essere stato straziante abbandonare case, persone care, interrompere le proprie vite. Questa situazione estrema non cancellava però la fierezza, che ancora si leggeva nei loro volti, e l’orgoglio che guidava i loro gesti. La responsabile del centro, Nancy, ci ha comunicato che queste non sono le uniche famiglie che hanno trovato ospitalità presso la comunità locale e che presto ne incontreremo altre. La possibilità di poter contribuire anche in questo piccolo modo ci rende molto fiere, e ci spinge ad agire affinché la sensibilità nei confronti di questa emergenza quasi invisibile possa diventare l’emergenza di tutti.


giovedì 17 maggio 2012

Cos'è il Centro Maternale "In braccio alla mamma"?

1 commento:

 Avere le mani in pasta
 Sporcarsi le mani
 ..e i piedi(ni)
 Affiancare con discrezione
 misurando ogni passo in avanti
 e lasciando anche spiccare il volo!
 Condividere la gioia delle feste
 e la cura dei piccoli
ma soprattutto è: tanti bambini!