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martedì 3 settembre 2019

Serbia. “Mi troverai nel parco, su quella panchina”

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Cara Halat,

avrei voluto salutarti con un abbraccio venerdì e invece ho in mente il tuo viso dolce che si affaccia dalla finestra della stanza nel campo profughi di Sid e mi saluta commossa, fisicamente distante ma emotivamente vicina.

Da quella finestra ringrazi tutti noi cantieristi per essere stati con voi in queste settimane, e io non so cosa replicare. Sono sprovvista di parole. Avevo preparato un biglietto che avrei voluto darti di persona. C’era semplicemente scritto “Thank you for the time spent together. I hope the best for you and your family”. Ma non c’è stato il tempo, né la possibilità.

Di fatto siamo state insieme due pomeriggi. Poca cosa, se si quantifica il tempo; un Dono immenso, se si qualifica il tempo. Ed è proprio con la seconda opzione che scelgo di guardare il tempo trascorso insieme.

Sei stata per me un Dono, un Dono grande, soprattutto per la fiducia che hai saputo darmi. La domanda “What is home?” ci ha accompagnato per tutto il Cantiere e una delle parole con cui mi sento di rispondere è: “intesa”, quell'intesa che c’è stata fin da subito tra me e te, un’intesa che va oltre la lingua che si parla, un’intesa fatta di sguardi e sorrisi che quando c’è ti riporta a “casa”. 

Ricordo con affetto uno dei primi giorni al campo di Sid quando sei uscita dal “beauty saloon” con la tua mamma e la tua sorellina per mano. Ti sei avvicinata a me con un sorriso limpido e raggiante e mi hai mostrato le unghie che ti eri appena fatta. Mi sono complimentata con te con un banalissimo e accentuato: “Wooooooow… Wonderful nails” che ti ha fatto ridere tanto e ha fatto scoppiare a ridere anche me.

I giorni seguenti comparivi e scomparivi dalla finestra della stanza tua e della tua numerosa famiglia. Ci guardavi mentre eravamo impegnati a giocare con i bambini nel campo profughi dove vivi da 45 giorni, dopo essere in viaggio da circa un anno, insieme a tua mamma, tuo papà e i tuoi sette fratelli. 

Hai osservato quanto bastava finché un pomeriggio ci siamo ritrovate come due amiche su una panchina al parco. Due amiche che hanno voglia di raccontarsi perché è da un po’ che non si vedono, due amiche che hanno voglia di isolarsi da quello che sta attorno perché la cosa a cui tengono di più è proprio quell'amica che hanno davanti e quello che lei ha nel cuore. 

Quel giorno non abbiamo parlato di profughi e di viaggio; abbiamo parlato di ragazzi, di cibo, di famiglia, di vestiti e di bellezza. Argomenti più o meno “futili”, eppure li sentivo così indispensabili quel pomeriggio a Sid perché ci hanno permesso di evadere, di andare davvero in un parco e di sentirci “a casa”. 

Non so se ci rincontreremo, non so se mangeremo mai quella pizza insieme, forse non saprò mai se tu e la tua famiglia avrete raggiunto la Germania, ma voglio farti una promessa. Ti prometto che custodirò i tuoi sogni e che ne avrò cura. Ti prometto che custodirò il tuo sogno di avere un ragazzo europeo, forse tedesco, alto, muscoloso e con gli occhi azzurri perché è così che adesso tu te lo immagini. Custodirò anche il tuo desiderio di farti qualche ciocca rossa ai capelli perché insieme eravamo d’accordo che sarebbe stata bene sui tuoi capelli neri e ricci. Ti brillavano gli occhi quando mi parlavi di tutto questo e io ero felice di ascoltarti.

I tuoi occhi espressivi si sono poi incupiti quando mi hai confidato: “I am not happy here”. È una frase che stride con la tua giovane età, che stride con tutto quello che ci eravamo dette il giorno prima. Ma è una frase che mi fa tornare alla realtà del campo profughi in cui vivi. Non sai quando partirai, non sai se partirai, non sai se mai arriverai a quella meta che tuo papà ha scelto per voi. È una realtà e una quotidianità faticosa per tutti, ma in particolare per te che scalpiti per avere una vita migliore e non ce la fai più a chiuderti in quella stanza e a guardare fuori da quella finestra.

Ma non voglio fermarmi qui e non voglio che tu ti fermi qui. Continua a sognare, Halat, e abbi cura di te come ragazza e come donna. Io ti prometto che ogni volta che avrai voglia di evadere mi troverai nel parco, su quella panchina. 

Ti abbraccio forte!

Martina



mercoledì 22 agosto 2018

Mombasa. In viaggio verso la vittoria!

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Giorno: 17 agosto 2018 partenza prevista ore 14:00, partenza africana 17:00 (ormai non ci si stupisce più di nulla). 
Mezzo di trasporto : un 'pullman' del dopo guerra, che avrebbe dovuto contenere la metà dei cristiani ma in realtà ne conteneva il doppio. Ci saliamo acclamati dai nostri amici di kongowea. 
Partiamo. Prima però una preghiera per chiedere al signore di proteggerci in questo viaggio (della speranza). 
Molto 'pole pole' percorriamo la strada, e dopo numerose curve, motore che si spegne in salita (ah il freno a mano non esiste, si scende e si piazzano sassi sotto le ruote)  e  autista che si abbiocca mentre passiamo difianco ad un burrone, arriviamo vivi. Qualcuno lassù ha guardato giù. 
Ah piccola precisazione non da sottovalutare: orario d'arrivo previsto 20:00, orario d'arrivo effettivo 23:30.
Ad ogni modo, felici di essere ancora vivi, scendiamo dal bus, baciamo il terreno ma subito percepiamo qualcosa di strano.. ma quanto freddo fa?! La domanda sorge spontanea: siamo sicuri di essere ancora in Africa?! 
Ci avviamo verso il gate di ingresso, iniziamo le procedure di registrazione ed entriamo. Veniamo spediti nella hall dove i nostri amici iniziano a provare per la competizione del giorno seguente. (Ah particolare non da sottovalutare, è ormai l'1:30 di notte). Alle 2:00 siamo finalmente nel dormitorio, e che dormitorio... Letti a castello scassati che per salirci metterebbero alla prova anche il più bravo equilibrista, materassi con pulci, ciabatte abbandonate sotto i letti e catini ovunque. Nonostante tutto il sonno ha la meglio, cerchiamo di evitare attacchi di insetti con il nostro fedele compagno BioKill, ci infiliamo nel sacco a pelo e, bardati come delle mummie, prendiamo sonno. 
Ora 5:30 suona la sveglia. Ci concediamo una doccia gelata per svegliarci, ci infiliamo in vestiti pesanti e iniziamo la giornata. La nostra presenza non passa inosservata, 10 wasungo in una marea di kenyani.
Il tempo trascorre in armonia, tra risate e applausi, tifi sfegatati e striscioni. Non ci sentiamo e nemmeno ci considerano come 10 volontari italiani, ma anche noi ormai siamo i rgazzi di Kongowea. Finiscono entrambe le competizioni, sia di drama, che di canto e inizia l'attesa per il verdetto. 
Nel frattempo perché non ballare un po' ?! Che strano, qui non si balla mai! (Sono ironica ovviamente. In kenya la gente passa più tempo ad ascoltare musica e a ballare che a mangiare.) 
Noi italiani di Kongowea veniamo chiamati sul palco e iniziamo a izzare la folla con i nostri balli di gruppo. Subito i nostri amici ci seguono a ruota. Un momento indimenticabile. I sorrisi dei ragazzi, i mille occhi puntati addosso. Persone provenienti da tutto il distretto di Mombasa vedono per la prima volta nella loro vita 10 wasungo ballare insieme a 40 kenyani di kongowea. Il pubblico è in delirio. Iniziano a farci foto e video che probabilmente finiranno su tutti i social africani.
Ore 21:00 il verdetto è pronto! Si inizia con la calssifica per la gara canto. Risultato buono ma nulla di eclatante. Ora tocca alla classifica del drama e, rullo di tamburi, portiamo a casa : 
1 primo premio categoria play
2 premio per il miglior attore
3 primo premio categoria single 
4 secondo premio  categoria narrative
5 premio per il miglior decanato
Siamo ai Nazionali!!!! 
Malindi arriviamo!

Federica


mercoledì 20 giugno 2018

Safari Ni Hatua!

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Caro Diario,
finalmente ci siamo. Dopo un weekend ricco di emozioni, riflessioni, sorrisi e condivisioni siamo sempre più carichi e gioiosi di partire. Abbiamo conosciuto finalmente Chiara, una delle nostre coordinatrici, che ci ha trasmesso lo spirito di gruppo, d'avventura e la giusta curiosità per affrontare le nostre giornate in Kenya.
In collegamento dalla base di Mombasa, abbiamo chiacchierato con Greta, la quale ci ha travolto con la sua simpatia e la sua storia.
Grazie alla splendida interpretazione di Stefania, ci siamo completamente immersi nell’avventura di Mr. Shackleton.
Il viaggio dell’Endurance è stato fonte di riflessione e stimoli per la nostra avventura.
Ora attendiamo di conoscere il nostro equipaggio e la terra calda di Mombasa, con i suoi colori e profumi.
Non ci resta che preparare la valigia! La nostra barca è pronta a salpare!
SAFARI NI HATUA!
Team Kenya, Mombasa