Un bel documentario che racconta i progetti di Diaconia ad Orhei in Moldova. Niente da aggiungere, se non buona visione!
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lunedì 26 novembre 2012
sabato 21 luglio 2012
Drum bun, buon viaggio!
Glod, fango, è la prima parola che mi hanno insegnato le ragazze. È una parola molto utile in Moldova dove, se appena pioviggina, le strade (strade non sempre asfaltate, ma sempre piene di buche) si trasformano in costellazioni di pozzanghere fangose.
Non l’ho ancora imparata e infatti ci finisco dentro, nonostante mi avvertano. Troppo buio ad Orhei la notte: neanche un lampione e questa sera neanche tantissime stelle. Quello che vedo è una stanza piena di tappeti sul pavimento e sulle pareti. Servono a riscaldare i gelidi inverni (si arriva anche a meno venti gradi): non c’è il calorifero, solo un camino e dei materassi elettrici. È la nuova stanza di Anusca e di Anea.
Sono molto emozionata: ho visto Anusca prepararsi per il suo primo giorno di lavoro. Ha 15 anni e ha studiato cucina. È andata via alle cinque del pomeriggio raggiante in volto ed è tornata la mattina alle 7 stravolta. Ora ha trovato, insieme ad Anea, la sua prima casa indipendente. È solo una stanzetta minuscola e tutta piena di cianfrusaglie non loro. Ad Anea non piace: non ha tutti i torti. Anusca responsabilmente confida nel fatto che, abituate già all’appartamento, faranno pulizia e sistemeranno la stanzetta rendendola più loro. È contenta che ci siano delle piantine alla finestra di cui prendersi cura. Chiede di vedere il bagno e la cucina, se ci sono stoviglie per loro che non hanno niente. Tutti i loro averi li abbiamo appena portati qui in qualche sacchetto della spesa.
Il giorno dopo c’è il momento conclusivo dell’appartamento sociale: ora inizia per tutte loro la vita fuori, sono ormai indipendenti. Anche Iulia, la più dura e sicura di sé, non riesce a finire le frasi per la commozione. Quali sono i momenti più belli di quest’anno? Tanti, troppi, non riesce ad elencarli tutti, piange. Nonostante i problemi di questa generazione, forse più difficile di altre, le ragazze hanno capito di essere volute bene, di avere avuto un’occasione preziosa, di avere imparato tanto. C’è qualcuno su cui poter contare; adesso, però, tocca a loro muovere i primi passi.
Le strade moldave sono molto diverse da quelle a cui sono abituata, piene di fango e di buche; forse è per questo che si augura di frequente (mi sembra più che in Italia) di fare un “buon viaggio”, “drum bun”: è un’espressione che mi piace molto, sia per l’assonanza che per il significato. Drum bun; brum, brum; boom! Sembra un gioco di parole, ma può voler dire tanto: la vita è un cammino con alcune tappe significative; l’anno all’appartamento è sicuramente una di queste che segna una svolta per le ragazze che vengono ospitate, come pure per chi come me ha la fortuna di lavorarci per un anno.
Il 9 luglio è iniziata la sesta generazione: drum bun, fetele! Buon viaggio, ragazze!
sabato 10 febbraio 2007
Martin
Ieri sono stata ad Orhei.
Poiché non sarei potuta andare per il compleanno di Martin (il 4 marzo sarò in Italia) ho deciso con un collega di andare all'Internat per ragazzi disabili il giorno del mio compleanno.
Era tanto che volevo andare a vedere come stavano i ragazzi.
Non è facile spiegare quali sentimenti io provi quando entro in quel luogo buio, immenso, che, quando va bene, odora di chiuso. Camminare nei corridoi dell'Internat è inquietante: sembra un labirinto in penombra dove ogni tanto compare qualcuno. Può essere un ragazzo che ti osserva, può essere un gruppo di bambini, un'inserviente, qualcuno che si sposta da una stanza all'altra.
Poiché non sarei potuta andare per il compleanno di Martin (il 4 marzo sarò in Italia) ho deciso con un collega di andare all'Internat per ragazzi disabili il giorno del mio compleanno.
Era tanto che volevo andare a vedere come stavano i ragazzi.
Non è facile spiegare quali sentimenti io provi quando entro in quel luogo buio, immenso, che, quando va bene, odora di chiuso. Camminare nei corridoi dell'Internat è inquietante: sembra un labirinto in penombra dove ogni tanto compare qualcuno. Può essere un ragazzo che ti osserva, può essere un gruppo di bambini, un'inserviente, qualcuno che si sposta da una stanza all'altra.
La
cosa più strana è sapere che lì vivono più di 300 bambini e ragazzi ma
non sentire alcun rumore.
Io ero con Oleg e mi sentivo tranquilla. Il guardiano all'ingresso ci portò immediatamente dalla direttrice la quale, con la cortesia tipica dei direttori di questi istituti, nemmeno ricordava che l'estate scorsa alcuni ragazzi italiani erano stati lì a fare un po' di animazione ed avevano alloggiato per due settimane nella struttura.
Dopo molte spiegazioni finalmente la direttrice ci diede il verdetto: l'Internat era in quarantena per un'epidemia di influenza, così non sarei potuta entrare nelle camerate dei ragazzi ed incontrare Martin.
Non sarebbe stato un problema invece incontralo nei corridoi.
E così eccomi al piano di sotto ad aspettarlo.
La prima cosa che notai fu il suo modo di camminare: con i suoi problemi alle gambe non ha mai camminato bene, ma ora mi sembrava peggiorato. Appena uscimmo alla luce mi resi conto che era dimagrito e che aveva i capelli più lunghi del solito.
Una volta usciti gli presentai Oleg ed insieme ci sedemmo su una panchina. Subito gli chiesi se stava bene, lui rispose di sì, ma quando gli feci notare che era dimagrito mi disse che mangiava solo pane e burro e poco altro. Il resto del cibo servito alla mensa non gli piaceva: tutti i giorni le stesse cose!
In certe cose Martin non è mai cambiato: quando arriva qualcuno a visitarlo racconta subito di quanto sia felice di avere visite, dice che nelle lunghe giornate passate in camera spera sempre che qualcuno lo venga a trovare.
Lui non ha nessuno, è stato abbandonato dai genitori quando era piccolo e non ha mai avuto il calore di una famiglia. Questo è il tipo, un ragazzo della mia età che ha passato la sua vita in un Internat, che sa bene quello che vuole ma pure i limiti di quanto può avere.
Fino all'estate 2005 poteva uscire, andare in paese, in chiesa, adesso a tutti è stato vietato di uscire.
Forse è per questo che non era sorridente come al solito. Gli feci notare che camminava male e lui me lo confermò: il giorno prima era caduto 2 volte, e gli erano comparsi dei tic che prima non aveva.
In compenso mi raccontò che all'Internat avevano messo il riscaldamento nuovo e che c'era pure l'acqua calda.
Ricordammo la gita fatta insiema ai monasteri, mi chiese di tutte le persone che aveva conosciuto e, con un'opera di convinvìcimento degna di un predicatore americano, tentò di strappare una promessa ad Oleg: verrà a trovarlo con Elena e Gheorghe e festeggeranno insieme il suo compleanno, andranno a pranzo fuori e gli regaleranno un anello e una bottiglia di shampoo, di quello rosso… magari potranno andare a comprarlo insieme!
Io ero con Oleg e mi sentivo tranquilla. Il guardiano all'ingresso ci portò immediatamente dalla direttrice la quale, con la cortesia tipica dei direttori di questi istituti, nemmeno ricordava che l'estate scorsa alcuni ragazzi italiani erano stati lì a fare un po' di animazione ed avevano alloggiato per due settimane nella struttura.
Dopo molte spiegazioni finalmente la direttrice ci diede il verdetto: l'Internat era in quarantena per un'epidemia di influenza, così non sarei potuta entrare nelle camerate dei ragazzi ed incontrare Martin.
Non sarebbe stato un problema invece incontralo nei corridoi.
E così eccomi al piano di sotto ad aspettarlo.
La prima cosa che notai fu il suo modo di camminare: con i suoi problemi alle gambe non ha mai camminato bene, ma ora mi sembrava peggiorato. Appena uscimmo alla luce mi resi conto che era dimagrito e che aveva i capelli più lunghi del solito.
Una volta usciti gli presentai Oleg ed insieme ci sedemmo su una panchina. Subito gli chiesi se stava bene, lui rispose di sì, ma quando gli feci notare che era dimagrito mi disse che mangiava solo pane e burro e poco altro. Il resto del cibo servito alla mensa non gli piaceva: tutti i giorni le stesse cose!
In certe cose Martin non è mai cambiato: quando arriva qualcuno a visitarlo racconta subito di quanto sia felice di avere visite, dice che nelle lunghe giornate passate in camera spera sempre che qualcuno lo venga a trovare.
Lui non ha nessuno, è stato abbandonato dai genitori quando era piccolo e non ha mai avuto il calore di una famiglia. Questo è il tipo, un ragazzo della mia età che ha passato la sua vita in un Internat, che sa bene quello che vuole ma pure i limiti di quanto può avere.
Fino all'estate 2005 poteva uscire, andare in paese, in chiesa, adesso a tutti è stato vietato di uscire.
Forse è per questo che non era sorridente come al solito. Gli feci notare che camminava male e lui me lo confermò: il giorno prima era caduto 2 volte, e gli erano comparsi dei tic che prima non aveva.
In compenso mi raccontò che all'Internat avevano messo il riscaldamento nuovo e che c'era pure l'acqua calda.
Ricordammo la gita fatta insiema ai monasteri, mi chiese di tutte le persone che aveva conosciuto e, con un'opera di convinvìcimento degna di un predicatore americano, tentò di strappare una promessa ad Oleg: verrà a trovarlo con Elena e Gheorghe e festeggeranno insieme il suo compleanno, andranno a pranzo fuori e gli regaleranno un anello e una bottiglia di shampoo, di quello rosso… magari potranno andare a comprarlo insieme!
Elisa Magnifico
Operatrice Caritas Ambrosiana a Chisinau, Moldova
febbraio 2007
Operatrice Caritas Ambrosiana a Chisinau, Moldova
febbraio 2007
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