venerdì 23 gennaio 2009

Kakà for Kenya..

1 commento:
Il Manchester City, squadra di calcio della serie A inglese, ha fatto un'offerta plurimilionaria per acquistare il brasiliano Kakà dal Milan... ma non è di questo che voglio parlare.. anche se sono molto contento che alla fine abbia rifiutato..
Quello di cui vorrei parlare è cosa potrebbe fare Kakà per il Kenya con i soldi che guadagnerebbe se cambiasse squadra, secondo il quotidiano Daily Nation: la somma che il Manchester City darebbe al Milan, è un terzo di quello che il presidente Mwai Kibaki ha chiesto per risolvere il problema della crisi alimentare fino al prossimo raccolto di settembre; questa somma risulta essere più della metà del profitto della Safaricom, azienda leader della telefonia mobile qui in Kenya, nell'ultimo anno finanziario. La Safaricom è la più grande azienda di questo tipo di tutta l'Africa dell'est.
Con lo stipendio di una settimana Kakà potrebbe pagare il responsabile dell'anti-corruzione in Kenya, tale Aaron Ringera, per due anni. Questo Ringera è il politico più pagato di tutto il governo kenyano, con i suoi 2,5 milioni di scellini kenyani al mese: guadagna addirittura più del presidente stesso.
Ancora: lo stesso stipendio di una settimana di Kakà potrebbe pagare lo stipendio mensile di un membro del parlamento del Kenya per sei anni, pagando probabilmente pure le tasse!
 
L'assurdità del calcio..

giovedì 22 gennaio 2009

Uno spunto di riflessione semplice....para compartir...!

1 commento:
ciao a tutti,
vorrei condividere solamente un paragrafo di un libro che sto leggendo.

Ancora una volta mi rendo conto come alcune pagine di libro possano diventare significative ed essere associate a momenti particolari di vita ed emozioni che si stanno vivendo.

Il libro s'intitola "tre tazze di tè" di Greg Mortenson e David Oliver Relin;

"La prima volta che dividi il tuo tè con un baltì, sei uno straniero. la seconda volta, sei un ospite onorato. la terza diventi parte della famiglia.

....

Haji Ali mi insegnò a condividere tre tazze di tè, a rallentare, considerare la costruzione di rapporti importante quanto quella di edifici. Mi insegnò che avevo più da imparare dalle persone con cui lavoravo di quanto potessi mai sperare di insegnare loro."

Penso che spesso viviamo un po' questo senso di "presunzione", di "onnipotenza", del "tutto e subito". Riscoprire il senso delle piccole cose, dei gesti quotidiani, degli sguardi.... stare ai tempi dell'altro, saper aspettare, attendere, saper ascoltare, saper stare anche nella "frustazione" del non fare apparentemente nulla...

Queste sono le cose che l'esperienza nicaraguense mi sta facendo riscoprire con prepotenza e con rinnovato entusiasmo!

mercoledì 21 gennaio 2009

Neruda e Nemagon

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Una multinazionale, un poeta, una banana.

Se aggiungiamo un pesticida e tanta gente ammalata viene fuori questa poesia di Pablo Neruda.



"Appena squillò la tromba
tutto era pronto sulla terra,
e Geova divise il mondo
tra Coca-Cola Inc., Anaconda,
Ford Motors, e altre società:
la Compagnia United Fruit
si riservò la parte più succosa,
la costa centrale della mia terra,
la dolce cintura d’America.
Ribattezzò le sue terre
“ Repubbliche Banane”,
e sopra gli inquieti eroi
che conquistarono la grandezza,
la libertà, e le bandiere,
instaurò l’opera buffa:
cedette antichi benefici,
regalò corone imperiali,
sguainò l’invidia, e chiamò
la dittatura delle mosche,
mosche Trujillo, mosche Tavho,
mosche Carias, mosche Tartinez,
mosche Ubico, mosche umide
d’umile sangue e marmellata,
mosche ubriache che ronzano
sopra le tombe popolari,
mosche da circo, sagge mosche
esperte in tirannia.
Tra le mosche sanguinarie
sbarcò la Compagnia
stipando di caffè e frutta
le sue navi che poi scomparvero
come vassoi con il tesoro
delle nostre terre sommerse.
Frattanto, entro gli abissi
pieni di zucchero dei porti,
cadevano indios sepolti
dal vapore del mattino:
rotolò un corpo, una cosa
senza nome, un nome caduto,
un grappolo di frutta morta
finita nel letamaio."




Così successe che un pesticida, il Nemagon, veniva utilizzato per eliminare un micro parassita delle banane.
Anche in Nicaragua.

Nel 1977, negli Stati Uniti, si scoprì che questa sostanza provocava, nelle persone che lavoravano con esso nelle piantagioni, sterilità, cancro, malformazioni congenite...........
Venne vietato, prima in alcuni stati, poi in tutto il paese, però non ne venne vietata la produzione atta all'esportazione. Ovvio, esportazione in paesi dove il Nemagon o Fumazone non incontrasse nessun tipo di 'freno burocratico'.

Qui di seguito informazioni di approfondimento tratte da un articolo dell'Associazione Italia-Nicaragua.

La United Fruit Company, americana, è diventata celebre per i grandi investimenti nelle piantagioni di banane del Centroamerica.
Vennero a crearsi dei veri e propri domini in questi paesi e ciò contribuì a dare origine all'espressione dispregiativa di "Repubbliche delle Banane".
Posteriormente alle decadi del '70 ed '80, la Standard Fruit Company e la Dole Fruit Company, associate con gli impresari bananeros nicaraguensi, cominciarono ad applicare i pesticidi in questione nelle piantagioni di banane dell'Occidente del paese ed in particolare nel Dipartimento di Chinandega.
Ciò causò gravi danni alla salute dei lavoratori che ne venivano in contatto e d'inquinamento dell'aria, dell'acqua e del suolo.
La Shell Oil Company e la Dow Chemical Company sono imprese multinazionali USA produttrici di questi prodotti chimici mentre per quello che riguarda le applicatrici del prodotto si sono individuate la Standard Fruit Company e la Dole Fruit Company.

Solo qualche nome per far caso a quello che leggiamo intorno a noi, alle scelte che facciamo.

I dati riportati non sono cmq recentissimi e si ritiene che le aziende coinvolte siano aumentate.

martedì 20 gennaio 2009

in un giorno di pioggia..

2 commenti:

Sono tornato a casa, a Nairobi. Ma non è stato un bel rientro. Ci ha accolto una settimana in cui abbiamo sentito e vissuto storie di violenze, di ingiustizie. La fine di dicembre e l'inizio gennaio sono stati segnati da episodi brutti, gravi: nelle prigioni di Kamiti la notte di Natale ci sono state risse e sparatorie tra le guardie e i carcerati, 2 morti e numerosi feriti. Il motivo? Le guardie avevano concesso per Natale che ai famigliari fosse permesso portare ai loro cari del succo di frutta e altri dolci. Ma questi all'interno dei cartoni dei succhi di frutta hanno messo il “pombe”, la birra locale artigianale, con additivi chimici altamente tossici che portano alla morte o nel minore dei mali alla cecità. Sempre prima di Natale altre violente sparatorie a Korogocho, e un padre missionario è stato rapinato ancora una volta, dopo tanti anni di fatiche, di difficile conoscenza reciproca, di diffidenze; l'altro giorno a Langata è andata male durante un'altra rapina ad un missionario della Consolata: è morto soffocato a causa della corda e della carta messa sulla bocca per non farlo gridare. Ancora: domenica scorsa una baraccopoli Masai sgomberata con i bulldozer della polizia perchè un indiano reclamava la “sua” terra; 65 famiglie senza una casa, sulla strada, senza più nulla di nulla. In tutto il Kenya 10 milioni di persone soffrono la fame perchè non piove da tre mesi e i raccolti non danno frutto. Il governo non riesce a stare dietro a questa emergenza..la preoccupazione sale.

Ma il rientro non è così nero come sembra: proprio in un giorno di pioggia, giorno di benedizione per milioni di persone, i giovani delle parrocchie di Korogocho e Kariobangi, organizzano una marcia per la pace, in preparazione al World Social Forum di Belèm in Brasile. Siamo una trentina di persone, la bandiera della pace con la scritta Amani (pace in Swahili), viene portata per le vie del quartiere. Ragazzi di Korogocho, Kariobangi, Dandora, Cajole, Darfur (questo il nome di un nuovo slum) marciano insieme, per la pace, per i diritti umani, per dire stop alle ingiustizie e alle violenze. E poi si discute e si continuerà a discutere ancora settimana prossima in piccoli focus group su varie tematiche. Uno degli organizzatori, Daniel, artista, cantante e compositore, concluderà poi domenica a Korogocho con un concerto insieme al suo gruppo sulle note di “G8”, pezzo ormai celebre nelle vie dello slum.

I giovani anche qui in Kenya si stanno rendendo conto che così non può funzionare, non si può andare avanti...qualcosa sta cambiando?

La tregua dopo la tempesta?

3 commenti:
Anche questa fase del conflitto israelo-palestinese è terminata. Nessuna tregua invece per il dolore dei vivi che continueranno a piangere i loro morti.

Posto questo articolo firmato da Amira Hass che è tratto dall'edizione online di "Haaretz" del 19.01.09.

Norwegian doctor: Israel used new type of weapon in Gaza

Some Palestinian casualties in the Gaza Strip were wounded by a new type of weapon that even doctors with previous experience in war zones do not recognize, according to Dr. Erik Fosse, a Norwegian cardiologist who worked at Gaza's Shifa Hospital for 11 days, during Operation Cast Lead. However, he added in a telephone conversation from Oslo, most casualties were people hit by shrapnel from conventional explosives. Fosse, a department head at a university hospital in Oslo, worked in Afghanistan during the Soviet occupation and several times in Lebanon, also in 2006. That was when he first heard about the new kind of weapon, but did not see any such wounds with his own eyes.
The unknown weapon appears to mainly affect the body's lower part, he said. It severs the legs, leaving burns around the stump, small punctures in the skin and internal bleeding. According to Fosse, these injuries appear to be caused by a pressure wave generated when a missile hits the ground. His best guess, he said, is that the pressure wave is caused by a dense inert metal explosive, or DIME, a type of bomb developed to minimize collateral damage. A military expert working for Human Rights Watch also told Haaretz that the nature of the wounds and descriptions given by Gazans made it seem likely that Israel used DIMEs. Fosse and a Norwegian colleague, Mads Gilbert, arrived in Gaza on December 31 and remained until January 10. They were financed by the Norwegian government. On his return, Fosse submitted a report to his government in which he accused the IDF of deliberately targeting civilians. Fosse said he believes Israel deliberately chose to attack while Westerners working for international organizations were back home for the Christmas vacation. "The Palestinian witnesses, as medical workers, are very accurate in their reports, but if we hadn't been there to confirm their testimony, it would all have been presented as Hamas propaganda," he said.

sabato 17 gennaio 2009

Satirica_mente Gaza

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Il lato tragicomico della guerra a Gaza secondo un vignettista arabo: Emad Hajjaj, co-fondatore e direttore creativo di un sito web dal nome Abu-Mahjoob. Se al titolo corrisponde una promessa ("il padre del nascosto", questo il titolo tradotto) potrete deciderlo voi stessi. Il sito, sia in arabo che in inglese, ha una sezione archivio succulenta, per chi avesse voglia di guardarsi un pò di satira.


venerdì 16 gennaio 2009

E leggerò domani...

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Sì lo so che dovrei scrivere poco, scrivere di altro, pubblicare fotografie, dire cose simpatiche e divertenti. Mi piacerebbe un sacco condividere delle ricette, anche per farmi e suggerire qualcosa di buono; mi piacerebbe parlare di musica, di film, di ragazze. E lo farò. Sì, anche parlare di ragazze, perchè no?!! E, tra l'altro, ce ne sarebbe da dire...
Ma poi, poi.
L'urgenza, oggi, è far conoscere e diffondere questa lettera aperta, di Moustafa Barghouthi, medico e parlamentare palestinese, uno di quelli che da anni percorre la strada dell'opposizione nonviolenta e attiva all'occupazione israeliana dei Territori...
Ho riportato solo la prima parte, il resto della lettera è "linkata". Vi prego di fare lo sforzo di leggere tutto, è molto interessante, reale, drammatico, fa pensare.
A me ha fatto pensare all'enorme differenza che esiste tra le parole "neutrale" e "equilibrio"...

Moustafa Barghouthi e Francesca Borri:

Gaza: e leggerò domani sui vostri giornali...


E leggerò domani, sui vostri giornali, che a Gaza è finita la tregua. Non era un assedio dunque, ma una forma di pace, quel campo di concentramento falciato dalla fame e dalla sete. E da cosa dipende la differenza tra la pace e la guerra? Dalla ragioneria dei morti? E i bambini consumati dalla malnutrizione, a quale conto si addebitano? Muore di guerra o di pace, chi muore perché manca l’elettricità in sala operatoria? Si chiama pace quando mancano i missili, ma come si chiama, quando manca tutto il resto?

[......]

continua al link:
http://www.misna.org/news.asp?a=1&IDLingua=2&id=234642


Daniele

martedì 13 gennaio 2009

Auguri Elisa!

3 commenti:
13 Gennaio 2009


Tantissimi Auguroni di Buon Compleanno per la nostra super responsabile-blog nonché amica Elisa F. A seguire un piccolo pensiero purtroppo non sono riuscita a trovare e fare di meglio. Un abbraccio forte.

"Il vostro amico è il vostro bisogno saziato. E' il campo che seminate con amore e mietete con riconoscenza. E' la vostra mensa e il vostro focolare. Poiché, affamati, vi rifugiate in lui e lo ricercate per la vostra pace."
Kahlil Gibran, "Il Profeta"




P.S= a intuito, quella nel cuore dovresti essere tu...

il fardello dell'uomo israeliano di Barbara Spinelli

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Leggo la “mia” Sarella e sono sempre più orgogliosa di Lei. Entra piano nel blog, la ragazza, con delle immagini, dei colori, gente che danza. Per poi arrivare a colpirti il cuoricino, per commuoverti e, per chi è capace di provare certe emozioni, ti fa sentire - come dici Sara? ah già - «mortificata» per via della parte di mondo nella quale siamo nate e cresciute. Lei ed io che già abbiamo faticato per...

Penso al mio arrivo qui in Libano oggi. Volevo aprire quella maledetta bottiglia di vinello rosso - solo perché non abbiamo acqua potabile - e mi taglio (leggermente) il polpastrello di una falange o falangetta dell'indice...indica che? che sono in arrivo dei disturbi. La corrente salta. Daniele ed io rimaniamo al buio proprio mentre stavamo per azzannare un bel piatto di pasta con il tonno per poi ingoiare selvaggiamente fagioli e cipolla di contorno. Ci alziamo, andiamo verso i contatori e sento la voce del proprietario, Baschir, in giro per il palazzo. Lo afferro: “Happy New year....but we don't have the light!”. Non c'è luce, Bashir, dov'è la luce? Per chiarificare un po', quindi, per rendere consapevoli chi lo desidera, ecco un bell'articolo che spero possa in parte illuminarvi su quello che sta succedendo a Gaza...perchè, Gente, sta succedendo qualcosa. Il link:
Ora abbiamo la luce, ma salta in continuazione. Non possiamo accendere il riscaldamento stasera...e fa un gran freddo...perché come dice la mia Sarella...«le parole alle spalle hanno lasciato il gelo».

P.S= gli accenti sono giusti questa volta? :-P

lunedì 12 gennaio 2009

Conversazioni dallo specchietto

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Che la Giordania è un barbecue politico diventa tangibile a tratti. Diventa tangibile quando non te lo aspetti, quando soprapensiero prendi un taxi per farti portare in un posto x di Amman, una domenica mattina.
Sali, al-Webdeh min fadlak, al-Webdeh per favore, Saha Paris, Piazza Paris. Poi parte la solita conversazione, a cui i tanti tassisti arabi ti hanno abituata: Min wein entum? Min italia? Italia sadiqat urdun, Totti number one, tahqi arabi queis! Islamu Islamu! (Da dove venite? Dall'Italia? L'Italia è amica della Giordania!…Parli bene l'arabo!! (Grazie grazie)…
Chiacchiere, così, pour parler, nel solito traffichino di una domenica, di lavoro per i musulmani, libera per me che lavoro in Caritas. Conversazione superficiale anche solo perché del tuo interlocutore intravedi solo gli occhi dallo specchietto retrovisore dell'auto.
E poi l'uomo, un po’ meno pour parler stavolta, si mette a raccontarci confusamente la sua storia: sono palestinese hamdulillah, di Jenin, sono stato ferito alla schiena, qui e qui, in tre punti, si tocca la schiena. E poi al volto, si apre la bocca con un dito, ma non capiamo dov'è la ferita. Ci fidiamo sulla parola. Mi hanno mandato via da Jenin, ora vivo qui con mia moglie e le mie tre figlie. La mia bambina è in ospedale, l'hanno dovuta operare. Mi dice, papà, portami via dall'ospedale, per favore, non voglio più stare in ospedale. Papà, portami qualche biscotto, ma io non ho nemmeno i soldi per portare il pane alle mie figlie e a mia moglie a casa, come posso comprarle dei biscotti? La mia bambina piange e io piango con lei. Da giorni. Il dottore mi ha detto che devo pagare 200 dollari per portarla via dall'ospedale. Ma io non li ho. Come posso portarla via? Solo perché non sono giordano, devo pagare tutti questi soldi per la degenza! E lei continua a piangere che vuole uscire da lì. Il dottore è palestinese wallahi! Come me! Dice che non può aiutarmi. Che dobbiamo fare noi palestinesi? Noi che in Palestina ci siamo rimasti, che non siamo scappati, noi che la guerra l'abbiamo vissuta tutta e continuamo a viverla. Mi hanno ammazzato tutti, mio padre, mia madre, i miei fratelli...poi si accorge che le sue parole, alle sue spalle, hanno lasciato il gelo. Ci chiede scusa per questo sfogo, borbottiamo confusamente che non c'è problema, che non deve scusarsi. Non sappiamo che dire. Benedetta ed io ci guardiamo, mortificate, gli occhi gonfi di lacrime, borbottiamo, che facciamo? Andiamo con lui in ospedale e paghiamo noi i 200 dollari per la bambina? Oddio no, questo è troppo. Allora ci facciamo portare a Salt da lui (il paesino fuori Amman dove volevamo trascorrere la nostra domenica)? La corsa costa 15 dinari (un po’ più di 15 euro), soldi che non gli consentiranno di tirar fuori la bambina dall'ospedale, ma almeno non avremo l'impressione di aver fatto un'elemosina che non cambia lo stato delle cose.
Decidiamo che sì, che è più giusto così. Forse. Per noi almeno. Ma siamo confuse. Ci porta fuori Amman. Paghiamoringraziamosalutiamo. Più mortificate che mai.
La bambina forse è ancora in ospedale, ma ci rincuora la certezza che sia al sicuro, al caldo e con la pancia piena. Almeno lei. Almeno per ora.