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giovedì 18 gennaio 2007

Uno sguardo dal Bosforo

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Venti minuti, il tempo di raggiungere il centro di Istanbul dall'aeroporto, sono abbastanza per cominciare a porsi la domanda su cui gli stessi turchi discutono per ore davanti al centesimo bicchiere di tè della giornata: qual è la specificità della nazione turca e della sua gente? Oltre il vetro del finestrino, una struttura urbanistica caotica alterna le vie dello shopping di lusso ai vicoli mal illuminati e alle case fatiscenti; gli specchi dei grattacieli riflettono la girandola di colori dei mercati di strada, mentre uno stilista confuso sembra aver distribuito in parti uguali tacchi alti, gonne corte, veli a coprire il viso, chador neri.

Curiosità ed inquietudine sono i sentimenti che ci accompagnano nella visita a questo paese che si colloca a fatica rispetto alle tradizionali distinzioni Oriente - Occidente, Medio Oriente - Europa, modernità e tradizione. D'altro canto, sono gli stessi turchi che stanno cercando di definire la propria identità sui diversi piani della religione, delle politica economica, delle alleanze internazionali. Si tratta di capire dove e come indirizzare una storia millenaria di compresenza di popolazioni e di modelli sociali diversi, radicati in un territorio vasto e strategicamente rilevante.

Ci troviamo in Turchia perché abbiamo iniziato nell'ottobre scorso un anno di "servizio civile volontario all'estero", quattro parole per dire: mettersi a disposizione, nel limite delle proprie competenze, per conoscere e aiutare uomini e donne che vivono una situazione di povertà e disagio. Quattro parole che si traducono con il verbo "fare": lavoro presso Caritas Turchia su un progetto, iniziato con la prima Guerra del Golfo, a favore dei richiedenti asilo e rifugiati dall'Iraq, circa 2000 persone, di cui il 75% cristiani. Queste famiglie vivono a Istanbul per un periodo di tempo variabile e non prevedibile, in condizione di attesa e di irregolarità, per due sostanziali ragioni: la Turchia ha sottoscritto la Convenzione Internazionale per i Rifugiati ponendo delle nette limitazioni geografiche (l'asilo politico è riconosciuto solo a coloro che provengono da paesi europei); inoltre, dalla caduta del regime di Saddam Hussein, l'UNHCR ha bloccato per motivi politici ogni decisione relativa ai richiedenti asilo iracheni. In tal modo, poter partire per un altro paese, oppure restare ed avere accesso all'istruzione ed alla sanità, trovare un lavoro regolare, uscire di casa e conoscere altre persone senza timore di venire fermati dalla polizia…: questi diritti di base sono loro negati. Per e con queste persone gestiamo una piccola scuola e dei corsi di formazione professionale retribuiti, in modo da sottrarre almeno parzialmente gli adolescenti allo sfruttamento sul posto di lavoro e per consentire a chi fra loro lo desidera di continuare gli studi. Inoltre visitiamo regolarmente le famiglie ed organizziamo incontri e formazione per un gruppo di donne e di bambini, che possono così conoscersi, mettere in comune difficoltà e risorse, impegnarsi in attività specifiche. Ogni giorno portiamo a casa soddisfazione per quello che riusciamo a costruire, frustrazione perché capiamo che è insufficiente o comunque poco incisivo. Sono gioie semplici e profonde, come il negoziante che ti saluta quando passi al mattino, il caffè che ogni famiglia immancabilmente desidera offrirti, qualcuno che si fida di te, ultima arrivata, e ti racconta la sua storia.

Portiamo con noi episodi ed emozioni contrastanti. Bambini che scompigliano le bancarelle del bazar mentre si va in gita, provandosi i vestiti da odalische e da sultani, e poi bambini che non possono più essere tali, costretti per 10-12 ore davanti a una macchina da cucire. Situazioni che pongono domande sulla giustizia, sul senso della sofferenza e del farsi prossimo. Situazioni che ci spingono a cercare un equilibrio, giorno per giorno, tra il proprio desiderio di "fare" e il proprio "essere": essere identificate e identificarsi come straniere, italiane, benestanti, donne, cristiane. Qui scopriamo l'importanza dei segni di appartenenza, delle radici e delle storie che portiamo con noi, delle parole di lingue diverse con cui cerchiamo di capirci: arabo, turco, inglese, gesti, disegni ed un comico misto di tutto. Come ricchezza da valorizzare nell'incontro con l'altro, non come elementi per irrigidire stereotipi. Essere qui, in un paese dalla forte presenza e identità islamica, dovrebbe permettere ai cristiani di testimoniare una fede che è anche desiderio di conoscere l'altro e di accoglierlo, fin dove è possibile.

Una volontà di dialogo di cui il Papa ha dato un esempio coraggioso nella sua recente visita. Realizzare questo desiderio nella vita quotidiana non è ovviamente semplice, come abbiamo iniziato a capire incontrando diversi esponenti della comunità cristiana di Istanbul: non solo cattolici di rito latino, ma anche di altro rito (caldei, armeni, greci…), ortodossi siriaci, greci, armeni apostolici, bulgari, rumeni; e anglicani, evangelici e protestanti, oltre a congregazioni e movimenti quali Salesiani, Neocatecumeni, Identes, Focolarini. Una molteplicità di presenze che purtroppo spesso si traduce in separazione effettiva, anche tra le diverse Parrocchie della Chiesa Cattolica, cosa che né il peso della storia, né le differenze teologiche o di rito bastano a spiegare. In questo caso, forse, il ruolo maggiore lo gioca il rapporto col contesto, la paura di chi si sente sempre più minoranza, sia dal punto di vista numerico che da quello giuridico e politico, perché la piena libertà religiosa non viene tuttora riconosciuta ai cattolici ed alle loro istituzioni. Una condizione in cui ci si può sentire più esposti rispetto alle tensioni che agitano il Paese, in cui si scontrano gli interessi di chi vede nelle scelte politico-economiche, nei valori e nella religione "dell'occidente" una risorsa piuttosto che una minaccia. Alcune Parrocchie della città sembrano aver reagito chiudendosi in se stesse, con una minore attenzione all'azione caritativa e al volontariato (che facilmente portano al contatto con altre realtà e istituzioni), prese dalla preoccupazione di mantenere forti legami coi propri fedeli, piuttosto che costruire attività comuni. In questo senso la visita di Papa Benedetto XVI nel novembre scorso ha costituito per i cattolici di Istanbul non solo un evento attesissimo, segnale forte dell'attenzione del Pontefice (e quindi di tutta la Chiesa) per queste comunità "lontane", ma anche il culmine di una lungo percorso preparatorio, un'occasione per aprire un confronto, per attivare le persone e per mettere in comune le proprie risorse.

Chiara Rambaldi e Serena Biotto
Volontarie in Servizio Civile in Turchia
gennaio 2007

lunedì 18 dicembre 2006

I primi calci del piccolo Mark

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Sono ormai alcuni mesi che ho la possibilità di visitare ad Istanbul le famiglie degli iracheni richiedenti asilo.

Quel giorno siamo andati presso la casa di una ragazza che ben conoscevo poiché frequentava l'attività scolastica presso Caritas ed era impegnata come animatrice nell'oratorio.


La madre qualche giorno prima mi aveva chiesto perché andassimo sempre a visitare altre famiglie e non la loro. Certo che tra circa 400 famiglie non è facile arrivare da tutti, almeno in tempi brevi... ma finalmente ci siamo decisi ad andare da Ranya.


Siamo arrivati in un piccolo appartamento di due stanze, che non aveva tanto di diverso da molti altri. L'alloggio ospitava 8 persone, tra le quali vi era anche Mark: un piccolo torello di 2 anni che andava a nascondersi tra le braccia della madre non appena provavamo a chiamarlo. Nonostante la sua timidezza iniziale, è diventato presto il centro d'attenzione per tutti e, forse comprendendo che si parlava soprattutto di lui, piano piano passando dalle braccia della madre a quelle dello zio e delle zie ha iniziato ad alzare la testa e a mostrare il suo petto.

In una famiglia che sta attraversando un momento veramente difficile, che sta vivendo in un forte stato di depressione, la vitalità di un bambino riesce sempre a strappare qualche sorriso. Così Mark, abbandonandosi a qualche sguardo esploratore, aprendo lentamente gli occhi e allargando un riso provocatorio, ha finalmente dato il via alla conquista di nuovi amici e si è liberato nell'espressione di tutta la sua vivacità di bambino.
Nella stanza di 3 metri per 3 si è messo alla ricerca della "toba", il pallone, quel fantastico strumento per giocare a calcio ancora talmente grande per lui che praticamente gli arrivava fino al ginocchio. E' così cominciato in quel mini campo, l'allenamento di un piccolo calciatore in erba, e subito la casa si è riempita di altri colori, sensazioni, e... suoni!


Non più timidezza, non più coccole protettive, ma un contatto mediato dal gioco, tanti sorrisi e qualche grida di accompagnamento. E che esplosione ad ogni goal! Non importa se le dimensioni del campo erano ben al di sotto delle regolamentari, se i giocatori non fossero super allenati e pagati, se ci fosse un cerchio di letti al posto delle tribune... ad ogni tocco della "toba" un'emozione forte raggiungeva tutti mentre il piccolo maradona si lanciava da una parte all'altra, sotto i letti, dietro la porta per ricominciare ogni volta il gioco.

Siamo andati via che ci sembrava di aver vinto un grande derby, e sicuramente abbiamo ricevuto un gran premio.


di Pietro Boni
operatore Caritas Ambrosiana/CELIM ad Istanbul