giovedì 24 marzo 2011

REGRESAMOS.. Ed io speramo che me la cavo

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Questa canzone la dedico a voi ..


Nostalgica lo sono di familiarità : mio fratello d'altronde si chiama Fabrizio (e per fortuna è lui il primogenito, altrimenti oggi io sarei Fabrizia?).



L'ho scelta in genovese , così che la possano comprendere un po' tutti: africani, milanesi , spagnoli e Napoletani!!!



E a voi che domani non vedrete il mare, non mi resta che dirvi.. spiacente!



"Il mondo è la mia casa".. ma è tanto bello tornare da mammà!










A presto!

mercoledì 23 marzo 2011

[OT] Reportage da Haiti 1: Matteo racconta

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Oramai non ci fai più caso e non lo ascolti più da parecchi viaggi, ma questa volta non evito di sentire l’annuncio che dall’altoparlante recita “benvenuti a Port au Prince, vi auguriamo un piacevole soggiorno”.
C’è qualcosa che stona, si mantiene una normalità che già fa a pugni con i pochi scorci della città che sono passati sotto i finestrini.
Sì, perché non mi era mai capitato di vedere una città con solo tetti di lamiera arrugginita interrotti da enormi spazi occupati dalle tende degli aiuti internazionali.
Di gente nelle tendopoli ce n’è ancora tantissima, qualcosa si è fatto certamente, di aiuti ne sono stati mandati, ma la gran parte non sono ancora stati spesi, ci sono, ma Haiti non ha ancora un presidente e quindi mancando un minimo di regia è impossibile iniziare dei lavori strutturali, intanto la gente si arrangia come può e come purtroppo è abituata a fare da tanto, troppo tempo. Un anno fa ci sono state le elezioni, dalle quali sono usciti, non senza l’intervento della comunità internazionale, due candidati. Nei prossimi giorni ci sarà il ballottaggio la scelta è tra Martelly un cantante di musica locale che ha come spot elettorale e programma ha “tete kale” ovvero “testa rapata” vista sua brillante chioma, l’altro candidato è la signora Manigat, come curriculum può vantare di essere la vedova di un ex presidente, poco promettente per il cambio che Haiti ha bisogno, ma pure Martelly che si presenta come volto e chioma nuova non promette bene visto il populismo che spara dai suoi altoparlanti e più seriamente visto che ha già fatto accordi con il governo uscente, ad oggi lo danno come favorito.
Prima di uscire dall’ areo i saluti di rito delle hostess sembrano ritrovare un po’ di onestà intellettuale e tralasciato il bon ton aziendale e si lasciano ad un più sincero “take care”.
Saliti sull’auto che ci porterà a casa degli operatori di Caritas Italiana la città si offre per quello che dall’ alto promette: strade affollate, traffico di fuoristrada, i segni del terremoto sono praticamente ovunque, le tende sono disposte in campi organizzati dove da poco è stata messa l’illuminazione pubblica per cercare di limitare la criminalità. Ci sono altre tende che sono sorte spontaneamente un po’ ovunque, sono persone che erano ospiti da amici e parenti che hanno dovuto abbandonare questi posti ed ora si arrangiano ricavando qualche metro tra gli anfratti delle strade.
Chiacchierando con gli operatori di Caritas Italiana, ci descrivono la loro quotidianità; l’interazione con gli haitiani non è facile, la sicurezza mette distanze difficili da colmare, ma anche dove l’interazione è possibile lo stereotipo del bianco visto come portafoglio “gambe dotato” è forse la barriera ancora più grande. Inoltre gli abitanti di Port au Prince non sono entusiasti della presenza internazionale, il costo della vita è aumentato da quando ha ricevuto il personale espatriato, sulle strade martoriate e già affollate si è aggiunto il traffico dei fuoristrada delle varie agenzie che manda in tilt la circolazione. Lavorare per le ONG non è facile. L’interazione con la burocrazia Haitiana è pesante, i tempi si moltiplicano, si perde di efficacia, alimentando lo stereotipo che non si sta lavorando, ma è anche l’unico modo di creare qualcosa che ha la possibilità di avere qualche futuro.
Gli operatori vivono praticamente con la scorta, i protocolli di sicurezza delle ONG sono dettagliatissimi, muoversi a piedi non è consentito ed in macchina è quasi obbligatorio un autista locale per non entrare in anfratti pericolosi;
in caso di incidente stradale è consigliato non fermarsi, ma mettersi in sicurezza e successivamente presentarsi alla polizia; le abitazioni, oltre alle recinzioni con filo spinato, sono munite di guardiano armato, anche se delle volte bisogna proteggersi dal guardiano stesso che si presenta ubriaco. In questo caso non è consigliabile licenziarlo, visto che è armato e conosce la casa e le abitudini degli occupanti: è meglio assumere un secondo guardiano per controllare il primo e la casa. Alcuni organismi addirittura chiedono ai loro espatriati di comunicare costantemente con il proprio responsabile della sicurezza, quindi dal sms del ” sto uscendo per arrivare in ufficio” fino a quello della buona notte si ha questa presenza da mamma da tenere costantemente informata su ogni spostamento. Prelevare dei soldi non è consigliabile: ci sono stati casi di assaltanti fuori dalle banche che sapevano esattamente l’importo appena ritirato. Quindi: vatti a fidare delle banche! Il numero di rapine e rapimenti è ancora molto alto: in parecchi casi ad essere rapiti maggiormente sono i bambini, il cui riscatto sembra essere più alto.
Visitando qualche progetto e parlando con alcuni missionari di diverse congregazioni mi rendo conto che su una cosa sono tutti d’accordo che si riassume nelle parole di Suor Luisa: “se vuoi lavorare, qui da fare ce n’è tanto”.
Matteo Fietta

lunedì 21 marzo 2011

Nato il 17 Marzo

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Steso sul prato, a prendere il sole. Uno dei primi soli caldi dell'anno, che preannunciano l'esplosiva primavera partenopea. Il corteo era finito da poco, e io mi rilassavo insieme a tanti altri studenti medi sull'erba di Piazza Municipio, prima che i cantieri della metropolitana rendessero tutta la zona un enorme e grigio mostro sventrato. Fu in quella posizione, non certo la più adatta, che mi vidi arrivare addosso la carica della polizia, violentissima e immotivata, dato che i gruppi di "facinorosi" erano molto distanti da noi. E poi urla, lacrimogeni che ti tolgono il respiro, pianti e disperati tentativi di fuga in una piazza da cui nessuno poteva uscire per ordini superiori.
Era il 17 Marzo del 2001. Se penso che sono passati dieci anni mi corre un brivido lungo la schiena. A Napoli c'era il Global Forum, un incontro introduttivo per quello che sarebbe stato il G8 di Genova. E introduzione fu della sospensione dei diritti democratici che si vide per le strade genovesi, che culminò con l'assurdo omicidio di un giovane che ha segnato indelebilmente la mia generazione, come un punto di non ritorno, come risprofondare nelle agghiaccianti vicende vissute trent'anni prima dai nostri padri.

Seduto su una sediolino, a patire il freddo. Il freddo peggiore, quello delle ore immediatamente precedenti l'alba. All'aereoporto di Napoli Capodichino, in attesa di un aereo che mi avrebbe dovuto portare al Cairo per un viaggio di studio di un mese e mezzo, che poi sarebbero diventati tre. Era il 17 Marzo del 2006. Da allora non mi sono più fermato, Dakar, Damasco, Brighton, adesso Amman e dopo chissà. Il battesimo della mia vita nomade, cominciata cinque anni fa e di cui la fine ancora (fortunatamente) non si vede.

Il 17 Marzo del 2011 non è una giornata in cui mi accade qualcosa di particolare. é un giorno come altri di Servizio Civile, di lavoro con orfani, contatti con familiari di detenuti eccetera. Ma non posso fare a meno di notare quanto questo di 17 Marzo discenda da quegli altri due. Quella rabbia adolescenziale, molto ingenua ma anche molto spontanea che mi portava a protestare contro organismi responsabili delle profonde ingiustizie nella distribuzione delle risorse mondiali, è uno dei semi che mi ha spinto a cercare una esperienza come questa del servizio civile. Crescendo si impara a essere più riflessivi, a riconoscere le varie sfumature del bianco e del nero, ma certo non si perde, per chi l'ha avuto in adolescenza, quel senso di inadeguatezza a vedere tanti altri esseri umani soffrire a causa delle profonde sperequazioni economiche che caratterizzano il mondo.
Allo stesso tempo, il viaggio, il vivere in contesti diversi dal proprio non può non essere una componente essenziale di questa esperienza del servizio civile così come di tante altre che ho fatto e che farò. Si, idealmente i primi passi che mi hanno portato a questo 17 Marzo li ho mossi in altri 17 Marzo di altre epoche, lontane e vicine allo stesso momento...

PS. Il 17 Marzo quest'anno è significato anche la festa del 150° anniversario dell'Unità di Italia. Non mi è piaciuta la retorica, ma nonostante giro sempre di più e in Italia ci sto sempre di meno, cinque minuti li ho dedicati anche a un pensiero per quella che è comunque la mia prima casa. E le ho fatto gli auguri dentro di me, con buona pace di leghisti, neoborbonici e affini.

Three is meglio che one!!

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In Giordania le giornate si sono allungate,
le file alla cassa del supermercato si sono allungate,
i capelli si sono allungati,
la barba di Yuri pure,
anche i nostri nomi si sono allungati...
Io sono Paola Gabriele Tommaso Pazienti,
Yuri è Yuri Corrado Amedeo Perrotti.

E pensare che non lo sapevo neanche di avere tre nomi! L'abbiamo scoperto compilando alcune scartoffie: si scrive il proprio nome, poi quello del babbo e poi quello del nonno!!
Ok, va bene, mi piace avere tre nomi: three is meglio che one!!! ....ma per le donne non sarebbe stato meglio prendere il nome della madre e della nonna???
Io, per quanto mi riguarda, preferisco Paola MariaTeresa Lina Pazienti...così per evitare equivoci! .....Paola Gabriele Tommaso...è un uomo o una donna? Mah!

domenica 20 marzo 2011

Terra rossa fra le mani

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Eccoci qui! Nessun silenzio stampa, solo che cerchiamo di inserirci nella cultura kenyota, e anche l’african time è parte di essa… Scherzi a parte, si torna tardi dal lavoro, un giorno manca l’acqua, un giorno manca la luce, un giorno entrambi. Un giorno si insegue uno scarafaggio, un giorno un topo, un giorno entrambi. E arrivano le 11 di sera e si va a letto.

Per giorni e giorni ho pensato se fosse opportuno o meno scrivere qualcosa rispetto ad una triste esperienza che abbiamo avuto:la morte della bimba di Lucy, una signora che lavora con noi in comunità. Poco meno di due anni, polmonite e meningite fulminante.

 Vi chiederete perché ve ne voglia parlare, e lo spiego subito. È stata prima di tutto drammaticalmente coinvolgente e rende evidente il senso di comunità di questa nazione. Il secondo motivo è che un giorno, in una riunione di gruppo con i ragazzi è stato chiesto quale fosse stato il migliore momento della settimana, e loro hanno risposto “il funerale”, e questo mi ha fatto riflettere.

Ed è del funerale che ho deciso di parlarvi. Perché qui è vissuto come una festa, come un momento di raccolta delle persone care, come un evento. È durato 6 ore. Ora inizio a raccontare e capirete.

Prima di tutto ci siamo trovati alla camera mortuaria dell’università di Nairobi, per dare l’ultimo saluto alla salma a bara aperta. Il momento è stato immortalato dai fotografi, che si aggiravano tra la folla scattando foto a più non posso. Ricordatevi questo particolare.

La bara è stata chiusa, e un corteo di macchine, ognuna con un cordoncino rosso attaccato al finestrino,  qualcuno attaccato al furgone che filmava, ha viaggiato per due ore nell’entroterra kenyota, fino ad arrivare alla casa della famiglia di Lucy. Qui è stato allestito un tendone, con sedie, panchine, poltrone, divani: ogni vicino di casa ha portato quello che aveva per aiutare la famiglia a far accomodare tutti.

Prima della messa, il momento foto. Al microfono hanno chiamato prima i parenti più stretti, poi le suore, poi i colleghi, poi gli amici… e con ognuno è stata fatta la foto di rito, con le persone strette vicine alla mamma, al papà e ai fratellini  della bimba.  È arrivato poi il momento delle dediche: chi  dedicava una canzone, chi una preghiera, chi un discorso di ricordo. E poi è iniziata la messa, due ore di canti, preghiere, discorsi…

Alla fine della funzione, il corteo si è mosso in mezzo alle colline terrose , tra alberi e arbusti la gente si è riversata giù per il pendio fino ad arrivare al luogo prescelto per la sepoltura. Un punto da cui si potesse osservare la valle,  e qui è stato riversato del cemento bianco per formare la tomba. Mentre il prete dava l’ultima benedizione, la bara è stata calata lentamente dagli amici della famiglia.

E qui parte il punto più emozionante e più significativo della cerimonia: ad uno ad uno, tutti i presenti, hanno preso un pugno di terra per coprire la bara, alcuni posavano i fiori, le donne ad una ad una prendevano la pala per riempire la tomba, dandosi il cambio.
La folla è poi tornata nella casa, dove è stato offerto il pranzo.

Quando ho guardato la mia mano e ho visto la terra rossa sciolta sul mio palmo, mi sono sentita parte della comunità, che si è stretta immediatamente intorno alla famiglia, che in modo generoso ha offerto i propri soldi e il proprio aiuto per organizzare la cerimonia. E anche i ragazzi, quando hanno detto che era stato il giorno migliore della settimana, intendevano dire proprio questo: eravamo tutti insieme, tutti uniti e tutti vicini a Lucy. Non abbiamo semplicemente partecipato alla funzione, ma abbiamo fatto il possibile per aiutare la famiglia in un momento difficile e per dare il migliore saluto alla bimba. E in questo non siamo stati soli, ma stretti e inclusi nella comunità. Una comunità da cui noi come wazungu e i ragazzi come ex carcerati  a volte ci sentiamo additati come "diversi", ma in un momento come questo, le differenze si lasciano da parte, le persone si incontrano, si conoscono e si aiutano a vicenda.

(Unico elemento stonato: le fotografie alla camera mortuaria sono state vendute a fine cerimonia fuori dalla casa. 15 centesimi l’una. Foto della famiglia e degli amici che piangevano. Io e Emanuele, un po’ perplessi, abbiamo pensato molto rispetto a questo aspetto. Forse la tecnologia è arrivata fin qui senza portarsi dietro le riflessioni sulla privacy, sull’assenso alle foto, sul pudore di ritrarre alcune situazioni. Oppure più semplicemente non viene vissuta come un invasione, quando anche un momento triste si trasforma in una festa, la foto ricordo diventa importante, anche se questo comporta vedere le lacrime di una persona cara.)

Siamo in guerra

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Una due giorni intensa qui ad Amman.
Un lungo meeting ieri, un pò di relax girovagando oggi.
Quando arrivo a casa sarà qualche ora che non vedo le notizie.
Ci risiamo.
Quanto ci hanno messo poco a decidere questa volta.
é solo l'ennesima rincorsa di interessi occidentali travestita da guerra umanitaria?
Era pensabile di lasciare Gheddafi libero di massacrare il suo popolo?
Sarà un altro Iraq?
Il milan ha perso.
La "primavera araba" sta finendo nel peggiore dei modi?
C'è qualcuno della stampa che prova a rispondere a queste domande con onestà senza servire un qualche padrone?
é avanzata la pasta di oggi, così non devo neanche cucinare.
Sarà sicura l'Italia a un tiro di schioppo dal nostro alleato fino all'altroieri?
Il comando militare a Napoli. Wow.
Ci risiamo.
Riusciremo mai a espellere la guerra dalla storia dell'umanità?
Non adesso. Ripassare in un futuro indefinito.
La prima volta Ruby aveva 16 anni.
Tra poco rivedo casa.
Ci risiamo.
Not in my name.
Ma adesso è ora di dormire.
Chissà se lì si dorme.
Ne dubito, i missili fanno parecchio rumore.

venerdì 18 marzo 2011

A lezione...

3 commenti:
Quaderno aperto, prendiamo appunti durante la lezione di rumeno … sapunuri, ochiuri, vînturi … questa lingua mi ricorda qualcosa, eppure io conosco solo l’inglese …
Poi, l’illuminazione: il tuscolano!!!
Non vedo l’ora di arrivare allo studio dei verbi!!!


giovedì 17 marzo 2011

Dal Mondo...

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da http://www.repubblica.it/esteri/2011/03/17/news/oltre_il_dolore_nell_inferno_di_minamisoma_ma_adesso_dobbiamo_ricominciare-13705879/

"La colonna dei fuggitivi incrocia quella dei soccorritori inviati da Tokyo, ma non si ferma. "Portateci via da qui", gridano i maschi e la loro richiesta suona come un atto di accusa contro la misteriosa lentezza degli aiuti. Gli evacuati del Nordest temono che la neve e la pioggia riversino su di loro le particelle radioattive emesse da Fukushima e chiedono di essere messi in salvo in regioni sicure e lontane. Pretendono che i militari distribuiscano pillole di iodio e che misurino la radioattività delle persone. Montano una rabbia e una protesta inattese. Il dolore, le privazioni e il terrore stanno facendo perdere la testa a chi confidava di poter superare lo shock. Basta una folata di vento che innesca un crollo, o l'ennesima scossa di terremoto, perché gli individui snervati sobbalzino e cedano ai gemiti. E' difficile da credere, ma nel Paese dotato di 55 centrali nucleari e centinaia di impianti petrolchimici, nella nazione che ha costruito il proprio successo sull'avanguardia dell'energia e della tecnologia, i soccorsi ai sopravvissuti dell'11 marzo naufragano per mancanza di combustibile e mezzi capaci di avanzare tra gli eccessivi detriti del progresso. E nel Giappone che trabocca di merce, ai profughi dell'Honshu dopo cinque giorni manca un pezzo di pane e una maglietta asciutta."

"Affrontare contemporaneamente un terremoto, uno tsunami, un'emergenza nucleare, decine di migliaia di morti, 600 mila sfollati e un'intera regione rasa al suolo, è una prova ai limiti delle possibilità per qualsiasi nazione"

" Si dice che a Sendai siano stati salvati 25 mila abitanti e che migliaia, residenti nei quartieri verso il mare, siano stati sparsi negli ospedali di tutto il Giappone. Gli evacuati però dubitano ed elencano a memoria i nomi di decine di villaggi della prefettura ancora inaccessibili e isolati, dove nessuno risponde."