giovedì 25 dicembre 2008

racconto naif decadente d 1 natale d 1 anno

Oggi fa freddo ed è il 23.12. Non so dove sono. Non so ke ore sono. So solo ke è notte. E ke mi sto muovendo. Non fisicamente, tecnicamente. Sono sun treno. Senza telefonino. Ho abbracciato l’offerta duna compagnia telefoninica ke mi consente di comunicare gratis per un’altra settimana. Un vincolo consiste però nell’avere il cellulare con me. Soprattutto non ho da leggere, se non l’Internazionale + noioso d mai. Guardo il vetro del finestrino del mio scompartimento. Vedo il riflesso dun ragazzo che mi osserva dal riflesso del vetro opposto, quello che dà sul corridoio del mio intrepido intercity. Ci guardiamo dandoci le spalle. Fa sempre comodo una spalla. Così poi possiamo spalleggiare. Da adolescente mimpegnavo molto ma non riuscivo a fare + di 4 spalleggi d testa.

Odio non avere da leggere da fare. Una penna e il retro d un’agendina. Oggi il terremoto ha vibrato per la terra che devo attraversare per tornarmene a casa. Il treno è così in megaritardo e la gente natalizia sbraita. Quella non natalizia no: un ritardo ferroviario fa notizia come la pioggia. Come il governo ladro. Come gli scout in braghe corte. Oggi ho visto una felpa viola con cappuccio con disegnato sopra un fungo gigante bianco dalla cappella verde a macchie bianche.

Qualcuno dice che sono a Bologna. Un anno in Etiopia mi ha messo in discussione ed ora mi sono appassionato. Una certa libertà. Quasi quasi dormo. Nel Duomo di Firenze delle giapponesine mi sbirciavano e ridevano. Poi, a turno, mhan kiesto di fare una foto con me. Si son fatte coraggio tra squittii agglutinanti. Il perché non lo saprò mai, anke se il sospetto è quello di essere + buffo ke avvenente. Comunque ho trovato divertente ridere ank’io.

L’orologio dun campanile sbuca nelle nebbie emiliane. La spettralità dell’apparizione mi distrae dal controllare l’ora. Son rimasto solo. Neutralizzo l’illuminazione e l’altoparlante. Mi sdraio sui sedili. Scelgo di dormire.

Sono nello stesso scompartimento tranviario. Ma la giornata ke si affaccia dal finestrino è luminosa. E sto volando. Sono solo, nello scompartimento tranviario di un aereo diretto a Milano. Solo che non ci arriviamo: non so perché, ma l’aereo perde quota e scende in atterraggio d’emergenza suna lombarda pianura innevata. L’aereo è circondato da persone vestite grezzamente, che vogliono assaltarlo. Una leggera inquietudine sbava in una giornata così chiara. Forse per evitare l’assedio, l’aereo riparte, ma con difficoltà. Il grosso velivolo plana da pochi metri d’altezza, evitando l’impatto immediato col terreno semplicemente perché anche il terreno scende in un dirupo. Ma lo schianto è rimandato di pochi secondi. M’infilo la felpa rossa, e mentre la testa fuoriesce mi sorprendo serenamente a pensare in che modo particolare sto morendo.

Apro gli occhi. Buio. La notte non è mai stata così bassa. Fuori riconosco Milano. Delle voci da uno scompartimento lontano. Entro in stazione centrale.

Traggo un profondo respiro. “Sono tornato”, dico.

Paolo

col 2009 v'invito a leggere le beghe dei nostri successori.

qua basta x davvero

punto

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