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lunedì 19 agosto 2019

Kenya Nairobi. Due di tre

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Secondo Njuguna, uno dei ragazzi di Cafasso, la cena della domenica deve essere leggera, così da poter attaccare con maggiore energia il lunedì imminente. 
Per noi è stata cena di pasta al pesto, un intervallo all'amato cibo africano, e ci fa mettere sulla tastiera dopo avere trascorso due settimane a Kahawa West, quartiere periferico di Nairobi, Kenya.

Cafasso è il nostro campo base, dove trascorriamo la maggior parte del tempo con i ragazzi che, usciti dalla YCTC, centro di detenzione minorile, hanno deciso di aderire a questo progetto. 

Qui la mattina si lavora nei campi e nel pomeriggio si gioca, a calcio e a pallavolo principalmente. 
Dopo solo tre giorni ha tutto già il sapore della famigliarità, soprattutto perché dopo il primo mercoledì lasciamo Cafasso per tornarci solo domenica sera. 
Visitiamo diversi progetti: Kibiko, Napenda Kuishi, Boma Rescue e altri due centri a Korogocho. 
Queste righe non sono lo spazio adeguato per scendere nel dettaglio, qualcuno di noi magari lo farà: ci vorrà del tempo per poter scrivere riguardo la baraccopoli
Il weekend inizia in capitale, la ricchezza di alcuni quartieri stride con la povertà vista nei giorni precedenti. Domenica è prima esperienza di messa africana per molti, in swahili, non particolarmente breve. Finalmente domenica nel tardo pomeriggio si torna a Cafasso, ci accolgono con i chapati, cena memorabile, sicuramente non in linea con quanto predicato da Njuguna.

La seconda settimana si apre con la visita alla YCTC: qui ragazzi in attesa di condanna e ragazzi condannati si uniscono per giocare con noi a calcio e a pallavolo, e per le chiacchiere. Per i secondi la pena è di 4 mesi, per i primi incombe l’incertezza e la preoccupazione di giudizi che si fanno attendere anche per anni. 
Con i nostri di Cafasso si continua come se fossimo qui da sempre, mentre alcune delle nostre mani accusano la durezza del manico della zappa, arnese poco impugnato a casa. 
Si torna anche in baraccopoli, altri progetti, altre sensazioni, forse ci sarà spazio anche per queste. Per ora basta dire che la seconda volta non è come la prima: ci si può davvero abituare anche a questo?
Si incontrano italiani di altre organizzazioni che condividono con noi il Kenya per un periodo più o meno lungo della loro vita.

Questo weekend abbiamo fatto un po’ i turisti tra zebre, facoceri e ippopotami. Oggi, domenica, durante la messa si celebra un matrimonio e alcuni battesimi; non particolarmente breve neanche questa celebrazione. 

Poi, nel pomeriggio siamo stati a Karura Forest con in ragazzi di Cafasso.

Domani inizia il nostro ultimo lunedì, siamo pronti ad attaccarlo come fa Njuguna, al di là del fatto che la pasta al pesto di stasera sia stata pasto abbondante.

domenica 21 agosto 2016

Kenya, Nairobi: Realtà Filtrata

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Esistono molte realtà che sono impossibili da raccontare nella loro interezza. Ogni foto, documentario o articolo non fa altro che rappresentare solo una parte di esse e in qualche modo è come applicare un filtro alla realtà del luogo, che lascia passare alcuni aspetti di esso ma che impedisce di vederne la totalità.

Una di queste realtà è Korogocho, slum che orbita intorno alla discarica di Nairobi. A Korogocho vivono circa 200 mila persone, la maggior parte nelle baracche di lamiera, ma molte per strada. Prima di questo cantiere avevo provato a informarmi sugli slum, ma niente di quello che avevo letto mi poteva preparare a quello che effettivamente ho visto.

Voglio provare a scriverne anch'io, ma, visto che sono consapevole di non poterlo descrivere appieno, vi parlerò solo delle sensazioni che ho provato durante la nostra visita insieme a Padre Maurizio.

Maurizio è il padre Comboniano che ci ha fatto incontrare lo slum. I padri Comboniani a Korogocho hanno una parrocchia St. Johns e due centri per il recupero di ragazzi di strada tossicodipendenti. Padre Maurizio si occupa della loro gestione, oltre a quella di un altro centro che si trova a Kibiko, ovest di Nairobi vicino alle Ngong Hills.

Padre Maurizio lo abbiamo incontrato nella chiesa di un quartiere adiacente a Korogocho dove ci aspettava con il pulmino del seminario. Essendo un gruppo di wazungu, plurale di muzungu, il pulmino era d’obbligo per poter girare all'interno dello slum. Da li ci siamo spostati a St. Johns. Il taglio fra i quartieri è netto, si passa da case in muratura a una strada circondata da piccoli edifici in lamiera schiacciati gli uni sugli altri.

La chiesa di St. Johns
St. Johns appare già come un piccolo angolo di paradiso in mezzo allo slum, il campetto è pieno di ragazzi che giocano a calcio. All'interno della parrocchia c’è una biblioteca enorme dove i ragazzi del quartiere possono andare a studiare.
La chiesa di St. Johns è un piccolo anfiteatro coperto con la parete di fondo fatta di lamiera. All'interno del muro si trova una porticina oltre la quale si può ammirare a detta di Maurizio: “La vista più bella di tutta Nairobi, quella che se ci porti una ragazza il limone è assicurato!”.


"La vista più bella di tutta Nairobi"

La discarica di Korogocho è divisa in zone ognuna controllata da una diversa banda” ci dice padre Maurizio “Nella discarica arrivano fra i 300 e i 400 camion al giorno”. Quando gli abbiamo chiesto se si è cercato di fare qualcosa per chiuderla, Maurizio ci ha risposto che sono gli abitanti di Korogocho che non vogliono che venga chiusa.

Gli abitanti di Korogocho per vivere recuperano la spazzatura. Molti raccolgono la plastica e la puliscono per poi rivenderla ad aziende cinesi che la riciclano” e aggiunge: “Molti dei ragazzi di strada dormono scavandosi buche nella spazzatura per stare al caldo”.

Alcune persone al lavoro nella discarica
Davanti alla “Vista più bella di Nairobi” ogni problema scompare, qualunque preoccupazione personale da muzungu che avevo è stata cancellata da un senso di impotenza verso l’orrore di quel luogo. “In quasi due anni che vivo qui l’unica cosa che è cambiata è la distanza fra la spazzatura e le case che diminuisce sempre di più”
Di fronte a tutto questo l’unico pensiero che mi assale sono le parole di Se questo è un uomo di Primo Levi, unica poesia che abbia mai imparato a memoria:
Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.

(…)



La prigionia di cui parla Levi era tangibile, mentre gli abitanti di Korogocho vivono una prigionia forzata, imposta da una società che crea rifiuti, spazzatura e umani, e li reclude in quello spazio che per la maggior parte di loro “... è l’unica realtà che vedranno in tutta la loro vita”. A Korogocho si incontra la Povertà, non solo materiale di chi ci vive ma anche umana di questa nostra società che crea inferni in cui uomini sono costretti a vivere in condizioni disumane.


Di Korogocho e altri inferni simili se ne parla tanto e sembra sempre facile trovare la soluzione a questi problemi. Io consiglio di provare a passare in uno di questi luoghi, non da turista ma con qualcuno che quel posto lo vive tutti i giorni, per rimuovere quei filtri che ci impediscono di vederne la realtà nella loro interezza.


Stefano

Illustrazione all'interno della chiesa di St. Johns