domenica 28 settembre 2008

Kenya wetu

Sono in Italia e vedo lo stesso cielo grigio e triste (come un piccione morto) che vedevo a 9 ore di volo da qui…

Decido di scriverne.. per ricordare anche in futuro i colori, i profumi, meglio.. gli odori…

Incredibile come siano passate in fretta 3 settimane. Prima di partire sembrava un’infinità di tempo. Il pomeriggio della domenica che sono arrivata mi veniva da dire “l’altro giorno” per riferire il non arrivo dei bagagli della mattina stessa. Erano passate solo poche ore, ma tutto era nuovo. Quello che sentivo, quello che vedevo, tante novità come se passassero giorni. E ora invece sembra sia ieri quando quel fiume di 700 bambini ha invaso la mia vista, ha riempito di bordeaux il paesaggio verde e rosso chiaro.

Ripercorro le giornate… cerco di riviverle ora qui nella mia mente, mentre il pullman che non dà emozioni da matatu e guida dalla parte giusta della strada, prende le rotonde a destra e mi riporta a casa. I bagagli non arrivano, un piatto enorme mezzo bianco e mezzo verde che non finisce mai, non finisce mai, mai mai… sola con una bandiera e 90 bambini che ridono, ma non sola sola, ci sono altri 583 bimbi che ridono, 8 amici e Luca. Ragazzi in divisa blu con un pallone da pallavolo annoiato che si sfoga fino a bucarsi, no quello costa troppo: è solo colla. Lacrime davanti a un mitra carico, paura, ma lì, nessuno ci fa caso. L’incontro con i giovani kamitiani che diventa qualcosa di più concreto a un matrimonio sconosciuto con un succo di mango arancione. Finisce la prima settimana. Sono felice.



2 giorni in campeggio, in una tenda multicolore che esprime le mie sensazioni tutte diverse, tante nella stessa vacanza. Zebre, giraffe, antilopi, gazzelle, pumba, senza pericolo. Ci si cala in un letto circondato da rocce muschiose con acqua calda, senza paura. Fuori e dentro dalla sabbia in bici immersi in un paesaggio da film, no anzi, da favola…

Inizia Korogocho, un’immagine di Dio nuova, mi piace, Dio come mamma, che abbraccia i suoi figli e soffre con loro. Ci si deve riflettere. Ma nella prima fase, quella dell’innamoramento non vedi i difetti, quelli escono solo col passare del tempo e allora si capisce che è solo un’idea che magari non è perfetta, però ora è davvero una bella immagine. Che sofferenza, un’altissima montagna, non verde, grigia, con persone piegate. Che brutta immagine, eppure mi dico è vera, ma non credibile e i bimbi ridono, non può essere. Li sta davvero abbracciando?! E poi si presenta Rose, che accoglie nella sua casa 16 persone sconosciute offrendo da bere e trasformando 10mq in una reggia di benvenuto. Il Dio mamma che va a cercare gli street-children per portarli a scuola, che offre un’opportunità, con quello sguardo dolce, in quelle strade che di dolce non sanno proprio.


L’ultima settimana. Si cercava di non pensarci, ma discorsi sull’aereo sono nell’aria. Ci si attacca ancora di più alle persone. 10 amici uniti da lunghe e profonde condivisioni, preghiere. Si salutano i bimbi increduli che ridono, e ora piangono anche. Hakuna matata.. no tanti pensieri…

Vivrà nel cuore.

Barby

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