mercoledì 10 settembre 2008

kenya

Dio, dove sei?
Vai in giro e la gente non solo si permette di essere bianca, ma in più neanche ti saluta.
Cammini per la strada e i bambini non ti riconoscono.
Ti svegli la mattina e vai a letto la sera senza dover alzare un velo per coricarti.
Aspetti i tuoi amici e, eventualmente, ti puoi accendere una sigaretta.
Ma dove sono?
Questa città per tratti la riconosco, è così famigliare. Per tratti la trovo completamente estranea.
Dio, dove sei?
E fino a una settimana fa dov’ero io? Dove ho vissuto? Che persone ho incontrato? Che luoghi ho visto? Che animali ho fotografato? Erano scolpiti nella mia mente, erano entrati nella mia quotidianità come se lì fossero sempre stati e ora, di punto in bianco, tanto improvvisamente come può essere improvviso trovarsi a far parte della giuria di un concorso di salami, così improvvisamente sono svaniti ed è necessario parlarne, guardare foto e video, scriverne, affinché il ricordo rimanga vivo.

Dio, dove sei?
Il ricordo che non rimarrà tale, perché noi ci abbiamo riflettuto sopra insieme, noi ci abbiamo sbattuto la testa contro, ci abbiamo litigato e ci abbiamo discusso, quindi ora non sarà mai più un ricordo, ma sarà un piccolo ruscello di acqua calda accanto alla nostra strada che ci starà vicino, farà immergere noi, se lo vogliamo, farà immergere la gente che ci sta intorno e quella che incontriamo per caso, se lo vogliamo.

Dio, dove sei?
Tanti anni aspettando che il momento giusto arrivi, il momento per entrare in un’altra realtà, per stare 9 ore su un aereo, per essere pronto a mangiare cose che non avresti mai voluto mangiare, il momento che forse più che giusto è solo il momento che deve arrivare.

Dio, dove sei?
E poi quando arriva ti organizzi, prepari la tua valigia, solo una perché l’altra serve a qualcun altro; decidi i giochi, già sapendo inconsciamente che non serviranno; fai le vaccinazioni o non le fai che tanto zanzare non se ne vedono; compri fazzoletti, disinfettanti, cerotti o non li compri, perché tanto hai già conosciuto la Vale e sai più o meno che è una farmacia ambulante.

Dio, dove sei?
E alla fine non c’è niente da fare. Ci sei dentro. E ti alzi la mattina alle8, contento di alzarti a quell’ora, col senno di poi, ovvio; vai incontro al campo da calcio, scoprendo poco dopo che è lui che viene incontro a te; mangi assuefatto due panini emmezzo con prosciutto annegato nelle salse+banana; entri in un carcere sapendo che tu ci uscirai prima di 4mesi; ti ritrovi a pregare un Dio che ancora non conosci, o meglio, un Dio che non ri-conosci, e poi correre a casa che il coprifuoco non perdona; ti lavi per quanto puoi, mangi più che puoi e poi ti trovi. Con quelli che ora sono i tuoi amici.

Now you’re my friend?

Non capisco. Cosa mi chiedi? Se sono tua amica? Ma come faccio a essere tua amica? Non ti conosco neanche, non ti ho mai vista prima di questa settimana, a malapena mi ricordo il tuo nome e me l’hai ripetuto più di tre volte. Poi però ricordo…

Of course. Now we are friends. Abbiamo mangiato insieme. E percorrendo questa strada che ci riporterà a Kahawa West, forse stiamo arrivando più lontano.

Dio, dove sei?
Perché tu pedali e tenti di non cadere sopra questa sabbia con la quale all’inizio ti divertivi a cercare di stare in piedi, ma poi diventa una sfida tra te e lei. Il terreno è instabile e il tuo mezzo forse non è tra i più adeguati. Ma in ogni caso sarebbe difficile non cadere di fronte a un Dio che ti chiede di aiutarlo e ti fa arrabbiare; di fronte a dei bambini che ti chiedono dei palloncini al di là di una rete di filo spinato; di fronte a Benson che salutandoti ti bacia sulla guancia; di fronte a una signora che ospita nella sua casa più persone di quante ce ne potrebbero stare; di fronte a un ragazzo che ti regala una spina di porcospino; di fronte a un tappo che alla fine ci entra nella bottiglia; di fronte ai poveri, qualsiasi essi siano. E allora dalla bicicletta ci puoi anche cadere perché sei giustificato, ma l’importante è che poi la riprendi in mano e ti rimetti sopra e continui a pedalare su questa sabbia.
Come hai fatto.


Dio, dove sei?
Una domanda ha accompagnato questo nostro viaggio. Sempre presente, ma particolarmente assillante percorrendo le baraccopoli. Una domanda a cui ancora non abbiamo una risposta e forse mai l’avremo. Tuttavia questo viaggio ha dato una bella spinta alla nostra ricerca e accompagnati dalla fede scopriremo, prima o poi, qual è il verso del coccodrillo. Ma forse scopriremo anche dov’è Dio.

Dio, dove sei?
Che poi di domande ne abbiamo avute sempre in abbondanza, perché guardando gli occhi dei bambini, guardando nelle scelte dei bambini che non solo non hanno bisogno delle scarpe da corsa per correre, bensì proprio se le tolgono le scarpe, perché loro corrono; guardando gli occhi di Rose, guardando nella vita di Rose e accorgendoti che non solo lei non te la nasconde, ma addirittura ci tiene che tu ne cominci a far parte, tu che poi non sei nient’altro che uno sconosciuto; guardando gli occhi dei ragazzi, guardando nei loro sogni e scoprendo a poco a poco, mentre loro te ne parlano, che questi sogni non si realizzeranno mai; guardando gli occhi di padre Daniele, guardando nel suo di sogno e ammirare che forse una parte è stata raggiunta; guardando gli occhi di Martin, guardando i suoi sacrifici, per trascorrere venti giorni con 9 italiani che non ha mai visto; guardando gli occhi di Matthew guardando la pazienza di Matthew, di fronte a proposte indecenti e di fronte a un Kenya per il quale il futuro si propone ottimista; guardando gli occhi degli altri volontari, guardando nelle malattie degli altri volontari, che nonostante questo continuano a trascorrere il loro tempo a Soweto, quando non sono in ospedale; guardando gli occhi del Kenya, guardando le contraddizioni del Kenya, guardando tutto questo coi nostri di occhi, occhi per certi versi appena nati, cresciuti più in venti giorni che in venti anni, di domande ne crescono tante quante sono le manciate di ugali che sei costretto a mangiare per non offendere il tuo ospite.

Dio, dove sei?
Dove sei mentre questi bambini chiedono a me come sto e io rispondo “fine”? Certo, io sto bene, siete voi che state male, sono io che devo chiedere a voi “how are you?” o “sei una banana”, sono io che ho la presunzione di aiutare voi. Ma siete voi che state aiutando me. È così che doveva andare?
Non lo so, ma ancora io mi chiedo Dio dove sei?


Dio, dove sei?
Oggi Dio non lo so dove sei. Non ho la più pallida idea di dove tu sia finito, se stai coi poveri, se stai coi ricchi, chi sono i poveri e chi sono i ricchi. Io però so che in questo viaggio probabilmente ti ho incontrato più volte di quante non me ne sia effettivamente resa conto.

Il pregiudizio di chi vede Dio che è morto e quindi non può essere con loro. Il pregiudizio di chi conosce la realtà e quindi pensa che non possa più stupirlo.”
Questo pregiudizio lo avevo. Ed è solo una delle tante cose inutili con cui sono partita e che ora ho affidato ad Evaristo, scusate se insisto

Tornerete? No, non torneremo, inutile raccontarci bugie.
Ma forse non ce ne andremo mai. E sicuramente, per un po’, staremo ancora li con voi, più che qua, con loro.

Loro, che poi sono le nostre domande. Ma forse, se perdiamo tempo a farci domande, ci dimentichiamo di viverlo questo Kenya, di viverlo nella nostra vita, il compito più difficile, anche più difficile del trovare le risposte.

E ora è questo il compito che abbiamo.

Perciò, Dio, io non ti pongo più una domanda, non ti chiedo dove sei, ma ti dò una risposta: ok, Dio, io ti aiuto.

 

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