giovedì 10 dicembre 2015

"Quanto dista Roma dall'Italia?"

sei sposata”
quanti figli hai?”
quanto dista roma dall'Italia?”
ma da voi ci sono gli street children?”
davvero c'è disoccupazione in italia?”
ci sono le sirene da voi?”
ma anche tuo padre è mzungu(bianco)?”

Queste sono alcune delle tipiche folli domande che ci vengono fatte da quando siamo arrivate. E il problema è che è difficile rispondere. Se fossi in Italia magari riderei al solo sentirle, ma qui alcune non fanno poi tanto ridere. Però queste domande, e le relative risposte rappresentano un incontro. 
Mi sono interrogata spesso sul senso di cultura intercultura intracultura ma, come dire, finché non ti trovi nel mezzo a tutta questa roba non capisci fino in fondo. E tutt'ora continuo a chiedermi: cos'è la cultura? Che forma ha? È come uno zaino di cui ci portiamo il peso sulle spalle o come un paio di occhiali attraverso i quali guardiamo il mondo o come un corso d'acqua che cambia continuamente forma ma viaggia sempre sullo stesso percorso. Certo quest'ultima immagine sembrerebbe la più adatta all'incontro con le altre culture (immagino dei corsi d'acqua che si incontrano si mescolano si ridividono). E' anche vero però che l'acqua è un elemento troppo libero per paragonarlo ad una cultura che a volte sembra più una corda.

Ci provo con tutta te stessa ad essere priva di giudizi ad abbracciare la cultura che mi ospita con estrema umiltà apertura e voglia di imparare ma, ogni tanto, non posso fare a meno di arrabbiarmi, imbarazzarmi, sentirmi frustrata, spiazzata, meravigliata o senza parole. Quel poco che ho capito da quando sono qui è che devo togliere i miei occhiali e cambiare modo di vedere le cose. Ogni volta che mi sembra di aver capito qualcosa, sono costretta a cambiare direzione di pensiero e ricominciare il ragionamento da capo.

Ad esempio, una questione che mi ha profondamente spiazzato nonostante la mia preparazione, e mi fa salire una rabbia folle, è il convivere con bambini che vivono in strada. Gli street children. La società, la comunità, il vicino di casa, io stessa e il mondo intero, chiunque dovrebbe avere il dovere in quanto essere umano di aiutare e prendersi carico di un bambino che non ha una famiglia e un posto dove stare.
È contro natura per il mio modo di pensare, e invece qui è il quotidiano. E questo vale per gli slum, la gente che vive nelle discariche e molte altre forme di povertà estrema che si trovano qui. E questa povertà qui convive a braccetto con il lusso o comunque con certi stili di vita a là occidentale. Tra questi estremi ci sono io che non riesco a collegarli, non sono capace di capire come possano coesistere. Anche da ciò ho capito veramente quanto la nostra etica sia strettamente collegata alla piccola realtà nella quale viviamo. Molto probabilmente non devo capire, solo accettare questa realtà così com'è, ma anche questa non è cosa da poco.

Poi per esempio rimango colpita, non in senso negativo, dalla apparente inerzia di molti uomini che se ne stato tutto il giorno fermi sdraiati da qualche parte o a giocare a dama. È strano da vedere per me che vengo da una società nella quale se non corri sei un vagabondo, uno scansa fatiche, un poco di buono. Da noi tutto è scandito da orari: quelli delle lezioni, del treno, del cinema, del lavoro...
 Qui il tempo ha un senso diverso e quando provo a pianificare qualcosa c'è un imprevisto che fa sballare i miei piani. E anche la reazione della gente alle avversità è una cosa che mi stupisce enormemente. E non sto parlando di fatti gravi, solo di cose semplici della vita di ogni giorno: l'autobus che prendi fa un incidente, si incaglia in una delle immense voragini della strada, viene fermato dalla polizia che fa scendere tutti oppure si ferma in mezzo al niente tra Malindi e Mombasa e non riparte più (parlo per esperienza personale...). 
Ecco la gente in questo caso che fa? Niente. Si ferma e aspetta che tutto si risolva. Nessuno urla, nessuno impreca, nessuno perdere la pazienza. Tutti aspettano che la situazione si risolva. Perché qui in Africa prima o poi sembra trovarsi una soluzione per tutto. E le attese vuote sembrano non dar fastidio proprio a nessun mentre a me hanno sempre creato una certa dose di ansia.

In ultimo, mi meraviglia la città in cui vivo. Mombasa è un luogo dalle mille facce che mi stupisce in continuazione. Giri l'angolo e sembra di stare in Medio Oriente, poi nella savana africana, in un villaggio masai, in un resort extralusso di qualche isola caraibica, di fronte alla peggiore discarica o in India a pregare in un tempio indu. Qui convivono 42 tribù con altrettante lingue diverse e un discreto
numero di religioni e usanze religiose diverse, tutte le gradazioni di pelle che si possono immaginare e tanto altro ancora. E tutto ciò avviene in maniera naturale. Vedere queste interazioni ha su di me un effetto molto potente perché ritengo di appartenere ad una cultura generalmente omogenea e omogeneizzante. Lo società in cui vivo richiede la omologazione a valori, tradizioni e interessi comuni e poco differenziati. E l'integrazione è una parola spesso priva di significato concreto o comunque che contiene molti ambigui significati.

Per questo mi sento spesso in difetto, come se la mia cultura di appartenenza non fosse abbastanza allenata all'incontro con questo mondo e questo immenso agglomerato di culture, apparentemente schizofrenico ma, in un suo modo bellissimo, dotato di incredibile armonia. Riassumendo, il rapporto della mia cultura, qualunque forma essa abbia, è fatto di costanti contraddizioni, momenti bellissimi di incontro e meraviglia e momenti di forte rabbia e frustrazione. 




Sarà questa costante contraddizione che mi rende ogni giorno più affamata di stare qui. 

Mari

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