lunedì 18 giugno 2018

L’impresa eccezionale


<<Cosa fai quest’estate?>>
<<Quest’estate vado in Serbia a fare volontariato in un campo profughi.>>
La reazione dell’interlocutore di fronte a questa risposta varia in un range che va dal “sei il nuovo supereroe della Marvel” a “Ruspa!”, a seconda di quanta cura hai avuto nel selezionare la tua cerchia di contatti. Il denominatore comune però è lo stupore. Nell’immaginario collettivo, chi fa il volontario in queste zone va a fare delle cose incredibili: salva vite, aiuta le persone, nel tempo libero scoperchia qualche dittatura.
La realtà è che quello che si fa in questi contesti non è molto diverso da quello che fanno gli animatori all’oratorio, gli scout con i loro gruppi, i volontari della protezione civile con i terremotati o le comunità di senza fissa dimora. Quando lo dici la gente ci rimane sempre un po’ male. Allora dove sta l’eccezionalità in quello che fai?
L’eccezionalità, sembra paradossale, ma sta proprio nella normalità. Qualche anno fa gli Articolo 31 cantavano: “L’impresa eccezionale è essere normale perché oramai qui da noi non è più banale. L’impresa eccezionale è essere normale perché normale è realizzare almeno l’essenziale”.
Così alcune cose che a noi possono suonare banali, come riempire il tempo delle persone con delle attività ludiche o istruttive, dare l’opportunità di trascorrere dei momenti con qualcuno che ha voglia di ascoltare storie e preoccupazioni o semplicemente di mettersi a disposizione diventano vitali quando sei disperso in un paese straniero e privato di una quotidianità piena e di un destino pronosticabile.
E quindi, cosa occorre per compiere un’impresa eccezionale? Se lo si chiedesse a Shackleton, esploratore che capitanò la spedizione Imperiale transantartica (protagonista dello spettacolo teatrale Antartica a cui abbiamo assistito sabato sera), probabilmente risponderebbe con il suo accento british: un buon equipaggio, finanziamenti e una nave resistente.
Si dice che Shackleton scelse il suo equipaggio con colloqui di pochi minuti, che è un modo diplomatico per dire un po’ a caso. Così è nato anche il nostro:
<<Hai mai lavorato con popolazioni migranti?>>
<<No>>
<<Bene. Arruolato!>>
<<Esperienze di animazione con i bambini?>>
<<Ehm..ho una sorellina molesta. Vale?>>
<<Presa!>>
Insomma, eccoci qui. Cinque marinai pronti a salpare per un viaggio che non ha niente a che fare con i villaggi turistici e gli hotel di lusso, ma solo con la voglia di scoprire cosa c’è al di là della realtà quotidiana in cui siamo immersi e di aprirsi all’incontro con l’altro. C’è Francesco, l’addetto ad intercedere con i superiori; Giulia, custode della saggezza ingegneristica della spedizione; Fabio e Silvia, Scout del gruppo, esperti nella nomenclatura dei personaggi del libro della Giungla, nell’accendere fuochi con i legnetti e nel rapportarsi con i bambini iperattivi (non necessariamente in quest’ordine di utilità) e Claudia “social media manager presso se stessa”, che in questo gruppo è tipo l’equivalente del fotografo di Shackleton. E poi c’è Silvia, il nostro capitano, veterana delle spedizioni umanitarie che ricordiamo per il carattere affabile, la scorta di pazienza e l’abilità nel custodire le chiavi.
In questa versione della storia non ci sono Lord inglesi a finanziare folli traversate oceaniche, nessuna notte polare ad aspettarci e i norvegesi sono troppo impegnati a pescare salmoni per fornirci della nostra rompighiaccio Endurance. C’è invece la Serbia. E la nostra nave si chiama Caritas che, in collaborazione con Ipsia e tutte le altre associazioni coinvolte, ci permette di prendere parte a una più attuale spedizione volta all’incontro, accoglienza e integrazione di tutte quelle persone che viaggiano lungo la rotta Balcanica, ognuno con il proprio bagaglio di speranze, verso un futuro migliore e che attualmente si trovano bloccate in Serbia, incastrate tra i ghiacci della burocrazia.
Quanto a noi, in questi due giorni di formazione ci siamo molto interrogati. Cosa ci spinge ad abbandonare il porto? Cosa abbiamo da portare a delle persone che hanno domande più grandi delle nostre risposte? Cosa fa di questa impresa normale, la nostra impresa eccezionale?

La voglia di compierla.


Sconfinati in Serbia (3)

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