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martedì 20 marzo 2012

La 'Storia' è relativa

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20 Marzo 2012
Roberto Fallini, Beirut

“Isn’t it always the victor who writes history?” asks student Khaled Muhammad, before quickly responding: “Certainly, but who won in Lebanon? It is a turning wheel. If we have to change history every time the government changes…we will never learn anything.”
("Non è sempre il vincitore che scrive la storia?" chiede lo studente Khaled Muhammad, prima di rispondersi velocemente: "Certamente, ma chi ha vinto in Libano? E' una ruota che gira. Se dovessimo cambiare la storia ad ogni cambio di governo..non impareremmo mai niente".)

Dichiarazione di uno studente palestinese in seguito alla polemica scoppiata nelle scorse settimane sulla scrittura dei libri di storia da adottare nelle scuole libanesi.
Tratto da:
http://english.al-akhbar.com/content/writing-palestine-out-history-books-lebanon

lunedì 19 marzo 2012

Cartolina dal Buio

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Roberto Fallini, 15 Marzo 2012.
Beirut, Libano.

Periferia sud di Beirut, Libano. Domenica pomeriggio. L’inverno sembra aver dimenticato di lasciar posto alla primavera. Il cielo è terso, la temperatura bassa ed un timido sole tenta di spezzare una settimana di pioggia ininterrotta.
Con un gruppo di amici percorro la strada che da Tayoune Square conduce nei quartieri sud della città, l’area conosciuta comunemente come Dahieh(sobborgo in arabo), zona sciita, duramente colpita durante il terrificante attacco israeliano dell’estate 2006. Nuovi palazzi ricostruiti negli ultimi anni ovunque cozzano con edifici in stato d’abbandono, semi-distrutti, crollati durante i bombardamenti. Il quartiere più importante della zona è decisamente Haret Hreik, roccaforte di Hezbollah, interamente ricostruito dall’organizzazione Jihad al-bina’ (Sforzo per la ricostruzione), che fa capo proprio al movimento di Hassan Nasrallah.
Non lontano da questa zona ci appare un assembramento di costruzioni, fatiscenti, schiacciate l’una sull’altra. Una mano invisibile sembra aver disegnato un perimetro, visibile persino agli occhi di un distratto visitatore, che marca territorialmente aree ben distinte. Al suo interno, si estende per un chilometro quadrato il campo profughi palestinese di Burj el-Brajne.

Giunti nel 1948, momento della creazione dello Stato d’Israele e inizio della diaspora palestinese, i rifugiati palestinesi in Libano vivono tuttora in condizioni d’indigenza e precarietà. Secondo le statistiche di Human Right Watch, sono ad oggi circa 300,000 e la maggior parte vive ancora nei campi profughi costruiti nel 1949, sopravvissuti alla guerra civile e caoticamente ampliati per far fronte all’aumento di popolazione. Privi della cittadinanza libanese, del diritto di proprietà privata e della possibilità di esercitare circa 25 fra le professioni più desiderabili, i palestinesi soffrono di gravi problemi economici ed di inclusione nella società libanese.

All’interno del campo di Burj el-Brajne, cinque persone straniere non possono percorrere pochi metri senza essere notate e presto veniamo avvicinati da ragazzo, Ahmad (1) “Cosa fate qui?” è la prima domanda, “Chi siete venuti a visitare?”, la seconda. Curiosità e preoccupazione accompagnano l’avvistamento di stranieri, i turisti non visitano un campo profughi e i giornalisti non sono generalmente benvenuti. Anche in condizioni difficili, l’ospitalità araba non viene tuttavia dimenticata e poche parole sono sufficienti per far leva su questo antico valore, talvolta dimenticato in Occidente. Accertatosi della nostra nazionalità, un passaporto europeo, italiano in particolare, suscita spesso un’immediata simpatia, Ahmad si offre di accompagnarci in una visita guidata alla “prigione di Burj el-Brajne”, così la definisce. Il sole è calante, ma c’è ancora parecchia luce. Tra i minuscoli vicoli del campo invece regna l’oscurità. (2) “La corrente manca per 15/16 ore al giorno” racconta Ahmad, “e i generatori -molto diffusi in Libano date le costanti interruzioni di elettricità in ogni zona del paese- costano troppo per le famiglie di Burj el-Brajne”. Mediamente un nucleo familiare guadagna circa 300-400 dollari al mese e risulta proibitivo spenderne un terzo per collegarsi ad un generatore. Ovunque, le stradine infangate sono sovrastate da fasci di cavi elettrici, inutili per gran parte della giornata. Alcuni penzolanti, altri scoperti. Sul muro di un edificio, la nostra guida improvvisata ci mostra un marcato alone nero. “Un uomo è morto qui lo scorso anno, stava pulendo il vicolo quando alcune scintille sono cadute da un cavo elettrico scoperto. C’era dell’acqua a terra, è stato fulminato. Allo stesso modo un ragazzo è morto là in fondo. Aveva 18 anni ” -continua indicando un anfratto buio. Quando piove molte stradine diventano estremamente pericolose e camminarci impossibile. Sono scioccato. Fango e pozzanghere sono dovunque sotto i nostri piedi, ma la vita intorno a noi scorre normale, come se l’imminente pericolo fosse parte di una consolidata quotidianità per gli abitanti del campo.
I bambini si rincorrono nei vicoli, alcuni sono attratti dalla presenza di stranieri e si battono per entrare negli obiettivi della Canon di uno dei miei compagni. I sorrisi e la spensieratezza contrastano con quanto li circonda. “Anch’io ho una bambina -rivela Ahmad- si chiama Leyla”. Una foto compare sullo schermo del suo cellulare, ritraendo un sorriso senza denti tipico dei bambini di quell’età. “Ha quattro anni e soffre di bronchite cronica. Questi vicoli non le permettono di respirare bene”.     
Il sole non c’è più e l’oscurità aumenta, dando l’impressione che Burj el-Brajne sia davvero una prigione. I vicoli sono molto stretti, e spesso, nel cuore del campo, permettono solo di camminare in fila indiana. Le case si schiacciano le une sulle altre, lo spazio diventa un concetto astratto. “Chiedi a chiunque qui dentro (il campo ndr), riguardo alle proprie aspirazioni. Tutti ti diranno che vogliono andare via, non si può vivere così”, mi confida Ahmad, mentre si accende una sigaretta.

I poster di Yasser Arafat e le bandiere palestinesi colorano i muri grigi. Avvistiamo l’uscita del campo e ci congediamo da Ahmad. “Ma’ salama(andate in pace) -risponde lui -è stato un piacere. Ah, non scattate fotografie all’uscita, non è sicuro”. È buio ormai. Silenziosi, proseguiamo la passeggiata nella Dahlieh.


(1)Ai personaggi che compaiono nel racconto sono stati assegnati nomi di fantasia.
(2) La prima foto ritrae uno dei vicoli più larghi del campo.
 Fonte:http://lebanonworkinprogress.wordpress.com/dai-testimoni-ricostruzione-storico-politica
Fonte seconda foto: http://mondoweiss.net/2012/02/the-palestinian-refugees-of-lebanon.html

martedì 6 marzo 2012

Obama, fra Iran e Israele

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Roberto Fallini, 5 Marzo 2012

Un’imminente guerra in Medio Oriente è un timore fondato, purtroppo. Preoccupante è soprattutto il crescente sbandieramento di un attacco ai danni dell'Iran da parte di Israele, con gli Stati Uniti, in piena campagna elettorale, divisi fra interventisti e non. Il mondo non può permettersi un Iran dotato di ordigni nucleari è la sentenza di Barack Obama, che temporeggia, senza esporsi, da assoluto mediatore fra l’allineamento al terrorismo mediatico israeliano nei confronti di Teheran da parte degli esponenti politici più guerrafondai ed il più rispettabile approccio diplomatico. Non più tardi di due settimane fa, a conclusione dell’ennesima visita a Gerusalemme, Toni Donilon, il consigliere del Presidente sulla sicurezza nazionale, ha intimato ad Israele di non procedere con un attacco militare contro l’Iran. Lo Stato Ebraico non sembra però allentare la pressione. Proprio lunedì 5 marzo, in visita a Washington, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ribadito che Israele si riserva il pieno diritto di agire unilateralmente nei confronti di qualunque minaccia verso il proprio territorio (1).

Ulteriori sfumature, evidenti ad un'analisi più attenta, arricchiscono lo scenario.
Primo, il Presidente americano è storicamente molto sensibile alle pressioni del suo scomodo alleato mediorientale (Israele ndr), sia per questioni di equilibrio nella regione, sia per soddisfare le potenti lobby ebraiche che detengono un immenso controllo nel Congresso. Un Presidente alla ricerca del secondo mandato, difficilmente potrebbe avere successo senza il sostegno e le risorse economiche di importanti organizzazioni come l'AIPAC. Sconvolgente a proposito è quanto emerge dal volume pubblicato da John Mearsheimer e Stephen Walt, The Israeli Lobby and U.S. Foreign Policy (tradotto in italiano con il titolo La Lobby israeliana e la politica estera americana) (2). Da settimane, l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) sta facendo circolare volantini che descrivono come inaccettabile l’acquisizione da parte di Teheran della tecnologia nucleare(3).
Secondo, per anni la politica americana in Medio Oriente ha cercato di erodere il sostegno del regime iraniano lavorando sul fronte interno ed esterno. Dopo gli attacchi contro l'Afghanistan e l'Iraq, Iran e Siria sono rimasti gli unici paesi esplicitamente critici della politica americana. Un Iran nucleare muterebbe gli equilibri politici della regione, costringendo gli Stati Uniti ed i loro alleati a decisioni multilaterali e concordate, limitandone pertanto la libertà di azione.
Terzo, in termini economici, una guerra contro l'Iran viene percepita come un'immensa opportunità, da parte di diversi elementi del panorama politico ed economico americano. La caduta del regime degli Ayatollah permetterebbe infatti l'accesso alle risorse energetiche iraniane da parte di compagnie americane. L'esempio iracheno docet. Poco importano i morti e l'anarchia nella quale è sprofondato il paese dopo il 2003, l'economia statunitense ha tratto enormi profitti dall'invasione dell'Iraq in termini di risorse e contratti stipulati durante la fase ricostruzione. Una parziale analisi è fornita dall’inviato del Washington Post a Baghdad, Rajiv Chandrasekaran nella sua opera Green Zone.

Seppur come spesso accade non si esponga, Obama sembra tuttavia restio ad un attacco militare, forse memore dei disastri politico-umanitari commessi dalla precedente amministrazione durante le ultime guerre cominciate dagli Usa(4). Occorrerà attendere l’eventuale secondo mandato per una presa di posizione più decisa nei confronti dell’Iran. Nove mesi di arduo lavoro diplomatico quindi, nella speranza che, nel frattempo, le parti coinvolte non si abbandonino ad un’ennesima atrocità, aprendo un ulteriore conflitto nella regione.


(1)http://www.guardian.co.uk/world/2012/mar/04/barack-obama-israel-talk-war
http://www.nytimes.com/2012/03/06/world/middleeast/obama-cites-window-for-diplomacy-on-iran-bomb.html?_r=1&hp

(2) Un ulteriore, sebbene più conciso, riferimento si trova nell’articolo di MJ Rosemberg pubblicato al link http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2011/06/201164151342193909.html

(3)La notizia è stata riportata da alJazeera in un articolo pubblicato al link http://www.aljazeera.com/news/middleeast/2012/03/201235162821946535.html

(4) http://www.iljournal.it/2011/la-lotta-al-terrorismo-in-cifre/231864

Limes, Rivista Italiana di Geopolitica. Numero 1/2012:
Washington deve colpire adesso o sarà tardi’, Matthew Kroenig
Iran, la soluzione è il contenimento, Roberto Toscano
Netanyahu sceglie le armi, Umberto De Giovannangeli

venerdì 10 febbraio 2012

Blog Libano: Primo Contatto

1 commento:
Cari lettori,
il primo post vuole essere una nota introduttiva sul modo in cui imposterò il mio blog durante l’anno previsto di residenza in Libano. 

Piuttosto che concentrare gli inteventi su di me, preferisco dare loro un taglio più oggettivo, improntato sugli avvenimenti e le vicende che accadranno nei prossimi mesi all’interno del paese e, più generale, nella regione. Saltuariamente non mancherò di rendicontare esperienze vissute in prima persona, ma sempre indirizzate a presentare un particolare fenomeno.
Non prometto dei post a scadenza giornaliera, ma farò del meglio per arricchire il blog regolarmente, mantenendo aggiornati i lettori su fatti e avvenimenti del Libano e del Medio Oriente. 
Roberto