Il bus scassato che ogni mattina ci porta dal nostro quartiere residenziale di Managua alle polverose vie di
Ciudad Sandino è come la porta verso un altro mondo. Qui in Nicaragua, ad ogni catastrofe naturale si è ripetuto puntualmente lo stesso copione: superstiti senza casa a cui ne viene donata una nuova fuori Managua, dall’insieme di tutte queste case nasce Ciudad Sandino.
Due grandi bandiere si innalzano imponenti all’ingresso della città, sopra cose e persone, come a ricordare l’esistenza di un potere lontano che ha regalato speranze e delusioni in egual misura.
Il rumore della
gente, le case di
lamiera, la
polvere spessa che copre la città
e l’odore forte delle fogne a cielo aperto sono un biglietto da visita che non puoi mettere nel portafogli e dimenticare. Ciudad Sandino è un formicaio di persone che corrono, si muovono. Alcuni per andare a lavorare, molti altri alla ricerca di qualche
espediente per sopravvivere. Ognuno tira a campare come riesce: venditori ambulanti, soprattutto le donne, ma anche piccoli lavoretti pratici. Tantissimi lavorano nella discarica, rovistano la spazzatura alla ricerca di tutti i materiali riutilizzabili o rivendibili.
Sui muri bianchi sono dipinti slogan progressisti che poco si sposano con la realtà che li circonda. Se ne restano lì, come
auspici irrealizzati. Come consigli pubblicitari dati a chi non ha un soldo per comprare.
I bambini sono come tutti i bambini del mondo, solo mi sembrano più felici. Stanno immersi fino alle caviglie nelle fogne per giocare. Il loro sorriso è come un
arcobaleno che collega le acque nere al bianco delle nuvole. In mezzo, tra terra e cielo, c’è tutto un caleidoscopio di sensazioni: dalla cruda realtà ai sogni e le aspirazioni di un popolo che sogna un domani migliore per i propri figli.
A Ciudad Sandino gli adulti sorridono poco, come si fossero dimenticati come si fa. Come può accadere? Può succedere quando ti tocca sopportare un
terremoto ed un uragano che lasciano in eredità
diecimila vittime ciascuno ed una città da ricostruire, quando hai perso la casa, gli amici, la comunità in cui vivevi e quando ti trovi a dover soddisfare prima di tutto i bisogni primari senza poter progettare il dopodomani.
Così mi è sembrata Ciudad Sandino alla prima occhiata: una cultura in febbricitante ricerca di sopravvivenza, prima, e di se stessa, poi.
Tutti i
bambini che sorridono per le strade mi sembrano comunque un ottimo punto di partenza.
Lele
(per le foto si ringraziano Teo e Stefy)