martedì 2 marzo 2004

Un'armata di poveri

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Una domanda frequente che mi viene posta qui a Bucarest nel momento in cui mi presento a qualcuno come Obiettore di Coscienza in servizio civile all'estero è: "Perché non sei rimasto in Italia a difendere la tua patria?".
Lasciando da parte le mie motivazioni di Obiettore mi viene spontaneo cancellare gli schemi mentali e cercare un perché a questa domanda.
Non c'è distinzione di età, in Romania la pensano più o meno tutti così: prestare il servizio militare è un obbligo morale per i giovani, un segno di elevata responsabilità e di senso della patria.
Il quotidiano nazionale rumeno "Libertatea" ha pubblicato il 26 Novembre 2003 un articolo dal titolo: "Esercito di poveri, privilegi per i ricchi".
L'articolo parla del disegno di legge portato avanti dal Ministero degli Interni e riguardante gli obblighi di leva, una legge destinata a completare la neonata Costituzione, nella quale non è previsto che la Romania rinunci al servizio militare obbligatorio.
Il disegno di legge prevede che i giovani al di sopra dei venti anni abbiano la possibilità di svolgere un servizio per la comunità in alternativa al servizio militare, il quale rimane obbligatorio. Tuttavia la legge offre la possibilità di versare allo stato una somma di 40 milioni di Lei (pari circa a 1.000 Euro), in cambio dell'esonero dal servizio militare: in questo caso il giovane è esentato dall'obbligo di prestare qualsiasi servizio allo stato.
Nei giorni successivi all'uscita dell'articolo i quotidiani non hanno più fatto accenno al disegno di legge. Tenendo presente che "Libertatea" è il giornale più letto di Bucarest questo fatto dimostra come alla popolazione della capitale importi poco della politica del Ministero riguardo gli obblighi di leva. Per un giovane rumeno, ricco o povero che sia, svolgere il servizio militare è in generale considerato una manifestazione di appartenenza ad una nazione, un obbligo prima di tutto morale oltre che dettato dalla legge. Tant'è vero che le reazioni di alcuni cittadini, pubblicate sul quotidiano, sono risultate quasi indifferenti al cambiamento che la legge produce, del tipo: "anche se avessi i soldi per evitarlo, il servizio militare lo farei comunque".
La popolazione quasi non è stata toccata, ma proprio per questo profondo senso di responsabilità dei rumeni nei confronti della propria patria, una legge di questo tipo risulta quasi un passo falso, una contraddizione. E' una legge che da un lato ritiene ancora fondamentale l'obbligo di servire la patria, un principio per ora irrinunciabile, ma dall'altro sminuisce questo stesso principio permettendo l'acquisto della libertà dagli obblighi di leva a chi ha i soldi per farlo.
Se si prende poi in considerazione che il lavoratore rumeno medio riceve circa 120 Euro al mese, viene da pensare come tale legge possa veramente essere unicamente un privilegio per i giovani provenienti da famiglie benestanti.
Il quotidiano "La nazione", il 1° Dicembre 2003, festa nazionale, ha ricordato il giorno in cui nel 1918 si è definitivamente formata la Romania unita, con l'annessione della Transilvania al territorio nazionale. Nel giorno dell' Unità nazionale i riflettori erano puntati sulla parata militare svoltasi a Bucarest e ad Alba Iulia.
Il tutto dimostra come la "Grande Romania" sia un paese che tiene fortemente al suo apparato militare e considera la difesa militare della patria un principio fondamentale.
Il 2 Dicembre il quotidiano "Romania Libera", uno dei più importanti quotidiani di opposizione, è uscito con il titolo in prima pagina "Oggi 85 anni: atmosfera di autentico patriottismo".
Alberto, OdC in Romania

sabato 22 novembre 2003

Così nacque Nueva Tenejapa

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La comunità si chiama Nueva Tenejapa. Arrivandoci dopo un’ora di cammino mi chiedo perché si chiami Nueva, se ne esiste una vecchia, e subito vorrei saperne la storia. Sono accolto da grandi sorrisi: bambini curiosi, porte e braccia aperte mi fanno da subito uno della comunità, composta da nove capofamiglia. È giorno e gli uomini non ci sono: lavorano nei campi dalle sei del mattino alle quattro del pomeriggio per poter guadagnare l’equivalente di tre dollari scarsi al giorno, con i quali mantengono una famiglia con nove figli

Ci riuniamo in una stanza adibita a tempio e sala per discutere. Si inizia con una orazione in tzeltal, la lingua indigena che riescono a mantenere e a insegnare ai figli oltre al castigliano. Mi presento e su loro richiesta riferisco alcune informazioni sulla guerra in Iraq, sulla situazione italiana ed europea e alcuni dati sui Trattati di libero commercio tra le Americhe. Samuel traduce in tzeltal per i più anziani che non comprendono lo spagnolo. Finalmente mi parlano della loro storia: nel 1994 tra le comunità del Chiapas si aggiravano le voci più disparate su cambiamenti politici, stravolgimenti nelle comunità, violenze, eserciti, morti. Alcuni della loro comunità originaria, Maravilla Tenejapa, decisero di andare a cercare informazioni dal governo locale. Samuel, Alonso e altre famiglie non si mossero dalle loro case, evitarono contatti con gruppi militari e paramilitari, zapatisti o di altri colori. Quando i compagni rientrarono, portarono con loro gruppi militari del governo che si stanziarono nella comunità senza rispetto per le tradizioni culturali e religiose delle famiglie.

Alcuni amici comunicarono in segreto a Samuel che alcune famiglie erano accusate di attività sovversiva e di appartenere all’Esercito zapatista di liberazione nazionale e che rischiavano l’incarcerazione, violenze e morte. Nella notte, verso l’una, i genitori presero i bambini e lasciarono le case; con i soli vestiti che avevano indosso si rifugiarono tra le montagne e lì trascorsero diversi mesi, ricevendo continue notizie sulla propria situazione di ricercati.

Decisero di scappare più lontano, di comprare (indebitandosi) un terreno e di ricominciare a vivere: così nacque Nueva Tenejapa. Erano e sono desplazados, persone obbligate a lasciare la propria comunità. Esistono tre tipi di desplazados: i primi, “prodotti” dai grandi progetti transnazionali di sfruttamento delle risorse ambientali del Chiapas; i secondi, dal tentativo del governo di recuperare i municipi e i territori dichiaratisi autonomi a causa della rivolta dell’Ezln; i terzi, dallo schema paramilitare, che ottiene i propri guadagni economici e politici in funzione del controllo dei territori.

La comunità di Nueva Tenejapa ha cinque anni di vita. Samuel, Alonso e le loro famiglie fanno parte di un gruppo di diecimila persone che chiedono giustizia al governo: fanno incontri mensili per rivendicare le proprie terre, i propri diritti, giustizia e fine delle persecuzioni. Tutto ciò, mentre il governo ribadisce in continuazione che il problema dei desplazados non esiste. Samuel mi regala ancora un sorriso: a loro importa soprattutto l’armonia che sono riusciti a creare nella loro comunità, l’istruzione che vogliono garantire ai loro figli e il fatto che nessuno sia morto a causa di queste assurde e infondate accuse. Nel raccontarmi la loro storia si percepisce dolore e sofferenza, ma nella profondità degli occhi forte é la serenità e la voglia di vivere in armonia e pace.

Comitán de Dominguez, novembre 2003

testimonianza di Stefano Lucini, obiettore di coscienza in Servizio Civile all’Estero