mercoledì 12 settembre 2012

Impressioni di settembre

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A fine estate 2011 scrivevo sulla mia pagina feisbuc (versione dialettale colichese del famoso social network facebook) "Attendo con ansia settembre e tutte le novità che porta con sè". E' trascorso un anno, decisamente ricco, imprevedibile, caratterizzato da alti, bassi, ancora alti, ancora bassi, un basso ancora più basso, un salto verso l'alto, bassi, dai ancora un pochino verso l'alto…oh l'equilibrio, che faticosa conquista!
E così anche quest'anno settembre è arrivato: nono mese dell'anno e ottavo di servizio civile. Come in una gravidanza il nono mese racchiude in sè la fine ed un inizio, così come settembre rappresenta la fine dell'estate e l'inizio di ogni genere di attività.
I miei cugini hanno ripreso la scuola, la mia migliore amica dell'infanzia si è sposata, le "migliori" stanno prenotando viaggi e scegliendo il corso più alternativo presente sul mercato milanese (sembrerebbe aver vinto il Boogie-voogie), l'Amora sta imparando i giorni di ritiro dell'immondizia, il Bettiguccio raccoglie nocciole per "fare la torta quando sarai tornata, Rosa", e LaCugi inizia a collezionare cartoni di varie dimensioni per il Carnevale 2013.
Anche Chisinau si lascia travolgere da questo rito: la scuola è già iniziata da una settimana, le strade ed i microbus sono più affollati, i cartelloni della stagione teatrale 2012/2013 invadono il mercatino russo, le foglie degli alberi cambiano colore ed anche il trio M&M&M ha deciso di "mettersi in gioco", sfidando i propri limiti: Marco seguirà una dieta per mantenere i kg persi durante i cantieri e ridurrà il consumo di Mirinda (una specie di aranciata moldava) ed incrementerà quello di acqua ("meno carboidrati più acqua", consiglia la sottoscritta); la Bettiga s'impegnerà nel migliorare il suo ritmo di corsa (il mio personal trainer Marco Povero dice che 1km e 400 metri in nove minuti non li fa neanche una persona che cammina sulle mani! Sono troppi!); Mari, invece, si sperimenterà in cucina! (La prova di settimana scorsa pasta al sugo è stata superata a pieni voti. Dobbiamo però lavorare sulle dosi: 500 gr di pasta per tre sono forse un pochino eccessivi, soprattutto tenendo in considerazione gli obiettivi delle altre due M!).




Ma solamente fermandomi a riflettere mi rendo conto che ogni mese di questo servizio civile ha avuto un suo inizio.

Febbraio: Polemiche, ricorsi, attese non fermano il servizio civile. Si inizia, si inizia sul serio!
Marzo: "Nel continente nero, paraponziponzipò"….Io e Beatrice arriviamo in Kenya a ritmo di "Jambo Jambo Bwana. Habari Gani? Nzuri Sana! ". 
Iniziamo a imparare le cose importanti: 1 euro equivale a circa 110 scellini, la tariffa del matatu che ti porta in centro Nairobi (Beba town! Beba town!) cambia in base all'orario, alla direzione e al meteo: in caso di pioggia il biglietto costa di più!  Tre maembe (manghi) costano 45 scellini. Ugali e sukuma o ghideri sono il cibo settimanale e i chapati quello della domenica. I cafasso boys amano cantare e ballare e non si stancheranno mai di ascoltare "You are so beautiful" di Akon e "Missing you" dei Busy Signal.
Aprile: Un nuovo inizio. Dopo aver trascorso il primo mese con Sister Rachel viviamo il passaggio di consegna della gestione della Cafasso House al team di Sister Lucy . Anche qui iniziamo a imparare le cose importanti: ogni periodo di transizione porta con sè alcune difficoltà che coinvolgono tutti i membri del sistema di riferimento: i beneficiari, lo staff e anche le ragazze in servizio civile. Ed è proprio in questi momenti di destabilizzazione che possono emergere in modo evidente difficoltà comunicative, non dettate da una lingua diversa, ma forse da una cultura diversa a tratti difficile da comprendere.
Maggio: Inizio a fare il conto alla rovescia..quanti giorni mancano al rientro in Italia? Tutti conoscono il  "Mal d'Africa", sensazione di nostalgia di chi ha visitato l'Africa e desidera tornarci. Ecco, io avevo sviluppato contro ogni mia aspettativa un altro genere di mal d'Africa, incomprensione e frustrazione di chi è stato in Kenya e desiderava tornare a casa.
Giugno: Impossibilità di ritornare in Kenya. Proseguire in Italia o iniziare altrove?
Luglio: La Moldova. Un nuovo inizio, di nuovo. Lingua rumena, religione ortodossa, moneta nazionale il Leu, due compagni di servizio da scoprire, un'associazione locale da conoscere per collaborare al meglio insieme, cibi nuovi da assaporare, strade da memorizzare.
Agosto: Scopro che ci sono persone che all'inizio di ogni mese hanno l'abitudine di fare gli auguri: "buon primo agosto! buon primo agosto!". Chi sono? I facilitatori di una ritrovata spensieratezza, i cantieristi 2012.
Settembre: Sapete cosa c'è? Domani inizio le attività al centro maternale ;) Noroc!




Un mese dopo...

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“Non lo potevo certo sapere…
che quello che non capisci è forse quello che più ti porti a casa”
[cit. Alé]


Eh già! E chi l’avrebbe detto che una volta tornata da quel viaggio tanto atteso mi sarei sentita proprio così?! Quando provo a raccontare ciò che ho vissuto, oltre a non sapere da dove iniziare, sento che le mie parole rimangono troppo fredde e distaccate rispetto al calore (che non è solo quello fisico delle stanze sauna di Manta e Răzălăi) che ha contraddistinto un’esperienza che non mi ha lasciata indifferente sia per i momenti in cui tutto è andato alla grande, sia per quelli più faticosi in cui mi ha sfiorata qualche dubbio sul senso del mio essere lì.

Quel tempo che scorreva tanto rapidamente durante l’animazione la mattina o durante i lavori sociali il pomeriggio quanto lentamente durante alcuni momenti di programmazione e/o verifica che mi sembravano veramente interminabili!

Quanti sguardi, parole, emozioni, situazioni ho assorbito, proprio come una spugna, e ora sento che dentro di me qualcosa è cambiato, ma non sono ancora in grado di chiamare col loro nome quei sentimenti che riaffiorano guardando una delle 4500 foto (!), magari scegliendola perché aiuti a raccontare laddove le parole non arrivano, leggendo un post di qualche amico moldavaccio, ascoltando qualche canzone che ha accompagnato il cantiere, svegliandomi la mattina con la mitica Sandra…

Silvia

martedì 11 settembre 2012

TEMPO

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Come avete capito ormai ci siamo completamente adagiati sui tempi africani e ci prendiamo il nostro "TEMPO".


Quel Tempo che a volte sembra correre veloce come un bimbo a piedi nudi nel prato, quel Tempo che a volte è lentissimo e sembra non passare mai... Quel Tempo regalato dove il secondo di un abbraccio diventa un abbraccio eterno, quel Tempo dove riesci a spiare la nascita di una Vita, quel Tempo che vorresti scolpire per sempre nel cuore mentre ammiri l'infinito, quel Tempo dell'aspettarci prima di iniziare a mangiare, quel Tempo che fa tic-tac, ma che tu non senti perchè è il cuore che batte che ne dice il ritmo... Quel Tempo che non capisci se sei tu che sei troppo fermo o è lui che si muove troppo velocemente... Quel Tempo di chi è anziano e ha condiviso il suo Tempo, la sua storia i suoi racconti, quel Tempo dove prendere un caffè vuol dire anche aspettare ore prima di poterlo gustare, quel Tempo che non ti mette ansia anche se ti hanno perso un bagaglio, quel Tempo delle lacrime, della commozione ma anche dei sorrisi e della gioia, quel Tempo che ti fa camminare a qualche metro da terra e ti fa vivere là, mentre sei qua, quel Tempo che è dei bambini e di chi vive con stupore ogni secondo e ogni incontro.

Quel Tempo che tanti anni fa un amico africano così mi descriveva:

"Voi avete l'orologio, noi in Africa abbiamo il Tempo"
 




In Etiopia, quel Tempo anche sulla carta, nel loro calendario, è diverso dal nostro!!

Oggi è un giorno speciale per la comunità etiope... è un giorno speciale anche per noi che l'Etiopia l'abbiamo vissuta e amata per un po' di Tempo.

Oggi inizia un nuovo anno: il 2005!

Buon Anno... Buon nuovo TEMPO a tutti :-)

Simo

sabato 8 settembre 2012

Arrivederci “Mia” Africa

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Durante il periodo nella mia Etiopia ho cercato di memorizzare ogni singolo prezioso dettaglio: i momenti difficili, quelli felici, i disagi e l’entusiasmo, le storie e le facce delle persone incontrate ogni giorno, le privazioni e il senso di libertà, la semplicità dei gesti e dei sorrisi, LA PIOGGIA. Ricordo  ancora perfettamente le urla e lo stupore dei bambini vedendo la mia macchina fotografica. Attorno a me una miriade di mani al cielo che urlavano “picha” “picha” tirandoti per le braccia, l’entusiasmo di altri alla vista di una corda, di un sacchetto di plastica e di una busta di palloncini. I primi giorni mi chiedevo mi chiedo cosa se ne potesse fare un bambino di queste semplici cose e alla fine ho capito che la fantasia di un bambino africano non conosce limiti!

La cosa che mi lascia sbalordita ogni volta che ci penso è che le persone più felici che io abbia mai incontrato, le ho incontrate là. Il valore della vita è diverso. La vita non è facile, ma è apprezzata, goduta e vissuta.  L’Africa che, nonostante le ridondanti immagini di guerre, carestie, povertà, è il cuore pulsante del mondo, laboriosa e frenetica, piena di colori, voci e speranze mai perdute.
Le case di Cicha con i tetti di paglia, le bancarelle instabili fatte di legno talvolta con solo tre banane da vendere, il mercato pieno di fango, i venditori che camminavano nelle spezie, lo sguardo dei bambini che fissano la nostra jeep passare con la meraviglia di chi forse non ci è mai salito sopra e non avrà mai l’occasione di salirci per lasciare il proprio villaggio, i ragazzi dei villaggi con le mani levate verso i nostri finestrini per venderci qualsiasi cosa non appena la jeep si fermava. Poi ci sono i bambini della scuola che facevano a gara per conquistare il posto a sedere più vicino a me e alla fine mi tenevano la mano così forte da farmi sentire speciale come se fossi un premio. Sforzandosi di avere l’umiltà necessaria per non giudicare mai, anche le abitudini e gli atteggiamenti che, dal nostro punto di vista, potrebbero sembrare discutibili.

Sei immersa in un vortice, un turbine di emozioni e colori che ti pervade e ti fa innamorare di quella terra, nonostante tutte le difficoltà e i disagi con cui questi uomini e queste donne convivono ogni giorno, la loro vita semplice e rilassata mi attrae, mi ha conquistata giorno dopo giorno fino a cambiarmi nel profondo.
La mia esperienza in Africa si può riassumere solo attraverso i volti delle persone che ho incontrato durante questo viaggio, che mi scorrono davanti come se fossero i titoli di coda di un film, il mio film preferito. Il nostro film. Persone che hanno reso unico ogni istante, da quelle con cui ho condiviso tutto dal primo giorno a quelle con cui ho condiviso anche solo pochi attimi, dai miei bambini, la mia LamLam, le aspirantine, le mitiche sister, i miei favolosi compagni di viaggio e le persone che mi sorridevano per strada.

Gli occhi. Se dovessi raccontare l’emozione più forte che ho provato in tre settimane di vita africana non esiterei un secondo a ricordare la profondità delle centinaia di paia di occhi, di sguardi profondi che mi ha regalato questo viaggio. Occhi che ti rimangono dentro. Occhi che ti perforano l’anima e provocano una ferita incurabile.
Forse ora, mentre scrivo, i miei occhi sono umidi perché sento l’africa scapparmi di mano, correre di pari passo la mia quotidianità pieni di impegni e di problemi. Questo mi lascia una scia di tristezza…



Vorrei sapervi spiegare cos’è questo peso sul cuore mentre penso a Woliso e la gioia che mi stringe lo stomaco quando penso ai “miei” bambini, alla voglia che ho di abbracciarli, di camminare ancora insieme a loro per le strade fangose e di correre sotto la pioggia per mano.
Fare un lavoro umanamente appagante rende felici, non c’è niente da fare.  E se sono felice io, ho lo straordinario potere di rendere felici gli altri.

Quindi quando le persone mi chiederanno “Cos’ha l’Africa più dell’Italia?” sono certa che la risposta esatta sia: la gente. La gente ti rapisce, ti fa innamorare, sorridere e piangere! Di una cosa sono sicura: non c’è giorno che passa che io non pensi alle persone che ho lasciato lì. Messe a confronto a una cosa così, le pulci che ho portato in Italia, i pidocchi, la doccia che non funzionava mai, l’umidità e il cibo troppo piccante cosa sono? Nullità. …e poi sono partita in silenzio, senza voltarmi, con le lacrime agli occhi… Ho guardato la mia Africa dal finestrino dell’aereo, allontanarsi e sparire dietro le nuvole… E l’ho sentita entrarmi dentro, nel profondo.
Questa è l’Africa vista con i miei occhi, gli occhi di Martina, una ragazza che è partita pensando di essere triste ed è tornata con la vera gioia di vivere! Questa è la stessa africa che ha cambiato la mia idea di Africa, di amicizia, di donna, di viaggio, di amore e forse anche la mia vita!

 
“I never knew of a morning in Africa
when I woke up in the morning that I was not happy”

Arrivederci “Mia” Africa!

Marti

venerdì 7 settembre 2012

Ripercorri la stessa strada, ma raramente saranno gli stessi passi...

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Quando avevo circa sette anni e passavo ore sul sedile posteriore dell’auto dei miei guardavo fuori dal finestrino le distese di campi di pannocchie e tentavo di convincere mio papà a fermarsi in una piazzola per farmici fare una corsa in mezzo. Ora di anni ne ho venti, il sedile posteriore dell’auto dei miei lo vedo poco, e mai avrei pensato di arrivare in una distesa di pannocchie tra Sloveanca e Răzălăi e farci una corsetta in mezzo per la prima volta nella mia vita. Si, perché in Moldova i campi di pannocchie sono tanti, tanti e senza recinzioni, e si ripetono quasi all’infinito. Ciò che si vede più spesso buttando un occhio al paesaggio moldavo potrebbe sintetizzarsi così: campi, mucche, pannocchie, girasoli, un villaggio, una chiesa dai colori sgargianti, e poi ancora campi, mucche, pannocchie e un asino ogni tanto (spesso di notte, mentre cerchi di dormire, e lui raglia) e girasoli, un villaggio, una chiesa dai colori sgargianti (un cimitero con le foto in bassorilievo sul marmo…), tutto sembra ripetersi in Moldova, sembra non avere mai una fine, una chiusura, tutto resta un po’ aperto, o almeno per me. Ho questa sensazione già guardando le colline che non si sviluppano mai in montagne, a non si appiattiscono nemmeno in pianure. Quando penso alla mia esperienza non riesco a non aiutarmi a ragionare con un passo di un libro di Calvino che mi è venuto in mente durante il primo viaggio in microbus (spie con significati strani e pause senza luci nella notte a parte…)

La città è ridondante: si ripete perché qualcosa arrivi a fissarsi nella mente

                                  

Così mi sembra questo paese, un bellissimo ripetersi delle cose. I bambini di ogni villaggio ti portano la frutta, c’è sempre una signora che ha del vino e del cibo con cui rimpinzarti se vai da lei a fare i lavori sociali, e le storie di queste persone, seppur diverse si assomigliano tutte. Ci sono sempre uno o più parenti all’estero che mancano da tempo, ci sono sempre dei nipotini (a volte hanno 20 anni e ti ossessionano perché voi volontarie usciate con lui), quasi giornalmente qualche bambino ti ripete che uno dei suoi genitori lavora in Italia o lì vicino, in Spagna il più delle volte…e si ripetono anziani, bambini, anziani, ripetono le loro benedizioni per te, che se sei una ragazza iniziano con “che tu possa trovare un uomo buono”; perché anche questo si ripete in Moldova, donne che ridipingono scuole su impalcature di fortuna e uomini seduti accanto che chiacchierano tra loro, e il genitore che solitamente è all’estero è “mama mea”.

Anche le nostre giornate sembravano ripetersi, più che altro perché non c’era molto tempo per fermarsi ad elaborare troppo quello che stavamo vivendo. Mi sono accorta solo tornando in Italia quanto quei giorni, benché simili tra loro, abbiano avuto ognuno una carica diversa, un nuovo significato scoperto, uno vecchio ritrovato, un dubbio sorto o uno risolto (un giorni ti chiedi se nella casa accanto alla scuola viva qualcuno, quello seguente vedi due bambini tagliare l’erba del giardino con due falci più alte di loro) (un giorno pensi di esserti liberato dei bagni-bucoperterra di Manta e il giorno dopo daresti un rene per sostituirli alle turche senz’acqua corrente di Răzălăi).

ORE 7.30…la sveglia…anzi…Sandra, perché svegliarsi non ha lo stesso sapore se non si sente “Sandra portami al mare compriamo il pane e un fornellino…” .

ORE…PRIMA DELLE 8.50 MA DOPO LE 8 …colazione, che per la cronaca è il pasto preferito dalla nostra boss Maria Claudia. Se la marmellata alle albicocche è finita la mattina inizierà male per molti…

ORE 9…se sei fortunato stai uscendo ora a incontrare tanti tantissimi bambini, se non lo sei, sei già tra loro da un quarto d’ora e cerchi di scrivere su dei pezzi di scotch attaccati alle loro magliette i loro nomi…inscrivibili…e quindi alla fine ti limiti ad attaccare lo scotch mentre un volontario moldavo si diverte coi pennarelli colorati.

9.04 secondo le tabelle di marcia moldave dev’essere finito il primo ban.

Dopo quest’ora si susseguono con un ordine deciso la notte prima Bans-Time, giochi, atelier, scenetta, giocone…a volte è scenetta gioco scenetta giocone, altre scenetta atelier giocone scenetta gioco…insomma dovevo sempre chiedere a qualcuno cosa c’era dopo…

Se alla fine della mattinata sei un superstite e non sei attaccato da bambini cozza allora ti meriti il pranzo…il pranzo alla bucătăria, una volta mi è venuto bene, una volta male…molto male…lavorando in gruppo ti rendi conto di quanta importanza abbia il lavoro di squadra, poi guardi ciò che hai preparato da mangiare e ti rendi conto che forse quella squadra, in cucina, è meglio non assemblarla più…

ORE…INTORNO ALLE 14…sceminza (ședința, riunione) ma era organizzata così solo nella seconda settimana, quando ci siamo accorti che una pausa subito dopo pranzo era distruttiva…è ora di parlare della mattinata e dividere i compiti per il pomeriggio (“io faccio la scenetta con Cristina Iovu de Roșu! …una volontaria moldava mooolto mooolto timida ma che era una bomba nel creare qualsiasi tipo di scenetta)

ORE 17…”chi deve andare a fare i lavori sociali vadaaaaaaaaaaaa!”. Il lavoro sociale è stata una delle esperienze più…memorabili…della mia vita. La prima volta che ho fatto un lavoro sociale ero a Manta, a casa di una signora anziana che doveva sistemare il giardino, perché non riusciva più a camminarci…ci ha armati di falcetto e di una zappa-vanga a mezzaluna e abbiamo iniziato a togliere erbacce. Potrebbe sembrare un comune lavoro se l’assistente sociale non avesse iniziato a cercare di farmi sposare il figlio dal momento che secondo lei “sono molto brava a zappare” (pertanto se siete in Moldova e senza interesse in un imminente matrimonio vi trovaste un giorno a zappare, fatelo male…). Ma il momento che mi ricorderò per sempre è stato quando la signora ha iniziato a raccontare un po’ della sua vita, il marito morto dieci anni prima, le difficoltà del restare sola, la nipote appena sposata, e poi prendendoci alla sprovvista ci ha recitato una canzone scritta da lei per lo sposo, capivo poco o nulla di quello che diceva ma mi sono emozionata, e sebbene ammetto di non essere una persona dalla lacrima facile, lì mi è caduta senza esitazioni, e quando ha finito la canzone eravamo come tutti sospesi, non sembrava di essere nello stesso campo che stavamo zappando pochi minuti prima, l’uva che ci ha offerto la signora non sembrava la stessa che stavamo mangiando poco prima…tutto aveva un nuovo valore, un nuovo peso, più vero, più reale, più vicino a noi…

ORE 17…se non sei andato a fare i lavori sociali, o stai lavorando come un forsennato per il giorno dopo o sei disperso per l’edificio….o hai finito, come alcune volte è successo…e allora un gavettone non guasta mai, o anche lavare qualche maglietta che tanto non verrà mai più pulita. Forse meglio, così ogni volta che guardo la maglia di diaconia mi ricordo che quella strisciata l’ho fatta passando sotto le gambe di 20 bambini moldavi per spiegargli un gioco a mio parere divertentissimo (o sicuramente mille volte più bello di bandiera, in cui i volontari italiani rovinano a terra per afferrare un cencio…)

ORE 20…forse si mangia se chi cucina è ligio alla tabella di marcia…

ORE 20.30 CIRCA…si mangia! Bello, la cena mi è sempre piaciuta, ha un’ atmosfera più intima del pranzo…

ORE…QUALCOSA INTORNO ALLE 22.00/23.00… ședința! Che poteva magicamente durare fino all’1/1.30. seppur infinite queste riunioni serali (o notturne…a piacere…) mi hanno insegnato molto, prima cosa fra tutte “se pensi che la tua idea sia migliore delle altre ma viene bocciata dal gruppo…lasciala bocciata e concentrati sulle precedenti” perché oltre che ideare a un certo punto bisogna “quagliare”, come direbbe la nostra Madre Chupa Mariarora. Ho quindi smesso di parlare tanto e ho preferito fare, a volte a discapito delle riunioni tra italiani in cui piccoli sermoni sarebbe stati più benvoluti.

ORE…TARDI…si va a dormire! Sempre se non si autoprogramma una piccola ședința tra amici vicino al bagno, magari seduti in terra, così per stare più al fresco…e anche le chiacchiere durano il doppio, perché vengono tradotte, o meglio mimate…e poi non resta che aspettare Sandra…

                                 

Molte cose si ripetono e si sono ripetute in Moldova, anche le mie foto, lo ammetto, ce ne sono centinaia che sembrano davvero uguali (senza contare quelle che pendono verso destra ovviamente), alcune le ricordo come se le avessi appena scattate e rivedendo i volti dei bambini mi ricordo i loro caratteri “questo era un matto” “questo rideva poco” “questa era dolcissima” “lei non voleva mai correre”. Penso di aver sostituito le parole con le foto e ogni foto scattata fa rinascere fiumi di parole, ogni parola mille pensieri a cui dar voce, che si vorrebbero spiegare, far capire, si vorrebbe ricreare un’atmosfera che però a parole mi accorgo di non essere particolarmente brava a creare, per far capire agli altri quello che ho vissuto devo prima capirlo io e, sebbene mi accorga di quanto sia stato straordinario, non riesco ancora a dargli un ordine, trovare il punto da cui possa cominciare a riannodare la matassa.

La memoria è ridondante: ripete i segni perché la città cominci a esistere

Erica

giovedì 6 settembre 2012

R.i.c.e.v.o.

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Rendere 

Incredibili 
Cose 
Esteriormente 
Vecchie, 
Obsolete


Scegliere un episodio da raccontare nel Blog non è stato facile: volevo qualcosa che racchiudesse le molte emozioni e paradossi che mi ha lasciato questo paese. 

Ho scelto così lavoro sociale del 7 Agosto: i lavori sociali consistono in attività che noi cantieristi abbiamo svolto per dare una mano e conoscere le persone del villaggio che ci ha ospitato. 

Nello specifico il 7 Agosto io, Meri, Stefania, Cristina e Anamaria abbiamo spaccato la legna e spostato delle pietre a casa di una vecchietta del villaggio di Razalai, situato poco più di 100 km a nord di Chisinau, che ci ha ospitato nella seconda settimana del cantiere moldavo. 

Questa è stata un’esperienza molto particolare e toccante, non tanto per l’attività svolta, quanto per i racconti della signora, con cui abbiamo chiacchierato per le 2 ore successive: infatti in un clima surreale e non di completa comprensione, abbiamo visto la sua casa, ascoltato la sua storia, cantato con lei. 

Vive in una casetta circondata dalla boscaglia, composta da due locali. Di questi uno viene usato solo d’estate mentre l’altro, molto piccolo e buio, costituisce la sua casa invernale. In questo locale la possibilità di muoversi è praticamente nulla, tra letto, scorte di cibo in salamoia e stufa che protegge dal rigido freddo invernale. Ci racconta che vive sola, dopo aver perso due mariti, ha problemi a camminare e ormai non può più leggere, non potendosi permettere un paio di occhiali. La sua unica relazione con il modo esterno è il viaggio che compie per andare a prendere l’acqua al pozzo, in cui magari incontra qualcuno e scambia qualche parola. Il giardino intorno alla casa è invaso da erbacce, la legnaia è in gran parte crollata. Insomma, tutto in questo posto traspira un sentimento di abbandono e di tremenda malinconia; di qualcosa che è stato ma che ora lentamente, ma non troppo, sta morendo. 

Tuttavia nei suoi racconti si scorge ancora la gioia dei ricordi e la felicità nell’avere qualcuno con cui parlare, condividere qualche momento, che mi contagia. È un’emozione strana, piena di passione e condivisione, che mi fa dimenticare il contesto e mi fa concentrare sui suoi racconti, condividendo le sue espressioni e sguardi di gioia e passione. 

Uscendo e salutando la vecchietta noi volontari ci scopriamo tutti scossi allo stesso modo, pervasi da una sensazione di malinconia estrema che si mischia con la gioia di un incontro davvero intenso. 

Queste sono in piccolo le emozioni che porto a casa da questa terra: la sensazione è di trovarsi in un paese al tramonto, senza futuro, in cui la generazione adulta è in gran parte all’estero a lavorare, mentre qui rimangono solo bambini e anziani, supportati dai soldi esteri e allo stesso tempo abbandonati alla solitudine di una terra lasciata a se stessa. Insieme a questo però ci sono i bambini con cui abbiamo avuto la fortuna di lavorare, tanto diversi ai nostri occhi e tanto simili nella realtà a qualsiasi bambino di casa nostra. La gioia e la semplicità con cui ci avvolgono sono così naturali da sembrare strane. Eppure è proprio questa la prima sensazione che mi porto a casa dalla Moldova: la gioia ricevuta dall’incontro con bambini, adulti, volontari, con tutte le persone che mi è capitato di conoscere, con cui ho parlato o semplicemente scambiato uno sguardo a tavola! 

Simone, il Galileo!




Acrostici anonimi

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Per dover di cronaca pubblico il preoccupante messaggio appena giuntoci:

Solo
una
persona
estremamente
repressa
costringe
a
lavorare
ininterrottamente
faticosi
rompicapo
acrostici.
Gli
ignari
lavoratori
in
servizio
terrorizzavano
i
cantieristi
hotel
e
stanno
per
izzare
rivolte
anarchiche
laddove
i
despoti
osserveranno
sane
offese.



mercoledì 5 settembre 2012

S.c.a.m.b.i.o.

1 commento:
Si

Comincia 
Anche 
Mettendo 
Bandiere 
In 
Ombra

Ah, questi acrostici! Pena e onere di nove cantieristi moldavacci!


Ciononostante, siccome siamo i migliori, dalla parola SCAMBIO sono uscite perle non indifferenti (vero, Angela?!). Voglio ora passarvi il mio contributo, e vedrete che vi parlerò non tanto delle persone che a Manta e Razalai abbiamo incontrato, fosse per giocare con loro o per aiutarli a tagliar legna o pulire casa, quanto delle persone che al nostro fianco hanno lavorato ogni giorno, per quattordici giorni, perché, a conti fatti, non è vero che i bambini e gli anziani moldavi sono più felici/più tristi/più psicologicamente problematici dei nostri. Non è vero che abbiamo imparato da loro perché sono – usando un termine semplicistico – più poveri di quanto possiamo esserlo a Milano, a Genova, a Lecce, e lo stesso sorridono. Abbiamo imparato da loro nel momento in cui abbiamo avuto realmente modo di portare alla pari il punto di scambio, di azzerare il preconcetto inevitabilmente insito nella nostra origine differente. E non esiste miglior inizio di quello che fa breccia nella quotidianità, nel guardare realmente le persone con cui mangi, dormi, lavi le mutande. 

Dunque perché le bandiere in ombra? Le bandiere rappresentano tutti i nostri arroccamenti, fisici, mentali, sociali, abitudinali; le bandiere dietro cui ci nascondiamo sono il muro che ci divide dall’altro da noi. Allora perché non metterle da parte, per un istante? Perché non provare a sollevare il sederino dagli allori e accettare che chi ha, appunto, diverse bandiere, può in effetti avere qualcosa che io non ho? 

E in effetti i ragazzi moldavi hanno qualcosa che io non ho. Hanno praticità, hanno manualità, hanno un’impostazione mentale votata alla precisione (e nella mia vita un po’ più di precisione certo non guasterebbe, anche se la loro a volte era… come dire? Esasperata!). 

In Moldova si parla rumeno, in prevalenza; non è quindi difficile comprendere come i primi giorni di cantiere siano stati costellati da diversi tipi di frustrazione comunicazionale: gesti, fraintendimenti, spizzichi di duemila altre lingue per avvicinarsi in qualche modo alla comprensione della persona che ti stava davanti… Il mio inglese a poco è servito! Poi, imparando tre parole al giorno, ecco lo scambio: finalmente capiamo reciprocamente almeno la metà di quello che dice l’altro (al punto che ridiamo delle battute ancora prima che arrivi la traduzione), riusciamo a raccontare un poco di noi stessi a qualcuno che volente o nolente possiede schemi mentali spesso opposti ai nostri; quello che pensa l’altro è davvero interessante, e davvero ci teniamo a scoprirlo. Con un po’ di fatica riusciamo anche a sospendere il giudizio quando vediamo le infinite diatribe sociali fra filo rumeni e filo russi riflettersi negli atteggiamenti di ragazzi di diciott’anni, quando percepiamo la difficoltà dei nostri coetanei a “smussare i propri angoli” nelle discussioni, e uscendo dalla quotidianità infine sospendiamo il giudizio quando incontriamo adulti e anziani abbandonati a se stessi, o bambini che sono costretti a crescere lontani dai propri genitori, dovendosi magari occupare di altri tre fratelli più piccoli. E davvero, solo allora, la nostra mente è aperta. 

Uno dei miei momenti preferiti in assoluto è stato certamente quello in cui Mihaela, volontaria moldava e gran bella voce, e io alla chitarra, abbiamo inventato di sana pianta, dal nulla, improvvisando una nuova canzone. Senza precedenti accordi. Lei cantava, io cercavo di seguirla al meglio con quattro note strimpellate. La comune lingua della musica ha reso il tutto inaspettatamente semplice. 

Siccome so che morite dalla curiosità, eccovi accontentati con il testo di questo capolavoro:

Ea fu
siccome Cesarina, or
non v’è più
illustre gallina.
Il suo canto
più non odo,
il cor affranto,
orba di tanto brodo.
Il piatto della festa
sacrificammo alla sua cresta,
l’artiglio rapace
al volontario italiano
poco piace,
in nostalgia del nostrano.
Riguardo la nostra demenza,
ai posteri l’ovvia sentenza.

Come? Vi sembra d’averla già sentita??? Ma nooooooooo! La genesi di questo testo è totalmente autentica! (E comunque Manzoni non può più rivolgersi alla SIAE…) 

Dovete sapere che la prima cena a Manta insieme ai ragazzi moldavi è stata a base di brodo, verdure e… gallina. Ecco, quando dico “gallina”, intendo TUTTA la gallina. Sì, esatto, anche la testa. Per l’intera durata del pasto ha troneggiato drammaticamente sul piatto accanto al mio la cap di quella che poi sarebbe rimasta, nella nostra addolorata memoria, la gallina Cesarina. Da lì i deliri pseudo letterari di un pomeriggio fra cantieristi. 

                                 

Ma le bandiere sono anche senso di appartenenza, sono cultura d’origine, sono radici, sono le esperienze che hanno definito il mio cammino e chi sono diventata. Quindi le metto solo in ombra, non le annullo completamente, perché SCAMBIO significa che io ricevo, ma che pure dò. E che cosa ho di più intimo (en thúmos = nell’anima) da scambiare con te di quello che mi definisce come persona? Dunque, se tu mi chiedi, io ti rispondo, ti racconto, e poi ti chiedo a mia volta. Le mie bandiere-muro sono in ombra, le mie bandiere-vita le tiro fuori ogni volta che posso e le metto a tua disposizione, cosicché tu possa imparare da me tanto quanto io imparo da te. 

Vorrei poter dire che siamo arrivati al massimo, che abbiamo sfruttato ogni occasione in questo senso, che abbiamo realizzato in toto questa teoria: non tutto è sempre facile, e di ostacoli ne abbiamo incontrati, spesso più caratteriali e relazionali che oggettivi e materiali. Tuttavia sono comunque persuasa che ciascuno di noi abbia fatto del suo meglio, si sia buttato nel gioco con tutto ciò che aveva. 

Di sicuro abbiamo portato via tanto da quella piccola terra, contemporaneamente antica e ingenua come chi la abita ora. E come in tanti laggiù ci hanno ripetuto, prendendo in prestito le parole di Josè Saramago che abbiamo trovato appese in casa di M&M&M (per i non SCE: Mariaclaudia, Mariarosa e Marco), “bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini”. Quindi chissà… 

Nel frattempo, NOROC!

Ile

martedì 4 settembre 2012

Non sono gli uomini che fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno gli uomini

1 commento:

Sono più che lieto di pubblicare il primo post dei Cantieri della Solidarietà 2012 in Moldova.
A brevissimo tutti gli altri, per adesso godetevi Alé!


“Non lo può certo sapere 
questa terra cosi rossa 
quante gocce della pioggia 
la faranno respirare 
ma raddrizzo le saette 
con in mano questo fiore 
se sospiro so che il tuono 
perde il suo rumore”


Non lo potevo certo sapere… 

Che un micorbus non è MAI troppo pieno. 
Che ci sta sempre una pausa vinello per l’autista. 
Che le gomme si possono sempre gonfiare con la pompa dei palloncini. 
Che le buche per strada non sono mai finite. 
Che in una terra piatta vedi il sole sorgere e tramontare. 
Che esistono ancora i campi di girasoli. 
Che una sardina e due sardine si inventarono una maniera per entrare in una scarpa. 
Che nel brodo ci va una gallina. 
Che nel brodo ci va una gallina intera. 
Che le galline intere hanno anche testa cresta e zampe, gnam! 
Che “non esiste insalata senza cipolle!”. 
Che prendere l’acqua al pozzo fa “splash”. 
Che per raccogliere le patate senti l’odore di terra addosso. 
Che i bambini sono tutti uguali e ciascuno è diverso. 
Che puoi farcela a entrare in un lago di melma fino alla coscia. 
Che puoi calpestare granchietti sotto i piedi, nel lago di melma. 
Che un bagnino della piscina di Legnano può remare su una barchetta di legno tra Moldova e Romania. 
Che conoscersi lavorando è mille volte più bello. 
Che una riunione può diventare infinita, se tutti hanno mille idee in lingue diverse. 
Che se tutti hanno mille idee in lingue diverse, di sicuro ne viene fuori una che spacca! 
Che i bambini non si siedono per terra perché per venire al campo mettono i vestiti più belli che hanno. 
Che c’è qualcosa di speciale che ci lega, che ci ha portati tutti lì da strade diverse. 
Che si può spiegare un gioco vestiti da mucca, muggendo di fare due file e di lanciare un gavettone. 
Che “Copii facem cercul mare mare!” ti salva sempre. 
Che le scope non hanno il manico. No, non ce l’hanno. E nessuno ti spiegherà il perché. 
Che dopo un po’ ti manca addirittura “il buco”, bagno di Manta. 
Che oggi mangiamo patate e verza. Oggi invece verza pomodoro e patate. Oggi invece verza patate e pomodoro. Ah già, le cipolle! 
Che una doccia di 5 minuti a mezzanotte può farti andare a dormire contento sul tuo materasso leopardato. Ggggrrrrh! 
Che gli italiani “Vara nu dorm!” 
Che se non sai come si dice, puoi sempre mimare, disegnare, ballare, cantare. Perdi la dignità, ma ti fai capire :P 
Che il miglior modo per dormire bene ovunque, è essere stanchi. 
Che quando cominci a sognare in rumeno, vuol dire che qualcosa è successo. 
Che con 10 milanesi e un genovese, l’imprecazione del vero cantierista è diventata “Belin!” 
Che se finisci il vino nel bicchiere, dopo un secondo è già stato riempito. E no, non osare rifiutare! 
Che puoi dimenticarti chi sei e fare l’aborigeno per due giorni, urlando come una scimmia con un osso in testa. 
Che quando davanti alla doccia impari i doppi sensi in rumeno, vuol dire che sei integrato. 
Che si può stare in mezzo al cerchio, con cento paia di occhi su di te. 
Che “Cur Cur” non vuol dire “Corri corri!” 
Che…cosa faranno mai Jack e Tina in cucina? 
Che può andare tutto storto, ma se hai con te la tua Chupa dell’acqua, niente ti potrà abbattere! 
Che Il lago Tanganica lo fa Marco e dura tre minuti e dodici secondi. 
Che esiste un paese di nonni e bambini. 
Che due uomini possono sopravvivere in mezzo a 10 donne. Uno addirittura senza la valigia. 
Che ovviamente chi farà le parti di Lady Marion e Lady Cocca?! 
Che se poi per la scenetta gli fai delle tette coi palloncini, perdi la loro attenzione per la mezzora successiva. 
Che qualunque cosa succeda, la Meri comunque “ha fatto colazione”. 
Che essere da soli è molto peggio che essere poveri. 
Che in Moldova tutti aspettano. Aspettano qualcuno che è partito e chissà quando tornerà. 
Che quello che non capisci è forse quello che più ti porti a casa. 
Che ognuno è figlio dei suoi genitori, della sua cultura e del suo paese. 
Che ci si può impiegare più di sei anni a costruire una chiesina di campagna. 
Che a volte i biscotti sanno di detersivo ma hai troppa fame per pensarci. 
Che anche dopo due settimane non avevamo finito le idee per i nostri travestimenti. 
Che i bambini ti portano l’uva al pomeriggio. 
Che un gavettone non si rifiuta mai, soprattutto se ci sono 40 gradi. 
Che “lei cosa ne pensa della Moldova?” “mah secondo me questa è l’estate più calda del secolo” 
Che se devi recitare, puoi sempre tatuarti le battute in rumeno sul braccio. 
Che chiamare il nostro diario “Colaps - Collasso” è stato profetico. 
Che la Fra batte il tacco col flamenco, con inaudita violenza. 
Che Benedetta Parodi non le sa fare le placinte! 
Che il Tortellino si può ballare anche nelle migliori discoteche di Cheese Now, per i comuni mortali Chisinau. 
Che Alè non è in Mozambico, ma è in Moldova. Ma comunque s’è tagliata faccia, dito e un po’ altre cose varie  
Che se diciamo a Povèro che andiamo a Recco, poi ci andiamo davvero! 
Che 4500 foto sono poche. 
Che il nostro gruppo, Moldavacci, invece è tanto. 

“Non lo può certo sapere 
questo vecchio addormentato 
che sopra il suo cuscino 
il mio bacio gli ho lasciato 
gli altri baci io li porto 
dove non vi posso dire 
in quel luogo oltre i luoghi 
dove non basterà il mare” 

(Oh) ALÉ (le, alele cichetonga)

lunedì 3 settembre 2012

Un salto in Romania

6 commenti:
Cosa ci fanno una "fata" del Maramures, una patita del popolare e un autista che vuol diventare uomo in Romania? Beh, molto semplice, saltano con tutti quelli che incontrano in ogni luogo che visitano!
Questo è il risultato: